Heidegger e Freud: verso una «analitica della finitudine»

Nel documento L'OBLIO IN HEIDEGGER E FREUD TRA IL DIMENTICARE COME NECESSITÀ ESISTENZIALE E IL RICORDARE COME IMPEGNO FILOSOFICO E PSICHICO (pagine 107-165)

Quarta parte: l'interpretazione di ciò che è dimenticato nell'oblio e nel rimosso

7) Heidegger e Freud: verso una «analitica della finitudine»

Freud e Heidegger sembrano, effettivamente, gettare le basi per fondare quell' «analitica della finitudine» che esprime «la fine della metafisica»464. Dice Foucault a questo proposito: «allorché i contenuti empirici vennero staccati dalla rappresentazione e nascosero in sé il principio della propria esistenza, la metafisica dell'infinito divenne inutile; la finitudine non cessò più di rinviare a se stessa»465. Anche Foucault interpreta quella che in Heidegger è la condizione di gettatezza, mettendo in risalto le connessioni che tale condizione può avere con la dimensione pulsionale enunciata da Freud: «l'uomo […], non appena pensa, si svela ai propri occhi soltanto nella forma d'un essere che è già, […] entro un'irriducibile anteriorità»466 dove «il desiderio è dato come appetito primordiale, a partire dal quale tutte le cose prendono valore, e valore relativo»467. Foucault, del resto, riconosce apertamente un ruolo importante alla psicoanalisi:

La psicoanalisi interroga non già l'uomo in sé […] ma la regione che rende in genere possibile un sapere sull'uomo [ …] essa attraversa l'intero campo di tale sapere in un movimento che tende a raggiungerne i limiti. […] La psicoanalisi si serve del rapporto singolare della traslazione per scoprire ai confini esterni della rappresentazione il Desiderio, la Legge, la Morte, traccianti all'estremo del linguaggio e della pratica analitici le figure concrete della finitudine468.

Attorno al concetto di finitudine Foucault sembra far convergere le direttrici fondamentali del pensiero di Heidegger e della teoria freudiana: ovvero l'anteriorità del «già-in» e della pulsionalità rispetto a qualsiasi altra determinazione dell'essere umano. Muovendo dal decadimento della metafisica l'uno e dallo

464 Michel Foucault, Les mots et les choses, Editions Gallimard, Paris 1966; trad. it. di Emilio Panaitescu, Le parole e le cose, BUR, Milano 1978, p. 342.

465 M. Foucault, Le parole e le cose, cit., p. 341.

466 M. Foucault, Le parole e le cose, cit., p. 338.

467 M. Foucault, Le parole e le cose, cit., p. 339.

468 M. Foucault, Le parole e le cose, cit., p. 404.

smascheramento dell'ottimismo positivista l'altro, Heidegger e Freud paiono ritrovarsi in ciò che per Foucault è la impossibilità di pensare «l'uomo moderno» se non «a titolo di figura della finitudine»469.

Peraltro, analizzando il fenomeno dell'oblio in Heidegger e i diversi aspetti della rimozione descritti da Freud, si possono scorgere importanti connessioni fra il pensiero di Heidegger e la teoria psicoanalitica. Infatti, sia l'oblio dell'essere che caratterizza la metafisica, sia l'oblio di se stesso che contraddistingue l'Esserci inautentico, trovano un loro corrispettivo in Freud, o, perlomeno, una loro possibile interpretazione in termini psicoanalitici.

Entrambi gli aspetti dell'oblio di cui parla Heidegger denunciano la difficoltà di pensare qualcosa per quello che esso veramente è; e non si tratta di un qualcosa di accessorio, bensì di fondamentale: la metafisica viene meno al suo compito precipuo di pensare l'essere dell'ente e l'Esserci oblia il suo passato, inteso, dice Heidegger, come il suo più proprio poter essere.

La rimozione descritta da Freud evidenzia come lo sviluppo individuale e sociale avvenga a patto di una rinuncia pulsionale e a scapito, sovente, di una cosciente e intimamente vera accettazione della realtà, ponendo così in uno stato di oblio una quantità di elementi psichici diversi, tra i quali anche conflitti determinanti per la formazione dell'individuo.

