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Casse a 6: lato A

Nel documento L autore. Visita il suo blog Seguilo su Twi (pagine 172-188)

Tony toglie le chiavi dal quadro. Ha bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi mentre parla. «È da quando siamo partiti che cerco di trovare il modo migliore per dirtelo. Anche mentre eravamo qui seduti. Anche mentre tu vomitavi l’anima.»

«Hai notato che non ti ho vomitato in macchina.»

«Sì.» Sorride, guardando le chiavi. «Grazie. Ho apprezzato il gesto.»

Chiudo la portiera. Lo stomaco si sta riprendendo.

«È venuta a casa mia» dice Tony. «Hannah. E quella è stata la mia chance.»

«Per cosa?»

«Clay, le avvisaglie c’erano tu e.»

«Anch’io ho avuto la mia chance» gli dico. Mi levo le cuffie e le appendo al ginocchio. «Alla festa. Quando ci siamo baciati, lei è uscita di testa. E non ho capito il perché. Quella è stata la mia chance.»

Dentro la macchina è buio. E tranquillo. Con i finestrini alzati, il mondo esterno sembra in preda a un sonno profondo.

«Siamo tu i colpevoli» riba e lui. «Almeno un po’.»

«Insomma, è venuta a casa tua» dico.

«Con la bici. Quella con cui andava sempre a scuola.»

«Quella blu. Fammi indovinare. Tu eri impegnato a trafficare con la macchina.»

Tony ride. «Che novità, eh? Ma non era mai venuta a casa mia, perciò ero un po’ sorpreso. Sai, a scuola andavamo abbastanza d’accordo, quindi non ho dato molto peso alla cosa. Quello che mi è sembrato strano, però, è stato il motivo della visita.»

«Ovvero?»

Guarda fuori dal finestrino, e mi accorgo che fa un respiro profondo. «È venuta da me per darmi la sua bici.»

Le sue parole rimangono lì, sospese. Indisturbate. Per un tempo dolorosamente lungo.

«Voleva che la tenessi io. A lei non serviva più. Quando le ho chiesto come mai, si è stre a nelle spalle. Non c’era un motivo. Ma era un campanello d’allarme. E io non ci ho fa o caso.»

Riassumo uno dei punti sul volantino di scuola: «Dare via beni personali».

Tony annuisce. «Ha de o che ero l’unico, secondo lei, che poteva averne bisogno. Sono quello che ha la macchina più vecchia di tu i a scuola, ha de o, e se dovessi ritrovarmi appiedato, è importante avere un piano di riserva.»

«Ma questa bellezza non si rompe mai.»

«Questo catorcio si rompe in continuazione. È che riesco sempre ad aggiustarla. A ogni modo, le ho de o che non potevo acce are la sua bici. Non senza darle qualcosa in cambio.»

«E cosa le hai dato?»

«Non lo dimenticherò mai» dice, e si volta a guardarmi. «I suoi occhi, Clay, non si sono staccati da me un a imo. Continuava a fissarmi, e poi si è messa a piangere. Mentre mi guardava, hanno cominciato a scenderle le lacrime.»

Tony si asciuga lui stesso le lacrime, e si passa una mano lungo il labbro superiore. «Avrei dovuto fare qualcosa.»

I campanelli d’allarme c’erano eccome, per chiunque volesse vederli.

«E lei cosa ha chiesto?»

«Mi ha chiesto come facevo a fare le mie casse e, quelle che ascolto in macchina.» Appoggia indietro la testa e fa un respiro profondo. «Così, le ho de o del vecchio registratore di mio padre.»

Fa una pausa. «Poi, mi ha chiesto se avevo qualcosa per registrare la voce.»

«Dio.»

«Un registratore portatile o roba del genere. Qualcosa che non bisognava a accare alla spina ma che si poteva portare in giro. E non

le ho domandato a cosa le servisse. Le ho de o di aspe armi lì, che sarei andato a prenderlo.»

«E gliel’hai dato?»

Si volta verso di me, scuro in volto. «Non sapevo cosa volesse farne, Clay.»

«Tranquillo, non ti sto accusando di niente, Tony. Ma non ha fa o nessun accenno al perché le servisse?»

«Anche se gliel’avessi chiesto, pensi che mi avrebbe de o la verità?»

No. Quando è andata a casa di Tony, aveva già deciso. Se voleva essere fermata, essere salvata da se stessa, c’ero io per lei. Alla festa.

