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Il Lasca e l’Etrusco: due caratteri a confronto tra tensioni e affinità

3. CRITICA ED ELOGIO DEGLI ACCADEMICI FIORENTINI

3.3. Il Lasca e l’Etrusco: due caratteri a confronto tra tensioni e affinità

I testi sin qui analizzati hanno evidenziato l’importanza che il Grazzini assegnò ad autorevoli personalità del mondo accademico fiorentino, capaci non solo di iniziarlo all’attività poetica (è il caso di Giovanni Mazzuoli), ma anche di stimolarlo nella trattazione di svariate questioni, in primo luogo letterarie. Questo si è visto con Benedetto Varchi, con il quale il Lasca costruì un rapporto fatto di alti e bassi, oscillante tra l’ammirazione e il disprezzo più profondo. Se le rime indirizzate al Mazzuoli e allo storiografo fiorentino rivelano, in verità, una sostanziale diversità di intenti e atteggiamenti dei due destinatari rispetto al Lasca, vi è un letterato che più di altri, per irriverenza e bizzarria, gli assomiglia: Alfonso de’ Pazzi.

I punti di contatto si riscontrano, infatti, nella comune adesione alla poesia burlesca e nell’analogo impegno culturale a Firenze, che consentì loro di denunciare con fermezza e determinazione le contraddizioni interne all’Accademia Fiorentina, nella quale avevano investito tutte le loro aspettative di uomini e letterati.

I due videro nello scherno poetico lo strumento più adeguato per prendersi gioco reciprocamente, rivolgendosi accuse mordaci relative alla vita privata o all’attività compositiva.

L’affinità tra i due si riscontra non solo nella celia poetica con la quale si presero gioco vicendevolmente e sbeffeggiarono i colleghi accademici, ma anche nella volontà di darsi degli appellativi; così, se il Grazzini volle chiamarsi Lasca, Alfonso scelse per sé il soprannome di Etrusco che, stando a una lettera di Niccolò Martelli del 1545, aveva un sapore decisamente eroico e più di qualunque altro pseudonimo un valore altamente campanilistico155. È proprio lo stesso Alfonso in un componimento a dichiarare – come aveva fatto il Lasca in un testo indirizzato al Varchi – la volontà di essere chiamato in questo modo, alla luce della grande storia etrusca nella terra natale:

[…]

Ognun mi chiama Etrusco e non sa come

155 La scelta di questo pseudonimo è legata anche alla ripresa del mito etrusco, del quale molti letterati si servirono per elogiare la nobiltà di Firenze e della sua lingua. Maggiori dettagli saranno forniti nelle pagine seguenti.

74 E perché tal cognome io mi ritenga,

E manco sanno ancor dond’ei si venga, Né quante genti gli Etruschi abbin dome156.

A questa scelta di affiancare al nome di battesimo un nuovo appellativo, si aggiunse – per entrambi - una vita segnata dalle difficoltà; se, infatti, il Grazzini accettò a fatica l’estromissione dall’Accademia Fiorentina, l’Etrusco si trovò addirittura ad affrontare la prigionia, a causa, verosimilmente, di problemi economici, come è ricordato dallo stesso Lasca in uno dei suoi sonetti:

Tu hai pur dato, Alfonso, nella ragna, trovandoti alle Stinche finalmente,

ma chi tosto erra, a bell’agio si pente, 3 questo ricordo teco si rimagna.

[…]

basta a te solamente non pagare: 10 altro non curi; e chi ha mal, mal abbia157 .

Entrambi, infine, bersagliarono ripetutamente esponenti di spicco della cultura fiorentina. Esaminando le rime indirizzate all’Etrusco, è sorprendente la mutevolezza di atteggiamento del Lasca, che a volte lo celebra mentre altre lo calunnia e lo deride. In verità, in presenza di un poeta burlesco, credere a una stabilità e un’invariabilità di giudizio sugli accademici di Firenze o su qualunque altro destinatario sarebbe errato, dal momento che chiunque si riconosceva nella poesia giocosa era abituato a improvvisi cambiamenti di opinione, passando magari all’elogio di nemici di vecchia data o al biasimo di uomini un tempo onorati e rispettati.