Oblio e rimozione sembrano pertanto assolvere una sorta di funzione esistenziale, nel senso che la loro opera consente una rappresentazione della realtà, per così dire, più confortevole. Oblio e rimozione favoriscono l'adesione all'interpretazione pubblica della comunità in cui si vive dove, rinunciando a qualcosa di sé, l'individuo si uniforma alle opinioni comuni. Ma, questa, è solo una tappa dell'evoluzione individuale di ciascuno, essa costituisce solo un momento di vantaggiosa accondiscendenza che consente il soddisfacimento organizzato dei bisogni primari, al quale deve far seguito una personale rielaborazione, un percorso individuale che consenta ad ognuno di far proprie quelle interpretazioni pubbliche del mondo. Tuttavia, l'azione di oblio e rimozione porta progressivamente ad un vero e proprio fraintendimento della realtà stessa e alla conseguente difficoltà, «all'impossibilità di

469 M. Foucault, Le parole e le cose, cit., p. 343.

abbandonare», dice Graziella Berto, quel «punto di vista»470 così raggiunto, «che tuttavia risulta inadeguato, deformante»471, tanto da rendere poi necessario un lavoro di distruzione, di smascheramento di quanto su oblio e rimozione è stato edificato.

La metafisica, obliando il problema dell'essere, ha potuto concentrarsi sugli enti fino a sentirsene padrona per poi confondersi con la tecnica; l'Esserci che oblia se stesso, evita il confronto con la propria morte ma si condanna ad una esistenza inautentica ed anonima. Peraltro, l'evoluzione della civiltà non sembra capace di cessare di fondarsi sulla richiesta di una rinuncia pulsionale sempre maggiore e su di una elaborazione dell'idea della morte che tende in sostanza a negarla.

Quindi, è possibile dire che l'interpretazione dell'oblio operata da Heidegger come anche i diversi aspetti della rimozione analizzati da Freud, rappresentano angolazioni particolari dalle quali è scorto il medesimo fenomeno, cioè la tendenza ad occultare qualcosa che segnala, ricorda all'uomo la sua finitudine. Tale dinamica psichica affonda le sue radici nelle modalità ultime in cui l'uomo rappresenta se stesso, cosicché sia Heidegger che Freud, fra le differenze di convincimenti, indagano, come ha mostrato Ricoeur472, le stesse fondamentali dinamiche di comprensione ed interpretazione della realtà sulle quali l'uomo si struttura. Comprendere ed interpretare (e dimenticare) risultano essere non semplicemente delle facoltà umane ma le caratteristiche costitutive dell'essere umano. Infatti, per Heidegger, «l'Esserci è siffatto che, essendo, […] comprende e interpreta inesplicitamente qualcosa come l'essere»473; così, secondo la visione della psicoanalisi, la strutturazione dell'individuo avviene proprio in un processo continuo di interpretazione e rielaborazione di quanto perviene alla sua coscienza o, meglio, di quanto entra in contatto con il suo sistema percettivo, dando luogo a quella che Giovanni Jervis definisce una «dimensione esperenziale o soggettiva del vivere, cioè il nostro modo personale di rappresentare la realtà e con esso ciò che consideriamo il nostro privatissimo

470 G. Berto, Freud, Heidegger, lo spaesamento, cit., p. 5

471 G. Berto, Freud, Heidegger, lo spaesamento, cit., p. 5.

472 Cfr. supra § 2 Psicoanalisi ed ermeneutica: la lettura freudiana di Ricoeur, pp. 16 - 21.

473 M. Heidegger, Essere e Tempo, cit., p. 35.

mondo interiore»474 che è poi «qualcosa che non può mai essere immediatamente tradotto in termini oggettivi»475. E' una interpretazione necessaria, ineluttabile, quella a cui l'uomo è chiamato. Una interpretazione che dell'essere umano dà la caratteristica fondamentale, costitutiva, poiché «comprensione e interpretazione rappresentano la costituzione dell'essere del Ci»476. Armando Rigobello, in una sintesi nella quale sia Heidegger che Freud possono essere compresi, riassume così la questione: «il nostro essere è l'essere in situazione ermeneutica; il nostro rapportarci agli oggetti della nostra coscienza è sempre un atto di interpretazione»477. E, in quel nostro rapportarci agli oggetti della nostra coscienza, agisce anche la variabile dell'oblio, dell'occultamento, assumendo un ruolo fondamentale nella costruzione dell'interpretazione.

