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Casse a 3: lato B

Nel documento L autore. Visita il suo blog Seguilo su Twi (pagine 89-111)

Quanti di voi ricordano i test “Oh My Dollar Valentine”?

Quanti di noi preferirebbero dimenticarli?

Erano divertenti, vero? Fai un test, un computer analizza le tue risposte, e le confronta con quelle di tu i gli altri partecipanti. Con un dollaro, o ieni nome e numero di telefono della tua vera, unica, anima gemella. Con cinque, o ieni i top five della tua lista. E, quasi dimenticavo! Tu o il ricavato viene devoluto per una buona causa, no?

Il campo vacanze delle cheerleader.

Il Cheer Camp.

Ogni ma ina gli altoparlanti lanciavano gli allegri annunci:

“A enzione, restano solo qua ro giorni per fare il test. Qua ro giorni di solitudine prima di scoprire nome e cognome del vostro vero amore”.

E ogni ma ina, una nuova frizzante cheerleader proseguiva il conto alla rovescia. “Solo tre giorni… due giorni… un giorno… Oggi è il grande giorno!”

A ogni metro di marciapiede che guadagno tra la casa di Tyler, Marcus e me, i muscoli delle mie spalle si rilassano un po’ di più.

Poi l’intero squadrone di cheerleader cantava: “Oh my dollar, Oh my dollar, Oh my dollar Valentine!”.

Seguito ovviamente da un’esplosione di hip-hip-hurrà, strilla e gridolini.

Le ho sempre immaginate intente a fare spaccate e a lanciare i pompon in giro per la segreteria.

Una volta sono passato lì accanto mentre sbrigavo una commissione per un’insegnante, ed è esa amente quello che stavano facendo.

Ebbene sì, l’ho fa o anch’io. Ho sempre avuto una grande passione per i test. Se per caso mi avete beccata a leggere uno di quei giornale i per ragazze, giuro che non era per i consigli sul trucco. Era per i test.

Tu non ti truccavi mai, Hannah. Non ne avevi bisogno.

Okay, certi consigli per i capelli o l’ombre o erano utili.

Ti truccavi?

Ma li compravo solo per i test. I consigli erano un di più.

Vi ricordate quelli sui percorsi di studio che dovevamo fare in prima liceo, quelli che dovevano aiutarci a scegliere le materie facoltative? Ecco, in base alle mie risposte, sarei potuta diventare un’o ima taglialegna. E se non avessi fa o fortuna come taglialegna, avrei potuto ripiegare su una carriera da astronauta.

Astronauta o taglialegna? Sul serio? Grazie tante.

La mia carriera di ripiego non me la ricordo, ma il taglialegna è venuto fuori anche a me. Mi sono chiesto come mai, a de a del test, quella fosse la mia carriera ideale. Avevo risposto che mi piace stare all’aperto, ma a chi non piace? Non per questo devo me ermi ad abba ere alberi.

Il test “Oh My Dollar Valentine” era diviso in due parti. Nella prima, descrivevi te stesso. Colore dei capelli. Colore degli occhi. Altezza.

Corporatura. Musica e film preferiti. Poi dovevi me ere una croce a accanto alle tre cose che preferisci fare durante il weekend; l’assurdo è che chiunque abbia stilato le opzioni si è scordato di inserire il bere e il sesso, ovvero le a ività più ge onate tra gli studenti.

In tu o c’erano circa venti domande. E visti i nomi comparsi sulla mia lista, so per certo che non tu i hanno risposto con sincerità.

In mezzo al marciapiede, so o un lampione, c’è una panchina di metallo verde scuro. Un tempo, era forse una fermata dell’autobus.

Ora, è solo una panchina dove riposare. Per gli anziani o per chiunque sia stanco di camminare.

Come me.

Nella seconda parte del test, bisognava descrivere quello che uno cercava nella propria anima gemella. L’altezza. La corporatura. Se lo volevi atletico oppure no. Timido oppure estroverso.

Siedo sul metallo freddo e mi piego in avanti, prendendomi la testa fra le mani. Sono a pochi isolati da casa mia, e non so dove

andare. p

Nel fare il test, mi sono accorta che stavo descrivendo una persona ben precisa della scuola.

