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6. CRONACA STORICA E ASTROLOGIA A FIRENZE

6.3. Catastrofismo e astrologia È possibile fare previsioni?

Le accuse che Anton Francesco muove a Don Nasorre non sono limitate alla sola astrologia e alla previsione del futuro sulla base delle congiunzioni astrali o di particolari fenomeni celesti, dal momento che lo menziona, deridendolo, anche in una madrigalessa dedicata al Belfratelli (letterato che, evidentemente, almeno stando alle parole del Lasca dovette avere gli stessi interessi astrologici e divinatori del Cardi), tutta incentrata sull’interpretazione di un segno nefasto: la scomparsa dei nibbi dal cielo fiorentino. Con atteggiamento a metà tra l’umile e il beffardo, Grazzini si interroga sulle cause del fenomeno, avanzando una serie di ipotesi a riguardo:

Forse parrà che la giornea m’affibbi486, voler saper da voi per qual cagione, o saggio Berrettone,

son quest’anno da noi fuggiti i nibbi. Cosa stupenda e varia

e non mai più sentita,

non veder nibbi agitarsi per l’aria: onde la gente afflitta e sbigottita

teme di qualche caso orrendo e strano487.

Ancora una volta, per comprendere appieno il messaggio poetico del Lasca è necessario guardare a una prospettiva più ampia, quella della tradizione classica e della recente storia fiorentina. Predire il futuro sulla base dei comportamenti animali era, difatti, cosa nota nel mondo religioso greco-romano, nel quale i sacerdoti interpretavano la volontà divina sulla base di molti elementi, tra i quali figura proprio quello ornitologico:

Essi [gli indovini] traevano gli auguri da ogni cosa; più spesso che da ogni altra dal volo e dal canto degli uccelli di rapina, quali l’aquila, l’avvoltoio, il falco, il gufo, gli uccelli che vivono solitari e non a stormi. Da ciò appunto la parola latina auspicium (da aves inspicere) ed auspicio nostro fu usato poi per indicare qualsiasi specie di augurio, e la parola che significava augello così nel greco, come nel latino si usò pure per dire augurio. A seconda che questi uccelli apparissero volando piuttosto in una che in altra plaga del cielo e che il loro volto tenesse una direzione

486 Mi dia delle arie. Cfr GDLI. 487

191 anziché un’altra, diverso ne era il significato per l’indovino. Questi nell’atto di consultare gli auspici volgeva la fronte verso settentrione, e se gli augelli apparivano alla sua destra e il volo loro era diretto verso oriente, considera vasi come favorevole l’augurio: viceversa lo augurio era cattivo se gli augelli e il loro volo apparivano alla sua destra, diretti verso occidente488.

Le informazioni dateci da Giulio Franceschi sulla lettura del comportamento degli uccelli per la predizione del futuro, pur non essendo analoghe a quelle laschiane (il poeta parla, infatti, della scomparsa dei nibbi, non della direzione del loro volo), sono di estrema importanza per capire quanto la superstizione fosse radicata nella società cinquecentesca, ancora fortemente influenzata dai rituali del passato. Grazzini, assai scettico sulle superstizioni popolari e sullo strascico di rituali che queste si portavano dietro, assume provocatoriamente il punto di vista di quanti, invece, credevano nella predizione del futuro attraverso i simboli, scegliendo un animale come il nibbio, comunemente associato alla sventura e al sopraggiungere di eventi nefasti:

[…]

Chi dice: a mano a mano verrà la carestia, la guerra, o la moria;

altri pensan che ʼl Turco passi il mare, e che venga a impalare

chi non vorrà la fede rinnegare

di colui che già nacque in Nazzarette; 16 ed altrui che i tremoti e le saette

abbian la Toscana tutta a subissare, come han fatto a i confini del Piamonte, e tengono altrui in ponte489

con mille opinïon simili a queste.

Che il Lasca scelga proprio il nibbio tra tutti i volatili portatori di sciagura non deve, di certo, sorprendere; la presenza dell’animale, infatti, si riscontra sempre con le stesse connotazioni nefaste anche nel commento al Vangelo di Giovanni di

488 G.F

RANCESCHI, cit., p. 46. 489

192 S. Agostino490 e in Leonardo, che parlò di un suo sogno con protagonista proprio il medesimo uccello491.

Grazzini, assume, almeno nella prima parte del testo il punto di vista del popolo superstizioso, elencando le possibili conseguenze che l’allontanamento degli uccelli potrà avere sulle sorti fiorentine. Si parla di possibili carestie, della distruzione dei cristiani per mano dei Turchi (scelti a emblema dell’Islamismo) e di terremoti distruttivi simili a quello che ha seminato devastazione ai confini col Piemonte (v. 19). Questa notizia potrebbe risultare rilevante ai fini di una possibile datazione della madrigalessa; posto che i confini geografici del tempo non erano analoghi a quelli attuali, non si può escludere un riferimento al devastante terremoto del 20 luglio 1564, che interessò una vasta area tra la Provenza e il Piemonte e fu avvertito dalla Liguria sino al cuneese492. A interessarlo maggiormente è, però, la falsa credenza che dietro alla scomparsa dei nibbi si celi l’ennesima ondata di pestilenza:

[…]

Ma pure i più s’accordan che la peste voglian significar che già ven via, e che corrotta sia

l’aria, o si debba corromper di corto493; onde savio ed accorto

il nibbio, antivedendo sì gran male, abbia adoprato l’ale,

e gito nel mondo nuovo.

