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Le lezioni di Benedetto Varchi e il Lasca “intenditore” d’Arte

5. ARTE E POESIA: DAL DIBATTITO ACCADEMICO ALLE RIME D

5.2. Le lezioni di Benedetto Varchi e il Lasca “intenditore” d’Arte

La trattatistica cinquecentesca sul rapporto tra arte e poesia è caratterizzata da una folta documentazione scritta, il cui studio nel corso degli anni ha incrementato il numero dei tasselli funzionali alla ricostruzione della vita culturale fiorentina. I molteplici confronti su questo argomento non furono altro che il risultato di un fenomeno inaugurato molti anni prima da Leonardo da Vinci, uno dei primi a sentire il bisogno di analizzare il rapporto tra poesia e pittura e tra quest’ultima e la scultura. Così egli illustrava il suo punto di vista sulla prima questione e sul rapporto tra la scultura e la pittura, preferita di gran lunga alla prima:

La poesia pon le sue cose nella immaginazione de lettere, e la pittura le dà realmente fori de l’occhio, dal qual occhio riceve le similitudini, non altrimenti che s’elle fussino natturali, e la poesia le dà sanza essa similitudine, e non passano alla impressiva per la via della virtù visiva come la pittura328.

Adoperandomi io non meno in iscultura che in pittura, e faciendo l’una e l’altra in un medesimo grado, mi pare con piccola imputazione potere dare sentenzia, quale sia di maggiore ingiegnio e difficoltà e perfezione l’una che l’altra. […] La pittura è di maggiore discorso mentale e di maggior artifizio e meraviglia che la scultura, conciosia che necessità costringie la mente del pittore a trasmuttarsi nella propria mente di natura, e sia interprete infra essa natura e arte329.

Le sue affermazioni, con ogni probabilità, gettarono le basi per il riesplodere del confronto, che - a distanza di qualche anno - non coinvolse solamente esperti del settore ma anche letterati e poeti burleschi come il Grazzini. Tra i partecipanti al dibattito, il più attivo fu Benedetto Varchi, estremamente abile nel far tesoro degli stimoli culturali in atto, rivelati al pubblico nelle sue lezioni accademiche, sebbene, secondo Marco Collareta, l’attenzione riservata da Benedetto alle arti figurative compaia in filigrana anche in testi apparentemente lontani dalla materia artistica come l’Ercolano:

È qui in effetti che troviamo, come in filigrana, pressoché tutti i livelli sui quali il Varchi muove il suo discorso intorno alle arti figurative. Il confronto tra pittura e scultura, da un lato, ed eloquenza, dall’altro, s’affaccia sin dalla dedica al principe Francesco de’ Medici. […] Si tratti di un accenno

328 Scritti d’arte del Cinquecento, a cura di P. Barocchi, Ricciardi, Milano-Napoli, MCMLXXI, tomo I, p. 233.

329

139 a Michelangelo o alla cupola di Santa Maria del Fiore, di un richiamo nostalgico alla ‹‹ringhiera›› di Palazzo Vecchio o di un cortigiano ammicco a quelli che saranno gli Uffizi, il grande libro sulla lingua di Firenze ha ben presente il peso che gli artisti e le loro opere hanno nella realtà cittadina330.

Una figura eclettica come quella di Benedetto, ovviamente, non si limitò al solo genere del trattato o della lezione ma a questi affiancò commenti di componimenti, come quello sul celebre sonetto di Michelangelo Non ha l’ottimo

artista alcun concetto, e testi poetici scritti per scultori, pittori, architetti e

medaglisti. Se il suo contributo divenne considerevole negli anni Sessanta, non si può tacere sull’avvio delle prime “riflessioni artistiche”; nella fattispecie, iniziò a occuparsi del legame tra poesia e arte nel 1547 in due Lezzioni sopra la pittura e

la scultura. Rilevante è, in particolare, l’ultima disputa della lezione Della maggioranza delle arti intitolata ‹‹In che siano simili e in che differenti i Poeti e i Pittori››.

Il Varchi, avvalendosi delle sue profonde conoscenze filosofico-letterarie, chiariva quanto il legame tra i poeti e i pittori fosse stretto e, sebbene nell’approccio creativo vi fossero precise differenze di metodo, propendeva chiaramente per l’arte in cui si riconosceva maggiormente, ovvero la poesia, che per la sua capacità di esprimere in parole la multiforme realtà dei sentimenti umani, si proponeva al pubblico sotto molteplici generi e forme:

Ma devemo avvertire che la poesia si chiama arte, non perché ella sia propriamente fattibile, ma perché è stata ridotta sotto precetti et insegnamenti.

