• Non ci sono risultati.

Λέξις come “modo di esprimersi” e l’imitazione poetica

3. Λέξις e μίμησις, poesia e retorica: da Platone ad Aristotele

3.1 Λέξις come “modo di esprimersi” e l’imitazione poetica

Tirando le somme, i passi platonici e aristotelici qui esaminati suggeriscono che la φωνή abbia un ruolo centrale nelle attività mimetiche che nella Grecia del IV sec. potevano essere classificate come μουσική, ovvero poesia, a sua volta legata a rapsodia e recitazione attoriale, canto (e danza). Poesia, rapsodia e ὑπόκρισις tendono  a  costituire  un’unità  piuttosto  compatta,   fondata proprio sul fatto che in esse la μίμησις si compia per mezzo del linguaggio e quindi della voce; o meglio, la ὑπόκρισις è una componente imprescindibile della poesia, sia di quella eseguita dai rapsodi  sia  di  quella  drammatica.  D’altra  parte,  il  tema  che  Aristotele  tratta   in Rhet. III 1 è la λέξις dei discorsi oratori, che, come abbiamo visto, viene analizzata, nei suoi

110 Sull’origine  e  il  significato  del  termine  ῥαψῳδός si veda utilmente FORD 1988 con la bibliografia citata. 111 D’altronde   il   termine   ὑπόκριτής non viene usato per indicare i membri del coro, a parte in un caso

apparentemente eccezionale che però conferma indirettamente questa tendenza: infatti nello scolio ad A. Ag. 1348 i membri del coro vengono chiamati ὑποκριταί, ma si tratta di un momento in cui i coreuti stanno dialogando  tra  loro.  Un’altra  conferma  arriva  da  Aristotele  stesso,  Poet. 1456a25, in cui vengono esplicitamente contrapposti ὑποκριταί e χόρος. Sulla questione cf. PICKARD CAMBRIDGE 1968, p. 128. Una testimonianza in questo senso viene anche dal passo di Resp.   II   citato   nella   nostra   discussione,   visto   che   nell’elenco   degli   ὑπηρέται dei poeti figurano separatemente ὑποκριταί e χορευταί.

87

effetti e nel suo sviluppo storico, alla luce di questo orizzonte comune costituito da poesia, rapsodia e ὑπόκρισις. Come già sottolineava Rapp, cogliere la stretta associazione tra questi ambiti consente di comprendere meglio, da un lato, perché il filosofo avverta la necessità di distinguerli e ci riesca solo con difficoltà. Infatti, apparentemente, la retorica dovrebbe risultare costitutivamente diversa dalle altre τέχναι, in quanto essa non è basata sulla μίμησις, ma persegue un altro scopo, la persuasione113. Ma se dal punto di vista teorico la τέχνη ῥητορική indaga sui mezzi che garantiscono la migliore efficacia persuasiva, dal punto di vista pratico essa risulta comunque una tecnica produttiva, che ha come ἔργον la produzione di un discorso concreto114.  Di  conseguenza,   anche   l’oratore   è  costretto  a  confrontarsi con il tema  dell’impersonificazione:  il  discorso,  in  quanto  oggetto  del  λέγειν, sarà necessariamente discorso  di  un  parlante,  esattamente  come  lo  sono  i  discorsi  dei  personaggi  nell’epica  o  nella   tragedia. Inoltre bisogna anche considerare che, ancora all’epoca  di  Aristotele,  era  diffusa  la   pratica di preparare discorsi su commissione: figure professionali specifiche, i logografi, esperti di retorica e diritto, componevano le orazioni che venivano poi imparate a memoria e recitate dai loro clienti. Questa situazione non è molto diversa da quella che si produce nel caso di un testo poetico composto da un poeta ma recitato da un rapsodo o da un attore. Sulla base di questa analogia di fondo, si può attribuire anche alla λέξις di Rhet. III 1 la doppia valenza che il termine sembra possedere nei testi platonici già presi in considerazione e in alcuni altri.

