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3 “L'età dell'autogestione” e il socialismo

3.1. Socialisti e Quarta Repubblica.

3.1.2. La Quarta Repubblica.

Al termine del secondo conflitto mondiale, è nuovamente Léon Blum a prendere in carico l'orientamento dottrinario della SFIO. Le esperienze accumulate durante il Front Populaire vengono spese nei programmi del Conseil

National de la Résistence (1944) e, in vista del congresso dell'agosto 1946, Blum

prova ad allargare la visione culturale del socialismo in chiave democratica e umanitaria allo scopo di rendere la SFIO il perno del sistema politico che sarà definito dalla nuova Costituzione, ma è battuto dal deputato-sindaco di Arras, Guy Mollet. Legato alla tradizione dottrinaria marxiana, il nuovo segretario Mollet adotta pienamente la retorica integralista che rifiuta qualunque “revisionismo” e impone ai parlamentari la totale supremazia del partito, che non si pone come “partito di governo” o perno del sistema, pur essendo, alla prova dei fatti, prima il cardine dei governi del “Tripartisme”150 e poi degli esecutivi di “Troisième Force”151. Mentre cala la “cortina di ferro” sull'Europa e Charles De

Gaulle abbandona il vertice del governo provvisorio (gennaio 1946), l'interesse dei socialisti è la difesa delle istituzioni previste dalla costituzione della nuova Repubblica contro comunisti e gollisti, ritenuti eversivi, e la custodia dei diritti acquisiti a livello sociale attraverso l'azione dei governi provvisori. Pur essendo elementi costitutivi della Resistenza, il capo della France Libre condivideva con i comunisti la diffidenza verso la democrazia parlamentare incardinata sul sistema

150 Il “Tripartisme” è l'accordo di governo (1946-1947) fra Parti Communiste Français, Mouvement Républicaine Populaire (democratici cristiani) e SFIO, con la partecipazione dei radicali e della piccola Union Démocratique et Socialiste de la Résistence.

151 I governi di “Troisième Force” vengono costituiti dopo l'esclusione dei comunisti dal governo (5 maggio 1947). La circostanza è parallela all'esclusione del PCI dal governo italiano guidato da Alcide De Gasperi (marzo 1947). La base politica della “Troisième Force” è l'accordo fra area socialista (SFIO, UDSR) e area moderata (radicali, MRP) allo scopo di marginalizzare gli opposti estremismi dei comunisti e dei gollisti (Rassemblement du Peuple Français). La “Troisième Force” rispondeva anche all'esigenza, manifestata da alcuni elementi della SFIO, di costruire con il MRP non solo un'alleanza finalizzata alla difesa della République, ma soprattutto una solida area democratica e riformista, ma il milieu fortemente laico dell'organizzazione socialista non consentirà di sviluppare appieno tale opzione. Le elezioni legislative del 1951 segnano la fine di questa opzione politica.

dei partiti; il sospetto del PCF, parimenti, era legato alla volontà di dare più legittimità alle organizzazioni che avevano affrontato la resistenza, da loro egemonizzate. Alla proposta di costituire alleanze privilegiate in vista delle elezioni per la Costituente del 1945, i comunisti rispondono:

«L'unité de la classe ouvrière ne saurait mieux se réaliser que dans les mouvements de Résistance, le comité d'action dont vous proposez la création, loin de contribuer au renforcement de l'unité de la Résistance, aboutirait à fragmenter les forces patriotiques»152.

Proprio per l'ostacolo costituito dal rapporto con i comunisti, la fondazione della IV Repubblica vede una SFIO incapace di costruire un autentico contributo all'azione degli esecutivi, tanto da preferire il ritorno all'opposizione nel 1951, e, al contempo, una totale identificazione con la nuova Costituzione e con la

République. La SFIO è autentico “partito di sistema”, con un numero sempre più

elevato di alti funzionari e dirigenti dell'amministrazione pubblica.

Così Paul Ramadier, il presidente del consiglio a partire dal gennaio 1947:

«En vérité, nous sommes liés à la IVe République. C'est nous qui l'avons faite. Nous avons nécessairement une influence considérable sur elle et sur son destin, et si nous l'abandonnions, les périls qu'elle court croîtraient dans une proportion qui engagerait lourdement notre responsabilité de parti»153.

I risultati delle elezioni municipali del 20 ottobre 1947 confermano il timore della SFIO: i gollisti del RPF ottengono il 38% dei suffragi, i comunisti confermano il proprio 30%, i democratici cristiani crollano al 10% e i socialisti, insieme all'UDSR, ai radicali e ai moderati, riesce a malapena a pareggiare il risultato del PCF.