E lo sapeva.

Scuoto la testa. «Non te l’avrebbe mai de o.»

«Pochi giorni dopo» prosegue lui, «torno da scuola e trovo un pacco appoggiato sulla veranda di casa. Me lo porto in camera e comincio ad ascoltare le casse e. Ma non riesco a capire.»

«Ti ha lasciato un biglie o o qualcosa?»

«No. Solo le casse e. Ma non aveva alcun senso, perché io e lei avevamo insieme la terza ora e quel giorno c’eravamo visti a scuola.»

«Cosa?»

«Così, quando sono tornato a casa e ho cominciato ad ascoltare le casse e, le ho finite tu e in un a imo. Premendo FAST-FORWARD, per vedere se c’ero anch’io. Ma niente. A quel punto, ho capito che doveva avermi spedito il secondo gruppo di casse e. Così, ho cercato il suo numero sull’elenco, e ho chiamato casa sua, ma non rispondeva nessuno. Ho chiamato il negozio dei suoi. Gli ho chiesto se Hannah era lì, e loro mi hanno domandato se era successo qualcosa perché dovevo sembrare un pazzo al telefono.»

«E cosa gli hai de o?»

«Gli ho de o che c’era un problema e che dovevano rintracciarla subito. Ma non ho avuto il coraggio di spiegargli il perché.» Fa un piccolo respiro, incerto. «E il giorno dopo non si è presentata a scuola.»

Voglio dirgli che mi dispiace, che non oso immaginare come si dev’essere sentito. Ma poi penso a domani, alle lezioni a scuola, e mi

rendo conto che lo scoprirò presto; rivedendo per la prima volta le altre persone presenti sulle casse e.

«Quel giorno sono tornato a casa prima» continua. «Ho de o che non mi sentivo molto bene. E mi ci sono voluti diversi giorni per riprendermi. Ma quando sono tornato a scuola, Justin Foley aveva una faccia terribile. Poi Alex. E ho pensato, okay, molta di questa gente se lo merita, perciò farò come ha de o lei: farò in modo che tu e le persone della lista ascoltino quello che ha da dire.»

«Ma come fai a tenere il conto?» chiedo. «Come hai fa o a sapere che ora ce le avevo io?»

«Con te è stato facile. Mi hai rubato il walkman, Clay.»

Ridiamo entrambi. Ed è una sensazione piacevole. Una valvola di sfogo. Come ridere a un funerale. Di ca ivo gusto, ma ci vuole.

«Con gli altri, è stato un po’ più complicato. Appena suonava l’ultima campanella, mi fiondavo subito in macchina e andavo a parcheggiarmi il più vicino possibile all’uscita della scuola. Quando vedevo uscire il prossimo o la prossima sulla lista, sapendo che erano già trascorsi un paio di giorni da quando la persona precedente aveva ascoltato le casse e, li chiamavo per nome, e facevo loro segno di avvicinarsi.»

«E poi gli chiedevi se avevano ricevuto le casse e?»

«No. Avrebbero negato, giusto? Invece, non appena si avvicinavano, io mostravo loro una casse a e gli dicevo di salire in macchina, perché c’era una canzone che volevo fargli sentire. A quel punto, mi bastava osservare la loro reazione.»

«E poi inserivi una delle sue casse e?»

«No, altrimenti scappavano subito via, dovevo inventarmi qualcosa, così facevo ascoltare loro una canzone. Una qualunque. E quelli se ne stavano seduti lì, dove sei tu adesso, a domandarsi perché diavolo gli stessi facendo ascoltare quella canzone. Ma se invece avevo ragione, il loro sguardo diventava opaco, come se fossero su un altro pianeta.»

«Ma perché proprio tu? Perché le ha date a te?»

«Non lo so. L’unica spiegazione plausibile è che sono stato io a darle il registratore. Avrà pensato che ci avrei potuto rime ere anch’io e che, quindi, non mi sarei tirato indietro.»

«Non sei sulle casse e, ma ne fai parte comunque.»q

Si volta a fissare il parabrezza e stringe forte il volante. «Devo andare.»

«Non volevo insinuare niente. Te lo giuro.»

«Lo so. Ma è tardi. Mio padre comincerà a pensare che sono rimasto in panne da qualche parte.»

