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Casse a 5: lato A

Nel documento L autore. Visita il suo blog Seguilo su Twi (pagine 144-163)

La porta a vetri del Rosie’s si chiude alle mie spalle e sento subito qualcuno sbarrare tre chiavistelli.

E ora dove vado di bello? A casa? Di nuovo al Monet? Magari potrei davvero recarmi alla biblioteca. Potrei sedermi fuori sui gradini di cemento. Ascoltare le ultime casse e avvolto nel buio.

«Clay!»

È la voce di Tony.

Mi fa i fari tre volte. Il finestrino dalla parte del guidatore è abbassato e la sua mano mi fa segno di avvicinarmi. Io mi chiudo la cerniera del giubbo o e vado fin davanti al finestrino. Ma non mi sporgo all’interno. Non mi va di parlare. Non ora.

Tony e io ci conosciamo da anni, tra ricerche per la scuola e pomeriggi passati a non far niente. Ma, in tu o questo tempo, non abbiamo mai fa o una conversazione seria.

Temo tanto che voglia farne una adesso. È rimasto a sedere qui tu o questo tempo. Chiuso in macchina. Cos’altro potrebbe volere?

Non mi guarda. Allunga invece la mano per sistemare lo specchie o laterale con il pollice. Poi chiude gli occhi e lascia cadere la testa in avanti. «Sali, Clay.»

«Va tu o bene?

Dopo una breve pausa, lentamente, annuisce.

Giro a orno alla macchina, apro la portiera dalla parte del passeggero, e salgo, tenendo un piede fuori, sull’asfalto. Mi appoggio sulle ginocchia lo zaino, con dentro la scatola da scarpe di Hannah.

«Chiudi la portiera» dice.

«Dove andiamo?»

«Tranquillo. Chiudila e basta.» Gira la manovella sulla sua portiera e il finestrino si chiude. «Fa freddo.» Il suo sguardo vaga dal crusco o all’autoradio, al volante. Ma evita la mia faccia.

Appena chiudo, quasi fosse il grille o di una pistola da starter, Tony inizia subito a parlare.

«Sei la nona persona che ho dovuto rintracciare.»

«Cosa? Di che parli?»

«L’altro gruppo di casse e. Hannah non stava bluffando. Ce l’ho io.»«Oh Dio» mi copro la faccia con le mani. Dietro il sopracciglio, torna la fi a di prima. Con la base del palmo, premo contro la fronte.

Forte.

«Va tu o bene» dice.

Non riesco a guardarlo in faccia. Cosa sa? Su di me? Cos’ha sentito? «Cos’è che va bene?»

«Che stavi ascoltando là dentro?»

«Scusa?»

«Quale casse a?»

Posso tentare di negare, fingendo di non sapere di cosa stia parlando. Oppure posso scendere dalla macchina e andarmene. Ma, in entrambi i casi, lui sa tu o.

«Tranquillo, Clay. Dico sul serio. Che casse a era?»

Con gli occhi ancora chiusi, mi premo le nocche contro la fronte.

«Ryan. La poesia.» E mi volto a guardarlo.

Lui piega indietro la testa, con gli occhi chiusi.

«Allora?» chiedo.

Silenzio.

«Perché avrebbe dovuto darle a te?»

Tony sfiora il portachiavi che penzola dal quadro. «Ti spiace se guido mentre ascolti la prossima casse a?»

«Dimmi perché le ha date a te.»

«Te lo dirò. Se tu acce i di ascoltare subito la prossima casse a.»

«Perché dovrei?»

«Clay, non sto scherzando. Ascolta prima la casse a.»

«Allora rispondi alla mia domanda.»

«Perché è su di te.» Lascia andare il portachiavi. «La prossima casse a è su di te.»

Niente.

Nessun tuffo al cuore. Nessuna contrazione dell’occhio. Nessun respiro mozzato.

E poi.

Tiro indietro il braccio, colpendo il sedile con il gomito. Sba o il braccio contro la portiera e faccio per picchiare la testa contro il finestrino. Ma alla fine la bu o solo all’indietro, contro il poggiatesta.

Tony mi me e una mano sulla spalla. «Ascoltala. E resta in macchina.»

Accende il motore.

Con le lacrime agli occhi, mi volto a guardarlo. Ma lui fissa la strada.