Avrei dovuto prenderlo sul serio, quel test.

Se tu e le mie risposte erano riferite alla stessa persona, mi sarei aspe ata come minimo di ritrovare il suo nome nella mia top five. Ma doveva essere una persona immune alle cheerleader e ai loro richiami, dato che non è comparso da nessuna parte sulla mia lista.

No, non intendo rivelarvi il suo nome… per adesso.

Io, invece, ho risposto spacciandomi per il giovane Holden.

Salinger era l’autore in programma per quel semestre, e il protagonista del suo romanzo il primo nome che mi è venuto in mente.

Holden. Che pessima figura farebbe a un primo appuntamento quel depresso cronico.

Non appena hanno distribuito il test durante l’ora di storia, la terza della giornata, ho cominciato subito a cerchiare le mie risposte.

C’erano diversi nomi strani sulla mia lista. Esa amente il genere di ragazze che potrebbero innamorarsi di uno come Holden Caulfield.

Era una delle tipiche lezioni di storia del prof Patrick: decifrare una serie di frasi scarabocchiate sulla lavagna cinque minuti prima dell’inizio dell’ora e ricopiarle sul quaderno. Chi finisce prima deve leggere da pagina o o a pagina novantaqua ro del manuale… senza addormentarsi.

E niente bisbigli.

Chi l’avrebbe mai de o che ognuna di quelle ragazze mi avrebbe conta ato per davvero? A scuola, pensavo che tu i lo considerassero solo un gioco. Un modo come un altro di raccogliere fondi per il Cheer Camp.

Dopo la scuola, sono andata dri a all’ufficio studenti. In cima al bancone, proprio accanto all’ingresso, c’era la scatola dove bisognava depositare il test: una grossa scatola da scarpe con una fessura sul coperchio e ricoperta di cuoricini rossi e rosa ritagliati a mano. Su quelli rossi c’era scri o OH MY DOLLAR VALENTINE! Su quelli rosa c’era il simbolo del dollaro segnato in verde.

Ho piegato il foglio in due, l’ho infilato nella scatola, e mi sono voltata per andarmene. Ma la Benson era lì in piedi, sorridente come al solito.

«Hannah Baker?» ha de o. «Non sapevo che tu e Courtney Crimsen foste amiche.»

La mia faccia deve aver comunicato alla perfezione quello che pensavo, visto che la Benson ha subito fa o marcia indietro: «O almeno così sembrava. Così mi è parso. Voglio dire, siete amiche, no?».

Che razza di ficcanaso.

Ho subito pensato a Tyler in piedi fuori dalla mia finestra… e non ci ho più visto! Si era messo a mostrare in giro le sue foto da guardone? Alla Benson?

No. Lei mi ha de o che quella ma ina era passata a consegnare alcuni assegni all’ufficio dell’annuario. Incollati alle pareti, aveva visto diversi provini destinati forse a essere pubblicati sul prossimo. Una foto in particolare ritraeva me e Courtney.

Bravi, avete indovinato. La foto della festa, con il braccio a orno alla sua vita, e la faccia di una che si sta divertendo da impazzire.

Niente male come a rice, Hannah.

Le ho risposto: «No, ci conosciamo solo di vista».

«Comunque è davvero una bella foto» ha commentato. Poi ha aggiunto, e cito alla le era: «Il bello di un annuario è che tu i condividono con te lo stesso momento… per sempre».

Sembrava una frase da lei de a e ride a. E in passato, le avrei forse dato ragione. Ma non per quella foto. A vederla così, nessuno avrebbe mai condiviso il nostro momento. Nessuno avrebbe mai immaginato i miei pensieri durante lo sca o. O quelli di Courtney. O di Tyler.

Era tu o così falso.

In quel momento, in quell’ufficio, mi sono resa conto che nessuno conosceva davvero la verità su di me, e la mia immagine del mondo ha cominciato a vacillare.

