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Casse a 4: lato B

Nel documento L autore. Visita il suo blog Seguilo su Twi (pagine 129-144)

Vi piacerebbe poter leggere nella mente altrui?

Certo. Tu i rispondono di sì a questa domanda, finché non iniziano a rifle ere a fondo sulle conseguenze.

Per esempio, cosa succederebbe se anche gli altri potessero leggere nella vostra mente? Se potessero farlo… in questo istante?

Vedrebbero confusione. Frustrazione. E anche un po’ di rabbia.

Sentirebbero le parole di una ragazza morta che echeggiano nella testa. Una ragazza che, a quanto pare, intende incolparti del suo suicidio.

A volte capita di pensare a cose che nemmeno noi riusciamo a capire.

Pensieri che non sono neanche veri – che non corrispondono al nostro vero stato d’animo – ma che ci frullano in testa solo perché rappresentano qualcosa di interessante su cui rifle ere.

Sistemo il portatovaglioli argentato così da avere di fronte a me l’immagine riflessa del séparé di Tony. Lui si appoggia contro lo schienale, pulendosi le mani con un tovagliolo.

Se uno potesse leggere nella mente di un altro, vedrebbe fume i reali, mescolati a fume i completamente assurdi. E non avrebbe modo di distinguere gli uni dagli altri. Roba da impazzire. Cos’è vero? Cos’è falso?

Miliardi di idee, ma che significano?

Io non so a cosa stia pensando Tony. E lo stesso può dire lui di me. Non sa che la voce proveniente dal suo walkman è quella di Hannah Baker.

È questo che mi piace della poesia. Più astra a è, meglio è… tipo che non sai mai bene di cosa stia parlando il poeta. Magari ne hai una vaga idea, ma

non puoi esserne certo. Ogni parola, accuratamente scelta, può avere un milione di significati diversi. È forse un’allegoria – un simbolo – per qualcos’altro? Fa forse parte di una più ampia, e più segreta, metafora?

Questa è l’o ava persona, Hannah. Se qui si parla di poesia, non si tra a di me. E non restano che cinque nomi.

Odiavo la poesia finché qualcuno non mi ha insegnato ad apprezzarla.

Questo qualcuno mi ha suggerito di leggere ogni poesia come fosse un rebus. Sta a noi decifrarne il codice, le parole, sulla base di tu o ciò che sappiamo della vita e delle emozioni.

Il poeta ha usato il rosso come simbolo del sangue? Della rabbia? Della passione? O la carriola ha quel colore solo perché l’agge ivo “rossa”

suonava meglio dell’agge ivo “nera”?

Me la ricordo quella poesia. L’abbiamo studiata in classe.

Abbiamo discusso a lungo sul significato del rosso. Ma non ricordo più a che conclusione siamo arrivati.

Lo stesso qualcuno che mi ha insegnato ad apprezzare la poesia mi ha insegnato anche l’importanza di comporre poesie in prima persona. È vero, non esiste modo migliore per esplorare le proprie emozioni che scrivere versi.

O incidere nastri.

Se sei arrabbiato, non è che devi per forza descrivere la causa della tua rabbia. Ma puoi scrivere una poesia arrabbiata. Quindi, fatelo anche voi…

Provate a scriverne una. So che almeno un pizzico di rabbia nei miei confronti ce l’avete.

E dopo averla scri a, provate a decifrarla fingendo di averla appena trovata su un libro e di non sapere assolutamente niente del suo autore. Si o engono risultati sorprendenti… e inquietanti. E costa comunque meno che andare dallo psicologo.

Io l’ho fa o per un po’. Scrivere poesie, intendo.

Magari uno psicologo ti avrebbe aiutata di più, Hannah.

Ho comprato un quaderno ad anelli per tenere insieme tu e le mie poesie. Un paio di volte la se imana, dopo la scuola, andavo al Monet e ne scrivevo una o due.

I primi tentativi non sono stati un granché. C’era poca profondità, poca finezza. Era tu o troppo gridato. Ma alcune mi sono venute abbastanza bene. O almeno, così mi sembra.

Poi, senza volerlo, ho memorizzato la prima poesia del quaderno. E malgrado tu i i miei sforzi, non sono più riuscita a levarmela dalla testa.

Perciò eccola qua, a vostro beneficio… o per dileggio.

