L’affermazione del sindacato di fabbrica in Ba- Ba-silicata

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2. L’affermazione del sindacato di fabbrica in

sponibilità di metano favorì la localizzazione degli stabilimenti chimici del gruppo pubblico Anic e della società Ceramica Pozzi.

Stilando un sicuramente non positivo bilancio del processo di industrializzazione regionale per mezzo di grandi impianti produttivi di base è comunque possibile cogliere le dinamiche modernizzatrici innescate dalla presenza delle nuove fabbriche6. Come scrive Giovanni Calice,

negli stabilimenti siderurgici e chimici dei nuclei industriali della Val Basento e della città di Potenza si costituì un nucleo relativamente consistente di moderna classe operaia […]. Le sue potenzialità di in-fluenza e di direzione politica si fecero presto sentire nelle battaglie nazionali, ma di grande rilievo meridionalista, per il superamento delle gabbie salariali, per l’adeguamento del sistema pensionistico e nel periodo critico del febbraio lucano […].7

La nascente classe operaia del Mezzogiorno, con la sua ca-pacità di promuovere dinamiche di emancipazione sociale per quanti riuscivano a entrarvi, divenne presto un nuovo e diffici-le terreno di prova per il sindacato. La Cgil iniziò un processo di riorganizzazione delle sue strutture meridionali finalizzato a dispiegare l’azione sindacale nei nuovi ambienti di fabbrica. La linea fu tracciata nel corso della I Conferenza sul Mezzogiorno, tenutasi a Napoli nel novembre del 1961. In quella sede emerse l’utilità di elaborare una nuova strategia adatta alla specificità delle nuove fabbriche meridionali, di articolare le rivendicazioni su “tutti gli aspetti del rapporto di lavoro” (salario, orario, or-ganici, qualifiche) e dare un carattere unitario su base naziona-le alla linea del sindacato8. Sul piano organizzativo tutto ciò si

6.  Giovanni Ferrarese, L’Anic di Pisticci, La parabola dell’industria di Stato sull’«osso» del Mezzogiorno, in «Meridiana», 2019, 85, pp. 256-257.

7.  Giovanni Calice, Il Pci nella storia di Basilicata, Venosa, Edizioni Osanna, 1986, p. 153.

8.  Atti della I Conferenza Cgil sul Mezzogiorno, in “Rassegna sindacale”, 1961, 47-48, p. 235.

traduceva nell’esigenza di strutturare nel Meridione federazioni di categoria di fabbrica e rafforzare la capacità delle Camere del lavoro di porsi come luogo di raccordo e sintesi tra i problemi della fabbrica e quelli dell’ambiente circostante9.

Nel rapporto con le nuove realtà produttive la Cgil lucana scontò a pieno tutti i limiti di un approccio strategico, culturale e rivendicativo tipicamente bracciantile. Al pari di quanto era av-venuto in altre regioni meridionali, prima fra tutte la Puglia, la storica centralità delle lotte per la terra ne aveva fortemente con-dizionato la linea politica, i modelli organizzativi e la scelta dei quadri dirigenti. La categoria dei braccianti era il perno intorno al quale era stato costruito l’intero sindacato social-comunista lu-cano. Solo più tardi ai primi si affiancarono gli edili. Si trattava di due categorie con una struttura di tipo territoriale, non operante direttamente sui luoghi di lavoro, ma attiva su temi di carattere generale e in ambito comunale, zonale e provinciale e pertanto poco adatta per avviare il lavoro di sindacalizzazione nei nuovi stabilimenti industriali10. La situazione era, inoltre, resa ancora più difficile dal confronto con un padronato aduso ad ambienti con una radicata cultura operaia e che in alcuni casi, come quello del gruppo Rivetti a Maratea, aveva scelto la via del Sud proprio per sfuggirvi. L’invio di quadri dirigenti dal Nord fu la prima risposta della Cgil a tale stato di cose. Nel 1961 il toscano Fede-rico Bartolini venne inviato a Matera per assumere la segreteria generale provinciale della Cgil11 con l’obiettivo di indirizzarne la futura azione sindacale su un doppio binario: da un lato la

dife-9.  Agostino Novella, Per il rinnovamento economico e sociale del Mezzogiorno si sviluppi sempre intensa l’azione unitaria dei lavoratori italiani. Relazione alla I Con-ferenza della Cgil sul Mezzogiorno, in Simonetta Bartolozzi Batignani (a cura di), Sindacato e Mezzogiorno (1945-1972), Milano, Giuffré, 1981, p. 253.