Come quando uno guida lungo una strada piena di buche e all’improvviso perde il controllo dell’auto, con il rischio – per un a imo – di finire fuori strada. Le ruote sollevano un po’ di polvere, ma alla fine riesci a rime erti in carreggiata. Eppure, anche se stringi forte il volante, anche se ti sforzi di guidare dri o, c’è qualcosa che ti ribu a fuori. Ormai non hai quasi più il controllo su niente. E a un certo punto, lo sforzo per restare in

q p p f p

pista diventa troppo pesante, troppo faticoso, e cominci a pensare di ge are la spugna. Di aprire le porte alla tragedia. O a qualunque cosa debba succedere.

Mi stringo la testa, premendo le dita con forza contro l’a accatura dei capelli, i pollici sulle tempie.

In quella foto, Courtney avrà di sicuro sfoderato un sorriso smagliante.

Finto, ma smagliante.

E invece no. Ma tu non potevi saperlo.

Vedete, Courtney pensava di potermi sballo are a destra e a sinistra. Ma io non gliel’ho permesso. Sono riuscita a rime ermi in pista giusto il tempo di scaraventare lei fuori strada… anche se solo per un istante.

E ora? Il test. Il giorno di San Valentino. L’ennesima occasione per schiantarsi contro un muro? Per quelli che troveranno il mio nome sulla loro lista, il test sarà la scusa di cui avevano bisogno per chiedermi di uscire?

E saranno contenti di uscire con me solo per via dei pe egolezzi che girano?

Ho guardato la fessura della scatola da scarpe, troppo so ile per infilarci dentro le dita. Ma potrei sollevare il coperchio e recuperare il test. Un gioco da ragazzi. La Benson vorrà una spiegazione e io potrei fingere di essere imbarazzata all’idea di far circolare un mio test sull’amore. Sono sicura che capirebbe.

Oppure… posso aspe are e vedere.

Se non mi fossi comportato da stupido, se fossi stato sincero nel test, avrei descri o Hannah. E forse avremmo avuto modo di parlare. Parlare seriamente. E non solo del più e del meno come la scorsa estate al cinema.

Ma non l’ho fa o. Non ci ho pensato.

La maggior parte degli studenti riderà, come penso, della propria lista, senza darle alcun peso? Oppure la useranno per davvero?

Se il nome e il numero di telefono di Hannah fossero comparsi sulla mia lista, l’avrei chiamata?

Sprofondo sulla panchina fredda, piegando la testa all’indietro.

Molto all’indietro: la punta della spina dorsale potrebbe spezzarsi se spingessi un po’ di più.

Non succederà niente di male, mi sono de a. Il test è solo un gioco.

Nessuno lo userà per davvero. Calmati, Hannah. Non ti stai tirando la zappa sui piedi.

Ma se avessi avuto ragione io – se così si può dire – se avessi volutamente offerto a qualcuno la scusa buona per me ere alla prova le dicerie sul mio conto… ecco… non saprei. Forse non me ne sarebbe fregato niente. O forse mi sarei incazzata.

O ci avrei rinunciato e avrei ge ato la spugna.

In quell’occasione, per la prima volta, ho valutato i benefici del ge are la spugna. È diventata persino una fonte di speranza.

Dalla festa d’addio di Kat non sono più riuscito a sme ere di pensare ad Hannah. Al suo aspe o. Al suo modo di comportarsi. Al fa o che sembrava diversissima da quello che si diceva in giro. Ma avevo troppa paura per scoprirlo con certezza. Troppa paura che mi ridesse in faccia se le avessi chiesto di uscire.

Troppa paura e basta.

Quali erano le mie opzioni? Pessimista. Potevo uscire da quell’ufficio con in mano il mio test. O imista. Potevo uscire e sperare per il meglio. Alla fine, ho lasciato il test nella scatola, incerta su cosa fossi davvero.

O imista? Pessimista?

Nessuna delle due. Solo stupida.

Chiudo gli occhi, concentrandomi sull’aria fresca che mi avvolge.

Quando la scorsa estate ho fa o domanda di assunzione giù al cinema, ho finto di essere sorpreso che anche Hannah lavorasse lì.

Ma era lei il vero motivo per cui ho fa o domanda.

«E il grande momento è arrivato!» ha de o la cheerleader, piena di entusiasmo, ovviamente. «Passate a ritirare i risultati del test oggi stesso all’ufficio studenti.»