Se il mio amore fosse mare, non esisterebbero più terre.

Se il mio amore fosse deserto, il mondo sarebbe di sabbia.

Se il mio amore fosse stella, la no e fonda sarebbe luminosa.

E se il mio amore sapesse volare, spiccherei il volo senza più tornare.

Avanti. Ridete pure. Ma tanto lo sapete anche voi che, se trovaste un biglie o d’auguri così, lo comprereste subito.

Ho una fi a in mezzo al pe o.

Sapere che sarei andata al Monet a scrivere poesie rendeva le giornate più tollerabili. Quando succedeva qualcosa di buffo, di sconvolgente o di doloroso, io pensavo subito: potrebbe uscirci una bella poesia.

Dietro di me, vedo Tony che se ne va. Il che è piu osto strano.

Per me queste casse e sono forse una forma di terapia poetica.

Come mai non si è fermato a salutarmi?

A raverso la vetrina del locale, lo guardo salire in macchina.

Ora che vi sto raccontando questi episodi, continuo a scoprire nuovi de agli. De agli su di me, certo, ma anche su di voi. Voi tu i.

Accende i fari.

E quanto più ci avviciniamo alla fine, tante più sono le connessioni che scopro per la prima volta. Connessioni profonde. Di alcune, vi ho parlato io stessa, collegando ogni storia alla successiva. Di altre, non vi ho de o niente.

La Mustang tremola mentre Tony fa rombare il motore. Poi, lentamente, la macchina indietreggia.

Può darsi abbiate scoperto relazioni che a me erano sfuggite. Può darsi che siate un passo avanti rispe o alla poetessa.

No, Hannah. Fatico a tenere il passo.

E quando pronuncerò le mie ultime parole… forse non le ultime in assoluto, ma le ultime di questa registrazione… vi ritroverete con una perfe a matassa emotiva, fa a di parole intrecciate le une alle altre.

Ovvero, una poesia.

Osservare la macchina di Tony a raverso la vetrina è come stare al cinema, con la Mustang che scompare lentamente fuori campo.

Eppure la luce dei fari non va a scemare, come invece dovrebbe, se l’auto continuasse davvero a procedere in retromarcia o se svoltasse in un senso o nell’altro. Al contrario, sparisce di colpo.

Come se Tony avesse spento i fari e basta.

A ripensarci bene, ho smesso di scrivere sul mio quaderno quando ho smesso di volermi conoscere per davvero.

Si è piazzato lì fuori, seduto in macchina, ad aspe are? Ma che cosa?

Se una canzone ti fa piangere e tu non hai più voglia di piangere, puoi sme ere di ascoltarla.

Ma non puoi sfuggire da te stesso. Non puoi decidere di sme ere di vederti. O di spegnere il rumore che hai in testa.

Una volta spenti i fari di Tony, la vetrina del locale torna a essere una striscia di vetro scuro. Di tanto in tanto, giù in fondo al parcheggio, una macchina a raversa la strada e un fascio di luce illumina il vetro da una parte all’altra.

Ma l’unica fonte di luce fissa, anche se distante, s’intravede a malapena nell’angolo in alto a sinistra. Una luce incerta, rosa e azzurra. La punta estrema dell’insegna del Crestmont occhieggia sopra i te i degli altri edifici circostanti.

Dio. Cosa non darei per poter rivivere quell’estate.

Quando eravamo soli, era facilissimo parlare con Hannah. Ridere con lei. Ma non appena arrivava qualcuno, diventavo timido. Facevo marcia indietro. Non sapevo più come comportarmi.

In quella minuscola biglie eria, simile a un acquario, l’unico modo che avevo di comunicare con i colleghi nell’atrio era un telefono rosso. Niente tasti da premere, solo una corne a. Ma ogni volta che la sollevavo e dall’altra parte mi rispondeva Hannah, mi agitavo subito. Come se io non la stessi chiamando a dieci metri di distanza, ma dire amente a casa sua.

«Ho bisogno di spiccioli» dicevo.

«Ancora?» rispondeva lei. Ma sempre con la voce sorridente. E ogni volta, sentivo le mie guance sco are per l’imbarazzo. Perché a essere onesto, quando c’era lei, richiedevo spiccioli molto più spesso rispe o alle volte in cui non c’era.

