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La formulazione dei vari punti dell'art.1 del d.lgs. 122/2005 non ha mancato di generare ampi dibattiti in dottrina sull'applicabilità della disciplina in esame soprattutto in quei casi che potremmo definire "di confine", quali appunto la categoria dei trasferimenti che hanno per oggetto immobili da ristrutturare, come tali non nominati nel decreto, ma che nella pratica pongono l'acquirente in una situazione giuridica analoga al soggetto destinatario del trasferimento di immobili da costruire, ritenuto come tale dal decreto meritevole di tutela.

Prima di andare ad analizzare le linee dottrinali e giurisprudenziali che hanno interessato queste fattispecie negoziali è opportuno chiarire cosa debba intendersi per "ristrutturazione".

La giurisprudenza è concorde nell'accogliere il principio del «ciò che è esistente può essere ristrutturato», per cui «il concetto di ristrutturazione edilizia postula necessariamente la preesistenza di un fabbricato da ristrutturare, ossia di un organismo edilizio dotato di mura perimetrali, strutture orizzontali e copertura, con la conseguenza che la ricostruzione su ruderi o su un edificio che risulta da tempo demolito anche se soltanto in parte, costituisce a tutti gli effetti una nuova opera, che, come tale, è soggetta alle comuni regole edilizie e paesaggistiche vigenti al momento della riedificazione»67. Capiamo quindi che talvolta la linea di demarcazione tra il concetto di immobile da costruire e immobile da ristrutturare non è semplice, e tali incertezze definitorie possono risultare problematiche soprattutto se alle due fattispecie sono applicate normative diverse.

Una primo passo verso la soluzione di questa questione è avanzato dalla stessa giurisprudenza, la quale è addivenuta ad una tripartizione

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T.A.R. Calabria Catanzaro Sez. I, 13-06-2012, n. 581 Citata da L. DEL GIUDICE, Ristrutturazione edilizia: la concezione tripartita della

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del concetto di ristrutturazione. In questo modo il lavoro ermeneutico sarà più agevole se oggetto della riflessione non è un unico concetto di "ristrutturazione", che potenzialmente viene a radunare, all'interno della sua definizione, operazioni tra loro profondamente diverse (non solo sul piano materiale degli interventi edilizi, ma anche in riferimento al rischio che di volta in volta viene a sopportare l'acquirente).

Si distingue innanzitutto la ristrutturazione "lieve" dalla ristrutturazione "maggiore", in quanto solo la seconda può comportare ampliamenti volumetrici della struttura. Mentre invece la terza categoria di operazione, riconducibile al concetto di ristrutturazione ai sensi dell'art. 3 lett.d) del DPR 380/2001, è invece la "demolizione con ricostruzione dell'edificio preesistente", che comporta «interventi consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento della normativa antisismica». Interventi che, pur ricondotti dal D.P.R 380/2001 nel concetto di ristrutturazione edilizia, rientrano comunque nell'ambito della nuova disciplina di tutela, in quanto siamo pur sempre in presenza di un fabbricato ancora da edificare (benché sull'area della demolizione del preesistente fabbricato)68.

Ai nostri fini, la questione che si pone è se la disciplina del decreto 122/2005 debba applicarsi soltanto all'immobile da costruire oppure possa estendersi anche alle altre ipotesi di immobile da ristrutturare. Una interpretazione letterale dell'art. 1 lett. d) del decreto che più volte abbiamo richiamato, farebbe propendere per una interpretazione restrittiva della norma, con conseguente applicabilità della nuova disciplina solo in presenza di un immobile da edificare o comunque in

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RIZZI, Decreto legislativo 122/2005: la garanzia fideiussoria ed i presupposti di

applicazione della nuova normativa, Studio n. 5813/C, approvato dalla Commissione

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corso di costruzione e non anche in presenza di una fabbricato già esistente da trasformare e riadattare.