Ma io la lor sentenza non approvo; 30 per che di quante pesti son mai state

non si sono scritture ancor trovate, ch’abbian de’ nibbi mai fatto memoria: nè il Villan nella storia,

che scrisse la moria del quarantotto, de’ nibbi fece motto;

490 S. Agostino parla espressamente di nibbio malvagio. Cfr S.A

GOSTINO, Commento al Vangelo di Giovanni, Città Nuova, Roma, 1968, p. 56.

491 L’artista dichiarò di aver sognato l’animale mentre poneva la coda nella sua bocca, successivamente interpretato da Freud come desiderio della fellatio. Cfr L.CASADIO, Le immagini della mente, F. Angeli, Milano, 2004, p. 39.

492 E.B

OSCHI-G.FERRARI-P.GASPERINI-E.GUIDOBONI-G.SMRIGLIO-G.VALENSISE, Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 461 a. C. al 1980, a cura dell’Istituto Nazionale di Geofisica, SGA, Bologna, 1995, pp. 256-257.

493

193 e ʼl Boccaccio anco nel Decamerone

non ne fe’ menzïone.

E sonci vive ancor molte persone

che del venzette494 si ricordan bene, 40 quando le strade piene

di corpi morti si potea vedere; e nondimeno i nibbi ivano a schiere per l’aria volteggiando.

Il poeta ripercorre eventi dolorosi della storia fiorentina con un tono, a partire dal v. 30, sostenuto e serio. Avvalendosi di autorevoli fonti letterarie e storiografiche come il Decameron di Boccaccio e la Cronica di Villani, cerca di spiegare quanto le credenze popolari e le superstizioni siano ingannevoli e fallaci, considerando l’assenza dei nibbi in opere che hanno dato spazio alla descrizione delle ondate pestilenziali. Anche il tema della morte, affrontato, per esempio, con leggerezza nelle rime per lo Stradino, è presentato qui con dolorosa partecipazione (vv. 41- 42), rendendo il Lasca un poeta capace di plasmare la propria creatività a seconda delle esigenze comunicative.

Tuttavia, l’associazione dei volatili in fuga (specialmente quelli rapaci) all’incombere del morbo, pur non presente in due firme autorevoli come Boccaccio e Villani, era - comunque - considerata un segno associato alla peste, almeno stando alle parole di A. Gratiolo di Salò:

Li segni, che danno certa notitia della corrottione […] sono questi: quando agli [l’aere] diventa grosso, caliginoso, torbido, di stemperato, ineguale, molto pioggioso, agitato di mezzogiorno, fuggito da Sparvieri, Falconi, Nibbi, e da sì fatti uccelli, che si dilettano del buon aere495.

È solo negli ultimi versi che Grazzini si riappropria del suo ruolo di poeta comico e, svestendo i panni del cronista di sventure, ironizza sulle convinzioni di Berrettone e Pietro Cardi, gli unici a poter interpretare con autorevolezza il fenomeno:

[…]

Voi, dunque, o Belfratello,

494 Anche Agostino Lapini da notizia della distruzione provocata dalla peste nel 1527. Cfr A. LAPINI, cit. p. 95.

495

194 che de’ fiumi e de’ boschi e de’ pianeti

conoscete i segreti, 50 ditene in cortesia

per che cagion son iti i nibbi via. E se voi pur non vi credete apporre496, fatevelo insegnar da Don Nasorre.

In verità, da un poeta burlesco come Anton Francesco Grazzini ci si sarebbe aspettato un elogio paradossale della peste, analogamente a quanto fatto precedentemente da Francesco Berni, e del tutto assente, invece, in questa madrigalessa. Rovesciando le carte in tavola e contravvenendo a quanto di codificato vi era nell’universo burlesco, il morbo pestilenziale diventa, piuttosto, un mezzo per deridere le false credenze di Berrettone e Don Nasorre, scelti a emblema di una categoria, quella degli astrologi e degli indovini, assai rispettata a Firenze. Se un elogio paradossale si vuole individuare nella presente madrigalessa, questo è quello che Anton Francesco compie in chiusura, quando invita il destinatario del componimento a usufruire delle conoscenze di Piero Cardi, per l’ennesima volta vittima di pungente ironia.

A colpire maggiormente sono, dunque, la serietà e la partecipazione d’animo con le quali Grazzini rievoca alcuni dei momenti più complessi e drammatici della storia fiorentina, dinanzi ai quali si trovarono a mal partito astrologi di successo e indovini di gran fama.

496

195

TAVOLE DELLE OPERE D’ARTE

Tavola I Giudizio Universale di Giorgio Vasari e Federico Zuccari. Cupola di Santa Maria del Fiore, Firenze.

196

Tavola III Cappella della Pura, Santa Maria Novella, Firenze.

Tavola IV Vergine

allattante, Santa Caterina d’Alessandria e il

committente, Cappella della Pura in Santa Maria Novella, Firenze.

197

Tavola V Disputa sull’Immacolata concezione di Pierfrancesco di Jacopo Foschi, Cappella

198

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