Amendue [ la Poesia e la Pittura] imitano la natura; ma è da notare che il poeta l’imita colle parole et i pittori co’ colori, e, quello che è più, i poeti imitano il di dentro principalmente, cioè i concetti e le passioni dell’animo […] e i pittori imitano principalmente il di fuori, cioè i corpi e le fattezze di tutte le cose331.

E perché i concetti e l’azioni de’ re sono diverse da quelle de’ privati, e quelle de’ privati sono differenti fra loro secondo le diverse nature e professioni, perché altre parole e altri costumi ha ordinariamente e si ricercano in uno soldato che in un mercatante, anzi un medesimo è differente da sé stesso o per le diverse età o per gli vari accidenti: le quali tutte cose s’hanno a sapere e

330 M. C

OLLARETA, Varchi e le arti figurative, in Benedetto Varchi, a cura di V. Bramanti, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2007, p. 174.

331 Trattati d’Arte del Cinquecento, a cura di P. Barocchi, Laterza, Bari, 1960, volume primo, pp. 54-55.

140 sprimere da’ poeti; e per questa cagione si ritrovano diverse spezie di poesie. Il che non avviene nella pittura, perché tutti i corpi sono a un modo332.

Lo storiografo fiorentino, inoltre, si occupò del legame tra pittura e scultura in una lezione sulla maggioranza delle arti, data alle stampe nel 1548, nella quale ammise di non essere un esperto del settore, ma di voler prendere parte al dibattito avvalendosi del contributo filosofico e riferendo di quanti, nel corso del tempo, si erano occupati della questione, chiudendo la riflessione nel segno dell’equilibrio:

Né penso ancora che alcuno mi creda tanto arrogante e presuntuoso che io osassi di muovere questa dubitazione e disputa per diciderla e risolverla, avendo pochissima cognizione dell’una e manco dell’altra; ma bene penso che come a filosofo. […] Ho scritto et avuto i pareri e giudizii di quasi tutti gli scultori e pittori più eccellenti che oggi in Firenza si ritrovino333.

Diciamo prima che ʼl conte Baldassare da Castiglione mosse questa disputa presso la fine del primo libro del suo dottissimo e giudiziosissimo Cortegiano, et allegando molte ragioni per l’una parte e per l’altra, conchiuse finalmente che la pittura fusse più nobile. Medesimamente M. Leone Batista Alberti. […] Plinio racconta che nella Grecia tutti i fanciugli nobili imparavano la prima cosa a disegnare; onde l’arte della pittura fu recevuta nel primo grado dell’arti liberali, e sempre ebbe questo onore334.

Et io per me, per quel poco che n’intenda, credo che, essendo le medesime effettualmente e variando negli accidenti, in alcuni sia tal dubbio che non si possa, o difficilmente, risolvere, come, essempigrazia, della difficultà; in alcuni siano senza dubbio, come l’università nella pittura, cioè il potere imitare più cose, e nella scultura la eternità, cioè durare più lungo tempo et essere meno sottoposta alle ingiurie; in alcuni siano pari o con pochissimo vantaggio, come nella reputazione et essere stimate dalle genti, o veramente nel dilettare, trovandosi varii giudizii secondo la varietà delle nature335.

Il prestigio di un uomo come Benedetto e la portata delle sue lezioni non passarono inosservati a Firenze, suscitando un gran numero di reazioni tra gli artisti e i poeti del tempo, che in misura diversa vollero dire la loro sul dibattito in atto; tra questi figura proprio Anton Francesco Grazzini, che pur abituato a scrivere componimenti giocosi inerenti ad altri temi, ne divenne parte attiva con

332 Ibidem.

333 Scritti d’arte del Cinquecento, cit., tomo primo, p. 524. 334 Ivi, p. 525.

335

141 numerosi testi, tra i quali spicca un sonetto caudato, manifesto della preferenza della Pittura sulla Scultura:

Tutte quelle ragion, ch’accolte e sparte in lode avete voi della scultura, chi rettamente guarda e pon ben cura, vengon dalla materia336 e non dall’arte. Al marmo il duro337 e ʼl tondo338 e d’ogni parte

le sue vedute dona la natura; 6 ma se così come fa la pittura,

va le cose imitando a parte a parte339, veggiam chi meglio e più agevolmente l’imita tutte e consegue il suo fine, e quella arà l’onor meritamente. […]

Chi non vede alla fine

che la pittura è più ampia e maggiore,

e più somiglia il ver, dando il colore? 17 Ella fa lo splendore

del ciel, del sole, del fuoco e degli occhi, e discerne le botte340 da i ranocchi. Lasciate omai, capocchi341, lasciate omai questa vostra perfidia e sia l’onor d’Apelle, e non di Fidia342.