«Non vuoi che si me a a trafficare sulla tua macchina?» afferro la maniglia e poi, ricordandomene di colpo, mollo la presa e tiro fuori il cellulare. «Devo chiederti un favore. Ti va di fare un saluto a mia madre?»

«Certo.»

Scorro la rubrica, schiaccio CHIAMA, e lei mi risponde all’istante.

«Clay?»

«Ehi, mamma.»

«Dove sei?» sembra risentita.

«Te l’ho de o che rientravo tardi.»

«Lo so. Me l’hai de o. È che credevo che saresti già tornato, a quest’ora.»

«Mi dispiace. Ma ci me erò ancora un po’. Forse resto a dormire a casa di Tony.»

Con un tempismo perfe o: «Salve, signora Jensen».

Mi chiede se ho bevuto.

«Mamma, no. Te lo giuro.»

«In fondo, è per la ricerca di storia, no?»

Ho un tuffo al cuore. Vuole disperatamente credere alle mie scuse.

Ogni volta che le racconto una bugia, tenta di credermi a tu i i costi.

«Mi fido di te, Clay.»

Le dico che passerò da casa a prendere la mia roba prima di andare a scuola, e ria acco.

«Dove passerai la no e?» mi chiede Tony.

«Non lo so. Probabilmente tornerò a casa. Ma se poi non torno, non voglio che si preoccupi.»

Gira la chiave nel quadro e accende motore e fari. «Vuoi che ti dia uno strappo da qualche parte?»

Afferro la maniglia della portiera, e faccio un cenno con la testa verso la casa. «Qui è dove sono arrivato con la registrazione» dico.

«Ma grazie lo stesso.»

Lui ha lo sguardo fisso davanti a sé.

«Dico sul serio. Grazie infinite.» E non mi riferisco solo al passaggio in macchina. Ma a tu o quanto. A come lui ha reagito quando sono scoppiato a piangere. A come ha cercato di farmi ridere nella sera più bru a della mia vita.

È bello sapere che c’è qualcuno che capisce quello che sto ascoltando, quello che sto passando. In un certo senso, rende meno terribile il fa o di dover continuare con la registrazione.

Scendo e richiudo la portiera. La macchina riparte.

Schiaccio PLAY.

Rieccoci alla festa, miei cari ascoltatori. Ma non rilassatevi troppo, un minuto e ce ne andiamo.

Mezzo isolato più avanti, la Mustang di Tony si ferma all’incrocio, svolta a sinistra, e si allontana.

Se il tempo fosse un filo rosso che collega tu e le vostre storie, la festa sarebbe il punto dove tu i i nodi vengono al pe ine. E quei nodi continuano a crescere, diventando sempre più ingarbugliati, fino a trascinare dentro anche le altre storie.

Quando Justin e io abbiamo finalmente smesso di guardarci in modo terribile e penoso, io ho a raversato il corridoio e sono tornata in mezzo alla folla. O meglio, ho iniziato a barcollare in mezzo alla folla. Non tanto per l’alcol. Ma per tu o il resto.

Mi siedo sul marciapiede, a pochi passi da dove ho vomitato fuori dalla macchina di Tony. Se la persona che vive qui – in effe i, non ho idea di chi avesse organizzato la festa – vuole uscire fuori a chiedermi di andarmene, ben venga. Anzi, spero proprio che lo faccia.

Mi sono aggrappata prima al pianoforte. Poi al seggiolino. E mi sono seduta.

Volevo andarmene, ma dove? Non potevo mica tornare a casa. Non ancora.

E comunque, come facevo ad andarmene? Ero troppo debole per camminare. O almeno, così mi sembrava. Ma in realtà, ero troppo debole anche solo per provarci. L’unica cosa certa era che volevo andarmene via senza pensare più a niente e a nessuno.

Poi, una mano mi ha toccato la spalla. Una specie di pizzico o.

Jenny Kur .

La cheerleader dell’ufficio studenti.

Jenny, questa casse a è per te.

Lascio cadere la testa contro le ginocchia.

Jenny mi ha chiesto se avevo bisogno di un passaggio e mi è quasi venuto da ridere. Si vedeva così tanto? Ero davvero messa così male?

Così, mi sono aggrappata al suo braccio e lei mi ha aiutata ad alzarmi.

Una sensazione piacevole, lasciare che qualcuno mi aiutasse. Poi siamo uscite dalla porta principale, tra una folla di gente collassata sulla veranda o intenta a sfumacchiare in cortile.

