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Imprecisioni storiche dell’autrice

3. Commento alla traduzione

3.3. Imprecisioni storiche dell’autrice

Sono emerse alcune incongruenze storiche e anacronismi sia nella trama sia nel lessico del romanzo. Per quanto riguarda la trama, come ho già affermato è inverosimile che nel XIII secolo una singola persona potesse copiare, miniare e intervenire sul testo, in quanto si trattava di lavori che richiedevano un alto grado di specializzazione, e solitamente un’intera bottega si occupava di un particolare compito. Inoltre, spesso i miniatori lavoravano con aiutanti che si occupavano della preparazione dei colori, in quanto in pigmenti dovevano essere preparati poco prima dell’uso, invece Élisabeth, quando non riesce a procurarsi la garanza, dice che se avesse potuto far crescere le piante adatte nel suo giardino avrebbe preparato lei stessa i colori. Oltre a questo, solo verso la fine del Trecento o la prima metà del Quattrocento è nata una vera e propria richiesta di libri miniati laici, in particolar modo da parte delle famiglie più nobili, mentre nel XIII secolo, anche se cominciano a diffondersi libri di argomento profano, si ha ancora a che fare principalmente con testi religiosi. Tuttavia il traduttore non può in nessun modo intervenire sulla storia del romanzo, altrimenti si avrebbe una riscrittura del testo. Un’altra imprecisione: viene detto nel primo capitolo che un in ottavo ultimato da Élisabeth è stato bruciato da qualcuno, ma il termine in ottavo vale solo per il testo a stampa e su carta e non per la pergamena, che è utilizzata nel periodo di ambientazione di Trois

gouttes de sang. Ecco cosa riporta l’enciclopedia Treccani, alla voce formato:

formato: Nell’industria della stampa, f. del libro, le dimensioni della sua pagina compresi i margini. Si esprime per lo più in centimetri; in passato (in parte tuttora) si indicava dal numero di piegature che il foglio stampato richiedeva per formare ogni fascicolo componente il volume. Nella classificazione tradizionale, il libro formato di fogli interi

37 non piegati si dice in f. atlantico ; con una piegatura e 2 foglietti, cioè con 4 pagine o facciate, si dice in-folio ; con 2 piegature e 4 foglietti, cioè 8 pagine, si ha l’in-quarto ; con 3 piegature e 8 foglietti, cioè 16 pagine, si ha l’in-ottavo32 ; con 4 piegature e 16 foglietti, cioè 32 pagine, si ha l’in-sedicesimo ; con 5 piegature, si ha l’in-trentaduesimo , che dà un fascicolo di 64 pagine.

Inoltre, tutti i nomi propri sono in francese e quindi è stato incongruente da parte dell’autrice scrivere Nicolaus Lombardus in latino. Sarebbe stato chiamato così solo in un documento notarile, e per questa ragione, ovvero per non lasciarlo in latino, l’ho tradotto nell’italiano «Nicola Lombardo». Un altro anacronismo è la locuzione nominale rhume des foins, poiché si tratta di una diagnosi moderna. Sul dizionario Le Trésor de la Langue

Française informatisé33 ho trovato l’etimologia del termine rhume:

RHUME, subst. masc.

Étymol. et Hist. 1226 reume subst. fém. ou masc. « humeur qui coule du nez, des yeux, etc. » (Guillaume Le Clerc,Besant, éd. P. Ruelle, 1388); xiiies. reume de froidure « inflammation de la membrane muqueuse du nez et de la gorge, accompagnée d'écoulement d'humeurs » (Simples médecines, éd. P. Dorveaux, 644); ca 1276 rume (Adam de La Halle, Jeu de la Feuillée, éd. O. Gsell, 199); 1575 rheume (Thévet,

Cosmogr., XI, 13 ds Hug.); 1578 rhume (Des Roches, Dialogue de Vieillesse et de Jeunesse, 5); 1694 rhume du cerveau (Ac.); 1740 rhume de cerveau (ibid.); 1901 rhume des foins (Nouv. Lar. ill., s.v. fièvre (des foins)).

Sarebbe stato dunque più corretto da un punto di vista della contestualizzazione storica se l’autrice avesse utilizzato reume de froidure, che risale al XIII secolo. Ho nondimeno tradotto con «febbre da fieno» invece di utilizzare un termine adatto all’epoca come «costipazione», per non omogeneizzare la scelta particolare effettuata dall’autrice, seppure erronea dal punto di vista storico. Altrettanto anacronistico è l’uso della parola gilet, dal momento che il Trésor riporta:

GILET, subst. masc.: Étymol. et Hist. [1664 gillet «sorte de camisole sans manches», cité comme mot maghrebin (J. de Thévenot, Relation d'un voyage fait au Levant, p.