Apro lo sportellino del walkman e tiro fuori la casse a. La quinta.

Un nove color blu scuro segnato nell’angolo. La mia casse a. Sono il numero nove.

La reinserisco e, tenendo il walkman tra le mani, lo chiudo come fosse un libro.

Tony ingrana la prima e a raversa il parcheggio vuoto, dirigendosi verso la via.

Senza guardare, scorro il pollice lungo la superficie del walkman, cercando il pulsante che segna il mio ingresso nella vicenda.

Oh Romeo, Romeo. Perché sei tu, Romeo?

La mia storia. La mia casse a. Inizia così.

Buona domanda, Giulie a. Vorrei tanto saperlo anch’io.

Tony grida coperto dal rombo del motore: «Clay, va tu o bene!».

In tu a onestà, non c’è mai stato un momento preciso in cui mi sono de a, Clay Jensen… è lui il mio uomo ideale.

Solo a sentir pronunciare il mio nome, il dolore alla testa raddoppia. Sento anche una fi a al cuore.

Non so nemmeno quanto del vero Clay sia riuscita a conoscere nel corso degli anni. Gran parte di ciò che sapevo era basato su notizie di seconda mano. Ed era per questo che volevo conoscerlo meglio. Perché avevo sentito su di lui solo commenti positivi, dico sul serio!

Era una di quelle cose che una volta che te ne accorgi, non puoi più fare a meno di notare.

Kristen Rennert, per esempio. Si veste sempre di nero. I pantaloni neri.

O le scarpe nere. Una camice a nera. Se si tra a di una giacca nera, e quella è l’unica cosa nera che indossa in quel momento, se la tiene addosso tu o il giorno. La prossima volta che la incrociate, ci farete caso anche voi.

E non potrete più farne a meno.

Lo stesso vale per Steve Oliver. Ogni volta che alza la mano per dire qualcosa, o per fare una domanda, inizia sempre con “Allora”.

“Oliver?”

“Allora, se Thomas Jefferson possedeva degli schiavi…”

“Oliver?”

“Allora, a me viene se antacinque virgola mille duecento venticinque.”

“Oliver?”

“Allora, posso uscire?”

Dico sul serio. Sempre. E ora comincerete a notarlo anche voi… sempre.

Sì, l’ho notato anch’io, Hannah. Ma veniamo al dunque. Ti prego.

Origliare commenti su Clay è diventata per me una cosa del genere. E come vi ho già de o, non è che lo conoscessi bene, ma ogni volta che sentivo pronunciare il suo nome drizzavo subito le orecchie. Chissà, forse speravo di sentire qualcosa – qualunque cosa – di succoso sul suo conto. Non perché volessi spe egolare in giro. È solo che non riuscivo a credere che una persona potesse essere così fantastica.

Lancio un’occhiata a Tony e alzo gli occhi al cielo. Ma lui sta guidando, lo sguardo fisso sulla strada.

Se era davvero così fantastico… tanto meglio! Ma alla fine è diventata una specie di sfida con me stessa. Quanto ancora sarei andata avanti a raccogliere commenti positivi su Clay Jensen?

Di solito, quando una persona ha una simile reputazione, c’è sempre qualcun altro nascosto nell’ombra che non vede l’ora di farla a pezzi.

Qualcuno in a esa spasmodica che questa persona riveli il suo lato oscuro.

Ma non con Clay.

Di nuovo, lancio un’occhiata a Tony. Stavolta, lui fa un mezzoy sorriso.

Spero che dopo questa casse a non corriate tu i a cercare questo suo fantomatico, terribile, oscuro segreto… che sono sicura esiste. Un paio, almeno, no?

Ne ho qualcuno.

Ma aspe a un a imo, non è forse quello che stai facendo tu, Hannah?

Descriverlo come Mister Perfezione, solo per poi annientarlo? Sei tu, Hannah Baker, quel qualcuno acqua ato nell’ombra. In a esa di un suo passo falso. E alla fine sei riuscita a incastrarlo. E adesso non vedi l’ora di raccontarlo a tu i e di distruggere la sua immagine. Al che vi rispondo…

no.Il mio pe o si rilassa, bu ando fuori aria che non sapevo nemmeno di avere nei polmoni.