L'instabilità della posizione politica dei socialisti è avallata dal nuovo crollo degli iscritti: i 280 mila tesserati SFIO del 1947 diventano 130 mila nel 1951. Il colpo di mano dei filosovietici cecoslovacchi (1948) acuisce l'anticomunismo del partito, che si rinserra nei bastioni della sinistra repubblicana non comunista: l'anticlericalismo e il milieu laico frutto della propria composizione sociale, le amministrazioni locali controllate dalla fine del XIX secolo – il fenomeno detto “socialisme municipal”. La rivendicazione dell'ortodossia dottrinale da parte di Guy Mollet non conduce la SFIO fuori dalla crisi d'identità e dal letargo della militanza:

«Le parti [..] chargeait Guy Mollet [..] d'imposer un “néoguesdisme” de lutte des 152 Cit. in Robert Verdier, PS-PC. Une lutte pour l'entente, Seghers, Parigi 1976, pp. 318-319.

classes mal adapté aux circonstances et dont la promotion sourcilleuse occup les sections, flatta le patriotisme d'organisation tout en laissant libre cours aux circonvolutions du groupe parlamentaire»154.

Ulteriore esempio delle giravolte della SFIO è l'uscita dei comunisti dal governo Ramadier (maggio 1947): a seguito di forti manifestazioni di piazza convocate dalla CGT per ottenere aumenti salariali, i comunisti sostengono l'azione del sindacato e costringono il governo alla richiesta di fiducia in parlamento. Ramadier ottiene il voto favorevole della Camera e, in forza del voto contrario del PCF, chiede al capo dello Stato Vincent Auriol il permesso di formare un nuovo governo senza i comunisti. Guy Mollet chiede al consiglio nazionale della SFIO di formalizzare la rottura del patto di governo anche dal versante socialista, ma la sua proposta è respinta sia dal vertice del partito che dal gruppo parlamentare. Léon Blum scriverà un resoconto degli avvenimenti, sostenendo la scelta di Ramadier:

«Le conseil national a suspendu l'application d'une règle posée par lui-même dans ses précedentes sessions, qui prescrivait aux élus du Parti socialiste de ne participer en aucun cas à un ministère dont le Parti communiste serait absent. S'il l'a fait, ce n'est pas pour donner un coup de barre ou pour trancher un câble. Ce n'est pas pour entamer une politique nouvelle risquant d'aboutir à la constitution d'un bloc antisoviétique dans le monde»155.

L'illusione della SFIO di costruire, attraverso il governo, una “terza via” fra l'opzione gollista e quella comunista s'infrange nei veti dei moderati e dei democratici cristiani: la “troisième force” si svela come espediente difensivo di un partito isolato e indebolito, capace di vedere nelle responsabilità di governo un pericolo da scampare più che un'opportunità.

L'occasione di tornare alla ribalta è offerta da Pierre Mendès France, il cui esecutivo (giugno 1954 – febbraio 1955) è sostenuto dalla SFIO senza, tuttavia, la presenza di ministri socialisti nella compagine di governo. Jean-Pierre Rioux156

ha alluso a questa esperienza come ad un “fuoco di paglia”, utile a far emergere nel dibattito politico un approccio alla questione del potere nettamente diverso rispetto alle prassi delle sinistre, comunista o repubblicana-socialista, ma velleitaria e destinata a non avere durata per l'assenza di un milieu culturale e politico-sindacale disposto ad appoggiare pubblicamente l'azione di Mendès. Questi è sostenuto dal Parti Radical di cui diventa primo vicepresidente per pochi anni, dall'area della CFTC interessata a smarcare il sindacato dalla matrice

154 Jean-Pierre Rioux, Les gouvernements de gauche sous la IVe République, in Jean-Jacques Becker, Gilles Candar, Histoire des gauches en France, op. cit., p. 258.

155 Léon Blum in «Le Populaire», 7 maggio 1947.

confessionale e dall'intellettualità su cui farà perno la “deuxième gauche”. Vincent Duclert157, come abbiamo già visto, sintetizza il fascino del mendesismo

in tre “forme” con cui è stato capace di esprimersi e con cui ha costituito un rilevante smarcamento rispetto alla cultura delle sinistre francesi: retorica, fede repubblicana, metodo. Patrick Rotman158, ripreso da Hélène Hatzfeld159, ha

evidenziato il contributo del mendesismo nella rete di contatti stesa per la prima volta fra élite culturale, sindacale e politica: un modello che si affermerà nella sinistra non comunista nel corso degli anni Sessanta, specialmente a seguito della scissione della SFIO, e che era stato parzialmente anticipato dall'intreccio di contatti incardinato sulla “minorité” della CFTC. Esaminando le vicende storiche della CFTC/CFDT, abbiamo già connesso Pierre Mendès France al gruppo di tecnici e quadri dirigenti legati al sindacato cattolico così come dal comune impegno nel Commissariat au Plan: Jacques Delors, Simon Nora, Michel Rocard. A Mendès France fanno riferimento gli ex dirigenti del sindacato studentesco (UNEF) transitati nella JEC: oltre allo stesso Rocard, Michel de la Fournière, François Borella, Jacques Julliard, quest'ultimo destinato a diventare dirigente di primo piano della SGEN di Paul Vignaux. Legati al mendesismo sono anche i più noti aderenti al club Jean Moulin (oltre a Delors, Stéphane Hessel, Maurice Duverger, Marcel Gonin, Georges Suffert, Etienne Hirtsh) e al Club des