Il sonetto in questione è la prova tangibile che il Lasca non rimase immune da quanto animava i circoli culturali del tempo, riuscendo a mettersi in luce con teorie personali e preferendo i pittori agli scultori, a partire dal principio di imitazione della natura che è prerogativa dell’arte.

Secondo il Lasca, infatti, tale principio imitativo trova compimento sia nella scultura sia nella pittura, la quale - tuttavia - con i suoi colori riesce a imitare le bellezze naturali più di quanto faccia la disciplina artistica ad essa concorrente. Quanto dichiarato sui colori e sulle capacità imitative della natura è,

336 Dal materiale che gli scultori usano. 337 La durezza.

338

La tridimensionalità.

339 Con un procedimento analitico molto accurato. Cfr GDLI. 340 Rospi. Cfr GDLI.

341 Sciocchi, ottusi. Cfr GDLI. 342

142 probabilmente, frutto della rielaborazione concettuale degli interventi di Benedetto Varchi sullo stesso argomento, precedentemente trattato anche da Leonardo da Vinci343. Di seguito le parti salienti delle riflessioni dei due autori:

Fanno ancora fuochi, lumi, aria, fumi, fiati, nugoli, riverberi, et altre infinite apparenze, come sarebbe l’apparire del sole, l’aurora, la notte, i colori dell’acque, le piume degli uccelli, i capelli e peli dell’uomo e di tutti gli animali, sudori, spume et altre cose, che non possono fare gli scultori344.

E tale arte abbraccia e ristringe in sé tutte le cose visibili, il che far non po la povertà della scultura, cioè li colori di tutte le cose e loro diminuzioni. Questa figura le cose trasparenti, e lo scultore ti mostrerà le naturali senza suo artefizio; il pittore ti mostrerà varie distanzie con variamento del color de l’aria interposta infra li obietti e l’occhio; egli le nebbie, per le quali con dificultade penetrano le spezie delli obbiettivi; egli le pioggie, che mostrano in sé e dopo sé li nuvoli con monti e valli; egli la polvere che mostrano in sé e dopo sé li combattenti d’essa mottori; egli li fiumi più o men densi; questa, ti dimostraranno li pessi scherzanti infra le superficie dell’acqua et il fondo suo; egli le pulite giare con varii colori possarsi sopra le lavate arene del fondo de’ fiumi circondati dalle verdeggianti erbe dentro alla superficie de l’acqua; egli le stelle in diverse altezze sopra di noi, e così altri innumerabili effetti, alli quali la scultura non aggiongie345.

Inoltre, sempre per restare in linea con i principali studi elaborati in quegli anni e, forse, per dare un tono sostenuto al componimento, menziona due degli artisti più rappresentativi del mondo classico, Apelle e Fidia, preferendo il primo al secondo. Il riferimento ad Apelle si riscontra ancora una volta nell’intervento accademico di Varchi, che a sua volta lo aveva tratto da Plinio, il primo a riportare un aneddoto relativo alle critiche che il pittore greco aveva ricevuto da un

343 Con molta probabilità il Lasca non conosceva direttamente gli scritti di Leonardo sulla pittura, rimasti in forma manoscritta per molti anni, nonostante Giorgio Vasari riferisca dell’iniziativa di un pittor milanese di stamparli a Roma, ma sulla quale non ebbe, in seguito, alcuna notizia. Per maggiori dettagli si veda LEONARDO, Trattato sulla Pittura, a cura di E. Camesacca, Tea, Milano, 1995, pp. XIV-XVI.

344 P.B

AROCCHI, Scritti d’arte del Cinquecento, cit., tomo primo, p. 528. 345

143 ciabattino346 : ‹‹[…] onde Plinio diceva d’Apelle, ch’egli aveva dipinte quelle cose che non si potevano dipignere, cioè tuoni, baleni e saette››347.

Le affermazioni di Grazzini sulla disputa artistica non passarono sotto silenzio a Firenze, ma favorirono le reazioni di quanti si trovavano su posizioni diametralmente opposte. Tra questi spiccò Benvenuto Cellini348 , che, avvalendosi di una preparazione artistica di un certo rilievo, non fece altro che raccogliere il guanto di sfida, fornendo ai contemporanei precise teorie su quale arte, tra la pittura e la scultura, fosse da preferire. Il suo fervore raggiunse l’apice nel decennio 1558-1568, periodo nel quale compose anche i Trattati dell’Oreficeria e

della Scultura; estremamente significativo, non solo per comprenderne il pensiero

ma anche ai fini dell’interpretazione delle rime laschiane è proprio il Trattato

sulla scultura, nel quale ammise la propria predilezione per le creazioni scultoree,

preferite di gran lunga a quelle pittoriche: ‹‹Tutte le pitture che fanno quei virtuosissimi pittori con grandissima sommessione le copiano dalla loro gran madre Scultura››349.