10.  Cfr. Ornella Bianchi, Sviluppo industriale e lotte operaie in Puglia. Gli anni del Centro-Sinistra (1963-1969), Roma, Bulzoni, 1979, p. 35.

11.  Cfr. Andrea Gianfagna, Gli uomini e le donne della Cgil. Le segreterie con-federali, delle Federazioni nazionali di categoria, delle Cgil regionali, delle Camere del Lavoro. 1944-2019, Roma, Ediesse, 2019.

sa e la rappresentanza delle categorie tradizionali, braccianti ed edili, dall’altro quella dei nuovi operai chimici della Valle del Ba-sento12. L’anno successivo fu inviato presso la Camera del lavoro di Praia a Mare un sindacalista formato nelle fabbriche tessili di Biella con lo scopo di avviare un lavoro di sindacalizzazione tra gli operai dei lanifici calabro-lucani del gruppo biellese Rivetti13.

Tuttavia, nonostante gli sforzi, inizialmente le resistenze am-bientali e la scarsa preparazione limitarono pesantemente la ca-pacità della Cgil di entrare nelle nuove fabbriche. Discorso di-verso, invece, per la Cisl, che pure a tal scopo aveva avviato un processo di riorganizzazione interno; avvantaggiata dal suo col-lateralismo al partito di governo poté rivestire un ruolo centrale nelle assunzioni e nella formazione della nuova classe operaia14.

Per stessa ammissione del suo segretario, Pasquale Radesca, nella Camera del lavoro di Pisticci, comune materano nel qua-le era localizzato lo stabilimento Anic, nessuno era in grado di leggere un contratto dei chimici15. Ma non si trattava di un caso isolato. La Filcep nell’aprile del 1963 rilevava come nell’intero Mezzogiorno anche gli attivisti con due o tre anni di esperien-za non erano in grado di comprendere i contratti di categoria.

La loro formazione in ambienti rurali e bracciantili li spingeva a ricercare la soluzione dei problemi aziendali “su un terreno agi-tatorio e con rivendicazioni molto generiche”16.

Nella Cgil lucana maturava sempre di più la consapevolez-za che l’assenconsapevolez-za nel settore industriale era indicativa di una più

12.  Domenico Notarangelo, scritto non pubblicato, conservato presso l’Ar-chivio Storico della Cgil Basilicata.

13.  AS Cgil, Archivio Confederale, Politica rivendicativa, Maratea- Interven-to Camera del Lavoro, 15 luglio 1964, b. 3, fasc. 69.

14.  Alessio Ambruso, Quarant’anni di Cisl. Le idee, gli uomini, le lotte in pro-vincia di Matera, Matera, Pedis, 1993, pp. 73-74.

15.  AS Cgil Bas, Relazione Camera del Lavoro di Pisticci, 14 novembre 1966, b.

54, fasc. 446.

16.  Ornella Cilona, Maria Luisa Righi, Cent’anni di storia dei lavoratori chimi-ci, Roma, Ediesse, 1986, pp. 246-247.

generale incapacità di leggere le “modifiche che avvenivano nel tessuto economico regionale”, con una conseguente perdita di iscritti: il 14% solo tra il 1964 e il 196517. Al netto calo registrato tra le fila di braccianti ed edili, conseguenza diretta dei processi di modernizzazione dell’economia lucana che si traducevano in una consistente perdita di peso dei settori occupazionali tradi-zionali, si univa l’incapacità di raccogliere adesioni tra i nuovi operai del settore chimico e siderurgico.

Un punto di svolta fu rappresentato nel Congresso provincia-le di Matera del 1965, nel corso del quaprovincia-le si decise di intensificare il lavoro sindacale nelle fabbriche chimiche18. Pochi mesi dopo la Cgil entrò nelle commissioni interne dell’Anic di Pisticci e della Ceramica Pozzi di Ferrandina. Seguì un biennio di radicamen-to e maturazione del sindacaradicamen-to di fabbrica lucano. Le vertenze per i rinnovi contrattuali dei chimici delle aziende pubbliche nel 1966 e di quelle private nel 1967 dimostrarono una forte capacità di mobilitazione operaia, segno di un efficace e veloce lavoro di sindacalizzazione, e sfociarono anche in rivendicazioni dai con-tenuti particolarmente avanzati, proprie di ambienti industriali maturi. È questo il caso delle lotte per la salute negli ambien-ti di fabbrica della Ceramica Pozzi che animarono i mesi esambien-tivi del 1968. Condotte unitariamente con la Federchimici Cisl, fece-ro registrare adesioni altissime, nonostante la dura risposta del padronato (denunce, serrate, impiego dei facchini al posto degli operai di linea) e una capacità di portare la mobilitazione fuo-ri dalla fabbfuo-rica, coinvolgendo, con l’appoggio degli studenti, i centri cittadini della provincia19.