Jacobins di Charles Hernu, oltre ad esponenti delle redazioni di «France Observateur» (Roger Stéphane), «Esprit» (Jean Marie Domenach), «Le Monde»

(Hubert Beuve Méry, Raymond Barillon, Georges Mamy, Duverger) e, soprattutto, «L'Express» (Alain Savary, Simon Nora, François Mauriac, Pierre Viansson Ponté, Françoise Giroud, Jean Jacques Servant Schreiber). A fornire un contributo organico al mendesismo sarà il periodico fondato da lui stesso e dai suoi compagni di viaggio: «Cahiers de la République», indispensabile raccolta di saggi prodotti dallo spazio di discussione pubblica costruito da Mendès France, come dimostra il caso del “colloque national sur la recherche et l'enseignement

scientifiques” (Caen, 1956). La relazione introduttiva di Mendès, “Pour une politique nationale de la recherche”, divenne anche la base per organizzare la Direction Générale de la Recherche Scientifique et Technique, organismo di

coordinamento interministeriale sull'innovazione tecnologica instaurato da Charles De Gaulle alla costituzione della Quinta Repubblica. Questo è solo un esempio della molteplicità dei contributi che il mendesismo ha lasciato alla cultura politica francese, garantendo una prolifica diaspora nei partiti del socialismo (PSU: Michel Rocard, Pierre Bérégovoy, Alain Savary), nel sindacato (Edmond Maire), nell'alta dirigenza dello Stato (Simon Nora), nella stampa. Molti esponenti di questa diaspora, impegnati nella sinistra non comunista,

157 Vincent Duclert, Les mendésistes, in Jean-Jacques Becker, Gilles Candar (dir.), Histoire des gauches en France, op. cit.

158 Patrick Rotman, La diaspora mendèsiste, in «Pouvoirs», n. 27, PUF, Parigi 1983 pp. 5-20. 159 Hélène Hatzfeld, Faire de la politique autrement, op. cit..

operavano nelle strutture statali disegnate dal nuovo ordine gollista.

«Mais il n'y avait pas contradiction entre le service d'Etat tel que l'incarnait la nouvelle République et la fidélité aux convinctions mendésistes. Le général De Gaulle sur de son côté les implique habilement dans ses projets de réforme et de modernisation»160.

L'insuccesso del mendesismo come esperienza politica è segnato non tanto dall'uscita dal governo di Front Républican guidato da Guy Mollet, quanto piuttosto dall'impossibile rinnovamento del Parti Radical e dall'ortodossia dottrinaria della SFIO, che accoglierà uno dei rivoli politico-culturali figlio del mendesismo – la “deuxième gauche” - per il tramite della “corrente autogestionaria” di Michel Rocard solo quando si sarà trasfigurata nel Parti

Socialiste di François Mitterrand.

È emblemantica la sintesi offerta da Jacques Delors rispetto alla sua esperienza del mendesismo in una intervista del 2004:

«Mendès m'a donné le gout de la politique. Sa rectitude parfois proche de l'entêtement m'a beaucoup fasciné».

Rispetto al destino della SFIO, la fine del governo di Guy Mollet riproduce i cicli precedenti di governi a guida socialista:

«Une action résolument réformatrice au début, du moins par les intentions sur la politique algérienne; une “pause” difficile ensuite, qui a exposé la SFIO aux critiques et ébranlé son unité interne; l'acceptation enfin d'un soutien à des gouvernements radicaux, et même de centre droit pendant la guerre froide, avant que, par un déplacement de l'équilibre des forces, les socialistes ne fussent amenés à cesser leur participation, pour, comme en 1940, au moment de l'agonie du régime, revenir un peu plus tard au gouvernement sans pouvoir agir et remettre majoritairement le pouvoir constituant à un militaire prestigieux. [..] L'integralisme doctrinal joint à l'exercice fréquent des responsabilités ministérielles dans le cadre d'un régime politique auquel la SFIO s'identifiait de plus en plus fortement a fini par créer une situation ingérable pour les socialistes. La défense de la République d'une part et la fidélité à l'identité partisane originelle d'autre part s'opéraient sur des registres des plus en plus indépendants l'un de l'autre»161.

Nel 1958 Guy Mollet, Vincent Auriol e Paul Ramadier chiedono al gruppo

160 Vincent Duclert, Les mendésistes, art. cit., p. 172.

parlamentare socialista di votare l'investitura a Matignon di Charles De Gaulle: a seguirli saranno in 42, mentre gli altri 49 esprimeranno un voto contrario. La crisi della SFIO sfocia nel congresso autunnale e nella scissione.

3.1.3. Le radici politiche e culturali della “deuxième gauche”, dalla