Un paio di minuti dopo, sentivo bussare alla porta, mi sistemavo la camicia e la facevo entrare. Hannah s’intrufolava all’interno con in mano la minuscola casse a dei contanti e mi si piazzava pericolosamente vicino, a cambiare le banconote di grosso taglio in pezzi piccoli. A volte, se non c’era tanto movimento, si me eva a sedere sulla mia sedia e mi diceva di chiudere la porta.

Ogni volta che succedeva, dovevo sforzarmi di tenere a bada l’immaginazione. In effe i, anche se eravamo in mostra su tre lati, tipo animali in una teca, e anche se lei lo diceva solo perché in teoria eravamo obbligati a tenerla chiusa, poteva lo stesso succedere di tu o in un posto tanto piccolo.

O almeno così speravo.

Quei momenti, per quanto rari e di breve durata, mi facevano sentire davvero speciale. Hannah Baker sceglieva di trascorrere i suoi momenti liberi con me. E siccome eravamo sul lavoro, la gente non si sarebbe fa a tante domande. Non avrebbe fa o supposizioni strane.

Ma perché? Perché, non appena ci vedeva qualcuno, facevo subito finta che non me ne importasse niente? Eravamo semplici colleghi di lavoro, ecco cosa volevo che pensassero. Quello non era divertimento. Ma lavoro.

Perché?

Perché Hannah aveva una certa reputazione. Una reputazione che mi faceva paura.

La verità è emersa poche se imane fa, a una festa, quando l’ho avuta di fronte a me. Un istante magico in cui tu o sembrava filare liscio.

Guardandola dri o negli occhi, non ho potuto fare a meno di chiederle scusa. Scusa per non averle rivelato prima quello che provavo per lei.

Per un a imo, sono riuscito a essere sincero. Con lei. Con me stesso. Ma dopo non ci sono più riuscito. Almeno fino a ora.

E adesso è troppo tardi.

Ecco perché, in questo preciso istante, provo un profondo odio.

Per me stesso. Me lo merito di essere su questa lista. Perché se solo non avessi avuto così paura degli altri, avrei de o ad Hannah che m’importava eccome di lei. E forse sarebbe ancora viva.

Stacco lo sguardo dall’insegna luminosa.

A volte, tornando a casa, mi fermavo al Monet per prendere una cioccolata calda. Mi me evo a fare i compiti. Oppure a leggere. Ma ormai non scrivevo più poesie.

Avevo bisogno di una pausa… da me stessa.

Mi passo una mano da so o il mento fino alla nuca. I capelli sul collo sono fradici di sudore.

Ma adoravo la poesia. Ne sentivo la mancanza. E un giorno, diverse se imane dopo, ho deciso di tornare a scrivere. Di usare la poesia per rendermi felice.

Componimenti felici. Poesie luminose e solari, piene di o imismo. Felici, felici, felici. Come le due donne fotografate sul volantino al Monet.

Gestivano un corso gratuito dal titolo “Poesia: per amare la vita”.

Prome evano di insegnarti non solo ad amare la poesia, ma anche ad amare te stesso, a raverso la poesia.

Iscrivetemi al volo!

D-7 sulle vostre mappe. La sala polivalente della biblioteca.

È troppo buio per andarci ora.

Il corso di poesia iniziava esa amente quando suonava l’ultima campanella di scuola, così mi toccava correre per cercare di arrivare fin là, senza essere troppo in ritardo. Ma anche se alla fine arrivavo sempre tardi, sembravano tu i contenti di avermi lì; a fornire “la prospe iva di un adolescente al femminile”, come la chiamavano loro.

Guardandomi a orno, mi rendo conto di essere l’ultimo cliente rimasto nel locale. Rosie’s chiude solo tra mezz’ora. E anche se ho finito da un sacco la mia consumazione, il tizio dietro il bancone non sembra intenzionato a chiedermi di andarmene. Così resto qui ancora un po’.

Immaginatevi dieci o dodici sedie arancioni disposte in cerchio, con le due donne felici del volantino sedute una di fronte all’altra. L’unico problema era che, fin dal primo giorno, le due donne non erano affa o felici.

Chiunque abbia realizzato quei volantini deve aver spianato digitalmente le loro fronti corrugate.