E mi auguro che non siate delusi. Mi auguro che non siate solo assetati di storie morbose, come lupi famelici. Mi auguro che queste casse e significhino qualcosa di più per voi.

Clay, tesoro, il tuo nome non appartiene a questa lista.

Appoggio la testa contro il finestrino e chiudo gli occhi, concentrandomi sulla superficie fredda del vetro. Forse, se ascolto le sue parole concentrandomi sul freddo, riesco a non uscire di testa.

Non ne fai parte nello stesso modo in cui ne fanno parte gli altri. Come dice quella canzone: “One of these things is not like the others. One of these things just doesn’t belong”. Una di queste cose non è come le altre.

Una di queste cose non ne fa parte. Proprio come te, Clay. Ma è necessario comunque che tu sia presente, se voglio raccontare la mia storia. Tu a la mia storia.

«Perché devo ascoltare questa roba?» chiedo. «Perché non mi ha saltato a piè pari, se tanto non ne faccio parte?»

Tony continua a guidare. Se distoglie lo sguardo dalla strada, è solo per scrutare lo specchie o retrovisore.

«Sarei stato più contento se non avessi saputo niente di tu o questo» dico.

Tony scuote la testa. «No. Saresti impazzito, se non avessi scoperto cosa le è successo.»

Guardo fisso oltre il parabrezza, lungo le strisce bianche che risplendono illuminate dai fari. E mi rendo conto che ha ragione lui.

«E comunque» aggiunge. «Credo ci tenesse a fartelo sapere.»

Forse sì, penso io. Ma perché? «Dove stiamo andando?»

Non mi risponde.

Certo, ci sono grossi buchi nel mio racconto. Alcune parti non sapevo davvero come raccontarle. O non ho trovato il coraggio di dirle ad alta voce.

Episodi che non sono ancora riuscita a metabolizzare… e che non metabolizzerò mai. Dopo tu o, basta non raccontarli mai ad alta voce, per non doverli mai affrontare fino in fondo.

Ma questo diminuisce forse l’impa o delle vostre storie? Sono forse meno gravi per il solo fa o che non vi rivelo ogni minimo de aglio?

No.Al contrario, è un modo per ingigantirle.

Non avete idea di quello che stava succedendo al resto della mia vita. A casa. Persino a scuola. Non sapete niente della vita di nessuno, se non della vostra. Ma quando giocherellate con una parte della vita di qualcuno, in realtà non stuzzicate solo quella. Purtroppo, è impossibile essere così accurati e sele ivi. E il particolare con cui vi siete trastullati finisce poi per influenzarne l’intera l’esistenza.

Tu o agisce… su tu o.

Le prossime due o tre storie sono tu e incentrate su un’unica serata.

La festa.

La nostra serata, Clay. E tu sai cosa intendo per “nostra”, visto che, in tu i gli anni che siamo andati a scuola insieme o che abbiamo lavorato giù al cinema, c’è stata una sola serata in cui siamo entrati davvero in sintonia.

In cui ci siamo parlati per davvero.

Una serata che tirerà in ballo molti di voi… qualcuno, in particolare, per la seconda volta. Una serata qualunque, che nessuno di voi adesso può rinnegare.

Ho odiato quella serata. La odiavo anche prima di queste casse e.

Quella serata, sono corso a dire a un’anziana donna che suo marito stava bene. Che sarebbe andato tu o per il meglio. Ma ho mentito.

Perché mentre correvo a confortare la moglie di chi guidava una delle due macchine, il conducente dell’altra stava morendo.

E il marito, quando poi ha fa o ritorno a casa, lo sapeva.

Se tu o va bene, nessuno ascolterà mai le casse e all’infuori dei presenti sulla lista, e ogni cambiamento che questi nastri potranno apportare alla vostra vita dipenderà esclusivamente da voi.

Ovviamente, se le casse e dovessero essere rese pubbliche, vi ritroverete ad affrontare conseguenze che trascendono ogni vostro controllo. Quindi mi auguro vivamente che stiate procedendo secondo le mie indicazioni.

Lancio un’occhiata a Tony. Lo farebbe sul serio? Ne avrebbe il coraggio? Consegnerebbe davvero le casse e a qualcuno che non è sulla lista?

E a chi?