Le rime di Alfonso per il Lasca oggi note non sono numerose, mentre sicuramente maggiore è il numero di quelle scritte dal Grazzini per il collega accademico158, nelle quali si rintracciano parecchi elementi utili a ricostruire il contesto culturale e poetico del tempo, oltre che i rapporti tra i due.

Come già visto con lo Stradino e con il Varchi e come anticipato poc’anzi, per il Lasca fu estremamente difficile, se non impossibile, mantenere inalterati i rapporti

156 G.P

EDROTTI, Alfonso de’ Pazzi. Accademico e poeta, Tipografia E. Cipriani, Pescia, 1902, p. 82.

157 C. V

ERZONE,cit., p. 42. 158

75 interpersonali nel corso del tempo, dal momento che si lasciò condizionare in modo significativo dagli eventi esterni. In Alfonso vide un uomo molto simile a lui; riscontrò in lui molte analogie relative alla poesia burlesca e all’esperienza poetica, anche se – in verità – la vicenda accademica del Pazzi fu meno problematica di quella del fondatore degli Umidi. A differenza del Lasca, infatti, l’Etrusco non fece parte dell’originario gruppo accademico, ma aderì a quello che era ormai un istituto soggetto al controllo di Cosimo I il 7 settembre 1543159. Uomo dal carattere spigoloso e determinato, non si nascose dietro le apparenze, decidendo di smascherare quanto di ipocrita e di cattivo gusto vi fosse a suo giudizio nell’Accademia. Il suo atteggiamento spregiudicato e pungente, tuttavia, non lo rese immune dagli attacchi del Lasca, che in più occasioni lo derise pesantemente.

Alla luce di quanto detto finora e al fine di ricostruire il rapporto esistente tra i due poeti, si è deciso, pertanto, di analizzare dapprima i testi in cui a dominare è il vituperio e la calunnia verso la persona di Alfonso e, successivamente, di guardare con più attenzione a quelli in cui il Lasca affronta argomenti inerenti alla vita culturale del Pazzi e alle caratteristiche della sua poesia.

Partendo dal primo punto della nostra ricerca, possiamo anticipare che non abbiamo notizie che provino con certezza la difficoltà di rapporto tra i due letterati; è, dunque, verosimile che il Lasca si diverta a esasperare i toni e a estremizzare i concetti come richiesto dalla poesia giocosa. A riprova di una relazione poi non così incrinata, vi è un sonetto caudato, nel quale il Lasca sembra ritornare sui suoi passi dopo uno scontro, solo ipotizzabile, con l’intenzione di appianare le divergenze con Alfonso:

Se già gran tempo pazzo da catene e quasi quasi tristo v’ho tenuto, Alfonso mio gentile, or mi rimuto, e v’ho per savio e per un uom dabbene160

.

Il destinatario non è menzionato con lo pseudonimo assai noto di Etrusco, ma è definito pazzo da catene (cioè talmente folle da essere incatenato), mediante

159 A. C

ASTELLANI, Nuovi Canti Carnascialeschi di Firenze. Le “Canzone” e Mascherate di Alfonso de’ Pazzi, Leo S. Olschki, Firenze, 2006, p. 62.

160

76 un’operazione di derivazione dal proprio cognome e, probabilmente, alla luce di un furor poetico che il Lasca riconosceva superiore agli altri. Il sonetto, databile con molta probabilità al 1547, è successivo alla ristrutturazione dell’Accademia Fiorentina, che scontentò il Lasca, spingendolo, forse, a vedere nel solo Alfonso e in qualche altro Umido restio alle innovazioni l’appoggio sperato.