A questo proposito può essere utile ricordare la definizione di λέξις fornita nella Repubblica: Pl. R. 392c7-d6 113 Cf. Rhet. I 2 1355b10-6:  “  ὅτι  οὐ τὸ πεῖσαι  ἔργον  αὐτῆς,  ἀλλὰ τὸ ἰδεῖν  τὰ ὑπάρχοντα πιθανὰ περὶ ἕκαστον, καθάπερ καὶ ἐν ταῖς ἄλλαις τέχναις πάσαις (οὐδὲ γὰρ ἰατρικῆς τὸ ὑγιᾶ ποιῆσαι, ἀλλὰ μέχρι οὗ ἐνδέχεται, μέχρι τούτου προαγαγεῖν· ἔστιν γὰρ καὶ τοὺς ἀδυνάτους μεταλαβεῖν ὑγιείας ὅμως θεραπεῦσαι καλῶς)· πρὸς δὲ τούτοις ὅτι τῆς αὐτῆς τό τε πιθανὸν καὶ τὸ φαινόμενον  ἰδεῖν  πιθανόν”.

114 Cf. RAPP 2002, pp.171-2;;  lo  studioso  tedesco  coglie  bene  l’ambiguità  dello  status della retorica come τέχνη, il

che si riverbera sulla trattazione aristotelica conferendole il carattere contraddittorio notato da tutti i suoi lettori: “Weil   nämlich   das   effektive   Erreichen   des   rhetorischen   Produkts,   einer   bestimmten   Überzeugung   bei   bestimmten Zuhörern, von Faktoren abhängig ist, auf die der Redner teine Einfluss hat, betont Aristoteles, ‚dass nicht  die  Überzeugung  ihre…Aufgabe  (ἔργον) ist, sondern (dass ihre Aufgabe dahin besteht,) an jener Sache das vorhandene Überzeugende zu sehen‘.   […] Zweitens ist die Aristotelische Rhetorik zwar durchaus an der Überzeugung der Zuhörer interessiert, unterscheidet sich aber von der konventionellen Rhetorik zumindestest ihrem Anspruch nach dadurch, dass diese Überzeugung kunstgemäϐ…erfolgen  soll“  (p.171).

88 τὸ δὲ λέξεως,   ὡς   ἐγὼ οἶμαι,   μετὰ τοῦτο   σκεπτέον,   καὶ ἡμῖν   ἅ τε   λεκτέον   καὶ ὡς   λεκτέον   παντελῶς   ἐσκέψεται. Καὶ ὁ Ἀδείμαντος,   ―Τοῦτο,   ἦ δ’   ὅς,   οὐ μανθάνω   ὅτι   λέγεις. ―Ἀλλὰ μέντοι,   ἦν  δ’   ἐγώ,  δεῖ γε·   ἴσως  οὖν  τῇδε  μᾶλλον   εἴσῃ. ἆρ’  οὐ πάντα  ὅσα   ὑπὸ μυθολόγων  ἢ ποιητῶν  λέγεται  διήγησις οὖσα τυγχάνει ἢ γεγονότων ἢ ὄντων ἢ μελλόντων; ―Τί  γάρ,  ἔφη,   ἄλλο;; ―Ἆρ’   οὖν   οὐχὶ ἤτοι   ἁπλῇ διηγήσει   ἢ διὰ μιμήσεως   γιγνομένῃ ἢ δι’   ἀμφοτέρων περαίνουσιν;

Qui λέξις indica la modalità della διήγησις in cui consiste il racconto, e quindi comprende le tipologie   “ἁπλὴ (διήγησις)”   ,“(διήγησις) διὰ μιμήσεως”   ,“(διήγησις) δι’ἀμφοτέρων”; in un caso i due vocaboli, διἠγησις e λέξις, vengono usati praticamente come sinonimi:

Pl. R. 396b9-c3

Εἰ ἄρα,   ἦν   δ’   ἐγώ,   μανθάνω   ἃ σὺ λέγεις,   ἔστιν   τι   εἶδος λέξεώς   τε   καὶ διηγήσεως ἐν   ᾧ ἂν   διηγοῖτο  ὁ τῷ ὄντι  καλὸς  κἀγαθός, ὁπότε τι δέοι αὐτὸν λέγειν, καὶ ἕτερον αὖ ἀνόμοιον τούτῳ εἶδος, οὗ ἂν ἔχοιτο ἀεὶ καὶ ἐν ᾧ διηγοῖτο ὁ ἐναντίως ἐκείνῳ φύς τε καὶ τραφείς.

