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Derisione e beffa dell’amico di un tempo Le rime polemiche contro

3. CRITICA ED ELOGIO DEGLI ACCADEMICI FIORENTINI

3.2. Derisione e beffa dell’amico di un tempo Le rime polemiche contro

Il Lasca, profondamente irritato per l’estromissione dall’Accademia, riversò la sua rabbia e il suo disappunto su alcuni letterati autorevoli di Firenze, dai quali pensava potesse arrivare qualche intervento a lui favorevole. Si scagliò in particolare contro quelli che aveva giudicato sino ad allora persone di fiducia, ovvero il Mazzuoli e il Varchi. A proposito delle tensioni con quest’ultimo sono molti i testi che fotografano il disagio del Lasca nei riguardi dell’amico di un tempo, a partire da quello relativo alla nomina di Benedetto a censore dell’Accademia assieme a Francesco d’Ambra, sviluppato secondo i toni pungenti e pesantemente irriverenti della poesia burlesca:

Diteci il ver, non ci trovate scuse, come gonfiovvi la coglia93 e ʼl baccello, quando quel putto vi dette l’anello,

e vi sposò mariti delle muse! 4 Se già cangiar le Circi e le Meduse

con brutti volti in bestia or questo or quello, voi, Ambra e Varchi, da un viso bello fuste cangiati in due gran cornamuse94.95

Il testo è, senza alcun dubbio, successivo alla nomina, nel 1550, dei due intellettuali citati sopra – Varchi e D’Ambra - a censori dell’Accademia. Attraverso un linguaggio allusivamente osceno, il Lasca si diverte a rievocare la nomina dei due e gli onori resi loro da Bernardo Davanzati. In particolare, è attraverso un’esplicita metafora sessuale al v. 2 che fotografa il momento in cui questo donò loro l’anello, reso generalmente alle più illustri personalità accademiche. La nomina a censori dei due, sotto il consolato di Fabio Segni, è menzionata anche da Salvino Salvini nei Fasti Consolari dell’Accademia

Fiorentina, pubblicati a Firenze nel 1717:

93 Borsa dei testicoli. Cfr GDLI.

94 Lo strumento musicale ad aria, data la sua conformazione, potrebbe essere un’allusione oscena all’organo genitale maschile. Cfr GDLI.

95

51 A rinuncia, che fecero successivamente del Consolato due gravissimi senatori Alessandro del Caccia, e Alessandro Malegonnella, diede luogo alla elezione di Fabio di Antonio Segni, che accettando la carica, ebbe in Consiglio Messer Guido Adimari, e Antonio Landi; e in Censori Francesco d’Ambra, e il Varchi.

In questo testo vi sono parecchi elementi che attingono al dato storico e reale; il poeta parla, infatti, di un anello che effettivamente fu donato ai censori, mentre al Console fu presentata una tazza d’argento96

. Tuttavia, come d’abitudine, il Lasca non si ferma alla semplice menzione dei fatti, ma arricchisce il testo di dettagli volti ad abbassare drasticamente la solennità della scena e a deridere i protagonisti. Nella fattispecie, si affida al registro osceno - e a quanto di più tipico ci sia nella poesia comica - per trasferire sul piano scurrile-corporale gli effetti sortiti dalla nomina sui due personaggi. La rievocazione del riconoscimento accademico ottenuto è, quindi, sviluppata mediante un intreccio tra materia letteraria e sessuale. A detta del poeta, la nomina li ha, infatti, resi compagni delle Muse, ma con l’inconveniente di essere diventati ridicoli come due cornamuse, immagine che potrebbe richiamare anche il vuoto interiore dei due, ridotti a semplici strumenti musicali. Grande è quindi l’interesse per il tema fisico e corporale, espresso mediante elementi che esplicitano un’affinità con la materia erotica, suggerita da termini come coglia, baccello e cornamuse. Il risvolto osceno, come si sa, non è perseguito per la prima volta dal Nostro, ma è uno degli assi portanti della poesia burlesca trecentesca e del genere carnascialesco, che sotto il principato del Magnifico, stabilì un nuovo patto di solidarietà tra il signore e il popolo, avvalendosi anche di questo tema. Dunque, attraverso un linguaggio ricco di allusioni sessuali, poi non così velato, ci si diverte a rovesciare la solennità della nomina, riducendo tutto a quanto di più eccitante possa esserci. I versi sopra riportati sono, poi, particolarmente interessanti per un altro motivo, in quanto il Lasca non si limita a parlare della sola esperienza accademica del Varchi, ma trasforma il testo in un’ottima occasione per rievocare, sotto il velame della comicità, intellettuali e opere note nell’ambiente accademico. Nota, per esempio, una certa affinità tra la trasformazione dei censori in cornamuse e quelle

96 Cfr B.D

AVANZATI, Le opere di Bernardo Davanzati, a cura di E. Bindi, Le Monnier, Firenze, 1853, vol. I, p. XV.

