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Casse a 5: lato B

Nel documento L autore. Visita il suo blog Seguilo su Twi (pagine 163-172)

Ho come l’impressione di aver già percorso questa strada più e più volte da quando siamo partiti dal Rosie’s. Come se Tony volesse solo guadagnare tempo.

«C’eri anche tu alla festa?» gli chiedo.

Lui guarda di lato fuori dal finestrino e cambia corsia. «No, non c’ero. Clay, devo sapere se stai bene.»

Impossibile rispondere. Perché no, io non l’ho certo respinta. Non ho contribuito alla sua sofferenza né ho fa o qualcosa che potesse farla star male. Però l’ho abbandonata da sola in quella stanza.

L’unica persona cha poteva tenderle una mano e salvarla da se stessa. O farle cambiare direzione, qualunque fosse.

Le ho dato re a e me ne sono andato. Quando in realtà sarei dovuto restare.

«Nessuno mi sta incolpando di niente» mormoro. Ho bisogno di sentirlo dire ad alta voce. Ho bisogno di sentire risuonare queste parole nelle orecchie, anziché solo nella mente. «Nessuno mi sta incolpando di niente.»

«No, nessuno» ripete Tony, gli occhi sempre fissi sulla strada.

«E tu?»

Ci avviciniamo a un incrocio con un segnale di Stop e rallentiamo.

Per un a imo, mi guarda con la coda dell’occhio. Poi torna a fissare la carreggiata. «Neanch’io.«

«Ma perché proprio tu?» chiedo. «Perché ha dato a te l’altro gruppo di casse e?»

«Lascia che ti accompagni prima alla casa della festa. Ti racconterò tu o appena arrivati.»

«Non puoi dirmelo adesso?»

Fa un debole sorriso. «Sto cercando di non uscire di strada.»

Subito dopo che Clay se n’è andato, la coppia del divano è entrata nella camera da le o. Anzi, “ha fa o irruzione” sarebbe più adeguato. Ve li ricordate? Pensavo che lei avesse finto di essere ubriaca e mi avesse preso a gomitate solo per farci alzare dal divano e costringerci ad andarcene. Ma sfortunatamente, non era una finta. La ragazza era davvero ubriaca persa.

Li ho incrociati in corridoio. Jessica aveva un braccio che penzolava dalle spalle di Justin e l’altro che annaspava in cerca della parete per non perdere l’equilibrio.

Certo, io non li ho visti entrare. Ero ancora sul pavimento, con la schiena appoggiata al lato opposto del le o, ed era buio.

Quando sono uscito dalla stanza, mi sentivo così frustrato. Così confuso. Mi sono appoggiato al pianoforte in soggiorno, quasi fosse una stampella. Cosa devo fare? Restare? Andarmene? E dove?

Il suo compagno di divano ha evitato per un pelo che lei travolgesse il comodino. E quando poi è rotolata giù dal le o… due volte… lui l’ha rialzata. Da quel bravo ragazzo che è, ha anche cercato di ridere il meno possibile.

Pensavo che l’avrebbe infilata so o le coperte, richiudendosi poi la porta alle spalle prima di andarsene. E quello sarebbe stato per me il momento ideale per sga aiolare fuori. Fine della storia.

Hannah non è stata il mio primo bacio, ma il primo che abbia contato davvero; il primo bacio con qualcuno di cui m’importasse veramente. E avendo parlato così tanto con lei quella sera, credevo che quello fosse solo l’inizio. Stava succedendo qualcosa tra di noi.

Qualcosa di bello. Me lo sentivo.

E invece non è finita qui. Se così fosse stato, questa casse a sarebbe davvero poco interessante, no? E ormai, sono sicura che avete già capito che non poteva finire così.

Anche se non avevo una meta precisa, me ne sono andato lo stesso.

Anziché andarsene, il ragazzo ha cominciato a baciarla.

Lo so, alcuni di voi avrebbero approfi ato volentieri di una così incredibile opportunità voyeuristica. Un incontro ravvicinato del quarto

tipo. Anche se uno non l’aveva mai visto fare, avrebbe quantomeno origliato qualcosa.