In Freud l'oblio ontogenetico ha come oggetto peculiare gli anni dell'infanzia dell'individuo. L'amnesia infantile e i successivi interventi dell'oblio hanno però una precisa funzione nello strutturarsi della personalità: essi sono il frutto della rimozione (nelle sue varie forme) che da un lato ha la negativa facoltà di occultare, dall'altro consente di tutelare l'apparato psichico da percezioni interne ed esterne che potrebbero rivelarsi fatali per l'essere in divenire. Inoltre, essa media, comunque, il percorso dall'Io dominato dal principio di piacere all'Io regolato dal principio di realtà. Peraltro, la negatività dell'opera della rimozione ha un altro aspetto: il materiale psichico occultato è sempre destinato a ripresentarsi sulle soglie della coscienza richiedendo un continuo sforzo per mantenere la rimozione o pretendendo una nuova e diversa rielaborazione dei contenuti psichici obliati.

E' possibile ravvisare qualcosa di analogo nell'oblio di sé che caratterizza l'Esserci heideggeriano? Certo l'esser-stato dell'Esserci, di cui ha parlato Heidegger, non è assimilabile all'infanzia dell'uomo trattata da Freud; eppure anche l'Esserci inautentico descritto da Heidegger appare immerso nella quotidianità,

474 Giovanni Jervis, La psicoanalisi come esercizio critico, Garzanti Editore, Milano 1989, p. 19.

475 G. Jervis, La psicoanalisi come esercizio critico, cit., p. 19.

476 M. Heidegger, Essere e Tempo, cit., p. 193

477 Armando Rigobello, in P. Ricoeur, Il conflitto delle interpretazioni, cit., pag. 12 (Prefazione).

indaffarato a prendersi cura di utilizzabili diversi di cui non conosce il significato autentico, assorbito dal presente e sempre a rischio di venir colto dallo spaesamento, come risulta essere l'uomo che emerge dalla descrizione psicoanalitica.

Nell'amnesia dell'infanzia ciò che viene occultato è in sostanza un sentimento di inadeguatezza dovuto all'impossibilità di competere con gli adulti e con la realtà e al conseguente rinvio della controversia a quando la lotta potrà avvenire ad armi pari. Ma la maturità troverà stemperati i termini del conflitto originario, o meglio, li vivrà camuffati e irriconoscibili in una dimensione simbolica che il soggetto però interpreterà come reale.

Heidegger non ci dice quando l'Esserci inizia ad obliare se stesso, ma poiché oblia deve prima aver saputo qualcosa e successivamente distolto lo sguardo. Heidegger non dice che l'Esserci rimuove il complesso edipico, ma dice che l'Esserci fugge dal suo proprio esser-stato, che non vuole vedere qualcosa che gli appartiene, che evade dal suo Ci per rifugiarsi nel Si. Cosa significherebbe per l'Esserci invece stare nel suo Ci, riconoscere ed accettare il proprio esser-stato? Questo Heidegger lo dice con chiarezza: fare i conti con la propria finitudine. Ma, in sostanza, contro cosa ha dovuto cozzare ed infrangersi l'infantile onnipotenza del pensiero perché al soggetto risultasse possibile l'ingresso nella vita adulta? Ha dovuto cozzare contro i limiti imposti dai genitori, dalla società e dalla natura.

Ciò che conta, oltre il mito di Edipo, è questa «analitica della finitudine»478, (come la definisce anche Derrida riprendendo l'espressione di Foucault il quale riconosceva alla psicoanalisi il merito di riferire «il sapere dell'uomo con la finitudine che lo fonda»479), dove sia Heidegger che Freud denunciano un soggetto che dimentica la propria provenienza, che rifiuta di guardare qualcosa che gli sta innanzi, che non potendo dominare il suo desiderio di possedere la realtà si concentra su quella piccola porzione di essa sulla quale riesce ad avere un qualche controllo e

478 Jacques Derrida, "Etre juste avec Freud" L'histoire de la folie à l'age de la psychanalyse, Editions Galilée, 1992; trad. it. di Giovanni Scibilia, "Essere giusti con Freud". La storia della follia nell'età della psicoanalisi, Raffaello Cortina Editore, Milano 1994, p. 75.

