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Il dibattito con gli Aramei e la questione linguistico-ortografica

3. CRITICA ED ELOGIO DEGLI ACCADEMICI FIORENTINI

3.4. Il dibattito con gli Aramei e la questione linguistico-ortografica

Sebbene il presente lavoro sia incentrato sulla ricostruzione dei temi trattati in poesia da Anton Francesco Grazzini, non ci si può sottrarre dall’analizzare le dinamiche politiche e culturali che influenzarono il panorama poetico e letterario della prima metà del Cinquecento, anche perché queste emergono ripetutamente nelle rime del Lasca, abituato a trasporre in poesia quanto vissuto in prima persona.

I condizionamenti politici, per esempio, segnarono in modo significativo la vita accademica e portarono alla nascita di gruppi coesi e per certi versi a sé stanti all’interno dell’organismo culturale fiorentino. Fra tutti spicca il gruppo degli Aramei, composto da letterati che ebbero non poche tensioni col Lasca, in totale disaccordo con le loro teorie linguistiche. Il nome Aramei, ricorrente nelle rime grazziniane, è usato dal poeta in senso derisorio verso tutti quei letterati che, divergendo da quanto creduto sino ad allora, ritennero la città di Firenze di fondazione aramaica, con tutto quello che ne conseguiva culturalmente e linguisticamente.

Gli Aramei, il cui rappresentante più significativo fu Pier Francesco Giambullari188, elaborarono il mito dell’origine aramaica del fiorentino e della stessa città toscana, facendosi così interpreti dell’egemonia politico-culturale di Cosimo I. Occupandoci di questo tema sarebbe, tuttavia, errato ridurre tutto a una semplice questione linguistica o culturale; pertanto si cercherà - tenendo conto dei condizionamenti politici - di capire per quali ragioni la teoria aramea ebbe così tanto successo.

Bisogna partire, però, da molto lontano e, in particolare, dal periodo savonaroliano, dopo il quale la città toscana cercò di riappropriarsi della grandezza di un tempo anche grazie a Leone X (al secolo Giovanni de’ Medici), che per primo sottolineò la grande importanza che per Firenze aveva avuto la civiltà etrusca189.

Tuttavia, fu soprattutto con Cosimo I che si cercò di consolidare il prestigio di un tempo con la centralizzazione del potere e con un ferreo controllo della vita

188 F.P

IGNATTI, Giambullari, Pierfrancesco, in Dizionario biografico degli Italiani, cit., vol. 54, 2000, pp. 308-310.

189 G. C

IPRIANI, Il mito etrusco nel Rinascimento fiorentino, Leo S. Olschki Editore, Firenze, MCMLXXX, p. 48.

85 culturale, anche per mezzo di un fermo riconoscimento nel mito etrusco, ulteriormente rafforzatosi dopo le sue nozze con Eleonora di Toledo (in occasione delle quali tutta la città fu ornata in grande stile, come ci rivela la descrizione dell’Apparato et feste per le nozze dell’illustrissimo Signor Duca di Firenze e

della Duchessa sua consorte, inviata in forma epistolare proprio dal Giambullari a

Giovanni Bandini190). Il duca, però, grazie alla sua lungimiranza e alla sua abilità nel governo intuì che non ci si poteva fermare a una semplice elaborazione di miti per celebrare la grandezza di Firenze ma che, di fatto, era necessario fare leva su altri fattori, primo fra tutti quello linguistico:

La formazione di un ben articolato stato unitario, l’abolizione all’interno di esso di divisioni e particolarismi avevano ormai rilanciato l’esigenza di una lingua comune che fosse al tempo stesso consona alle necessità della nuova burocrazia amministrativa come di quelle di ciascuno e Cosimo seppe vedere in ciò un prezioso strumento di propaganda politica. La lingua poteva infatti costituire un insperato tramite di unione e di coesione in quel tessuto territoriale che faticosamente si cercava di mantenere stabile e compatto, come pure poteva degnamente rappresentare il motivo di una rinascita culturale toscana e non fiorentina191.

In verità, sebbene la sua l’intenzione (di Cosimo I) fosse quella di partire dalla questione linguistica per ridare unità politica, amministrativa e culturale al principato, non tutto andò come sperato, dal momento che il controllo a volte troppo deciso e invadente sull’Accademia Fiorentina finì per spezzare gli equilibri già precari all’interno dell’organismo culturale cittadino. Più volte è stato detto che la vita accademica fu minata da forti contraddizioni interne – spesso legate alle divergenze tra i suoi membri – che, in più occasioni, portarono a contrasti durissimi, a partire da quello ormai ben noto del Lasca con alcuni accademici per questioni linguistiche e ortografiche. In merito a questo argomento possiamo dire che i letterati invisi al Lasca furono davvero tanti, ma nessuno come il Gelli e il Giambullari fu deriso con tanta rabbia e disappunto.