Ma due fa i mi hanno impedito di alzarmi dal pavimento. Con la fronte premuta contro le ginocchia, mi sono resa conto di quanto avevo bevuto durante la serata. E con un senso dell’equilibrio così precario, a raversare la stanza di corsa sembrava una mossa troppo azzardata.

Questa è la prima a enuante.

La seconda è che la situazione sembrava destinata a sfumare rapidamente. La ragazza non era solo ubriaca e goffa, ma anche completamente apatica. Da quello che potevo sentire, non si sono spinti oltre i baci. E anzi, sembravano pure baci a senso unico.

Di nuovo, da quel bravo ragazzo che è, lui non ha approfi ato della situazione. Voleva farlo. Ha tentato fino all’ultimo di suscitare in lei qualche reazione. «Sei ancora sveglia? Vuoi che ti accompagni in bagno?

Devi vomitare?»

La ragazza non era ancora collassata del tu o. Brontolava e si lamentava.

Alla fine, lui ha capito che lei non era affa o in vena di romanticismi e che non lo sarebbe stata ancora per un bel po’. Così, l’ha infilata so o le coperte, dicendo che sarebbe ripassato più tardi a controllare come stava. E se n’è andato.

A questo punto vi starete forse chiedendo: Chi sono queste persone?

Hannah, ti sei scordata di dirci i loro nomi. Ma non è così. Se c’è una cosa che ho ancora, è la memoria.

Peggio per me. Se ogni tanto fossi riuscita a dimenticare qualcosa, forse saremmo tu i più contenti, ora.

La nebbia era fi a quando ho lasciato la festa. E mentre camminavo per il quartiere, si è messo a piovigginare. Poi a piovere.

Ma quando io ho iniziato a camminare c’era solo una fi a nebbia che rendeva i contorni d’ogni cosa più incerti.

No, stavolta dovrete aspe are un po’ per i nomi. Anche se, per chi di voi è stato a ento, ho già fornito la risposta molte casse e fa.

Prima di fare il suo nome, è meglio lasciare che il ragazzo in questione cuocia un po’ nel suo brodo… che si ricordi di preciso tu o quello che è accaduto in quella stanza.

E lo ricorda eccome. Lo so per certo.

Cosa non darei per vedere la sua faccia ora. Gli occhi strizzati. Lap mandibola tesa. I pugni aggrappati ai capelli.

E io che gli dico: prova a negarlo! Dai, nega che io sia mai stata in quella stanza. Nega che io so quello che hai fa o. O meglio, non quello che hai fa o, ma quello che non hai fa o. Quello che hai permesso che succedesse.

Convinciti che non è questa la casse a su cui il tuo nome compare per la seconda volta. Non può essere questa. Sarà per forza una delle successive.

Ah, davvero? Ti piacerebbe, eh? Una casse a successiva renderebbe tu o più semplice?

Non illuderti.

Dio. Cos’altro può essere andato storto quella sera?

So che non era la tua ragazza, che non vi siete quasi mai parlati e che la conoscevi a malapena, ma questa è la migliore giustificazione che hai per quello che è successo? Oppure è la tua unica giustificazione?

Sia come sia, giustificazioni non ce ne sono.

Mi sono alzata, tenendomi in equilibrio con una mano sul le o.

Le tue scarpe, o meglio, l’ombra delle tue scarpe, era ancora visibile nello spiraglio di luce so o la porta. Quando sei uscito, infa i, ti sei piazzato in piedi proprio davanti alla soglia. E io mi sono staccata dal le o e ho cominciato a barcollare verso lo spiraglio di luce, incerta su cosa ti avrei de o una volta aperto.

Ma a metà percorso, sono apparse altre due scarpe… e io mi sono bloccata.

Quando ho lasciato la festa, mi sono messo a camminare. Per diversi isolati. Incerto se andare a casa. O tornare indietro.

La porta si è aperta, ma tu l’hai subito richiusa dicendo: «No. Lasciala riposare».

In quella brevissima esplosione di luce, ho intravisto un armadio; con le ante a soffie o mezze aperte. Nel mentre, il tuo amico cercava di convincerti a farlo entrare.

Io ero lì, con il cuore che mi ba eva forte, intrappolata in mezzo alla stanza.

La porta della camera da le o si è riaperta. Ma tu l’hai richiusa di nuovo.