479 M. Foucault, Le parole e le cose, cit., 407.

che si costruisce un mondo inautentico dove anche i desideri più impraticabili possano trovare una espressione, per quanto simbolica.

L'oblio dell'essere che Heidegger imputa alla metafisica, alla storia del pensiero occidentale, non è anch'esso un rinnegamento, nel senso della Verleugnung (rinnegamento) freudiana, che copre il baratro del nulla per consentire al pensiero di tenersi ben saldo nel dominio degli enti salvo poi degenerare nella tecnica e perdere la sua funzione originaria? La decadenza della metafisica è in fondo questo: smettere di pensare il problema originario, cessare di accogliere la verità come svelatezza per pretenderla in quanto rivelata.

La verità non è un problema della psicoanalisi, o meglio, non è problema della psicoanalisi la verità in senso ontologico; ma l'analisi delle manifestazioni psichiche dell'uomo, sia in quanto espressione del singolo, sia in quanto espressione della storia della civiltà, rivela sempre la necessità di recuperare, decifrare un contenuto latente che ha subito una mistificazione.

Qual è inoltre l'unica soluzione possibile per uscire dall'oblio e quali conseguenze comporta? Affrontare l'angoscia, cavalcare l'onda della ripetizione piuttosto che venirne travolti quando si ripresenta con la forza della coazione. Guardare nella direzione di quella provenienza dove si può leggere a chiare lettere anche il futuro se solo non si distoglie lo sguardo inorriditi. Convivere con lo spaesamento fino a riconoscerne la genesi autentica, abbandonare la illusoria e confortevole dimora edificata sulla rimozione, condannata all'inautenticità e sempre abitata dai fantasmi generati dalle decisioni non prese, per dimorare invece laddove per proprio (un proprio dove «è impossibile separare medesimo e altro, familiare ed estraneo, presenza ed assenza, vita e morte»480) viene assunto anche ciò che inizialmente era stato scartato, rifiutato, allontanato dalla propria casa, celato, segretamente custodito e infine temuto; così riassume la questione Graziella Berto:

la nostra vera dimora è una dimora che non offre la tranquillità e la disponibilità proprie dell'ente, che non si dispiega mai nella chiarezza di qualcosa di completamente svelato e conoscibile, ma

480 G. Berto, Freud, Heidegger, Lo spaesamento, cit., p. 234.

che, in quanto prossimità, mantiene sempre dei recessi segreti, e riceve anzi da questa segretezza il suo carattere di "casa"481.

7.1) Riduzione all'ente e pulsione di padronanza-appropriazione Per Heidegger la metafisica va dunque oltrepassata, come spiega Vattimo, «in quanto è un pensiero che rappresenta falsamente l'essere come ente»482; d'altra parte, l'oltrepassamento è di per sé impossibile se si intende per esso «una rappresentazione più corretta»483 poiché è proprio nell'«idea di una rappresentazione corretta che risiede l' "errore" della metafisica»484. La metafisica ha infatti inseguito, dice Vattimo, «il sogno di incontrare l'essere come oggetto presente davanti a noi»485, anzi, questo sogno «è ciò che costituisce la metafisica»486.

Se dunque l'errore della metafisica è quello di aver progressivamente occultato il problema dell'essere per poter dedicarsi alla definizione degli enti, includendo erroneamente fra essi l'essere stesso che così vi rimaneva occultato, ciò significa che lo sforzo della metafisica può essere letto come una volontà di padroneggiare gli enti stessi, di superare un momento di originaria impotenza di fronte ad essi che è poi la percezione dello stato di gettatezza e del destino di nullificazione umano.

In questo senso, o perlomeno anche in questo senso487, è possibile forse intendere la lettura che Derrida compie di Freud, e in particolare di Al di là del principio di piacere che egli definisce il testo dove «la psicoanalisi trova la sua più grande potenza speculativa»488.