Tuttavia una lettura "sistematica" della norma, maggiormente attenta alla ratio del decreto, e quindi all'intento del legislatore di garantire all'acquirente la possibilità di recuperare tutto quanto sia già stato versato sino al momento in cui si riconosce l'effetto traslativo, imporrebbe di procedere ad una interpretazione "estensiva". La dottrina maggioritaria è propensa ad accogliere proprio quest'ultima interpretazione per quanto riguarda gli interventi di "ristrutturazione maggiore" o "pesante", ossia quegli interventi che trovano la loro disciplina edilizio-urbanistica nel combinato disposto degli artt. 3 co. 1 lett. d) e 10 co. 1 lett. c) del D.P.R. 380/ 2001; deve pertanto trattarsi di interventi «rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere» e che «portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso da quello precedente e che comportino aumento di unità, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici, ovvero se in zona A mutamento della destinazione d'uso». Deve quindi trattarsi di interventi complessi tali da incidere sulla struttura del fabbricato in modo da determinare una vera e propria "trasformazione" dell'edificio preesistente. Per questo motivo la dottrina sostenitrice di questa interpretazione vede nell'acquirente di un immobile da ristrutturare radicalmente gli stessi interessi meritevoli di tutela dell'acquirente di un immobile da costruire "ex novo", arrivando ad affermare l'irragionevolezza ed il contrasto con il principio costituzionale di eguaglianza di una disciplina che limiti la tutela soltanto alla seconda figura richiamata. Per questo motivo una parte della dottrina asserisce che i fabbricati in corso di ristrutturazione, restauro o risanamento, debbano essere considerati in costruzione, ai fini in esame, «ogniqualvolta il bene giuridico dedotto in contratto sia un bene "sostanzialmente diverso" rispetto a quello esistente al

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momento della conclusione del contratto»69. La chiave di lettura

adottata da questa corrente è quindi quella della tutela dell'acquirente: nei casi di ristrutturazione maggiore, che, per natura stessa del contratto, comportano un differimento dell'effetto traslativo tale per cui l'acquirente non possa acquistare immediatamente il diritto nonostante abbia già versato uno o più acconti sul prezzo, è possibile fare applicazione del decreto in commento, in quanto la posizione di debolezza e di rischio dell'acquirente non è dissimile da quella rivestita dall'acquirente di immobili da costruire ex. art. 1 lett. d) d.lgs. 122/200570.

Tuttavia alcuni autori non hanno mancato di rilevare come invece la nozione di "bene futuro" sottesa alla corrente interpretativa citata, sia di fatto generalmente disattesa stante l'assenza di basi teoriche volte a considerare come "bene futuro" anche un bene dotato di una propria autonomia funzionale nel caso in cui le parti ne convengano il trasferimento ad uno stato diverso da quello attuale (spostando la questione a se quel contratto possa essere assoggettato alla disciplina propria del corrispondente tipo contrattuale avente ad oggetto la prestazione di cosa futura).

Tra gli autori che abbiamo avuto modo di citare possiamo ricordare le asserzioni di chi definisce la cosa futura come quel bene che non ha ancora acquisito autonoma esistenza giuridica71 o comunque come cosa che non può costituire autonomo oggetto di diritti di godimento72. Molti sono coloro che si sono occupati della materia in esame, ma nessuno di essi individua come bene futuro un fabbricato esistente (e come tale dotato di una propria funzionalità giuridico economica) ma considerato come oggetto del contratto in uno stato diverso da quello

69 Cit. PETRELLI, Gli acquisti di immobile da costruire. Ipsoa, Milano 2005, pag. 39 70 DRAETTA, Op.Cit. p. 1311

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PERLINGIERI, I negozi su beni futuri, Tomo I, La compravendita di cosa futura, Napoli, Jovene, 1962, p.16