E hai tentato di bu arla sul ridere. «Fidati» hai de o. «Non scappa. Resterà lì ancora un bel po’.»

E qual è stata la risposta del tuo amico? Qual è stata? Qual è stata la motivazione che ha tirato fuori per convincerti a farti da parte e a lasciarlo entrare nella stanza? Te lo ricordi? Io sì.

È stato “il turno di no e”.

Ti ha de o che doveva fare il turno di no e e che doveva andare via dopo pochi minuti.

Pochi minuti: erano tu o che ciò gli serviva con lei. «Perciò, rilassati e fa i da parte» ha de o. E questo è bastato perché tu gli perme essi di aprire la porta.

Dio.Patetico.

Non ci potevo credere. E non ci poteva credere neanche il tuo amico, perché quando ha riafferrato la maniglia, non si è precipitato dentro. Ha aspe ato che tu reagissi.

In quel breve istante – in cui sei stato zi o – io sono caduta in ginocchio in preda al voltastomaco, coprendomi la bocca con entrambe le mani. Mi sono trascinata verso l’armadio a muro, con le lacrime che offuscavano la luce dal corridoio. E quando ci sono crollata dentro, una pila di giubbo i accatastati sul fondo ha a utito il colpo.

Quando poi la porta della camera si è aperta, io ho richiuso le ante dell’armadio. Avevo il sangue che mi pulsava nelle orecchie. E mi dondolavo avanti e indietro, avanti e indietro, sba endo ogni volta la fronte contro la pila di giubbo i. Ma con i bassi dello stereo che rimbombavano in tu a la casa, nessuno mi ha sentita.

«Rilassati.» Quelle parole le ha già de e altre volte. È quello che dice sempre alle persone di cui vuole approfi arsi. Ragazze. Amici.

Chiunque.

È Bryce. Per forza. Bryce Walker è in quella stanza.

E con i bassi che rimbombavano, nessuno lo ha sentito. A raversare la stanza. Salire sul le o. Le molle del materasso che gridavano so o il suo peso. Nessuno ha sentito niente.

E io avrei potuto fermarlo. Se avessi potuto parlare, se avessi potuto aprire gli occhi. Se fossi stata lucida, avrei aperto le ante dell’armadio e l’avrei fermato.

Ma non l’ho fa o. E non importa quale sia la mia giustificazione. Avere il cervello in pappa non è una scusa. Non ho scuse. Sarei potuta intervenire,

p pp p

fine della storia. Ma per fermarlo davvero, era come se dovessi fermare il mondo intero. Come se le cose fossero ormai fuori controllo da così tanto tempo che qualunque gesto io compissi non aveva più alcun peso.

E non ce la facevo più a sopportarlo. Questo peso. Volevo che il mondo si fermasse… che finisse.

Per Hannah il mondo è finito. Ma per Jessica no. È continuato. E poi, Hannah l’ha colpita con queste casse e.

Non so quante canzoni siano passate mentre la mia testa era seppellita tra i giubbo i. Il ritmo proseguiva ininterro o da una musica all’altra.

Dopo un po’, mi sono accorta che avevo la gola in fiamme. Mi gra ava e mi bruciava. Avevo forse urlato?

Con le ginocchia sul fondo dell’armadio, sentivo le vibrazioni del pavimento ogni volta che qualcuno a raversava il corridoio. E quando ho avvertito dei passi all’interno della stanza – diverse canzoni dopo che lui era entrato – ho premuto la schiena contro la parete interna dell’armadio… in a esa. In a esa che le ante si spalancassero di colpo. In a esa di essere trascinata fuori dal mio nascondiglio.

E poi? Cosa mi avrebbe fa o?

La macchina di Tony accosta. La ruota davanti tocca il marciapiede. Non so come siamo arrivati fin lì, ma ora la casa è subito fuori dal mio finestrino. La stessa porta d’ingresso da cui sono entrato alla festa. La stessa veranda da cui me ne sono andato. E sulla sinistra della veranda, una finestra. Dietro la finestra, una stanza da le o e un armadio con le ante a soffie o dove Hannah ha cercato rifugio, la sera in cui l’ho baciata.

Ma la luce del corridoio si è infiltrata nella stanza, nell’armadio, e i suoi passi si sono allontanati. Era tu o finito.