Il Lasca, tuttavia, come d’abitudine non si ferma alla sola celebrazione del Pazzi, ma amplia il discorso ai pedanti e ai suoi nemici accademici. Riferendosi, poi, alla produzione poetica del destinatario, lo giudica uno dei pochi in grado di contrastare i dotti e quanti vengono osannati per la loro cultura. Ecco che ricorre, come già visto nelle rime per lo Stradino e il Varchi, alla critica verso i pedanti e i linguisti, noti per aver avanzato teorie e promosso progetti culturali a lui non graditi:

[…]

Così, poco i Latini e i Greci manco stimando, componete di maniera,

che fa venire a i dotti il mal del fianco. Dunque scrivendo voi con lieta cera,

senza mai uopo usar, guari od unquanco161 , 12 portate dei poeti la bandiera,

là dove in lunga schiera si veggono dipinti e divisati gli uomini da voi vinti e superati.

La presa di distanza dalla pedanteria e dai classicisti è l’occasione per celebrare la lingua e lo stile di Alfonso, capace di controbattere ai più noti letterati, infastidendoli con le sue rime. Dunque, il Lasca appoggia appieno la produzione poetica del collega fiorentino, che – come lui – fece della beffa e della calunnia verso illustri personalità (primo fra tutti Benedetto Varchi) il centro nevralgico della propria produzione.

Critica, inoltre, uno dei letterati più odiati, ovvero Giovan Battista Gelli, ritratto mentre è incatenato al carro. La menzione di quest’ultimo, pur non sviluppata secondo le ormai note divergenze linguistiche o letterarie, è pur sempre efficace per ribadire la difficoltà dei rapporti all’interno dell’Accademia e per fornire

161 Verso simile al v. 5 del sonetto di p. 70 del presente lavoro, dedicato al Varchi e utile per la ricostruzione delle teorie linguistiche e stilistiche del Lasca.

77 qualche informazione aggiuntiva sulla vita pubblica fiorentina. L’immagine del Gelli incatenato è, infatti, legata al Carnevale del 1547, in occasione del quale per le vie cittadine sfilò il carro dei pazzi, evocato indirettamente dal Lasca non solo dal rimando onomastico alla casata dei Pazzi, ma anche dal ricordo che tra i pazzi e i gobbi che sfilarono vi fu proprio il Gelli162, annoverato nel testo tra i vecchi e brontoloni (barbogi163) filosofi della città toscana:

[…]

Ma tra i più fortunati

filosofi barbogi, ch’io non narro 19 vien catenato il Gello innanzi al carro.

Con l’usuale irriverenza il Lasca intende assegnare al Gelli un ruolo di prima linea nella “deriva” accademica, attribuendogli una posizione non certo ammirabile e lusinghiera.

I toni moderatamente distesi e concilianti del sonetto appena analizzato sono del tutto assenti in altre rime, in cui a prevalere è un forte senso critico verso l’Etrusco, deriso per le sue scelte letterarie e di vita.

Significativo è, ad esempio, un altro sonetto caudato nel quale l’accademico è criticato aspramente per l’attrazione verso le meretrici, con le quali sembra si intrattenesse per evadere dalle noie coniugali. E partendo da questo pettegolezzo il Lasca insinua che - a causa del desiderio irrefrenabile di sesso - Alfonso contrasse la cosiddetta “pelatina”:

Tu parrai tosto, Alfonso, una gallina Padovana che mudi, od una gazza; sì che datti piacere adesso e isguazza, per che la tua vergogna è già vicina.

Da qualche fante, o sudicia sgualdrina, 5 o se si trova in chiasso164 peggior razza,

come sei uso, beendo alla tazza, hai pur cavato alfin la pelatina165.

162 A.C ASTELLANI, cit., p. 64. 163 GDLI 164 Cortiletto. Cfr GDLI. 165 C. VERZONE,cit., p. 37.

78 Il destinatario è, inoltre, paragonato al v. 2 a volatili come la gallina padovana e la gazza-ladra, la prima delle quali ha cambiato il piumaggio e, dunque, è spennacchiata come Alfonso.