72 BIANCA, La vendita e la permuta, II Edizione in Trattato di diritto civile italiano

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attuale (es. un fabbricato da ristrutturare venduto come ristrutturato). A nulla possono portare alcune affermazioni di carattere generale per le quali la futurità andrebbe riferita al contesto del contratto73, poiché nelle stesse non può ritenersi implicito, con certezza, il principio che anche un bene esistente nella sua individualità fisica ed economica è un bene futuro se è considerato come oggetto del contratto con requisiti sostanziali non esistenti al momento della conclusione dello stesso, e la cui mancanza ne renda impossibile il trasferimento con effetto immediato. Quindi le due diverse chiavi di lettura utilizzate porterebbero a risultati tra loro completamente opposti: la ratio della tutela dell'acquirente condurrebbe a ricondurre i negozi che hanno ad oggetto beni da ristrutturare nell'alveo della tutela del decreto 122/2005; mentre invece l'assenza di basi teoriche che riconducano l'immobile da ristrutturare nel concetto di "bene futuro" implicherebbe l'esclusione del negozio in esame nella normativa in questione.

Se quest'ultima problematica non trova soluzione meritevole di apprezzamento in dottrina, diversamente possiamo affermare in relazione agli interventi giurisprudenziali. In particolar modo la Cassazione ha avuto occasione di pronunciarsi sulla questione se la vendita di fabbricato da ristrutturare sia da considerarsi vendita di bene futuro o di bene presente, anche se sotto l'aspetto tributario. In questa pronuncia74 la Cassazione da un lato esclude che il contratto oggetto di ricorso sia una vendita di cosa futura (al contrario di come aveva ritenuto l'amministrazione finanziaria), ma dall'altro non nega in astratto che anche la vendita di un fabbricato da ristrutturare possa essere qualificata come tale, in quanto suscettibile di integrare alternativamente tanto gli estremi della vendita di cosa futura, quanto quelli del negozio misto ad appalto, e che l'apprezzamento in fatto

73 SCOGNAMIGLIO, Dei contratti in generale, Disposizioni preliminari dei requisiti del contratto, Art. 1321 - 1352, in Comm. Del cod. civ. a cura di

SCIALOJA e BRANCA, Zanichelli editore, Bologna Roma pag. 366 citato da CARDARELLI, Op. Cit. p, 146

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compete al giudice di merito e deve essere adeguatamente motivato. Un'ulteriore sentenza della Cassazione ci induce a cogliere un argomento significativo a sostegno della tesi che un bene esistente può essere considerato bene futuro se sia considerato oggetto del contratto con requisiti fisici o giuridici che non possiede al momento della conclusione dello stesso. La Corte in questa sentenza75ha rilevato che, qualora le parti nel regolamento contrattuale si siano accordate per una compravendita di un immobile destinato ad abitazione (come nel caso di specie), il venditore ha l'obbligo di dotare tale bene della licenza di abitabilità, senza la quale il bene non realizza la normale attitudine a realizzare la sua funzione economico-sociale. L'importanza di questa sentenza sta proprio nel riconoscere nella licenza di agibilità un requisito necessario per la sua individualità giuridica ed economica. Nel caso di specie l'immobile era stato realizzato, ma mancava proprio quel requisito che lo avrebbe reso conforme al programma negoziale. Da questi principi di diritto appena riportati possiamo ricavare il delinearsi di un nuovo orientamento giurisprudenziale in materia che considera il concetto di bene futuro non più in una prospettiva rigida, limitata cioè al bene inesistente in rerum natura o alla cosa priva di una sua autonomia funzionale, ma che si estende anche al caso in cui il bene si trovi, al momento della conclusione del contratto in uno stato diverso da quello pattuito dalle parti, e che, allo stato dei fatti, non sia in grado di assolvere la funzione economica che le stesse le attribuiscono nel regolamento contrattuale76.

75 Cass. Civ. Sez. II 3.07.2000, n. 8880 De Jure Mass. 76 CARDARELLI, Op. Cit. p. 144 ss

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11. Vendita di immobili "sulla carta". Tesi su incommerciabilità di