Scrivevano sulla morte. Sulla ca iveria degli uomini. Sulla distruzione di quello che loro definivano – e cito – “l’orbe verde-azzurro con ciuffi di bianco”.

Dico sul serio, è così che definivano la Terra. Oltre a chiamarla un alieno gassoso e incinto in a esa di abortire.

Altro motivo per cui non sopporto la poesia. Perché dire “orbe” e non “palla” o “sfera”?

«Apriti» dicevano. «Facci vedere la tua parte più buia e nascosta.»

La mia parte più buia e nascosta? Ma chi siete, la mia ginecologa?

Hannah.

Mi veniva sempre voglia di alzare la mano e dire: “Uhm, allora, quando si parla della felicità? Di amare la vita? Sapete, “Poesia: per amare la vita”.

Così diceva il volantino. Sono qui apposta”.

Alla fine, ho partecipato solo ai primi tre incontri. Ma a qualcosa è servito. Qualcosa di buono?

No.Uhm… chissà.

Vedete, c’era anche un’altra persona in quel gruppo. Un altro liceale capace di offrire una prospe iva che i poeti più anziani adoravano. Chi era?

Il curatore della nostra rivista scolastica “Ogge i Smarriti”.

Ryan Shaver.

Sapete tu i di chi sto parlando. E sono certa che tu, Mister Curatore,y muori dalla voglia di sentirmi pronunciare il tuo nome forte e chiaro.

Ryan Shaver. Ecco fa o. La verità rende liberi.

Il mo o di “Ogge i Smarriti”.

È già da un po’ che lo sai, Ryan. Non ho dubbi. Appena ho fa o cenno alla poesia, hai subito capito che questo nastro era su di te. Per forza. Anche se probabilmente ti sarai de o: non può essere questo il motivo per cui sono sulle casse e. Non ho mica fa o chissà che.

La poesia. Mio Dio, era di Hannah!

Ricordati, quella che sto creando qui è una perfe a matassa emotiva, fa a di elementi stre amente connessi tra loro.

Strizzo forte gli occhi, coprendomeli con la mano.

Serro i denti – i muscoli delle mascelle mi bruciano – per impedirmi di urlare. O di piangere. Non voglio che la legga ad alta voce. Non voglio sentire quella poesia le a da lei.

Vi piacerebbe ascoltare l’ultimo componimento che ho scri o prima di abbandonare per sempre la poesia? Prima di lasciarla del tu o?

No?Okay. Ma tanto l’avete già le a. È molto di moda da noi a scuola.

Lascio che le palpebre e le mandibole si rilassino.

La poesia. L’abbiamo discussa nell’ora di le eratura. L’abbiamo le a ad alta voce un sacco di volte.

E Hannah era sempre lì presente.

Può darsi che alcuni di voi se la ricordino. Magari non parola per parola, ma sapete di cosa sto parlando. La rivista “Ogge i Smarriti”. La pubblicazione semestrale di ogge i ritrovati per caso in giro per la scuola gestita da Ryan.

Come una le era d’amore bu ata so o un banco, e mai scoperta dal suo legi imo destinatario. Se Ryan la trovava, cancellava nomi e cognomi e la scannerizzava, per poi utilizzarla in uno dei numeri successivi della rivista.

Fotografie cadute accidentalmente da un album… scannerizzava anche quelle.

Appunti di storia ricoperti da disegnini, fa i da uno studente terribilmente annoiato… Ryan scannerizzava di tu o.

Alcuni di voi si chiederanno come facesse Ryan a scovare così tanti ogge i interessanti da scannerizzare. Li trovava davvero tu i per caso?

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Oppure li so raeva di proposito? Gliel’ho chiesto di persona dopo uno dei nostri incontri di poesia. E lui mi ha giurato che tu o quello che veniva stampato era stato rinvenuto per caso.

A volte, ha ammesso, potevano esserci persone che infilavano nel suo armadie o ogge i da loro rinvenuti casualmente. In quel caso, ha de o, non poteva averne l’assoluta certezza. Ecco perché provvedeva sempre a cancellare nomi e numeri di telefono. Le foto, di regola, non potevano essere troppo comprome enti.

Raccoglieva cinque o sei cartelle di materiale stuzzicante, e ne stampava poi una cinquantina di copie. Quindi, pinzava insieme le pagine e le piazzava casualmente qua e là, in giro per la scuola. Nei bagni. Negli spogliatoi. Al campo sportivo.