L’invettiva contro il letterato procede, poi, con un riferimento alla sua vita sessuale; lo si accusa, infatti, di aver contratto la pelatina (effetto di una forma di sifilide che, stando alle informazioni in nostro possesso, provocava la perdita di peluria166), a causa delle sue presunte frequentazioni extraconiugali, non solo con le prostitute, ma addirittura con qualche fante, indicando con questo termine le donne di servizio impiegate nelle faccende domestiche167. Il disprezzo per il Pazzi è sottolineato anche da scelte semantiche ben studiate e tutte attinenti al biasimo e all’immoralità; si adoperano, infatti, aggettivi come sudicia, peggior e sostantivi come vergogna.

Anche in un altro componimento, precisamente una canzone a ballo, il poeta prende di mira le passioni dell’Etrusco; partendo da un evento traumatico che dovette sconvolgere parecchio il Pazzi - ovvero la morte del suo cavallo Ambraino - si diverte a deriderlo, omaggiando, invece, l’animale come si farebbe normalmente con una persona degna di rispetto e onore:

Pianga ognuno a capo chino, chè gli è morto l’Ambraino. L’Ambraino era un cavallo, o più tosto una chinea168, che giamai non fece fallo, quando a cavalcar s’avea, e più cose far sapea ch’un filosofo, o dottore: fu d’Alfonso ciurmadore,

anzi pazzo in chermisino. 10 Pianga ognuno…

Tanto ebb’egli spirto umano, quanto di bestia il padrone:

166G.M

ASI, Politica, arte e religione nella poesia dell’Etrusco (Alfonso de’ Pazzi), in Autorità, modelli e antimodelli nella cultura artistica e letteraria tra Riforma e Controriforma, Atti del Seminario internazionale di studi Urbino-Sassocorvaro, 9-11 novembre 2006, Vecchiarelli Editore, Roma, 2007, p. 308-309.

167 GDLI 168

79 […]

L’Accademia ha ordinato

fra sei giorni di cassallo; poi ch’ei non è buono a fiato, 41 sendo morto quel cavallo,

che facea tanto onorallo dalla gente folle e cieca: gli è rimasto una bacheca169 da comporre allo Stradino170.

In questa canzone si gioca volutamente sul dolore provato dall’Etrusco per la morte del suo cavallo, ricco di doti, maggiori di quelle riconosciute al padrone, sul quale - invece - si addensa l’ombra della pazzia (al v.10 Alfonso viene considerato un pazzo in chermisino, cioè di prim’ordine171). Il clima mesto del componimento è enfatizzato non solo dal pianto a cui vengono chiamati i lettori, ma anche dai dettagli relativi alla vita dell’animale e agli onori resigli a Firenze. Ovviamente al poeta non interessa la celebrazione dell’animale in quanto tale, ma intende partire da un avvenimento apparentemente privo di valore per ironizzare su Alfonso. Nella canzone c’è, altresì, un elemento che potrebbe facilitarne la datazione, ovvero la menzione dello Stradino, autorizzando a collocare il testo sicuramente in un periodo precedente al 1549, anno di morte del fondatore degli Umidi. In aggiunta, si può dire che il Lasca usi appositamente il termine bacheca172 anche per giocare su quello stesso pseudonimo (Bacheca, appunto) usato per indicare il Mazzuoli, deridendolo ulteriormente.

Gli spunti ironici e irriverenti del testo sono davvero tanti, a partire dalla consapevolezza che il cavallo fosse non solo più rispettabile del suo padrone, ma anche di molti filosofi, forse con velata allusione ai pensatori e ai letterati dell’Accademia invisi al poeta.

Se nelle rime sin qui analizzate la pungente derisione del Grazzini ha preso di mira la persona e le passioni dell’Etrusco, vi sono altri testi in cui ci si concentra sull’attività poetica e sullo stile compositivo dello stesso.