Rispetto   a   questo   significato   “ufficiale”,   tuttavia,   altre   occorrenze   del   medesimo termine rivelano un impiego del tutto diverso:

Pl. R. 393b9-c1 Ἀλλ’   ὅταν   γέ   τινα   λέγῃ ῥῆσιν   ὥς   τις   ἄλλος   ὤν,   ἆρ’   οὐ τότε   ὁμοιοῦν   αὐτὸν   φήσομεν   ὅτι   μάλιστα  τὴν  αὑτοῦ λέξιν ἑκάστῳ ὃν  ἂν  προείπῃ ὡς  ἐροῦντα;; Pl. R. 396c5-d1 Ὁ μέν  μοι  δοκεῖ, ἦν  δ’  ἐγώ,  μέτριος  ἀνήρ,  ἐπειδὰν ἀφίκηται  ἐν  τῇ διηγήσει  ἐπὶ λέξιν  τινὰ ἢ πρᾶξιν  ἀνδρὸς  ἀγαθοῦ, ἐθελήσειν  ὡς  αὐτὸς  ὢν  ἐκεῖνος  ἀπαγγέλλειν  καὶ οὐκ  αἰσχυνεῖσθαι ἐπὶ τῇ τοιαύτῃ μιμήσει, μάλιστα μὲν μιμούμενος τὸν ἀγαθὸν ἀσφαλῶς τε καὶ ἐμφρόνως πράττοντα… Pl. R. 396e4-8 + 397b1-2 Οὐκοῦν διηγήσει χρήσεται οἵᾳ ἡμεῖς ὀλίγον πρότερον διήλθομεν περὶ τὰ τοῦ Ὁμήρου ἔπη, καὶ ἔσται αὐτοῦ ἡ λέξις μετέχουσα μὲν ἀμφοτέρων, μιμήσεώς τε καὶ τῆς ἄλλης διηγήσεως, σμικρὸν δέ τι μέρος ἐν πολλῷ λόγῳ τῆς μιμήσεως; ἢ οὐδὲν λέγω;;  […] καὶ ἔσται δὴ ἡ τούτου λέξις ἅπασα διὰ μιμήσεως φωναῖς τε καὶ σχήμασιν, ἢ σμικρόν τι διηγήσεως ἔχουσα;

89

Nel primo λέξις indica il modo di esprimersi di un parlante che pronuncia un discorso (393b9: ῥῆσιν),   modo   di   esprimersi   a   cui   si   deve   necessariamente   assimilare   il   narratore   che   voglia   adottare   la   “διήγησις διὰ μιμήσεως”;;   nel secondo passo, la parola assume il significato di “atto  del  parlare”,  equivalente  nominale  di  λέγειν, esattamente come il termine πράξις viene usato qui al posto di πράττειν. Ma il fatto forse più interessante è che, nel terzo passo, λέξις indica anche il modo di esprimersi del narratore stesso, il che va ovviamente a coincidere con la modalità della narrazione –in quanto il modo di esprimersi del narratore può essere “ἁπλὴ (διήγησις)”,“(διήγησις) διὰ μιμήσεως”,  oppure    “(διήγησις) δι’ἀμφοτέρων”.  In  altre  parole,  la categoria astratta e formale della   “modalità   della   narrazione”   tende   a   coincidere   con   il   più   concreto   “modo   di   esprimersi”   del   parlante; si crea così un corto circuito immediato tra le caratteristiche formali del discorso e le caratteristiche etico-psicologiche del parlante, da un lato, ma soprattutto -ed  è  l’aspetto  più  rilevante  in  relazione  alla  riflessione  aristotelica- tra la λέξις e la μίμησις:  la  modalità  del  discorso  è  innanzitutto,  nell’uso  platonico,  la  modalità  del   discorso mimetico, che imita il modo di esprimersi di un parlante; e tale modo di esprimersi del   soggetto   impersonato   diventa   il   “modo”   del   discorso   stesso,   o,   se   vogliamo,   il   suo   “stile”115.

