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L’insonnia rappresenta il disturbo del sonno più frequente nella popolazione. Il termine insonnia definisce l’esperienza soggettiva, lamentata dal paziente, di un sonno insufficiente (di scarsa durata) o poco ristoratore (di scarsa qualità), nonostante vi siano opportunità e circostanze favorevoli per poter dormire. In molti casi l’insonnia è secondaria alla malattia cui si associa o ai farmaci necessari per curarla, ma in altri casi l’associazione è del tutto casuale, mentre in altre situazioni ancora è l’insonnia che può causare o comunque aggravare la condizione associata. Gli operatori sanitari e il grande pubblico cominciano solo ora a prendere consapevolezza del fatto che l’insonnia è correlata con elevati costi per la società, sia diretti che indiretti, tra cui: calo della produttività dell’individuo, assenteismo dal posto di lavoro, spese per visite mediche, maggiore consumo di farmaci, alcool e altre sostanze. Certamente meno noto, anche alla stessa classe medica, è il legame tra l’insonnia e le sue ricadute sulla patologia cardiovascolare.

L’insonnia può intervenire nella patogenesi delle malattie cardio e cerebrovascolari sia attraverso la deprivazione di sonno sia attraverso la sua frammentazione, cioè anche quando la durata e la composizione del sonno non siano particolarmente alterate.

Per il profondo impatto che le malattie cardio e cerebrovascolari producono in termini di mortalità e di disabilità residua, riteniamo che l’affrontare i disturbi del sonno e, in particolare, l’insonnia possa contribuire al miglioramento dei livelli di salute e della qualità della vita, oltre che a ridurre la spesa sanitaria. L’insonnia è una condizione trattabile, è quindi dovere del medico e delle istituzioni sanitarie non banalizzarla come un irrilevante problema privato, ma farsene carico come un evento clinico di primaria grandezza, per la sua prevalenza nella società e per le conseguenze che comporta.

Insonnia primaria è il termine medico per definire la difficoltà ad addormentarsi, soffrire di risvegli notturni o svegliarsi troppo presto al mattino, provando con la sensazione di non aver riposato a sufficienza per oltre un mese. Per definizione, l'insonnia primaria deve portare a un deficit diurno (sonnolenza) e non essere collegato ad un altro disturbo del sonno.

Per alcune persone, questa condizione dura tutta la vita. Questi individui hanno un sonno

estremamente leggero, facilmente disturbato dal rumore, da sbalzi di temperatura e da ansia e una predisposizione costituzionale per il sonno frammentato. Non conosciamo esattamente le ragioni, ma la condizione deriva probabilmente da un disordine biochimico o neuronale dei centri che regolano il nostro stato di veglia e di sonno.

3.2 Le Dimensioni del problema:

L’insonnia colpisce il 20-30% della popolazione che vive nei Paesi occidentali. In Italia le stime riferiscono che gli insonni adulti sono oltre 12 milioni, in pratica una persona su quattro. Di questi, almeno 8 milioni soffrono di insonnia ricorrente, mentre oltre 4 milioni sono afflitti da insonnia cronica. I dati internazionali sono confrontabili con quelli italiani: negli USA l’insonnia colpisce circa il 35% della popolazione adulta, in Francia circa il 20%, nel nord Europa circa il 22%, in Giappone circa il 20%. La probabilità per le donne di essere insonni è del 50% superiore a quella degli uomini e inoltre aumenta anche con l’età soprattutto dopo i 45 anni. L’insonnia rappresenta quindi un problema largamente diffuso e dai costi elevati, che può portare ad un significativo deterioramento delle funzioni sociali ed occupazionali.

L’American Psychiatric Association definisce l’insonnia come ritardo nell’ addormentamento (latenza del sonno), una difficoltà nel mantenimento del sonno con numerosi o prolungati risvegli notturni, una durata inadeguata del sonno con risvegli precoci o un sonno non ristoratore.

3.3 Studi Epidemologici:

3.3.1. MORFEO 1 e MORFEO 2

Gli sudi epidemiologici osservazionali Morfeo 1 e Morfeo 2 eseguiti tra il 2000 e il 2003 hanno consentito di definire meglio la reale situazione, rimarcando l’alta prevalenza dell’insonnia nel setting della Medicina Generale (66%). Questi studi hanno inoltre evidenziato nei pazienti con insonnia un maggiore utilizzo di risorse socio-sanitarie, un’importante riduzione della qualità di vita, una frequente associazioni a varie patologie, un rischio di peggioramento/ cronicizzazione dell’insonnia. Questi studi sono stati condotti dall’Associazione Italiana di Medicina del Sonno (AIMS) in collaborazione con i Medici di Medicina Generale (MMG) , con l’obiettivo di ottenere precise informazioni sull’epidemiologia dell’insonnia, in particolare nei pazienti che si recavano presso gli ambulatori dei medici di famiglia.

Nel primo studio, Morfeo 1, oltre 700 medici hanno partecipato all’indagine, intervistando più di 3200 soggetti. I dati dello studio evidenziano una prevalenza maggiore per l’insonnia di 2° livello (44%) rispetto a quella di 1° livello (20%), mentre la prevalenza di patologie internistiche nei pazienti insonni è maggiore per l’apparato cardiovascolare (37.3% il 1°livello; 29.8% il 2°livello). Seguono le patologie dell’apparato muscolo scheletrico (26,1% il 1°; 27% il 2°) e dell’apparato digerente (17% il 1°; 15,3% il 2°). Alta la prevalenza dei disturbi dell’umore (47% il 1°; 70% il 2°). I pazienti con disturbi del sonno si rivolgono più di frequente MMG per visite mediche o consulti telefonici ( 69%) rispetto ai pazienti non insonni (55%).

Lo studio Morfeo 2, fornisce un analisi della gestione dell’insonnia in Medicina Generale

evidenziandone le criticità. Viene confermato che sono pochi i pazienti insonni in trattamento per questo disturbo (16% nello studio Morfeo 1) e che i motivi di questa situazione sono riconducibili al fatto che i pazienti considerano il problema poco importante o rifiutano l’assunzione di farmaci

(76%). Peraltro il MMG non ravvisa la necessità di un trattamento farmacologico nel 11% dei casi. Tra i pazienti che assumono una terapia, il 70% non risponde al trattamento e di questi il 26% aumenta i dosaggi dei farmaci nel tentativo di ottenere una maggiore efficacia. Il 32% fa ricorso agli ansiolitici per indurre il sonno, il 44% protrae la terapie per oltre tre anni senza un appropriato follow-up. Invece il ricorso all’auto prescrizione riguarda l’8% dei pazienti.

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