Inoltre, Cellini scrisse contro il fondatore degli Umidi una serie di testi polemici e ingiuriosi, nei quali, attraverso un sottile gioco di citazioni e allusioni, difendeva con decisione la categoria di appartenenza, quella degli scultori:

O voi, ch’avete, non sapendo, sparte Parole al vento, a far che la Scultura Sia men della sua ombra, abbiate cura,

Che chi non sa, nulla può dir dell’Arte. 4 Quelli che poco sanno, piglian parte;

E questo ha l’ignoranza per natura. Ha solo una veduta la Pittura350.

346 La notizia è riportata anche da Maddalena Spagnolo, la quale afferma – riprendendo quanto sostenuto da Varchi nella sua lezione – che il celebre pittore, dopo essere stato duramente criticato da un calzolaio, rispose col detto “Non giudichi un calzolaio più su che le scarpette”. Cfr M. SPAGNOLO, Poesie contro le opere d’arte: arguzia, biasimo e ironia nella critica d’arte del Cinquecento, in Ex Marmore. Pasquini, pasquinisti pasquinate nell’Europa moderna, Atti del Colloquio internazionale Lecce-Otranto, 17-19 novembre 2005, a cura di C. Damianaki, P. Procaccioli, A. Romano, Vecchiarelli Editore, Roma, 2006, p. 321.

347 Ibidem. 348 E.C

AMESASCA, Cellini, Benvenuto, in Dizionario biografico degli Italiani, cit., vol. 23, 1979, pp. 440-445.

349 B.C

ELLINI, Sopra la differenza nata tra gli scultori e pittori, circa il luogo destro stato dato alla Pittura nell’essequie del Gran Michelangelo Buonarroti, in Trattati dell’Oreficeria e della Scultura, a cura di C. Milanesi, Felice Le Monnier, Firenze, 1857, pp. 230-232.

350

144 Sin dalla prima quartina i richiami lessicali al componimento laschiano (precedentemente analizzato) sono evidenziati dall’uso di termini come sparte,

cura e Arte, al servizio, ovviamente, del personale messaggio accusatorio, i cui

punti di forza ruotano intorno alla critica di intellettuali inesperti, che hanno privilegiato la pittura non tenendo conto dell’incapacità di questa di rappresentare le tre dimensioni, prerogativa, invece, della scultura:

Una Pittura vive molti pochi anni, e quella di Scultura è quasi eterna. […] La Pittura è solo obbligata a una sola veduta. […] La Scultura si comincia ancora ella per una sol veduta, di poi s’incomincia a volger poco a poco.

Concludiamo alla fine, che la Pittura sia veramente l’ombra della Scultura con diligenza pulita et assettata.

[…]

E quelli uomini che hanno altre volte scritto in lode della Pittura, tal volta si sono dimenticati di non essere loro stessi di scultura; e come uomini dipinti, e non di rilievo, hanno parlato351.

Altro sonetto nel quale Cellini prende di mira Anton Francesco per le teorie artistiche divergenti dalle sue è il seguente:

Se le Lasche, col tempo, la natura Le convertisse in triglie, rombi o trote, Non sarien poi sì di judizio vuote, Che parlar non potessin di Scultura Ma questa Lasca ha forma di figura, Che già intorno al Carro di Boote, Dove quel di Tarsia sentì le ruote Ruotar pel ciel senz’ordine o misura352.

Chi scrive trasforma la polemica artistico-letteraria in occasione per rivolgere al rivale pesanti accuse, che dall’ambito prettamente onomastico si spostano in breve a quello personale (vv. 1-3). Il componimento è, inoltre, arricchito dalla presenza di un altro intellettuale e accademico partecipante al dibattito e autore di un’orazione funebre scritta per Michelangelo Buonarroti, Giovan Battista Tarsia:

351 Ivi, pp. 230-232, p. 219.

352

145 Contrapesata i dolori del cuore, col pregio della fama che hora gli date in terra, e della gloria che gli credete in cielo. A questa gran sommità à questo superbo grado, (anzi quasi inaccessibile) che avanti à gli ochi nostri risiede, si deve con ogni forza aspirare. Quivi sono gli onori tergemini acquistati à niuna forza tra le polveri Olimpice. Quivi le ruote fervide della Buona ruota hanno schifato i termini dell’otio e di ogni vitio.