D’altra   parte   è   possibile,   a   mio   parere,   che   le   oscillazioni,   nelle   occorrenze   platoniche   di   λέξις, tra il suo senso tecnico (come categoria formale) e non tecnico (come modo di esprimersi) siano dovute più che altro al fatto che tale termine possiede di per sé un legame trasparente con il verbo λέγειν e quindi anche in Platone, accanto alla definizione  “tecnica”,   riaffiora  il  significato  originario  del  termine,  che  si  riferisce  appunto  all’azione  del  parlare  da   parte di un soggetto. Questo   è   d’altronde   il   valore   del   termine   in   due   testimonianze   che   risalgono  almeno  all’epoca  di  Platone  e  che  possono  confermare questa interpretazione: Pl. Com. Paidarion 2 (= fr. 99 KA)

115 A questo proposito cf. la discussione del III libro della Repubblica in GIULIANO 2005; in particolare la

centralità   della   dimensione   etica   viene   ribadita   nelle   conclusioni:   “La   presente   intrpretazione   ha   condotto   in   sostanza ad assumere come propritaria, nelle indicazioni di Platone circa la corretta mimesis poetica e, καὶ πλείω ἔτι, etica,   l’imitazione   di   un   uomo   ἐπιεικής, e solo come conseguente quella della sua λέξις. In altri termini, quella che si ricava per il poeta è la prescrizione di imitare, in una composizione dalla qualunque forma espressiva, oggetti ἐπιεικεῖς,  nell’azione  come  nella  parola,  facendoli  esprimere,  in  quest’ultimo  caso,  in  quella   che è la loro specifica λέξις alternata.  L’analisi  fin  qui  effettuata  ha  messo  in  rilievo  come  tutto  il  contesto  della   discussione   platonica   non   abbia   mai   separato,   nell’ottica   della   mimesis,   il   motivo   dell’eloquio   da   quello,   generale,  del  comportamento”  (p.54).  

90

εἰ μὲν μὴ λίαν ... ὦνδρες, ἠναγκαζόμην

στρέψαι δεῦρ’,  οὐκ ἂν παρέβην εἰς λέξιν τοιάνδ’  ἐπῶν.

Serena  Pirrotta,  nel  commento,  traduce  “Wenn  ich  dazu  nicht   alzu  sehr   gezwungen  worden   wäre, mich hierher zuwenden/ wäre ich nicht hervorgetreten, um eine solche Parabase zu sprechen“  e  segnala  il  perfetto  parallelismo  con  altri  incipit  di  parabasi   aristofanee in cui al posto del sostantivo λέξις viene utilizzata una forma del verbo λέγειν116.

Hipp. De Diaeta 61.2

Ὁκόσοι δὲ πόνοι φωνῆς, ἢ λέξιες ἢ ἀναγνώσιες ἢ ᾠδαί117, πάντες οὗτοι κινέουσι τὴν ψυχήν· κινεομένη δὲ ξηραίνεται καὶ θερμαίνεται, καὶ τὸ ἐν τῷ σώματι ὑγρὸν καταναλίσκει.

Le traduzioni di Jones   per   l’edizione   Loeb   e   di   Joly   per   le   Belles   Lettres   presentano   rispettivamente  “speech”  e  “discours”  per  λέξιες118; in entrambi i casi, quindi λέξις può essere tradotto come se si trattasse di λέγειν,   quindi   come   “parlare”/”pronunciare”;;   da   notare,   nel   secondo  passo,  anche  la  connessione  esplicita  con  l’ambito  della  φωνή, che conferma ancora una volta come la concezione della λέξις nei termini di una caratteristica udibile del discorso è insita nel vocabolo stesso. Infine, possiamo aggingere a questi passi un parallelo aristotelico, in   cui   emerge   chiaramente   l’originario   valore   concreto   di   λέξις come   “modo   di   parlare”,   associato strettamente alla voce e, più in generale, ad altre caratteristiche comportamentali di un individuo:

EN 1125a12-6

καὶ κίνησις δὲ βραδεῖα τοῦ μεγαλοψύχου δοκεῖ εἶναι, καὶ φωνὴ βαρεῖα, καὶ λέξις στάσιμος· οὐ γὰρ σπευστικὸς ὁ περὶ ὀλίγα σπουδάζων, οὐδὲ σύντονος ὁ μηδὲν μέγα οἰόμενος· ἡ δ’   ὀξυφωνία καὶ ἡ ταχυτὴς διὰ τούτων.

Quanto  abbiamo  evidenziato  a  proposito  dell’uso  platonico  della  parola  λέξις vale anche per Aristotele e l’ambiguità   nello   status   della   λέξις in Rhet.   III   1   è   insita   nell’origine   stessa   di  

116 PIRROTTA 2009, p.214-6; in particolare cf. Ar. Eq. 507-8:  “εἰ μέν τις ἀνὴρ τῶν ἀρχαίων κωμῳδοδιδάσκαλος

ἡμᾶς ἠνάγκαζεν λέξοντας ἔπη πρὸς τὸ θέατρον παραβῆναι…”,  dove  l’espressione  è  assolutamente  equivalente  e,   non a caso, viene usato il verbo.