Il primo giorno di lavoro, mi hanno piazzato dietro al bar insieme a lei. Mi ha mostrato come versare il “burro” sui popcorn.

Ha de o che, se arrivava qualcuna che mi piaceva, bastava non me ere il burro nella parte inferiore del sacche o. Così, a metà film, la ragazza sarebbe stata costre a a uscire per chiederne dell’altro. A quel punto, non ci sarebbe stato quasi nessuno in giro, e avremmo potuto parlare con calma.

Ma non l’ho mai fa o. Perché era Hannah quella che m’interessava. E il pensiero che lei potesse farlo con altri mi faceva ingelosire.

Non avevo ancora deciso se mi andava davvero di scoprire con chi mi avesse accoppiata il test. Con la fortuna che mi ritrovo, sarà stato di sicuro un taglialegna. Ma passando accanto all’ufficio studenti e vedendo che non c’era nessuno in coda, ho pensato… o la va o la spacca.

Mi sono avvicinata al bancone e ho tentato di dire il mio nome, ma la cheerleader seduta al computer mi ha subito interro a.

«Grazie per il tuo sostegno alle cheerleader, Hannah.» Ha inclinato la testa da un lato, sorridendo. «Una frase stupida, vero? Ma vogliono che la dica a tu i.»

Mi sa che è la stessa cheerleader che ha consegnato i risultati a me.

Ha inserito il mio nome nel computer, ha premuto ENTER, e mi ha chiesto quanti nomi volevo. Uno, o cinque? Ho piazzato un biglie o da cinque dollari sul bancone. Lei ha digitato il numero 5 e una stampante ha sputato fuori la mia lista.

Mi ha de o che l’avevano messa rivolta verso gli utenti per evitare che le cheerleader cedessero alla tentazione di spiare i risultati delle liste. Così le persone non si sarebbero sentite in imbarazzo per i nomi capitati loro.

Le ho de o che era una buona idea e ho iniziato a leggere.

«Allora?» ha chiesto lei. «Chi ti è capitato?»

È la stessa che ha servito me, non c’è dubbio.

Scherzava, ovviamente.

No, invece.

Mezzo scherzando. Ho poggiato la mia lista sul bancone per fargliela vedere.

«Non male» ha osservato. «Oh, lui mi piace un sacco.»

Ho ammesso che come lista non era poi così terribile. Ma neanche da urlo.

Lei ha fa o spallucce, dicendo che era nella media. Poi mi ha confidato un piccolo segreto. Il test non era particolarmente a endibile.

Ecce o per gente in cerca di un depresso cronico come Holden Caulfield. Da questo punto di vista, il test si meritava il premio Nobel.

Abbiamo entrambe riconosciuto che due dei cinque nomi erano abbastanza ada i a me. Uno degli altri tre, invece, che non mi dispiaceva affa o, ha suscitato in lei la reazione opposta.

«No» ha dichiarato perentoria. La sua faccia, la sua postura hanno perso tu o l’entusiasmo. «Fidati… meglio di no.»

C’è anche lui sulle tue casse e, Hannah? È a lui che è dedicato questo nastro? Perché non credo sia dedicato alla cheerleader…

«Ma è carino» ho obie ato.

«Tu a apparenza» ha commentato lei.

Ha preso dalla cassa una mazze a di biglie i da cinque e ci ha messo il mio in cima, sfogliando poi l’intera mazze a per disporre tu i i pezzi nello stesso verso.

Non ho indagato oltre, ma avrei dovuto. E tra un paio di casse e scoprirete il perché.

Tra l’altro, non vi ho ancora de o il nome del protagonista di questa casse a. In realtà, non potevo trovare momento migliore per introdurlo, visto che ha fa o la sua comparsa proprio in quell’istante.

Ancora una volta, non sono io.

Qualcosa si è messo a vibrare. Un telefonino. Ho guardato la cheerleader, ma lei ha fa o cenno di no. Così ho bu ato lo zaino sul bancone, ho pescato il mio cellulare, e ho risposto.

«Hannah Baker» ha de o una voce. «Felice di vederti.»

«Chi parla?» ho chiesto.

«Indovina come ho avuto il tuo numero?» ha de o lui.

Ho risposto che non mi piacevano gli indovinelli, così ha ammesso: «Ho pagato per averlo».