Non poteva mica arrivare tardi al lavoro, no?

Cos’è successo dopo? Semplice, sono corsa fuori e giù per il corridoio. Ed è stato lì che ti ho visto. Seduto in una stanza, tu o solo. Quello intorno a cui ruota questa casse a… Justin Foley.

Ho uno spasmo allo stomaco, e spalanco la portiera.

Seduto sul bordo di un le o, con le luci spente.

Seduto lì, a fissare nel vuoto. Mentre io ero in piedi nel corridoio, raggelata, a fissare te.

Ne sono successe di cose, Justin. Dalla prima volta che ti ho visto, quando sei scivolato sul prato di fronte a casa di Kat. Al mio primo bacio in fondo allo scivolo. A ora.

Prima, hai avviato una catena di eventi che mi ha rovinato l’esistenza.

Adesso, ti stavi dando da fare con quella di un’altra ragazza.

Davanti alla casa, mi me o a vomitare.

Resto piegato in due, con la testa che penzola sopra un tombino.

Alla fine, ti sei girato verso di me. Il colorito del volto… sparito.

L’espressione… inebetita. E gli occhi pieni di stanchezza.

O era forse sofferenza?

«Resta pure lì finché vuoi» dice Tony.

Non preoccuparti, penso. Non ti vomito in macchina.

Justin, tesoro, non sto dando tu a la colpa a te. Stavolta, c’entriamo tu i e due. Avremmo potuto fermarlo entrambi. Sia io che te. Avremmo potuto salvarla. Lo dico chiaro e tondo anche a tu i voi. La ragazza aveva due possibilità di salvezza. E l’abbiamo abbandonata entrambi.

La brezza in faccia è piacevole, mi asciuga il sudore sulla fronte e sul collo.

Ma perché questa casse a è su Justin? E l’altro ragazzo, allora? Quello che ha fa o è molto peggio, no?

Certo. Mille volte. Ma le casse e devono raggiungere tu i i nomi della lista. E se le spedissi a lui, la catena s’interromperebbe. Pensateci bene. Ha violentato una ragazza: lascerebbe la ci à in un secondo se sapesse… se sapesse che noi sappiamo.

Ancora piegato in due, inspiro con forza. Tra engo il fiato.

Ed espiro.

Inspiro. Tra engo il fiato.

Espiro.

Mi rime o a sedere, tenendo la portiera aperta, tanto per essere sicuri. «Perché proprio tu?» chiedo. «Perché ce le hai tu le copie?

Cosa hai fa o?»

Passa una macchina ed entrambi la osserviamo svoltare a sinistra.

C’è un altro minuto di silenzio prima che Tony mi risponda.

«Niente. È la verità.» Per la prima volta da quando mi ha salutato al Rosie’s, si rivolge a me guardandomi negli occhi. E nel suo sguardo, illuminato da un lampione, scorgo delle lacrime. «Finisci di ascoltare la casse a, Clay, e ti spiegherò tu o.»

Io non rispondo.

«Ascoltala. È quasi finita» insiste.

Cosa pensi di lui ora, Justin? Lo odi? Il tuo amico che l’ha violentata è ancora tuo amico?

Sì. Ma perché?

Deve essere un tentativo di negare l’evidenza. Per forza. Certo, ha sempre avuto un bru o cara ere. Certo, colleziona ragazze come fossero mutande sporche. Ma siete sempre stati buoni amici. E più uscite insieme, più ti sembra di stare con il tuo vecchio amico di sempre, non è vero? E se lui si comporta come prima, significa che non ha fa o niente di male. Il che vuol dire che anche tu non hai fa o niente di male.

Perfe o! O ima notizia, Justin. Perché se lui non ha fa o niente di male, e tu non hai fa o niente di male, allora neanch’io ho fa o niente di male. E non sai quanto vorrei non aver distru o la vita di quella ragazza.

Ma così è stato.

O quantomeno, sono corresponsabile. Come te.

Sì, hai ragione, non sei tu che l’hai violentata. E nemmeno io. È stato lui.

Ma tu… e io… abbiamo permesso che accadesse.

È colpa nostra.

«Fine della storia» dico. «Cos’è successo?» Tiro fuori dalla tasca la casse a numero sei e faccio cambio con quella all’interno del walkman.

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