52 operate da Circe e da Medusa97. La presenza della maga dell’Odissea non sembra casuale; non è, infatti, escluso che il Lasca alluda ironicamente ai dialoghi morali riuniti sotto il titolo di La Circe del Gelli, pubblicati nel 154998 e incentrati sul confronto tra Ulisse e i suoi uomini trasformati in animali proprio dalla maga. L’ironia della quale il Lasca si fa portavoce, oltre che rispondente al desiderio di deridere i novelli censori, è forse una spia delle tensioni tra l’arameo Gelli e il Nostro; tensioni di cui - comunque - si parlerà successivamente. Mettendo da parte i contrasti del Lasca con altri poeti e ritornando agli omaggi tributati ai censori, è importante sottolineare che questi si trasformano in perfetta occasione per celebrare il Davanzati, descritto come un personaggio positivo e dall’aspetto simile a quello di un putto.

Ma vediamo meglio come si esprime il poeta:

[…]

Quel garzonetto non ha in corpo fiele,

poi fa sì belle e sì dotte orazioni, 13 che chi noll’ama è ben goffo e crudele.

[…]

e se bramate onore,

fate nell’Accademia sopra tutto 19 favellar sempre e legger quel bel putto.

In modo molto scrupoloso il Lasca si concentra sull’aspetto del Davanzati, definito garzonetto e putto, alla luce della sua piccola statura99. In verità, il puntualizzare continuamente il valore di quest’ultimo e delle sue orazioni (ne tenne una anche nel 1547, quando fu nominato console) potrebbe celare un disappunto di chi scrive, insofferente verso le maggiori cariche accademiche. Un’interpretazione in questi termini sarebbe avvalorata anche dal ritratto dei due censori, descritti non come intellettuali capaci e brillanti, ma come uomini facilmente condizionabili davanti a un giovinetto affascinante:

97 Una delle tre Gorgoni, l’unica mortale, in grado di pietrificare con lo sguardo ogni creatura vivente.

98 Per maggiori dettagli vedi A.A

NDREONI,cit., p. 20. 99

53 […]

O beati e solenni goccioloni100,

quanto avevate voi zucchero e mele 10 e sapa101 allor ne i cuori e ne gli arnioni102.

In questo sonetto caudato vi sono, dunque, tutti gli ingredienti del genere burlesco; grande interesse vi è, infatti, per la materia oscena, per il ritratto paradossale e il tema culinario, particolarmente rilevante nella terzina sopra riportata. Il poeta, infatti, fingendosi entusiasta del rituale accademico, prende di mira queste tre personalità, che proprio nel 1547, anno della sua cacciata, furono parte attiva dell’istituzione culturale fiorentina.

Se il testo appena analizzato è utile a comprendere come il Lasca giudicasse il Varchi accademico, altrettanto significativi sono quei componimenti in cui si diverte ad affrontare, sempre riferendosi a Benedetto, questioni letterarie, linguistiche e filosofiche a questi attinenti.

Partendo da quelle letterarie risulta interessante un sonetto caudato in cui tratta del teatro del Varchi, in particolare della commedia La Suocera103:

Con meraviglia e con gran divozione era la vostra commedia aspettata; ma poi ch’ell’è da Terenzio copiata, son cadute le braccia alle persone.

Così sendo in concetto104 di lione 5 poi riuscendo topo alla giornata,

di voi si ride e dice la brigata: infine il Varchi non ha invenzione: e in questa parte ha somigliato il Gello, che fece anch’egli una commedia nuova, ch’avea prima composto il Machiavello. O Varchi, o Varchi, io vo’ darvi una nuova; anzi un ricordo proprio da fratello,

disponetevi a far più degna prova;

e dove altrui più giova, 15

100 Stupidi. Cfr GDLI. 101

Aver la sapa nel cuor significa essere buoni, indulgenti. Cfr GDLI. 102 Rognoni. Cfr GDLI.

103 Commedia dedicata a Cosimo I e successiva al luglio 1557. Cfr A.F.G

RAZZINI, Scritti scelti in prosa e in poesia, a cura di R. Fornaciari, Sansoni, Firenze, 1968, p. 251n.

104

54 attendete a tradurre e comentare

e fateci Aristotile volgare105.