117 Il testo accettato comunemente nele edizioni più recenti è quello riportato da un solo ramo della tradizione

manoscritta;;   l’altro   presenta   varianti   dovute   al   tentativo   di   correggere   le   forme   dialettali:   “οἷον λέξις ἢ ἀνάγνωσις ἢ ᾠδή”.

91

questo concetto; il termine non nasce, infatti, per indicare la “modalità   del   discorso”   - significato che deriva, sostanzialmente, dalla riflessione platonica sulla poesia- ma proprio per riferirsi  all’atto  del  parlare  e  al  discorso  in  senso  concreto,  come  prodotto  udibile  dell’attività   di λέγειν. In quanto tale, la λέξις non è responsabile soltanto delle imprecisioni e delle oscurità che si producono -secondo quanto abbiamo visto in precedenza- a causa dello scollamento tra il piano del linguaggio, del λόγος, e del piano dei πράγματα, della realtà; essa pone anche il problema della relazione tra discorso e parlante, in quanto è inevitabile che il λόγος sia influenzato e connotato dalle caratteristiche e dalle intenzioni di colui che lo pronuncia; a  sua  volta  questa  influenza  non  si  esercita  soltanto  per  canali  “testuali”,  cioè  nel   determinare scelte linguistiche (sintattiche o lessicali) presenti nel discorso, ma anche in forme  “extratestuali”,  legate  alla  dimensione  del  parlante  come  persona  fisica  ed  agente,  che   ha dunque a sua disposizione le risorse espressive derivanti   da   fattori   “percepibili”   quali   la   voce e la gestualità. Alla   luce   di   questa   indagine   sull’origine   del   termine   λέξις è forse più chiaro  il  significato  dell’affermazione  di  Rhet. III 1 1404a20ss:

ἤρξαντο  μὲν  οὖν  κινῆσαι  τὸ πρῶτον,  ὥσπερ  πέφυκεν, οἱ ποιηταί·  τὰ γὰρ  ὀνόματα  μιμήματα   ἐστίν,   ὑπῆρξεν   δὲ καὶ ἡ φωνὴ πάντων μιμητικώτατον τῶν μορίων ἡμῖν· διὸ καὶ αἱ τέχναι συνέστησαν ἥ τε ῥαψῳδία καὶ ἡ ὑποκριτικὴ καὶ ἄλλαι γε. ἐπεὶ δ’  οἱ ποιηταί, λέγοντες εὐήθη, διὰ τὴν λέξιν ἐδόκουν πορίσασθαι τὴν δόξαν, διὰ τοῦτο ποιητικὴ πρώτη ἐγένετο λέξις, οἷον ἡ Γοργίου…

Il   fatto   che   Aristotele   riconduca   l’origine della λέξις all’alveo   della   poesia   -citata esplicitamente in quanto attività imitativa- vuol   dire   che   anch’egli   riconosce   in   questo   concetto una connessione intima e immediata con gli   aspetti   dell’impersonazione   e   della

performance che sono presenti automaticamente in ogni atto linguistico –concepito,

ovviamente, come orale. In questo contesto la λέξις di cui parla Aristotele non può essere concepita esclusivamente nei termini di tutte le risorse linguistiche -tipologie particolari di ονόματα, ambiguità sintattiche, pattern ritmici o fonici particolarmente evocativi- che tendenzialmente vengono associate al linguaggio dei poeti in contrapposizione al linguaggio quotidiano, non marcato, della διάλεκτος; l’indagine   aristotelica   riguarda,   in   questa fase, ancora un concetto unico, λέξις-ὑπόκρισις, in cui le risorse linguistiche prima elencate sono in funzione  dell’effetto  che  il testo  deve  ottenere  quando  pronunciato,  o  meglio,  “performato”  da   un parlante. La veste linguistica del testo, sotto forma di singole scelte lessicali o costruzioni sintattiche,   è   in   funzione   della   sua   “riproduzione”   da   parte   di   un   interprete,   che   deve   accordare la sua performance alle emozioni e alle convinzioni dichiarate espressamente o

92

semplicemente suggerite da scelte linguistiche in qualche modo marcate, connotate qualitativamente. Questa collaborazione tra poeta e interprete è manifestata da Aristotele stesso in Rhet. III 12 1413b11-2:

διὸ καὶ οἱ ὑποκριταὶ τὰ τοιαῦτα   (scil. ἠθικὰ ἢ παθητικά)   τῶν   δραμάτων   διώκουσι,   καὶ οἱ ποιηταὶ τοὺς τοιούτους.