«Mai nello stesso punto» mi ha de o. Riteneva che la gente dovesse imba ersi per caso nella sua rivista fa a di ogge i in cui lui stesso si era imba uto per caso.

Ma, indovinate un po’? La mia poesia? Quella me l’ha rubata di proposito.

Prendo un tovagliolo dal portatovaglioli d’argento e mi sfrego la carta ruvida sugli occhi.

Ogni se imana, dopo il nostro incontro di poesia, Ryan e io ci sedevamo sui gradini della biblioteca a chiacchierare. La prima se imana, abbiamo semplicemente riso delle poesie che gli altri partecipanti avevano scri o e le o. Abbiamo riso del fa o che erano tu e deprimenti.

«Questi incontri non erano per renderci felici, in teoria?» mi ha chiesto.

A quanto pare, si era iscri o anche lui per lo stesso motivo.

Alzo gli occhi. L’uomo dietro al bancone tira i lacci di un pesante sacco della spazzatura. Stanno chiudendo.

«Posso avere un bicchiere d’acqua?» chiedo.

Dopo il secondo incontro, ci siamo seduti sugli stessi gradini e ci siamo le i a vicenda alcune nostre poesie, scri e in momenti diversi della nostra vita.

Lui guarda i miei occhi, che hanno la pelle abrasa e arrossata dal tovagliolino.

Ma solo poesie felici. Poesie sull’amore per la vita. Poesie che non avremmo mai avuto il coraggio di leggere di fronte a quella manica di tristi poeti in erba, innamorati solo della loro depressione.

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E, a differenza dei veri poeti, spiegavamo il contenuto dei nostri componimenti. Verso per verso.

La terza se imana, abbiamo deciso di rischiare il tu o per tu o e ci siamo scambiati i nostri rispe ivi quaderni di poesie.

Il tizio mi piazza di fronte un bicchiere di acqua con ghiaccio. Il bancone è ormai vuoto, ecce o per il mio bicchiere e per i portatovaglioli.

Wow! C’è voluto un bel po’ di coraggio. Per me, almeno. Ma anche per te, credo. E abbiamo trascorso le due ore successive a leggere pagina dopo pagina, seduti sugli scalini di cemento della biblioteca, con il sole che tramontava.

Ryan ha una pessima calligrafia, quindi ci ho messo un po’ a leggere tu e le sue poesie. Ma erano incredibili. Molto più profonde di qualunque mio verso.

Le sue sì che erano poesie. Roba da professionisti. E in futuro, ne sono certa, stuoli di ragazzini saranno costre i ad analizzare i suoi componimenti su qualche antologia scolastica.

Tocco il bicchiere freddo, stringendolo tra le dita.

Certo, non avevo idea di cosa volessero dire. Non con esa ezza. Ma ne percepivo lo stesso le emozioni di fondo. Erano davvero bellissime. E mi sentivo quasi imbarazzata al pensiero di quella che poteva essere la sua reazione nello scorrere il mio quaderno. Perché, leggendo i suoi componimenti, mi sono resa conto del poco tempo che avevo dedicato ai miei. Avrei dovuto scegliere le parole con più cura. Utilizzare espressioni più suggestive.

Ma uno dei miei testi l’ha affascinato. E ha insistito per saperne qualcosa di più… per esempio, quando l’avevo scri a.

Ma non gliel’ho de o.

L’acqua non la bevo. Osservo una gocciolina scivolare lungo l’esterno del bicchiere fino a bloccarsi contro il mio dito.

L’ho scri a lo stesso giorno in cui un gruppo di studenti si è arrabbiato perché qualcuno aveva avuto il coraggio di lanciare un campanello d’allarme sul suicidio. Ricordate come mai si sono arrabbiati? Semplicemente perché la persona che lo aveva scri o non si era firmata.

Che mancanza di ta o.

Era un biglie o anonimo. Come anche la poesia apparsa su

“Ogge i Smarriti”.

In pratica, Ryan voleva sapere come mai avevo scri o quella poesia.

Riguardo questo caso specifico, gli ho de o, la poesia doveva parlare da

Riguardo questo caso specifico, gli ho de o, la poesia doveva parlare da

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