L’adesione di questi ultimi all’Accademia rappresentò un importante banco di prova, dal momento che si affermarono non solo come scrittori, ma anche come linguisti e grammatici (come è provato dalla loro produzione letteraria).

190 Ivi, p. 75.

191

86 Tra il 1542 e il 1543 il Gelli scrisse il trattato Dell’origine di Firenze, dedicato a Cosimo, nel quale ripercorreva la storia della Toscana, considerata la prima terra abitata dopo il diluvio universale e identificando Giano192, Noè ed Ercole Libio con i suoi fondatori. L’accademico fiorentino, avvalendosi delle sole fonti bibliche e mettendo da parte quelle greche, ricostruì, infatti, i due mitici viaggi di Noè (identificato con Giano) in Italia, grazie ai quali - secondo lui - fu fondata Fiesole e in seguito Firenze.

Da qui prese le mosse Il Gello del Giambullari che, approvando le teorie dell’amico e del compagno accademico, vide nella fondazione di Firenze un congiungimento tra la grande tradizione etrusca e aramea, perché non solo da Ercole la più nobile delle città toscane aveva tratto la sua origine, ma nel suo nome193 e nella sua insegna manteneva l’antica nascita aramea:

Questa secondo Sempronio Tantalo, dottor pisano, fu dagli Etrusci chiamata Firens, da Fir, dice egli, che vuol dir correre, ed Ens, castello, quasi castel fluente, rispetto all’Arno che correva già lungo quello. Il che se è vero o non vero non voglio io cercare altrimenti, bastandomi pur troppo il poter dimostrare, che il vero nome della mia patria non è Fluenzia ma Florentia, come dicono che intende Plinio, il quale nientedimanco, sotto quel nome, parla di tutti i popoli che abitano lungo l’Arno, ma Florenzia a Latini e Firenze a noi da la insegna e dagli abitanti. Conciossiaché Fir in lingua aramea significa fiore, come appare nello VIII capo de’ numeri della voce Fircah, cioè fior loro, nel V cap. di Esaia. Hen poi significa Gratia, come nel 6 del Genesi trovò Noè hen (cioè grazia) davanti a Dio.

Avvertite dunque [..] che il nome di Firenze è composto solamente di due voci, cioè di Fir, che è fiore, come poco avanti abbiam detto, e di ez che vuol dire forte. Non perché dica fior forte, che questo non saria vero, ma fiore de’ forti, cioè dei soldati di Ercole Egizio, posti qui ad abitare da Ercole istesso, come dianzi udiste dal Gello.

Giunse, inoltre, per quanto concerneva la questione linguistica a un’identificazione dell’antica scrittura etrusca con quella aramaica, proprio a partire da quella analogia tra Giano e Noè.

Il testo, estremamente interessante non solo per la teoria inerente alla nascita di Firenze connessa alla vicenda biblica di Noè, ma anche per la veemenza con la

192 Divinità italica.

193 P.G

IAMBULLARI, Le lezioni di messer Pierfrancesco Giambullari aggiuntovi L’Origine della Lingua Fiorentina altrimenti il Gello dello stesso autore, G. Silvestri, Milano, MDCCCXXVII, pp. 256-259.

87 quale si attacca la cultura greca (rea di avere oscurato fino ad allora l’originaria componente aramaica194), interpreta, quindi, ottimamente i grandiosi progetti culturali del duca.

La parentesi sul mito arameo di Firenze è indispensabile proprio per comprendere meglio le discussioni intorno alla lingua toscana delle quali si fece carico il Lasca e alle quali, da questo momento, dedicheremo la nostra attenzione.

È risaputo che nel XVI secolo furono in molti a occuparsi del problema linguistico nazionale e che in un contesto culturale assai dinamico l’Accademia Fiorentina – quasi coeva a quella degli Infiammati di Padova e con essa in decisa competizione – iniziò a promuovere una serie di iniziative volte a un’affermazione indiscussa della lingua fiorentina.