Il componimento, che prende le mosse dal teatro varchiano, offre anche l’occasione per guardare alle competenze filosofiche dell’accademico e di altri intellettuali, che - come lui - si dedicarono alla stesura di commedie.

Per quanto riguarda il Varchi scrittore, si concentra su La Suocera, commedia debitrice, anche a detta dello stesso Benedetto, verso l’Hecyra terenziana. La prova che egli provasse ammirazione per il commediografo latino, preferito di gran lunga a Plauto, è provata dalla nota introduttiva al testo, dedicato a Cosimo I:

Direi ancora né più onesto, né più utile, se non fosse, che quegli, i quali composero per primi commedie in questa lingua, avendo voluto più tosto imitare la licenzia e piacevolezza di Plauto, che l’arte e gravità di Terenzio, non pare che avessero altro intendimento, che di far ridere, pigliando per loro proprio e principale fine quello, il quale doveva essere secondario e per accidente, e pure che questo avvenisse, in qualunque modo il facessero non si curavano 106.

Ed è sempre lo stesso autore - nel prologo dell’opera - a spiegare agli spettatori di aver preso spunto dall’antichità latina, esprimendosi in questi termini:

Voi udirete, Spettatori nobilissimi, se vi piacerà di prestarne cheta e riposata udienza, una commedia, la quale non è, né del tutto antica, né moderna affatto, ma parte moderna e parte antica; e benché ella sia in lingua fiorentina, è però cavata in buona parte dalla latina: cavata dico e non tradotta, se non in quel modo, che traducevano i Latini dai Greci107.

Le critiche di imitazione del modello latino rivolte al Varchi sono analoghe a quelle riservate al Gelli; entrambi, infatti, agli occhi del Grazzini, si macchiarono di plagio, prendendo rispettivamente spunto da Terenzio e da Machiavelli. Per quanto riguarda il Gelli, si riferisce alla commedia La Sporta (risalente al 1543), ricordata per la copiatura ai danni di Niccolò Machiavelli. Evidentemente questo argomento interessò molto il Lasca, dal momento che sarà affrontato anche in altri testi; ci riferiamo, in particolare, ad altri due passi delle Rime. Nel primo il

105 C. V

ERZONE,cit., p. 24. 106 B.V

ARCHI, La Suocera, Lloyd Austriaco, Trieste, 1858, p. 3. 107

55 verseggiatore si riferisce a un tale ‹‹che fè già furto al Machiavello››, mentre nel secondo il Gelli è definito ‹‹in poesia solenne ladro››108.

Le accuse delle quali si fa portavoce non sono - a dire il vero - una novità; il poeta, infatti, dovette far sue alcune dicerie di plagio circolanti a Firenze sul Gelli e riprese a distanza di qualche anno da Giuliano de’ Ricci, che attribuì a Machiavelli un volgarizzamento dell’Aulularia andato perduto e a cui lo stesso Gelli si ispirò, adattando il modello alle sue convinzioni filosofiche e morali109. Non è ancora chiaro se il Gelli si fosse appropriato indebitamente del testo; l’unico dato certo è che il furto letterario di cui fu accusato rientrerebbe nella pratica dell’imitazione e della riscrittura in voga nel Cinquecento.

Convinto dello scarso valore del Varchi commediografo, il Lasca lo invita, inoltre, a riversare tutte le proprie energie e fatiche sulla traduzione di Aristotele. Ovviamente, la menzione del filosofo greco è importante per vari motivi; consente, infatti, non solo di ricostruire gli studi che impegnarono Benedetto, ma incrementano le nostre conoscenze anche a proposito di quello che era il clima culturale nell’Accademia Fiorentina, almeno per quanto concerne la speculazione filosofica. Stando alle informazioni forniteci dal principale biografo del Varchi, cioè Giovan Battista Busini, sappiamo che lo scrittore fu profondo conoscitore dell’Aristotelismo, tanto da lasciarci ben quattro libri dell’Etica con commento annesso, e tutta la Logica. La scelta di privilegiare la filosofia aristotelica fu una cosa quasi naturale per lui, dal momento che ebbe modo di seguire le lezioni del maestro bolognese Lodovico Boccadiferro. Questo non fu, in verità, il suo primo docente, dal momento che il primo a impartirgli lezioni di filosofia fu Francesco Verino il vecchio, filosofo eclettico, abituato a mescolare temi peripatetici a temi platonici110. Se a Bologna fu seguito dal Boccadiferro, a Padova collaborò, invece, con Francesco Beato, domenicano di cui non si sa molto, che tentò di conciliare il Cristianesimo con la Metafisica, mentre nel 1545, seguì le lezioni di Maggi sulla

Poetica.