«Hai pagato per avere il mio numero di telefono?»

La cheerleader si è portata la mano alla bocca, puntando il dito verso la lista: il risultato del test. Non ci posso credere, ho pensato. Qualcuno mi sta chiamando perché sono comparsa sulla sua lista? Stuzzicante, direi. Ma anche un po’ strano.

La cheerleader ha indicato i due nomi che avevamo giudicato come potenziali buoni partiti, ma ho scosso la testa. Conoscevo sufficientemente bene la loro voce per sapere che non era uno di loro. E non era nemmeno quello contro cui lei mi aveva messo in guardia.

Ho le o a voce alta gli altri due nomi.

«A quanto pare, tu sei comparsa sulla mia lista» ha de o lui, «ma nong viceversa.»

In realtà, sei comparso eccome sulla lista di Hannah. Ma una lista diversa. Una su cui dubito ti faccia piacere figurare.

Gli ho domandato in quale graduatoria mi trovavo.

Mi ha chiesto nuovamente di indovinare, poi ha aggiunto subito che stava scherzando. «Reggiti forte. Sei la mia numero uno.»

Ho ripetuto la sua risposta con il labiale – numero uno! – e la cheerleader ha iniziato a saltellare su e giù dall’entusiasmo. «Ma è fantastico!» mi ha sussurrato.

Poi il tipo mi ha chiesto se avevo già programmi per San Valentino.

«Dipende. Chi sei?»

Ma non mi ha risposto. Non ce n’era bisogno. Perché proprio in quell’istante, l’ho visto. In piedi, fuori dalla vetrata dell’ufficio. Marcus Cooley.

Ciao, Marcus.

Stringo le mandibole. Marcus. L’avrei dovuto colpire con la pietra quando ce l’ho avuto so o tiro.

Marcus, come voi ben sapete, è uno dei più grandi scansafatiche di tu a la scuola. Non di quelli sfigati, ma di quelli in gamba.

Chi l’avrebbe mai de o.

Fa crepare dalle risate. Infinite lezioni terribilmente noiose sono state ravvivate da una sua ba uta piazzata ad hoc. Perciò, lì per lì, non l’ho preso sul serio.

Malgrado fosse a pochi metri da me, in piedi dietro la vetrata, ho continuato a parlargli al cellulare. «Balle» ho de o. «Non sono sulla tua lista.»

Il suo sorrise o, di solito un po’ sciocco, mi è sembrato quasi sexy in quel frangente. «Perché? Secondo te non posso essere serio per una volta?» mi ha chiesto. E ha premuto la sua lista contro il vetro.

Anche se ero troppo lontana per riuscire a leggerne il contenuto, ho pensato che non me l’avrebbe mostrata se il mio nome non si fosse trovato davvero in cima. A ogni modo, ero convinta che scherzasse riguardo a San Valentino. Così ho pensato di spaventarlo un po’.

«Okay» ho bu ato lì. «A che ora facciamo?»

La cheerleader si è coperta la faccia con tu ’e due le mani, ma l’ho intravista arrossire fra le dita.

Non so, forse se non ci fosse stata lei a fare il tifo per me, dubito che avrei acce ato di uscirci insieme così in fre a. Ma era solo per scherzo. Tanto per dare a lei qualcosa di cui sparlare durante gli allenamenti.

Ora è toccato a Marcus arrossire. «Oh… umm… okay… bene… Che ne diresti di Rosie’s? Sai, per un gelato.»

E-5. Ho notato la stella rossa sulla mappa quando ero sull’autobus. Ho riconosciuto subito la zona, ma non il locale; anche se ci sarei dovuto arrivare. Rosie’s Diner: il gelato più buono e gli hamburger con patatine più unte di tu a la ci à.

La mia risposta è sembrata sarcastica. «Un gelato?» Ma non intendeva esserlo. Un appuntamento con gelato era così… carino. Ho acce ato di incontrarlo da Rosie’s dopo la scuola. De o questo, abbiamo ria accato.

La cheerleader ha sba uto le mani sul bancone. «Devi assolutamente

La cheerleader ha sba uto le mani sul bancone. «Devi assolutamente

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