Il dibattito, come si sa, fu fortemente condizionato dalle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo, il quale proponeva l’uso del fiorentino trecentesco al fine di risolvere il problema linguistico nazionale. In molti presero parte alle discussioni e almeno in ambito accademico i più attivi furono il Varchi, il Gelli e - in misura minore - lo stesso Lasca (sempre legatissimo e attento alla vita accademica della città natale, nonostante le tensioni e l’estromissione). Il primo – come si è visto nelle pagine precedenti – propugnava una lingua modellata sulle Tre Corone ma arricchita con voci di altre lingue, mentre il secondo ritenne di doverne adoperare una dal registro più sorvegliato e debitrice alla letteratura195. Decisamente divergenti dalle teorie del Gelli furono quelle proposte dal Grazzini, aperto verso un uso più “moderno” della lingua ma regolato secondo i modelli letterari propri di ogni genere, a partire dal Berni per il genere burlesco e dall’Ariosto per quello cavalleresco e della commedia196.

Le tensioni tra il Gelli e il Lasca erano, in verità, provocate non solo da una diversità di vedute sulla fisionomia da assegnare al modello linguistico fiorentino, ma anche dalle teorie avanzate dal primo in merito all’origine dello stesso. Ecco perché la produzione burlesca del Lasca conta parecchie rime nelle quali il Gelli e con lui gli Aramei sono sbeffeggiati e derisi.

194 P.S

IMONCELLI, La lingua di Adamo. Guillaume Postel tra accademici e fuoriusciti fiorentini, Leo S. Olschki Editore, Firenze, MCMLXXXIV, p. 22.

195 S. C

ASELLI, La commedia e la questione della lingua nella Firenze di Cosimo I, in ‹‹Italianistica››, Marzorati Editore, Milano, 1980, anno IX – n. 3, settembre-dicembre 1980, p. 483.

196

88 Spesso, però, il dibattito con questi ultimi si trasformò in un’occasione per sviare da questioni meramente linguistiche, facendolo diventare un vera questione personale.

Si ritorna, così, al tema della cacciata accademica che il poeta dovette subire nel 1547 e della quale i due aramei furono considerati corresponsabili. L’inquietudine provocata dal fallimento accademico trova, per esempio, spazio in un sonetto caudato risalente al periodo immediatamente successivo all’estromissione, nel quale il Lasca si rivolge direttamente a Cosimo I con animo dimesso, al fine di ricevere un giusto riconoscimento per i torti subiti. Se nella prima parte del componimento attribuisce agli Aramei la responsabilità per la sua crisi personale, rivolgendo loro parole di sfida e di forte risentimento, è nei versi finali che l’attenzione è rivolta tutta all’esponente della famiglia Medici, padrone assoluto della città toscana e vero deus ex machina della vita culturale fiorentina:

Signor, da loro a loro una giornea s’affibbian gli accademici per modo, ch’io rido dentro e fra me stesso godo, per che la lor pensata è Aramea.

Questa per certo è cosa iniqua e rea, 5 che gli abbian consultato e posto in sodo197,

ch’io abbia ad esser preso ad ogni modo, e mandato alle Stinche, od in galea, come se fusse in me qualche viziaccio, un, verbigrazia, ladro, o giuntatore, o qualcun di quegli altri, ch’io mi taccio198.

Il Lasca, in tono adulatorio, si rivolge a Cosimo I con il titolo onorifico di Signor in segno di rispetto e sudditanza e, in modo apparentemente sereno e disteso, finge di guardare con distacco alle polemiche interne all’Accademia, scatenate soprattutto dagli Aramei.

Successivamente menziona con parole provocatorie non solo il gruppo arameo, ma anche la generica categoria degli accademici, che - con atteggiamento autorevole e presuntuoso - indossano la giornea, antica veste curiale199, la cui

197 Decretato. Cfr GDLI. 198 C. V ERZONE, cit., p. 69. 199 GDLI.

89 presenza è ovviamente derisoria e suggerisce l’aria di sufficienza e fastidio con la quale il poeta li guarda. Pur fingendo di riconoscere la grandezza e il prestigio culturale degli accademici a lui coevi, non manca di considerarsi superiore a tutti gli altri. Nelle due quartine assegna grande importanza al tema del suo dramma interiore e personale e, al v. 3 (con costruzione chiastica) e al v. 6, non solo denigra i colleghi, ma li attacca per la superficialità dimostrata quando bisognava decidere della sua sorte. La vessazione della quale si sente vittima è attribuita principalmente agli Aramei, verso i quali polemizza - in questo frangente - non per questioni linguistiche ma personali, dal momento che l’adesione all’Accademia prima del Giambullari e poi del Gelli contribuì alla sua crisi personale e compositiva. Secondo il Lasca, verso di lui è stato adottato un comportamento sconveniente alle circostanze, che lo ha portato a vivere in uno stato di prigionia – culturale e poetica, si intende – come fosse un ladro o un truffatore qualsiasi (giuntatore200).