481 G. Berto, Freud, Heidegger, Lo spaesamento, cit., p. 155.

482 Gianni Vattimo, Derrida e l'oltrepassamento della metafisica, Introduzione a Jacques Derrida, L'écriture et la différence, Editions du Seuil, 1967; trad. it. di Gianni Pozzi, La scrittura e la differenza, Giulio Einaudi editore, Torino 1971, p. XI.

483 G. Vattimo, Derrida e l'oltrepassamento della metafisica, cit., p. XI.

484 G. Vattimo, Derrida e l'oltrepassamento della metafisica, cit., p. XI.

485 G. Vattimo, Deridda e l'oltrepassamento della metafisica, cit., p. XIV.

486 G. Vattimo, Deridda e l'oltrepassamento della metafisica, cit., p. XIV.

487 Anche Graziella Berto (cfr. p. 227 del saggio cit.) sembra accennare a questa possibile interpretazione della lettura freudiana di Derrida, tuttavia non vi è un chiaro riferimento alla possibilità di interpretare anche la enticizzazione dell'essere come un fenomeno leggibile in termini di pulsione di appropriazione; ovvero se la pulsione di appropriazione freudiana possa servire per interpretare non solo l'oblio del proprio da parte dell'Esserci ma anche l'oblio dell'essere da parte della metafisica.

488 J.Derrida, "Essere giusti con Freud" La storia della follia nell'età della psicoanalisi, cit., p. 46.

In esso Freud, descrivendo il fenomeno della coazione a ripetere, prima di pervenire alla sua interpretazione in quanto erede, manifestazione della pulsione di morte, ne dà anche una definizione, per quanto non in contraddizione con questa, che ne sottolinea l'aspetto in qualche modo ancora riconducibile al principio di piacere489. Infatti, gli sforzi del bambino protagonista del «gioco di sparizione e riapparizione»490, dice Freud, «potrebbero essere ricondotti a una pulsione di appropriazione»491. In tal modo il soddisfacimento consisterebbe nel fatto, come abbiamo peraltro già visto492, che ad una esperienza negativa prima subita passivamente ora il bambino riesce a sostituire una esperienza analoga, nel senso che riproduce in forma simbolica l'esperienza originaria, nella quale può avere però un ruolo attivo. E' a questo proposito, appunto, che Derrida dice che «questo testo problematizza anche, nella sua più estrema radicalità, l'istanza del potere e della padronanza»493 in quanto «nomina»494, in quello che Derrida definisce «un passaggio discreto e difficile»495, «anche una pulsione di potere o una pulsione di padronanza originaria»496. Secondo Derrida, ciò che è al di là del principio di piacere sarebbe da individuare proprio qui: «il motivo di potere è più originario e più generale di quanto lo sia il principio di piacere, ne è indipendente, è il suo al di là.»497.

Ma, a ben guardare, questa pulsione di padronanza, questa volontà di appropriazione, su cosa viene esercitata? Il gioco descritto da Freud, e che per Freud è la controparte della maturità raggiunta, o meglio il mezzo, che consente al piccolo di raggiungere un importante livello di civiltà, scaturisce dal sentimento di

489 Cfr. supra, § 6 Oblio filogenetico e pulsioni di morte, pp. 87 - 105.

490 S. Freud, Al di là del principio di piacere, cit., p. 201.

491 S. Freud, Al di là del principio di piacere, cit., p. 202.

492 Cfr. supra, § 6 Oblio filogenetico e pulsioni di morte, pp. 87 - 105.

493 J. Derrida, "Essere giusti con Freud" La storia della follia nell'età della psicoanalisi, cit., p. 90.

494 J. Derrida, "Essere giusti con Freud" La storia della follia nell'età della psicoanalisi, cit., p. 90.

495 J. Derrida, "Essere giusti con Freud" La storia della follia nell'età della psicoanalisi, cit., p. 90.

496 J. Derrida, "Essere giusti con Freud" La storia della follia nell'età della psicoanalisi, cit., p. 90.

497 J. Derrida, Spéculer - sur "Freud", texte tiré de La Carte Postale, Flammarion, Paris 1980; trad. it. di Leone Gazziero, Speculare - su "Freud", Raffaello Cortina Editore, Milano 2000, p. 172.