169 Cassetta con coperchio in vetro contenente oggetti preziosi o reliquie. In aggiunta a questo significato di uso comune, il termine - noto per essere un altro soprannome dello Stradino - è usato nel testo come variante di bacheco, indicante un uomo dappoco, che sta in mostra e rimane inoperoso. Cfr GDLI.

170 C. V

ERZONE,cit., p. 159-161. 171 GDLI.

172

80 Un primo componimento che esemplifica al meglio l’approccio del Lasca a tali questioni poetiche è un sonetto caudato, nel quale - partendo dal rapporto conflittuale e assai noto tra l’Etrusco e Benedetto Varchi - si invita il destinatario a concludere la “persecuzione” ai danni dello Scuro, riconsiderando il proprio stile e la propria produzione:

Fatappio bigio e magro cerretano, pazzo a bandiera e stran cuccubeone, non ti vergogni tu, che sei buffone, il padre Varchi ricordare in vano? […]

Che hai tu fatto altro mai ch’un sonettino

asciutto, secco, stiracchiato e gretto, 10 in istilaccio furfante e meschino?

[…]

Tu hai malato e infetto

il corpo e l’alma, di dentro e di fuori 16 sei pien di passerotti173 e pien d’errori,

tanto che disonori

colle parole insieme e coll’inchiostro 19 te stesso, i tuoi parenti e ʼl secol nostro174.

Le accuse rivolte all’accademico fanno del Lasca un poeta burlesco capace di indossare sapientemente i panni dell’accusatore e del moralista intransigente, fornendo di Alfonso un giudizio non certo lusinghiero (ribaltando contro di lui analoghe invettive dell’Etrusco contro il Varchi). Definendolo, infatti, un fatappio

bigio e un magro cerretano, lo considera uno sciocco dal colore grigiastro175 e un ciarlatano (cerretano176), abituato a fingere pur di ottenere riconoscimenti dagli altri, mentre al v. 2 calca la mano sulla sua pazzia (che lo porta a compiere movimenti scomposti o scelte incoerenti) e sui suoi comportamenti spregevoli (il

cuccubeone177 è una maschera carnevalesca dall’aspetto orribile, qui usato in senso figurato a designare un individuo ignobile).

173

Pieno di sciocchezza(GDLI). 174 C. V ERZONE,cit., p. 43. 175 GDLI. 176 Ivi. 177 Ivi.

81 Il tono inquisitorio e autoritario del poeta è, inoltre, ribadito da due interrogazioni rivolte al Pazzi, chiamato a motivare il suo atteggiamento aggressivo e indisponente verso il Varchi. Mostrandosi favorevole allo storiografo fiorentino, il Grazzini finisce col vestire i panni del provocatore e dell’impertinente, tanto da rivolgere ad Alfonso critiche infamanti, accusandolo di essere un verseggiatore di scarso valore. La struttura chiastica del v. 1 è, in verità, solo un anticipo del tono accesissimo del sonetto, ricco di insulti e offese. Se nella prima parte il bersaglio è il Pazzi, nella seconda, invece, il poeta esamina lo stile dei suoi componimenti, giudicato privo di inventiva e dinamismo, oltre che dal carattere menzognero e furfantesco (vv. 10-11). Per il Grazzini il letterato è per di più ripugnante, dal momento che è stato contagiato da una terribile malattia dentro e fuori (allusione, forse, alla pelatina che lo condusse alla morte), che lo ha spinto a offendere non solo la sua dignità di uomo, ma anche quella dei familiari e addirittura del suo tempo (il climax ascendente del v. 20 non fa altro che enfatizzare il tono del discorso, facendo del poeta il portavoce del malcontento provocato da Alfonso nella città natale).

Mentre nell’edizione curata da Moücke il testo terminava al v. 20, il Verzone ha tratto dal manoscritto autografo Magliabechiano 1248178 una parte ancora inedita di nove versi occupati dal confronto tra il Pazzi e i letterati a lui coevi, tra i quali si annoverano il Varchi, il Gelli e lo stesso Lasca:

[…]

O scellerato mostro,

vedi che desti un tratto nel bargello179; e non arai trovato il Varchi, o ʼl Gello! Il Lasca ha men cervello

di te sei volte; ed a ghiri di pazzo 25 non gli saresti dietro buon ragazzo.