17.  AS Cgil Bas, Tesseramento, b. 55, fasc. 442.

18.  Ivi, Verbale del Convegno provinciale sugli attivisti del 6 novembre 1966, Re-latore: Calviello Franco, b. 54, fasc. 446, p. 6.

19.  Per una ricostruzione del passaggio dalle vertenze contrattuali del 1966-1967 alle lotte per la salute negli ambienti di fabbrica si rimanda a Giovanni Casa-letto, La Cgil di Basilicata dalle conquiste dei braccianti alle lotte per la salute negli am-bienti di fabbrica, in Alfonso Conte, Giovanni Ferrarese (a cura di), Il bilanciamento

Il 1968 si chiuse con la forte mobilitazione dei lavoratori de-gli stabilimenti laterizi, settore in crescita in provincia di Matera grazie alla legge sul risanamento dei Sassi. Nel mese di ottobre la combattiva categoria dei fornaciai rispose compatta allo sciopero unitario indetto dai sindacati per il superamento delle gabbie sa-lariali, l’adeguamento dei premi di produzione, il riconoscimen-to e il riassetriconoscimen-to delle qualifiche e il rispetriconoscimen-to delle norme contrat-tuali. Per undici giorni la produzione fu bloccata20.

Secondo il segretario provinciale della Cgil, Luigi Tammone, le lotte e le conquiste sindacali del 1968 erano il frutto della con-trattazione articolata e della vivacità delle nuove leve di fabbrica che andavano rafforzate a discapito di una struttura ancora trop-po bracciantile. Nella già citata relazione del maggio del 1969 affermava:

la nostra organizzazione ha un quadro dirigente non corrispondente alle attuali esigenze di programmazione sindacale e corrispondente alla linea articolata […] proveniente dalle lotte bracciantili e per la terra, di glorioso passato, di lottatori, ma non adeguato ad assolvere le attuali necessità21.

Era questa la fotografia di un sindacato che si presentava alla prova dei fatti del 1969 diviso tra le importanti, ma ancora limitate, esperienze di lotte di fabbrica, e una prevalente e ra-dicata impostazione ruralista che andava assumendo un nuovo significato come strumento di risposta a problemi vecchi che si ripresentavano in un contesto sociale in mutamento. Del resto i grandi impianti produttivi di base, incubatori di una nuova cultura operaia, erano la punta immediatamente visibile di un

difficile. Industria e ambiente dal dopoguerra a oggi, Brienza, Edizione Le Penseur, 2020, pp. 34-63.

20.  D. Notarangelo, scritto non pubblicato, cit.

21.  AS Cgil Bas, Relazione VII congresso, 24-25 maggio 1969, cit., p. 24.

più generale processo di deruralizzazione dell’economia regio-nale che, in linea con quanto avveniva in gran parte del Mezzo-giorno, trovava nella ripresa dei flussi migratori e nella crescita numerica di disoccupati e inoccupati il suo principale sbocco. Il nuovo sistema industriale lucano non riuscì a raggiungere di-mensioni tali da poter rappresentare una risposta al fenomeno dello spopolamento delle campagne; ne produsse, invece, un’ac-celerazione per mezzo dell’aumento del costo della vita generato dall’introduzione dei salari industriali. Il particolare modello di industrializzazione per poli, inoltre, produsse una forte diffe-renziazione tra aree in piena crescita economica, nelle quali ri-entravano anche le pianure irrigue, e aree interne, scarsamente coinvolte da interventi e programmi di sviluppo. Proprio nelle seconde si registrarono forme di mobilitazione che rispecchia-vano a pieno una società in trasformazione, che stentava a tro-vare una precisa caratterizzazione socio-economica post-rurale.

Nel corso dell’anno in diversi centri della montagna materana si ebbero scioperi animati da disoccupati, braccianti, contadini, donne e studenti, con rivendicazioni generiche contro l’arretra-tezza economica, la povertà e la disoccupazione. Questi scioperi avrebbero rappresentato l’altra faccia, quella propriamente me-ridionale, dell’Autunno caldo lucano.

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