Per alcuni di voi, le conseguenze sarebbero minime. Forse un po’ di vergogna. O d’imbarazzo. Ma per altri, chissà? Forse un licenziamento? O una condanna penale?

Cerchiamo di non spargere troppo la voce, okay?

Allora Clay, in teoria non sarei dovuta nemmeno venire a quella festa.

Ero stata invitata, ma non sarei dovuta venire. I miei voti a scuola stavano peggiorando a vista d’occhio. I miei richiedevano ogni se imana un resoconto de agliato della situazione da parte di ogni insegnante. E non avendo riscontrato miglioramenti, avevo l’obbligo di restare chiusa in casa.

Per i miei restare chiusa in casa voleva dire che avevo al massimo un’ora a disposizione per tornare da scuola. Un’unica ora di svago, finché non fosse migliorato il mio rendimento.

Siamo a un semaforo. Ma Tony continua lo stesso a guardare fisso davanti a sé. Non vuole vedermi piangere? Ma non c’è problema, perché tanto non sto piangendo. Non ora.

In uno dei miei momenti di gossip su di te, ho scoperto che alla festa ci saresti stato anche tu.

Cosa?! Clay Jensen a una festa? Incredibile.

Il fine se imana studio sempre. Quasi tu i i miei insegnanti me ono i compiti in classe al lunedì. Non è mica colpa mia.

E non ero l’unica a pensarlo: la gente intorno a me non parlava d’altro.

Nessuno riusciva a capire come mai tu non andassi mai alle feste.

Ovviamente, ognuno aveva una sua ipotesi. Ma indovina un po’? Sì, esa o.

Erano tu e positive.

Figuriamoci.

Come già sapete, visto che Tyler non è così alto da poter spiare dentro una finestra posta al secondo piano, sga aiolare fuori dalla mia camera non è molto difficile. E quella sera non potevo certo mancare. Ma niente conclusioni affre ate: prima di allora, ero sgusciata fuori di casa solo altre due volte.

Okay, tre. Forse qua ro. Cinque al massimo.

Per quelli di voi che non sanno di che festa sto parlando, c’è una stella rossa sulle vostre mappe. Una bella stellona, tu a colorata di rosso. C-6.

Co onwood Street, 512.

È lì che stiamo andando?

Ah… ora è tu o più chiaro. Ora alcuni di voi hanno finalmente capito dove e quando entreranno in ballo. Ma dovrete aspe are che il vostro nome salti fuori per sapere cosa intendo raccontare. Di preciso.

Quella sera, ho pensato che andare alla festa a piedi sarebbe stato bello.

Rilassante. Aveva piovuto molto in se imana e ricordo che le nuvole erano ancora molto basse e spesse. Non faceva nemmeno troppo freddo. Era il mio clima preferito in assoluto.

Anche il mio.

Pura magia. È buffo. Passando accanto alle abitazioni lungo il tragi o, ho avuto la sensazione che la vita fosse ancora piena di possibilità.

Possibilità infinite. E per la prima volta dopo tanto tempo, sono tornata a sperare.

Anch’io. Mi sono quasi imposto di uscire di casa e di andare alla festa. Ero pronto per qualcosa di nuovo. Qualcosa di eccitante.

Tornare a sperare? Direi che forse ho male interpretato la situazione.

E ora? Sapendo quello che è successo tra Hannah e me, ci andrei lo stesso? Anche se poi non dovesse cambiare niente?

Era solo la calma prima della tempesta.

p p

Sì. Ci andrei. Anche se il risultato finale fosse lo stesso.

Mi sono infilata una gonna nera e una maglia con il cappuccio in tinta.

Poi, lungo il percorso, ho fa o una deviazione di tre isolati fino alla mia vecchia casa; quella in cui abitavo quando ci siamo trasferiti in ci à. La prima stella rossa del primo lato della prima casse a. La veranda era illuminata e, nel garage, c’era una macchina con il motore acceso.

Ma il portellone del garage era abbassato.

Non c’è nessun altro che lo sa? Nessuno sa che quella è anche la casa del tizio di prima? Quello dell’incidente. Quello che ha ucciso con la sua auto un ragazzo della nostra scuola?