A proposito di questo breve passo Sifakis svolge delle considerazioni che si possono utilmente  estendere  all’intera  riflessione  aristotelica  sulla  λέξις:  “The  significant  point  implied   here is the interrelation between the style of tragic writing, which was the business of the poet, and the style (and art) of dramatic delivery, which was the business of the actor. And the key word (and potential source of confusion) is lexis, which Aristotle employs to indicate both poetic style and style of delivery. A text intended to be performed before an audience (in a dramatic contest or in a political assembly) has to be composed in a different manner from a text intended for reading (such as the speeches of epideictic rhetoric). The mode of delivery thus interacts  with  the  style  of  writing”119. Ora, nella poesia, il cui scopo è effettivamente la μίμησις, tale interrelazione è perfettamente ammissibile, benché possa presentare aspetti ambigui; infatti, anche i testi poetici corrono il rischio di essere apprezzati più per le risorse espressive derivanti dalla λέξις-ὑπόκρισις che per i loro contenuti, cioè   l’oggetto   dell’imitazione. Come già metteva in luce Platone nella Repubblica e nello Ione, la μίμησις possiede la capacità di suscitare emozioni profonde e di influenzare il comportamento non solo  nell’interprete,  ma  anche  nel  pubblico,  perché  se  il parlante  dà  l’impressione  di  esperire   realmente gli eventi e le condizioni psicologiche che sono oggetto del racconto anche gli ascoltatori vedranno accadere, sotto ai loro occhi, tali eventi e proveranno, di conseguenza, le emozioni correlate. Platone, però, si preoccupa per le conseguenze etico-comportamentali di questo fenomeno: in virtù del suo potere comunicativo, la poesia mimetica deve proporre modelli positivi con cui identificarsi, in modo che tali emozioni e comportamenti prendano piede   nell’anima   dell’ascoltatore   e   diventino   parte   di   lui.   Al   contrario,   le   preoccupazioni   di   Aristotele concernono piuttosto il piano della τέχνη120: come ribadisce a più riprese nel corso

119 SIFAKIS 2002, p.157.

120 Anche KRAUS 2005 insiste sulla rilevanza del concetto di τέχνη per comprendere alcune peculiarità della

Retorica e della Poetica, mettendo in evidenza il ricorso, in entrambe le trattazioni, alla sfera semantica del

“produrre”  (cf.  gli  esempi  forniti  a  p.83  e  85-6,  n.78);;  lo  studioso  sottolinea  acutamente  che  la  “tecnicità”  della   retorica e della poetica aristoteliche è determinata dalle capacità del produttore e questo rovescia la gerarchia consueta nei dialoghi platonici e in altre opere dello Stagirita: infatti, secondo Platone, è colui che utilizza il

93

della Poetica il piacere che si accompagna alla tragedia deve essere ottenuto attraverso un’organizzazione   degli   eventi   nella   trama   tale   da   scatenare   emozioni   potenti   quali   ἔλεος e φόβος; in particolare è, a suo parere, la compresenza  dell’imprevedibilità  (cioè  il  fatto  che  si   tratti   di   cose   possibili   ma   non   probabili)   e   dell’intima   causalità   degli   accadimenti   imitati   a causare la meraviglia e le altre sensazioni121. Per questo la δύναμις della tragedia rimane intatta anche alla sola lettura, sottraendo la dimensione della performance: quest’ultima può rendere   più   potenti   le   emozioni   provate   ma   non   può   essere   l’unica   causa;;   in   altre   parole,   il   successo di un poeta (e quindi il giudizio sulla τέχνη ποιητική) non può dipendere dalla capacità di trascinamento posseduta da singoli brani e dalle emozioni suscitate dalla rappresentazione di essi, magari resa ancora più patetica dai virtuosismi vocali e gestuali di un grande attore. Tutto ciò effettivamente produce piacere nello spettatore, ma tale piacere non è da ascrivere alla competenza tecnica del poeta. La τέχνη del   poeta   sta   nell’imitare   una   sequenza di eventi tale da suscitare ἔλεος e φόβος o θαῦμα e contemporaneamente piacere; se il piacere deriva da elementi diversi dalla σύστασις τῶν πραγμάτων la tragedia non realizza il suo scopo, il suo τέλος122. Aristotele sanziona espressamente le tragedie che si appoggiano soltanto  sulla  messinscena,  ma  è  chiaro  che  un’idea  simile  sia  presupposta anche per la λέξις e per la ὑπόκρισις:

Poet. 14 1453b1-14

prodotto della τέχνη a   possedere   la   migliore   conoscenza   dell’oggetto   (cf.   p.84), mentre questo aspetto rimane decisamente in ombra nei due trattati aristotelici.

121 La discussione di questi aspetti è contenuta in Poet. 9 1452a1-11;;  a  questo  proposito  è  utile  l’analisi  di  KRAUS

2005 che, rifacendosi a KLOSS 2003, individua nella probabilità,   concepita   come   “innere   logische   Kohärenz,   Plausibilität   und   ‘Motivation’   eines   Handlungsgeschehens”   (cf.   p.98),   che   conferisce   ai   πράγματα carattere realmente tragico.

122 Kraus fornisce un elenco degli elementi della tragedia che vengono presentati come ἄτεχνα nel corso della

Poetica;;  oltre  agli  aspetti  legati  all’ὄψις, di cui si parla nei brani riportati anche nella nostra discussione, vengono etichettati   così   i   riconoscimenti   “fabbricati”   ad   hoc   dal   poeta   e   che   quindi   risultano   forzati   rispetto   al   resto   dell’azione;;  infine  anche  la  durata  della  tragedia  viene  considerata  “estranea  all’arte”  perchè  determinata  da  un   fattore   del   tutto   esterno   alla   volontà   del   poeta,   cioè   il   meccanismo   dell’agone   tragico.   Come sintetizza Kraus “alles  Visuelle   und  Aufführungbezogene  in  den  untechnischen Bereich fällt, eben weil dies nicht vom Dichter allein mit sprachlichen Mitteln zu leisten ist, sondern er dabei auf vorhandene Gegebenheiten (Bühne, Requisiten, Kostüme etc.) zurückgreifen und sich ihnen anpassen muϐ, dies in deutlicher Parallele zur Rhetorik“   (KRAUS 2005, p.85). In particolare è interessante, per la prospettiva della nostra analisi del concetto di λέξις, che

gli  elementi  “tecnici”  siano  in  ambedue  i  casi  veicolati  attraverso  il  linguaggio  e  dipendano  esclusivamente  da   questo fattore.

94 Ἔστιν  μὲν  οὖν  τὸ φοβερὸν  καὶ ἐλεεινὸν  ἐκ  τῆς  ὄψεως  γίγνεσθαι,  ἔστιν  δὲ καὶ ἐξ  αὐτῆς  τῆς   συστάσεως  τῶν  πραγμάτων, ὅπερ ἐστὶ πρότερον καὶ ποιητοῦ ἀμείνονος. δεῖ γὰρ καὶ ἄνευ τοῦ ὁρᾶν οὕτω συνεστάναι τὸν μῦθον ὥστε τὸν ἀκούοντα τὰ πράγματα γινόμενα καὶ φρίττειν καὶ ἐλεεῖν ἐκ τῶν συμβαινόντων· ἅπερ ἂν πάθοι τις ἀκούων τὸν τοῦ Οἰδίπου μῦθον. τὸ δὲ διὰ τῆς ὄψεως τοῦτο παρασκευάζειν ἀτεχνότερον καὶ χορηγίας δεόμενόν ἐστιν. οἱ δὲ μὴ τὸ φοβερὸν διὰ τῆς ὄψεως ἀλλὰ τὸ τερατῶδες μόνον παρασκευάζοντες οὐδὲν τραγῳδίᾳ κοινωνοῦσιν· οὐ γὰρ πᾶσαν δεῖ ζητεῖν ἡδονὴν ἀπὸ τραγῳδίας ἀλλὰ τὴν οἰκείαν. ἐπεὶ δὲ τὴν ἀπὸ ἐλέου καὶ φόβου διὰ μιμήσεως δεῖ ἡδονὴν παρασκευάζειν τὸν ποιητήν, φανερὸν ὡς τοῦτο ἐν τοῖς πράγμασιν  ἐμποιητέον. Poet. 6 1450b16-20 ἡ δὲ ὄψις   ψυχαγωγικὸν   μέν,   ἀτεχνότατον   δὲ καὶ ἥκιστα   οἰκεῖον   τῆς   ποιητικῆς·   ἡ γὰρ   τῆς   τραγῳδίας   δύναμις   καὶ ἄνευ   ἀγῶνος   καὶ ὑποκριτῶν   ἔστιν, ἔτι   δὲ κυριωτέρα   περὶ τὴν   ἀπεργασίαν  τῶν  ὄψεων  ἡ τοῦ σκευοποιοῦ τέχνη  τῆς  τῶν  ποιητῶν  ἐστιν.