32 Da qui in poi le sottolineature sono mie. 33

Le Trésor de la Langue Française informatisé (TLFi) viene consultato sul portale Centre

National de Ressources Textuelles et Lexicales al seguente indirizzo: <http://www.cnrtl.fr/definition/> (ultima consultazione: 18 maggio 2014).

38 553)]; 1736 (Mercure de France, mars ds Trév. : Quand la femme accosta Dom Baillimaître, [...] il n'avoit point de chemise, mais seulement un gillet).

Ho mantenuto il termine in italiano, dato che è un prestito moderno dal francese, poiché si tratta di un indumento che può avere tasche, e nel testo si dice che Élisabeth vi nasconde le mani perché aveva dimenticato di lavarle, invece in una camicia o blusa non avrebbe potuto nasconderle, e il «farsetto» è un indumento maschile.

A pagina 34 si trova il termine beatus, con la seguente nota dell’autrice: «dessins pleine page entre deux chapitres ou deux paragraphes». Facendo alcune ricerche ho trovato che:

Sono indicati con il nome Beatus i manoscritti spagnoli del X e XI secolo, più o meno abbondantemente miniati, contenenti la riproduzione dell'Apocalisse di Giovanni e i vari Commentari al testo redatti nell'VIII secolo da Beato di Liébana34.

Quindi si trattava di qualcosa di molto specifico, di manoscritti lontani dall’epoca del romanzo, mentre la spiegazione data da Martine Pouchain sembra indicare in generale disegni a piena pagina tra due capitoli o due paragrafi. Non ho rinvenuto prove del fatto che il significato si sia ampliato in area francese fino a indicare un tipo particolare di miniature. All’inizio avevo tradotto con «disegno», ma poiché l’autrice include una nota alla prima occorrenza del termine – e un traduttore è tenuto a riprodurle esattamente come sono – non ho potuto ometterla anche se inesatta, e ho dunque deciso di mantenere beatus in corsivo.

Inoltre, ho riscontrato un’altra parola anacronistica nella frase: «Il [Thomas le Cauélus] la regardait, souriant et passait le polissoir encore et encore» (p. 67) poiché il termine polissoir non è attestato prima del 1524, e significherebbe letteralmente «levigatrice», con cui però oggi si intende uno strumento moderno per levigare, che nel Medioevo non esisteva. All’epoca

34

Definizione riportata nel Commento all’Apocalisse di Giovanni alla pagina: <http://fatti- su.it/hipposideros_beatus> (ultima consultazione: 15 febbraio 2014).

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per levigare la pelle di animale si usava la pietra pomice, quindi ho preferito riscrivere la frase trasformando il sostantivo polissoir nel verbo polir (levigare), traducendo: «continuava a levigare ancora e ancora». A pagina 147 ritorna il termine polissoir, nella frase: «Élisabeth a répondu sans interrompre le lustrage d’un cuir déjà si fin et si blanc que chaque passage du polissoir menace de le déchirer». In questo caso l’ho omesso, cambiando necessariamente la frase in: «Élisabeth ha risposto senza interrompere la levigatura di un cuoio già così sottile e bianco che a ogni passata rischia di lacerarsi».

A pagina 74 viene menzionato un vocabolo appartenente al lessico gastronomico: sucre d’orge, che il Trésor definisce così: «Pâte translucide colorée, obtenue par cuisson de sucre dépuré dans une décoction d'orge et dont on fait de petits bâtons en confiserie». Il sucre d’orge è un dolce creato nel 1638 dai religiosi di Moret-sur-Loing, e dunque non avrebbe dovuto essere presente al tempo della storia di Trois gouttes de sang. Tradurre letteralmente con «zucchero d’orzo» non farebbe capire a un lettore italiano di che dolce si tratti, quindi ho cercato un termine equivalente. Ho capito che si tratta di bastoncini di zucchero sia grazie alla descrizione dell’alimento, sia grazie alle immagini di Google. Confrontando le immagini di sucre d’orge con quelle di «bastoncini di zucchero» ho avuto la conferma che si tratta dello stesso alimento. Pertanto ho tradotto in questo modo.

Un’altra piccola mancanza di attenzione ai particolari storici è costituita dalla differenza tra le locuzioni avverbiali sans doute e sans aucun doute. Attualmente la prima significa «forse» e la seconda «certamente», e l’autrice li ha usati nell’accezione corrente nonostante l’ambientazione medievale, quando sans doute indicava la certezza.

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