Benedetto Varchi seppe fare delle nozioni sull’Aristotelismo un vero tesoro; non si limitò, infatti, a seguire le lezioni di illustri maestri, ma fu protagonista di

108 C. V ERZONE,cit., pp. 96, 82. 109 A.A NDREONI,cit., pp. 243-245. 110 U.PIROTTI,cit., pp. 81-82.

56 importanti dissertazioni filosofiche, che lo resero portavoce di un Aristotelismo eterodosso raramente conciliante con gli orientamenti della Controriforma111. Inoltre, ancor prima della sua adesione all’Accademia, già lo Studio pisano- fiorentino si era attivato al fine di una “conciliazione” tra la dottrina platonica e quella aristotelica. L’obiettivo era stato, ad esempio, perseguito dal Diacceto, il quale - tra il ’96 e il ’99 - incrementò la fama dello Studio con la pubblicazione del De Pulchro, mentre - tra il 1516 e il 1521 - tenne lezioni significative sul Platonismo. E proprio l’attività del Diacceto influì positivamente sul Varchi, che non solo ricostruì la biografia dell’intellettuale, ma curò anche l’edizione dei Tre

libri d’amore dello stesso112 .

Concludendo il commento a questo sonetto si può, infine, ipotizzare che sia di qualche anno successivo all’allontanamento del Lasca dall’Accademia; a provarlo vi sono non solo le date delle commedie113 e i testi qui menzionati, ma anche l’atteggiamento critico contro il Gelli e il Varchi (esploso dopo il 1547 e inaspritosi negli anni Cinquanta).

Sempre a proposito dei testi indirizzati al Varchi, ve ne sono alcuni in cui il Lasca si burla del suo ruolo di intellettuale e della sua capacità nell’adunare intorno a sé discepoli particolarmente giovani, con i quali, però, crea un rapporto che va oltre a quello normalmente esistente tra insegnante e allievi. Le dicerie sull’omosessualità del Varchi sono per il Lasca un’ottima occasione per deriderlo, almeno stando a quanto affermato in un altro testo:

O padre Varchi, Socrate novello, o voglian dir, Pitagora secondo, a voi devrieno a drappello, a drappello

scolar venir di tutto quanto il mondo, 4 poi che ʼl vostro sapere alto e profondo

ficcate lor sì tosto nel cervello, ma non ritrova così l’uovo mondo114 se non però chi è giovine e bello115.

111 Ivi, p. 106.

112

C.VASOLI, Platone allo Studio, in ‹‹Rinascimento››, seconda serie, vol. XLI, 2001, p. 44. 113 La Suocera, fu stampata la prima volta nel 1569 per Bartolomeo Semartelli. Cfr A.GRAZZINI, Rime, a cura di F. Moücke, cit., parte prima, p. 321.

114 Ottenere qualcosa senza alcuna difficoltà. Cfr GDLI. 115

57 Pur consapevoli che durante il Rinascimento le accuse di sodomia rivolte a artisti e uomini di stato erano spesso prive di fondamento e usate semplicemente per infamare, in questo caso non si può, però, negare che il Varchi amò realmente giovanissimi discepoli, perfettamente in linea con il tema dell’insegnamento platonico in voga all’interno dell’Accademia116. Con assoluta certezza sappiamo che, ancora venticinquenne, si invaghì del giovane Giovanni di Alessandro de’ Pazzi e che il padre di questi, accortosene, proibì al figlio di uscire, per poi tentare l’uccisione del letterato per mano di un sicario117

. Quello per Giovanni non fu l’unico amore omosessuale del Varchi, innamoratosi anche di Giulio della Stufa, celebrato nelle sue rime col suo vero nome o con quello pastorale di Carino118. Anche il Lasca ironizza sull’omosessualità dell’intellettuale, definendolo un

Socrate novello (allo stesso modo in cui Varchi aveva definito lo Stradino nella Storia Fiorentina119).

Dunque, sembra proprio che quanto asserito dal Lasca non fosse semplice malignità ma rispondesse al vero. Attraverso le sue rime, ebbe la capacità di far diventare di dominio pubblico la vita privata del Varchi, la cui menzione è anche l’occasione per trattare di importanti questioni filosofiche, attinenti, nella fattispecie, al Platonismo. Se nel primo verso paragona il destinatario del componimento a Socrate e nel secondo a Pitagora, a partire dalle terzine l’attenzione si sposta proprio su Platone e sui due discepoli Alcibiade e Fedro: […]

Alcibiade e Fedro fur perfetti scolar, come già vide e seppe Atene,

però ch’ei furon belli e giovinetti: 11 e per che la bellezza da Dio viene,

hanno solo giudizi e ingegni retti i giovin begli, e imparan tosto e bene.