Il rammarico per una condizione non certo piacevole è molto simile a quello emerso nel Lamento dell’Accademia (del quale si è parlato nel capitolo precedente), con la sola variante che se in quella circostanza il poeta aveva preferito celarsi dietro l’organismo culturale fiorentino, qui svela apertamente il proprio disappunto senza il ricorso ad alcun artificio narrativo:

[…]

Or se io mi trovo fuore

dell’Accademia ed honne dispiacere, 16 diavol, ch’io non mi possa anco dolere?

[…]

Io sono in su l’arcione

pronto e parato e gli aspetto alla guerra, sperando ad uno ad un porgli per terra. Ma quel che mi chiude e serra201

tutto il sonetto e tutt’ il voler mio, 25 è ch’ io vi temo ed amo come Dio;

e che vi piaccia ch’io,

vostro umil servitore e poverello, sicuro sia da loro e dal bargello. 200 Ivi.

201

90 Il Grazzini si mostra, infatti, molto sicuro delle sue potenzialità, a tal punto da trasporre il dibattito linguistico e letterario in un contesto cavalleresco, dal quale spera di uscire vittorioso dopo un vero duello. La coda del sonetto ritorna, poi, a essere occupata dalla celebrazione del duca, verso il quale il poeta ammette di essere mosso da profondo timore e amore. La sottomissione della quale si fa portavoce è sottolineata non solo dai sentimenti che lo animano, ma anche dall’identificazione del tiranno con Dio, quasi a voler riconoscere al principato mediceo una legittimità divina. Il v. 26 è, dunque, la palese dimostrazione che il Grazzini, pur adirato col regime per questioni culturali e personali ormai note, non fu poi un sovversivo o un antimediceo nel vero senso della parola come ha, invece, sostenuto più volte Plaisance202. Qualora fosse stato un autentico ribelle, c’è da credere, infatti, che Cosimo non avrebbe esitato ad annientarlo fisicamente, mentre il poeta riuscì – anche dopo il suo fallimento accademico – a restare a Firenze e, addirittura, a riconoscersi nuovamente nel progetto accademico fiorentino a partire dal 1566. Con molta probabilità, quindi, il testo risale a un periodo in cui il poeta stava meditando una riconciliazione non tanto con gli accademici, quanto col duca, nel quale riconosceva l’unica possibilità di “rinascita culturale” per sé stesso.

Ritornando ai contrasti con gli Aramei, è certo che per il Lasca questi rappresentarono uno dei problemi più scottanti ma, ovviamente, non l’unico. A darne prova è un sonetto caudato nel quale inveisce anche contro altri accademici, dando loro la responsabilità del suo “spoetarsi” e della crisi degli Umidi:

Andate, Muse, andatene al bordello, ch’io vi rinniego, e te, Febo, ho stoppato203

: poi che da Caifasse204 e da Pilato

avut’ho la sentenza dell’agnello.

Io mi spoeto, poi ch’io veggio quello 5 che madonna Accademia ha ordinato,

dov’ io son casso e dentro v’ è restato l’Etrusco, l’Arameo, lo Scuro e ʼl Gello205. 202 M.P

LAISANCE, L’Accademia e il suo Principe. Cultura e politica a Firenze al tempo di Cosimo I e di Francesco de’ Medici, Vecchiarelli Editore, Roma, 2004, pp. 188-190.

203

Fare la stoppa di qualcuno significa malmenare ma anche non tenere in considerazione. Entambi i significati potrebbero essere pertinenti all’atteggiamento del Lasca nei riguardi di Febo. Cfr GDLI.