Da qualche parte, nel fra empo, io continuavo ad a raversare a piedi un isolato dopo l’altro, cercando di capire come mai avevo lasciato la festa. Cercando di comprendere, di razionalizzare, quello che era appena successo tra me e Hannah.

Il marciapiede era umido. I miei piedi, pesanti e intorpiditi, si trascinavano a stento. Io cercavo di sentire il suono di ogni cio olo e di ogni foglia che calpestavo. Volevo sentire ogni cosa. Pur di coprire la musica e le voci alle mie spalle.

Malgrado la distanza, riuscivo ancora a sentire quella musica.

A utita. Ova ata. Come se non potessi allontanarmi a sufficienza.

E ricordo ancora ogni singola canzone.

Jenny, tu non hai aperto bocca. Non mi hai fa o domande. Ed ero così sollevata. Forse ti sono capitate cose o hai visto capitare cose alle feste, che non si possono raccontare. O almeno non subito. Il che è piu osto calzante, perché non ho mai raccontato a nessuno quello che sto per dire.

O meglio… sì… ho provato a parlarne. Una volta. Ma lui non ha voluto saperne.

pÈ la storia numero dodici? La tredici? O qualcosa che non c’entra niente? Uno dei tanti nomi scri i su quel foglio di cui Hannah non vuole parlare?

Così, Jenny, mi hai accompagnata alla tua auto. E anche se avevo la testa altrove – lo sguardo perso nel vuoto – ho avvertito la tua presenza. Mi hai sorre o il braccio con grande cura, mentre mi facevi accomodare sul sedile del passeggero. Poi mi hai allacciato la cintura, sei salita in macchina, e siamo partite.

Quello che è successo dopo, non lo so di preciso. Non ero a enta, perché nella tua auto mi sentivo al sicuro. L’aria all’interno era tiepida e confortante. Il rumore dei tergicristalli, azionati al minimo, mi ha cullato gentilmente fuori dai miei pensieri e dentro l’abitacolo. Riportandomi così alla realtà.

Non pioveva granché, ma l’acqua offuscava il parabrezza quel tanto che bastava per avvolgere tu o in un’atmosfera da sogno. Ed era quello che mi serviva. Per impedire al mio mondo di diventare troppo reale, troppo in fre a.

E poi… lo schianto. Non c’è niente di meglio di un incidente per farti tornare di colpo alla normalità.

Un incidente? Un altro? Due nella stessa sera? Com’è che non ne ho sentito parlare?

La ruota anteriore destra ha preso in pieno il marciapiede e c’è salita sopra. Un palo di legno ha sba uto contro il paraurti, spezzandosi in due come uno stuzzicadenti.

Dio. No.

Il segnale di Stop è caduto all’indietro, davanti ai tuoi fari. È finito so o le ruote e tu hai gridato, affondando il piede sul freno. Nello specchie o laterale ho intravisto scintille alzarsi dall’asfalto mentre la macchina finiva la sua corsa in derapata.

Okay, ora sì che ero sveglia.

Siamo rimaste un a imo lì sedute, con lo sguardo fisso oltre il parabrezza. Nessuna parola, nessuno sguardo tra di noi. I tergicristalli spostavano la pioggia da una parte all’altra. E le mie mani erano ancora aggrappate alla cintura di sicurezza, felici che avessimo travolto solo un cartello.

L’incidente tra l’uomo anziano e il ragazzo della nostra scuola.

Hannah ne era a conoscenza? Sapeva che era stata Jenny a causarlo?

La tua portiera si è aperta e io ti ho vista fare il giro della macchina, chinandoti poi tra i due fari a controllare i danni. Hai passato una mano sull’ammaccatura e hai piegato la testa in avanti. Non riuscivo a capire se eri incazzata. O se stavi piangendo.

Forse ridevi del fa o che l’intera serata si era rivelata un incubo?

So già dove andare. Non mi serve la mappa. So esa amente dov’è la prossima stella, quindi mi alzo e mi avvio.

L’ammaccatura non era grave. Voglio dire, non era certo bella, ma immagino ti sarai sentita sollevata. Poteva andarci peggio. Molto, molto peggio. Per esempio… avremmo potuto investire qualcos’altro.

Lo sa eccome.

Una persona.

Qualunque cosa stessi pensando, ti sei comunque rialzata con una faccia priva di espressione. Ferma lì in piedi, a guardare il danno e a scuotere la testa.