Quindi, cosciente della pederastia del Varchi, si serve dei nomi di due seguaci di Socrate, protagonisti del dialogo filosofico Il Simposio, per ironizzare non solo sui

116

Cfr G.MANACORDA, Benedetto Varchi. L’uomo, il poeta, il critico, Nistri, Pisa, 1903, p. 11. 117 Vedi il racconto in Vita di Benedetto Varchi, scritta da un A

NONIMO in Storia Fiorentina del Varchi, Le Monnier, Firenze, 1857, I, 28 e cit. da G.MANACORDA, cit., p. 11.

118 G.M

ANACORDA, cit., p. 12. 119

58 gusti sessuali del letterato, ma anche per riflettere sulle sue teorie filosofiche, almeno stando al v. 12, in cui si riprende il concetto di “bellezza platonica”, sulla quale lo stesso accademico fiorentino aveva riflettuto in una lezione tenuta personalmente e in cui indagava l’importanza della bellezza intesa come grazia:

La bellezza non è altro che una certa grazia. Dovemo dunque confessare che quella bellezza, che noi diciamo grazia non nasce dai corpi, né dalla materia, la quale di sua natura è brutissima, ma nasce dalla forma, che le dà tutte le perfezioni che in lei si ritrovano; onde la bellezza in questi corpi inferiori così naturali come artifiziali, non è altro che quella grazia e piacenza, per dir così, la quale ha ciascuno di loro dalla sua propria forma sostanziale o accidentale che sia, nelle cose naturali naturale, e nelle artifiziate artifiziata. E perché la propria forma dell’uomo è l’anima, dall’anima viene all’uomo tutta quella bellezza che noi chiamiamo grazia; la quale non è altro, secondo Platone, che un raggio e splendore del primo bene e somma bontà, la quale penetra e risplende per tutto il mondo in tutte le parti. Dalla quale opinione non è lontana quella sentenza divina di Aristotile nel primo libro del Cielo, la quale tolse ed interpretò divinamente Dante nel principio del Paradiso, quando disse: La gloria di Colui che tutto muove / Per l’universo penetra, e risplende / In ogni parte più e meno altrove120.

In questa lezione il Varchi propugnava l’anteposizione della bellezza interiore a quella fisica, considerando la prima coincidente con la grazia che, come credeva Platone, derivava dalla somma bontà.

Concetti di questo tipo non sfuggirono di certo al Lasca, che, nel suo testo, abbassa drasticamente la solennità del discorso accademico, riducendo il tema della bellezza a qualcosa che - pur derivando da Dio - subisce delle “contaminazioni” dai gusti sessuali degli uomini e nella fattispecie di Benedetto. Se da un lato sembra fare il verso al Platonismo varchiano, dall’altro riduce tutto a quanto di più edonistico e materiale ci sia. Fingendo di approvare i gusti e gli insegnamenti del Varchi, invita, inoltre, i genitori a porre i loro figli sotto l’egida di un grande maestro, in grado di stimolare l’esercizio dell’intelletto.

È ovvio, però, che il testo va interpretato in chiave antifrastica; dell’accademico fiorentino il poeta fornisce, infatti, un ritratto paradossale, mostrandolo assai diverso dalla realtà, ovvero un maestro autorevole e senza eguali:

120 B.V

ARCHI,Opere di Benedetto Varchi, stampate presso l’Ufficio Generale di Commissioni ed Annunzi, Milano, 1858, volume secondo, pp. 733-734.

59 […]

Ond’io la lingua muovo,

e dico: o voi che figliuoi vi trovate

begli, e che son nella più verde etate 20 se veder gli bramate

di vertù pieni e di dottrina carchi, dategli a custodire al padre Varchi.

Il tema della pederastia, centrale in questo sonetto, non è una novità per la poesia comica, soprattutto cinquecentesca, anche stando ai Cantici di Fidenzio del vicentino Camillo Scroffa, in cui tutto ruota intorno all’omosessualità del maestro, vista come vizio degli umanisti e dei letterati più in generale121.

Se fino a questo punto ci siamo occupati delle rime in cui il Varchi è preso di mira per i suoi gusti sessuali e per i rapporti intrattenuti coi suoi giovani allievi, ora prenderemo in esame quelle in cui si affrontano importanti questioni letterarie. Estremamente interessante per la nostra ricerca è, ad esempio, un sonetto caudato in cui il poeta, partendo - come si dimostrerà di seguito - da una delle lezioni