Ho smesso di camminare e, per quello che mi è sembrato un tempo infinito, sono rimasta lì in piedi sul marciapiede a guardare. Come ipnotizzata. Un’altra famiglia in casa mia. Non avevo idea di chi fossero o di cosa facessero, né di come fosse la loro vita.

Il portellone del garage ha cominciato ad alzarsi, e nell’alone rosso dei fanali di coda, ho intravisto un uomo che ha finito per sollevarlo del tu o.

Poi è salito in macchina, è uscito in retromarcia lungo il viale o, e se n’è andato.

Come mai non si sia fermato, come mai non mi abbia chiesto perché me ne stavo lì impalata a fissare casa sua, non lo so proprio. Forse avrà pensato che volessi perme ergli di uscire in retromarcia prima di continuare la mia allegra passeggiata.

A ogni modo, è stato un momento surreale. Due persone – io e lui –, la stessa casa. Eppure lui se n’è partito senza sapere niente del suo legame con me, la ragazza del marciapiede. E per qualche motivo, in quel momento, l’aria mi è sembrata terribilmente pesante. Piena di solitudine. Quella solitudine mi è rimasta addosso per il resto della serata.

Anche i momenti migliori della festa sono stati comunque influenzati da quell’unico episodio – da quell’unico non-incontro – di fronte alla mia ex casa. La mancanza d’interesse mostrata da quell’uomo nei miei confronti era sintomatica. Il fa o che io avessi vissuto in quella casa non significava niente. Non si può rivivere il passato. O quello che noi crediamo essere il passato.

Quello che hai è solo il presente.

Neanche noi che siamo su queste casse e possiamo rivivere il passato. Non possiamo non trovare un pacco sullo zerbino di casa. O

p p p

nella buca delle le ere. Da quel momento in poi non siamo più gli stessi.

Il che spiega la mia reazione eccessiva, Clay. Per questo voglio che tu riceva queste casse e. Per spiegarti. Per dirti che mi dispiace.

Se ne ricorda anche lei? Si ricorda che quella sera le ho chiesto scusa? È per questo che vuole scusarsi con me?

La festa era già in pieno fermento quando sono arrivata io. La maggior parte della gente, a differenza di me, non doveva aspe are che i genitori si addormentassero per poter uscire.

Assiepata all’ingresso, c’era la solita folla di tipi ubriachi fradici, pronti a salutare tu i i nuovi ospiti con il bicchiere alzato. Pensavo che Hannah fosse un nome difficile da pronunciare, ma se la sono cavata piu osto bene.

Metà di loro continuava a ripetere il mio nome, cercando di azzeccarne la pronuncia. L’altra metà rideva e basta.

Ma erano innocui. Gli ubriachi simpatici sono un’aggiunta perfe a in ogni festa. Non cercano di fare a bo e. Non ci provano con le ragazze.

Pensano solo a bere e a ridere.

Me li ricordo eccome. Erano gli idoli della festa. «Clay! Che diavolo ci fai qui? Ah-ah-ah-ah!»

La musica era alta e nessuno ballava. Poteva essere una festa qualunque… ecce o per un particolare.

Clay Jensen.

Appena arrivato, avrai suscitato di sicuro un sacco di commenti sarcastici, ma quando sono arrivata io, eri ormai parte integrante di quel casino. Anche se, a differenza degli altri, tu eri l’unico motivo per cui ero lì.

Visto tu o quello che stava succedendo nella mia vita – nella mia testa – avevo davvero voglia di parlare con te. Parlare seriamente. Almeno per una volta. Cosa che non riuscivamo mai a fare a scuola. Né al lavoro. Avere l’occasione di chiederti: chi sei?

Non riuscivamo mai a farlo perché io avevo paura. Paura di non avere chance con te.

Lo pensavo davvero. E in fondo mi andava bene così. Cosa sarebbe successo se avessi imparato a conoscerti e ti fossi rivelata l’Hannah di cui tu i sparlavano? Se fossi stata diversa da come speravo?

Era la cosa che mi avrebbe fa o soffrire di più in assoluto.

E mentre ero in fila in cucina, in a esa di riempirmi il bicchiere per lap prima volta, tu sei arrivato alle mie spalle.

E mentre ero in fila in cucina, in a esa di riempirmi il bicchiere per lap prima volta, tu sei arrivato alle mie spalle.

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