abbandono, o, come dice Pietro Montani, da «un'esperienza di perdita […] disorganizzante: un'esperienza di morte»498; ciò che il bambino cerca con esso di compensare è una mancanza, la mancanza della madre e del padre assenti: come evidenzia ancora Montani, «il bambino mette in scena l'assenza della madre (fort) e il suo ritorno (da)»499, cosicché il gioco fronteggia una mancanza, proiettando al contempo su degli oggetti (il rocchetto) quei sentimenti di desiderio ed ostilità diretti originariamente verso i genitori. Il bambino, nel gioco di sparizione-riapparizione, materializza un sentimento, oggettiva nel sostituto simbolico quella presenza evanescente che non può dominare ma che desidera fortemente; il bambino realizza un sogno, molto simile a quello di cui parla Vattimo a proposito della metafisica della presenza: il sogno di avere davanti a sé, a sua disposizione, l'oggetto dei suoi desideri, il sogno di pervenire al «dominio sul negativo, sull'assenza e sulla perdita»500.

Anche alcune considerazioni che compie Lacan, in merito al gioco di sparizione-riapparizione, sembrerebbero tendere verso questa possibile interpretazione della pulsione di appropriazione come interessante corrispettivo del desiderio di essere padrona degli enti, che segna indelebilmente la metafisica, e del conseguente oblio del sentimento di mancanza, di incompletezza costitutiva, che con il dispiegarsi della pulsione di appropriazione si realizza. Lacan, infatti, afferma che «per capire la ragione dei giuochi ripetitivi in cui la soggettività fomenta insieme la padronanza della sua derelizione e la nascita del simbolo […] non c'è bisogno di ricorrere alla nozione sorpassata di masochismo primordiale»501. Ovvero, secondo Lacan non è necessario, per spiegare la coazione a ripetere che si manifesta nel gioco di sparizione-riapparizione, ricorrere, come sembra fare invece Freud, al concetto di pulsione di morte, cioè alla pulsione di autodistruzione che sarebbe apparsa, secondo Freud, nel primo microrganismo come tendenza a sopprimere la

498 Pietro Montani, Estetica ed ermeneutica, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari 1996, p.

168.

499 P. Montani, Estetica ed ermeneutica, cit., p. 167.

500 P. Ricoeur, Della Interpretazione, cit., p. 349.

501 J. Lacan, Scritti, cit., p. 312.

tensione (la pulsione) vitale per ritornare allo stato inorganico502. Infatti, secondo Lacan, in «quei giuochi d'occultamento»503 dobbiamo riconoscere «il momento in cui il desiderio si umanizza»504, in essi «il soggetto non padroneggia soltanto la sua privazione assumendola, ma innalza il suo desiderio a una potenza seconda […] la sua azione distrugge»505, ma anche ricrea, «l'oggetto che fa apparire e sparire nella provocation anticipante della sua assenza e della sua presenza»506. Ma, dovremmo aggiungere, ormai quell'oggetto è appunto un oggetto, nel senso di un sostituto dell'oggetto originario: è, potremmo azzardare, una enticizzazione di un non-ente, di una mancanza e del desiderio che da essa sorge.

tensione (la pulsione) vitale per ritornare allo stato inorganico502. Infatti, secondo Lacan, in «quei giuochi d'occultamento»503 dobbiamo riconoscere «il momento in cui il desiderio si umanizza»504, in essi «il soggetto non padroneggia soltanto la sua privazione assumendola, ma innalza il suo desiderio a una potenza seconda […] la sua azione distrugge»505, ma anche ricrea, «l'oggetto che fa apparire e sparire nella provocation anticipante della sua assenza e della sua presenza»506. Ma, dovremmo aggiungere, ormai quell'oggetto è appunto un oggetto, nel senso di un sostituto dell'oggetto originario: è, potremmo azzardare, una enticizzazione di un non-ente, di una mancanza e del desiderio che da essa sorge.

Nel documento L'OBLIO IN HEIDEGGER E FREUD TRA IL DIMENTICARE COME NECESSITÀ ESISTENZIALE E IL RICORDARE COME IMPEGNO FILOSOFICO E PSICHICO (pagine 107-165)