L’insufficienza   della   λέξις, in particolare, considerata anche semplicemente come componente linguistica dei discorsi inseriti nella tragedia è messa bene in luce da un altro passo del cap. 6:

Poet. 6 1450a29-38 ἔτι  ἐάν  τις  ἐφεξῆς  θῇ ῥήσεις  ἠθικὰς  καὶ λέξει καὶ διανοίᾳ εὖ πεποιημένας, οὐ ποιήσει ὃ ἦν τῆς τραγῳδίας ἔργον, ἀλλὰ πολὺ μᾶλλον ἡ καταδεεστέροις τούτοις κεχρημένη τραγῳδία, ἔχουσα δὲ μῦθον καὶ σύστασιν πραγμάτων. πρὸς δὲ τούτοις τὰ μέγιστα οἷς ψυχαγωγεῖ ἡ τραγῳδία τοῦ μύθου μέρη ἐστίν, αἵ τε περιπέτειαι καὶ ἀναγνωρίσεις. ἔτι σημεῖον ὅτι καὶ οἱ ἐγχειροῦντες ποιεῖν πρότερον δύνανται τῇ λέξει καὶ τοῖς ἤθεσιν ἀκριβοῦν ἢ τὰ πράγματα συνίστασθαι, οἷον καὶ οἱ πρῶτοι ποιηταὶ σχεδὸν ἅπαντες.

Ancora più istruttivo in proposito è il suggerimento   che   Aristotele,   qui   in   un’ottica   decisamente prescrittiva, fornisce ai poeti epici,  partendo  dall’esempio  rappresentato,  come  al   solito, da Omero:

Poet. 24 1460a35-b5

καὶ τὰ ἐν   Ὀδυσσείᾳ ἄλογα   τὰ περὶ τὴν   ἔκθεσιν   ὡς   οὐκ   ἂν   ἦν   ἀνεκτὰ δῆλον ἂν   γένοιτο,   εἰ αὐτὰ φαῦλος   ποιητὴς   ποιήσειε·   νῦν   δὲ τοῖς ἄλλοις   ἀγαθοῖς   ὁ ποιητὴς   ἀφανίζει   ἡδύνων   τὸ

95

ἄτοπον.  τῇ δὲ λέξει  δεῖ διαπονεῖν  ἐν  τοῖς  ἀργοῖς  μέρεσιν  καὶ μήτε  ἠθικοῖς μήτε διανοητικοῖς· ἀποκρύπτει γὰρ πάλιν ἡ λίαν λαμπρὰ λέξις τά τε ἤθη καὶ τὰς διανοίας.

In questo caso Aristotele fornisce due indicazioni complementari: da un lato, infatti, il poeta può sopperire con le altre risorse a sua disposizione (tra cui il fascino di un linguaggio non quotidiano) agli eventuali difetti del μῦθος e proprio in  questo  si  manifesta  l’eccezionalità  di   Omero;;  d’altra  parte  conviene  concentrarsi  sulla  λέξις soltanto nella misura in cui il racconto non offra altri punti di forza: laddove è necessario mostrare il carattere di un personaggio o le ragioni delle sue azioni   un   linguaggio   che   attira   eccessivamente   l’attenzione   costituirebbe   soltanto un fattore di disturbo, perché distrarrebbe dagli elementi veramente importanti (di fatto ἤθη e διάνοια determinano lo sviluppo degli eventi e quindi incidono sulla σύστασις τῶν πραγμάτων) e, in ultima analisi, impedirebbe la piena comprensione di questi fondamentali contenuti.