Poi hai incrociato il mio sguardo. E sono sicura di averti vista scura in volto, anche se solo per un a imo. Ma quell’espressione tetra si è subito tramutata in un sorriso. Seguito da un’alzata di spalle.

E qual è stata la prima cosa che hai de o non appena sei risalita in macchina? «Non ci voleva proprio.» Poi hai inserito la chiave nel quadro e… io ti ho bloccata. Non potevo farti ripartire così.

All’incrocio dove Tony ha svoltato a sinistra, io giro a destra. È a poca distanza da qui. Il cartello con il segnale di Stop.

Tu hai chiuso gli occhi e hai de o: «Hannah, non sono ubriaca».

Non ti ho mica accusata di essere ubriaca, Jenny. Solo, mi chiedevo come diavolo avessi fa o a uscire di strada.

«Piove» ti sei giustificata.

E in effe i, sì, piovigginava. A malapena.

Ti ho chiesto di parcheggiare.

Mi hai risposto di essere ragionevole. Abitavamo entrambe poco lontano e avresti imboccato solo strade secondarie, come se questo facesse qualche differenza.

Lo vedo. Un palo di metallo che regge un segnale di Stop, con tanto di le ere catarifrangenti, visibili fin da qui. Ma la sera

g q

dell’incidente, era diverso. Le le ere non erano catarifrangenti e il cartello era fissato a un semplice palo di legno.

«Hannah, non devi preoccuparti» hai de o. E ti sei messa a ridere.

«Nessuno rispe a i segnali di Stop. Tirano tu i dri o. Così, ora che non c’è più il segnale, la cosa è anche legale. Capisci? La gente mi ringrazierà.»

Ti ho chiesto di nuovo di parcheggiare. Avremmo trovato un passaggio a casa con qualcuno alla festa. L’indomani ma ina presto sarei venuta a prenderti e ti avrei riaccompagnata alla macchina.

Ma tu hai tentato di nuovo di tranquillizzarmi. «Hannah, ascolta.»

«Parcheggia» ho insistito. «Te lo chiedo per favore.»

E poi mi hai de o di scendere. Io mi sono rifiutata. Ho tentato di farti ragionare. Per fortuna si tra ava solo di un cartello. Chissà cosa poteva succedere se ti lasciavo guidare fino a casa.

Ma tu, ancora una volta: «Scendi».

Sono rimasta seduta a lungo con gli occhi chiusi, ad ascoltare la pioggia e i tergicristalli.

«Hannah! Ti ho de o… di scendere!»

Così, alla fine, ho ceduto. Ho aperto la portiera e sono scesa. Ma non l’ho richiusa. Mi sono voltata a guardarti. E tu fissavi il parabrezza – tra i tergicristalli – aggrappata al volante.

Manca ancora un isolato, ma non riesco a staccare gli occhi dal segnale di Stop, dri o davanti a me.

Ti ho chiesto se potevo usare il tuo cellulare. L’ho visto appoggiato lì, nel vano so o l’autoradio.

«A che ti serve?» mi hai domandato.

Non so perché ti ho de o la verità. Avrei dovuto mentirti. «Dobbiamo avvertire qualcuno del cartello.»

Tu tenevi lo sguardo fisso davanti a te. «La rintracceranno.

Rintracceranno la chiamata, Hannah.» Poi hai acceso il motore e mi hai de o di chiudere la portiera.

Io non l’ho fa o.

Così hai inserito la retromarcia e io mi sono dovuta scansare all’indietro per evitare che la portiera mi travolgesse.

Te ne sei fregata che il cartello di metallo schiacciasse – o meglio, gra asse – la parte so o della macchina. Quando te ne sei liberata, è

rimasto lì davanti ai miei piedi, tu o deformato e coperto di graffi color argento.

Hai fa o rombare il motore, io ho colto l’avvertimento e sono risalita sul marciapiede.

Poi sei partita di sca o, provocando la chiusura della portiera rimasta aperta, mentre acquistavi gradualmente velocità… e l’hai fa a franca.

In effe i, l’hai fa a franca con qualcosa di molto più grave che non il semplice abba imento di un cartello stradale, Jenny.

E ancora una volta, io avrei potuto impedirlo… in qualche modo.

Avremmo tu i potuto impedirlo. Tu i avremmo potuto impedire qualcosa. I pe egolezzi. Lo stupro.

Il tuo gesto.

Il tuo gesto.

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