204 Caifa, sommo sacerdote e capo del sinedrio ebraico, fece arrestare Gesù e ne chiese la crocifissione.

91 Il testo, aperto con l’invocazione alle Muse cara alla poesia solenne e ripresa ironicamente da quella burlesca, fa trasparire sin dall’inizio lo sdegno del poeta verso i colleghi accademici e l’impossibilità di far poesia in queste condizioni. In sintonia con il genere comico, non rinuncia a un lessico colloquiale e basso suggerito dal sostantivo bordello (al v. 1), luogo dove sono dirette le Muse che, evidentemente, hanno lasciato i luoghi propri della poesia autentica per abbandonarsi a comportamenti immorali e lascivi. Ricorrendo, inoltre, al linguaggio biblico, cerca di impietosire il lettore riguardo la sua condizione, identificandosi con l’agnello sacrificale (Cristo) e parlando di Caifasse e Pilato per alludere, verosimilmente, alle più alte cariche accademiche che, nel 1547, con il loro non-intervento o intervento contrario decretarono la sua espulsione. Dalle parole sdegnose rivolte ai letterati, il Lasca sembra proprio essere in un punto di non ritorno, dal momento che il suo unico desiderio è quello di mettere la parola fine all’attività poetica, pur con la consapevolezza che il suo gesto sancirà la vittoria di alcuni a lui invisi: Alfonso de’ Pazzi (identificato con l’appellativo di Etrusco), Giambullari (l’Arameo per antonomasia), il Varchi (detto lo Scuro probabilmente per il colore olivastro della pelle) e il Gelli, tutti letterati che in varia misura offesero – con i loro gesti e con il loro operato – la sua sensibilità di uomo e poeta. Il Grazzini riesce, tuttavia, a superare il proprio rammarico per i torti subiti, rivendicando il suo ruolo di fondatore dell’Accademia:

[…]

Oh pensieri invidiosi, oh voglie avare!

a questo modo dunque i fondatori 13 dell’Accademia s’ hanno a ristorare?

[…]

Ma cassino a lor posta,

meninsi il zugo206 e rinneghino Dio, 19 chè l’Accademia ho fatto e fondat’io.

205 C. V

ERZONE,cit., p. 68.

206 Col il termine zugo si indica una frittella di pasta fritta avvolta attorno a un bastoncino e per lo più spalmata di miele, ma anche il membro virile, il cui richiamo nel testo sembra plausibile. Cfr GDLI.

92 Mediante un’operazione di affabulazione tutta interiore cerca, infine, di darsi conforto e coraggio, nella speranza che l’ordine originario venga ricostituito e che il buon nome degli accademici fondatori ritorni in auge.

Indubbiamente uno dei punti più rilevanti del testo è rappresentato dal v. 8, nel quale sono menzionati accademici di spicco, assidui protagonisti delle rime grazziniane.

È il caso dell’Etrusco e del Varchi, protagonisti di un acceso scambio poetico con il Lasca, in grado di stimolanrne in qualche modo anche la creatività e di ottenere qualche volta anche degli apprezzamenti, mentre con il Gelli e il Giambullari furono più i dissidi che i punti d’incontro. Oltre a precise motivazioni personali, come è stato detto precedentemente, vi furono anche questioni linguistiche che scatenarono tensioni fortissime all’interno dell’ambiente accademico; da questo punto di vista, infatti, Gelli e Giambullari si erano messi in mostra con una produzione letteraria per certi versi complementare.

Il Gelli, ancora prima del Giambullari nell’opera Dell’origine di Firenze, aveva, per esempio, visto nel volgare fiorentino una lingua debitrice non ai Latini e ai Romani, ma ai Padri ebrei, facendolo diventare l’erede diretto della lingua ‹‹sacra›› in cui si era espressa la rivelazione divina207

. Il suo lavoro interessò talmente tanto il Giambullari che ne diede prova nel volumetto Il Gello.

Ragionamenti de la prima et antica origine della Toscana et particolarmente della lingua fiorentina (pubblicato la prima volta nel 1546):

La maggior parte de’ nostri nomi non dipendono dal latino, ma dall’etrusco; il quale certamente si può male intendere ne’ tempi nostri senza una ottima cognizione di queste altre lingue, della ebrea dico e della Caldea, le quali uscirono donde l’Etrusca, siccome (s’io non m’inganno) agevolmente potrà vedersi nel presente ragionamento. Nel quale, e massime nel principio, ho introdotto a parlare il nostro Giovan-Battista Gelli, si perché egli è molto virtuoso e tanto amico mio, che dal cognome suo voglio chiamare quest’opera il Gello, e sì ancora perché, bisognandomi pure servire dell’antichità di Firenze avendone già scritto egli208.

L’attività dei due Aramei presenta, inoltre, delle convergenze in merito ai contrasti col Lasca, che pur avvalendosi di un genere erroneamente considerato

207 C. V

ASOLI, Considerazioni sull’‹‹Accademia Fiorentina››, in La nascita della Toscana, dal Convegno di studi per il IV centenario della morte di Cosimo I de’ Medici, Leo S. Olschki Editore, Firenze, MCMLXXX, p.49.

208

93 inferiore agli altri come la poesia giocosa, riuscì a deridere letterati stimati e apprezzati da molti.

Se nel sonetto del quale ci stiamo occupando il poeta tratta della sua condizione per vie generali, è in un altro componimento – dedicato ancora una volta a