Io sento già il rombazzo, ed udir parmi le tue maccatelle

in versi, in prosa, in frottole e ʼn novelle.

178 Il Magl. 1248 è un manoscritto miscellaneo contenente un buon numero di rime del Lasca, da lui scritte e ordinate. Il codice è conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. 179 Funzionario a capo della polizia (GDLI). Il Lasca allude, forse, al periodo di prigionia del Pazzi per questioni economiche.

82 I versi aggiunti, anch’essi provocatori e pungenti, fanno dell’Etrusco un vero mostro (dietro cui si cela un giudizio inerente sia alla persona sia all’attività compositiva), capace solo di comporre maccatelle (opere scadenti180) e non certo all'altezza di competere col Lasca, che orgogliosamente rivendica la sua superiorità.

A proposito dello stile e della poesia di Alfonso, il poeta si esprime con una certa perizia, dimostrando di conoscere bene le modalità espressive del collega accademico. Era, infatti, opinione condivisa da molti e nota a parecchi che lo stile del Pazzi fosse marcatamente ghiribizzoso, al punto tale che Pedrotti ne suggeriva la continuità col Burchiello; per questa affinità stilistica si parlava di poesia ‹‹a ghiri››, ‹‹per giambo››, ‹‹per burla› o addirittura pazzesca181

. Recentemente, però, è stato riconosciuto all’espressione un significato non più legato al poeta burlesco per antonomasia e sopra menzionato, ma inerente a un modo tutto personale di esprimersi del Pazzi, visto come velatamente allusivo e non sempre comprensibile ai lettori. Stando, infatti, a Giorgio Masi, ghiri non è altro che la parola-chiave nella poesia dell’Etrusco, anche alla luce di quanto affermato da Doni e da Niccolò Martelli:

I ghiri dell’Etrusco sono immagini ingegnose devianti rispetto al comune significato dei vocaboli, al punto da risultare simili ai vaneggiamenti di un pazzo (di nome e di fatto) o all’oscuro linguaggio degli Etruschi; quindi la sua poesia appare più che alla burchiellesca, come aveva scritto il Doni, fondamentalmente – io credo – per una ragione: perché si tratta di un codice personale, individuale, direi quasi una sorta di “lessico famigliare”182.

Quindi, i ghiri di cui parla il Lasca sarebbero attinenti proprio all’oscurità della poesia di Alfonso, spesso in codice e, a volte, incomprensibile agli stessi accademici.

Il tono di sfida e di disprezzo di questo sonetto conosce, in verità, una considerevole attenuazione in un altro testo, nel quale il Grazzini – pur convinto dello scarso valore della poesia dell’Etrusco – si mostra più pacato, al punto da chiedere al letterato di riconsiderare il valore della propria poesia, soprattutto alla luce dei recenti scontri con il Varchi e il Tasso Legnaiuolo:

180 Cfr GDLI. 181 G.P EDROTTI,cit., p. 89. 182 G.MASI, cit., pp. 322-324.

83 […]

Or se far vuoi cosa degna, o lodevole, Alfonso, non star più co i versi a cresima183:

ma lascia ire il tuo stil rozzo e stucchevole; 14 per che lo sconvenevole

tuo tanto Varchi, Varchi, e Tasso, Tasso184 t’han nella fin chiarito un babbuasso185.186

A partire dal v. 12 rivolge al destinatario precise critiche tecnico-stilistiche, volte all’abbandono di uno stile fatto di parole-rima fisse come Varchi o Tasso, che hanno messo in luce la sua mancanza di senno, rendendolo ridicolo nel confronto con altri poeti.

Indubbiamente, l’insistenza sul tema stilistico suggerisce un grande interesse per