Che più diro? Ogni sciocho, (non che voi sete tanto intendenti) doverria desiderarlo. Quivi si deve tal palazzo edificare che uno Illustrissimo Signore Don Francesco de Medici gran Principe nostro e del grandissimo Cosimo figliuolo, si degni in quel venire, e co’ l farvi stare a sedere egli in piedi (rispettando il valor’ nostro) possa tanto alla famigliare con noi discorrere diverse cose. Ma perché mi forzo io persuadervi alla virtù? O, non mi ricordo io voi essere quelli desiderosi di lei? anzi investigatori? anzi fervidissimi imitatori? Ma disgratia per questa sol’ fiata permettete che io ritorni al viaggio della Buona Ruota, accio che avendo consumato molto tempo in queste basse regioni, vi possa far’ sentire una millesima parte di quelle, che stando più vicini alle Ruoti celesti, sono più che mirabili353.

I testi di Cellini e l’intervento di Tarsia sono sintomatici della vivacità del clima culturale fiorentino, infiammatosi ulteriormente proprio dopo la morte di Michelangelo Buonarroti, che non solo alla città natale ma al Paese intero aveva dato lustro e prestigio. La sua scomparsa, oltre a rappresentare un duro colpo per quanti avevano goduto della sua vicinanza, favorì la nascita di una serie di iniziative volte a commemorarlo, alimentando - al contempo - il già vivo interesse verso le arti figurative in molti artisti e in un poeta come Anton Francesco Grazzini, sempre pronto a vestire i panni del cronista attento osservatore della contemporaneità354. Le commemorazioni più significative furono elaborate da Varchi, dal già menzionato Tarsia e da Vincenzo Borghini, veri rappresentanti del dolore provocato dalla scomparsa di Michelangelo. Così Guido Vitaletti ricorda gli onori tributati al Buonarroti da Varchi:

Fermo dunque che si dovesse fare, furono eletti quattro: Agnolo Bronzino e Giorgio Vasari, pittori; Benvenuto Cellini e Bartolomeo Ammannati, scultori; tutti di chiaro nome e d’illustre valore nell’arte, […] e che si contentasse che M. Benedetto Varchi facesse l’orazione funebre, acciocché l’eccellente virtù di Michelangelo fussi lodata dell’eccellente eloquenzia di M. Benedetto.

353 G.M.T

ARSIA, Oratione o vero discorso di M. Giovan Maria Tarsia fatto nell’Essequie del Divino Michelagnolo Buonarroti, Appresso Bartolomeo Semartelli, Firenze, MDLXIIII.

354 Grazzini scriverà, infatti, un componimento che sarà analizzato nelle pagine successive del presente lavoro, nel quale rievoca la scomparsa e la grandezza di Michelangelo.

146 […] Essendo piena la chiesa tutta d’innumerabili popoli, i quali avendo per lo più, serrate le botteghe e lasciato ogn’altra cura, erano a questo onorato spettacolo concorsi; entrarono, dietro al signor Luogotenente dell’Accademia, accompagnati del capitano. […] Finita la messa, salì sopra il pergamo di bronzo, che è a man manca andando verso l’altar maggiore, l’eccellentissimo Varchi, che poi non aveva fatto mai cotale uffizio, che egli lo fece per l’illustrissima e eccellentissima signora duchessa di Ferrara; dove, e con quella eleganza con quei modi e con quella voce, che propri e particolari sono di tanto uomo, raccontò le lodi, i meriti, la vita e l’opere del divin Michelangelo Buonarroti355.

Senza alcun dubbio l’intervento più interessante fu proprio quello di Benedetto, che in San Lorenzo pronunciò il suo elogio funebre presso il catafalco dell’artista nel 1564, (evento rievocato, poi, per immagini da un dipinto di Agostino Ciampelli ora nella casa Buonarroti a Firenze356). L’orazione, articolata in tre punti, si proponeva di elogiare le abilità scultoree, pittoriche e architettoniche di Michelangelo, cui si affiancavano le indubbie doti poetiche e filosofiche:

Nella prima delle quali mostreremo ampiamente le tre unicità, delle quali s’è favellato (siami lecito in parlando di così nuove, e indisusate virtù usare talvolta nuovi, e indisusati vocaboli), e ciò è di MICHELAGNOLO di Lodovico, di Lionardo Buonarroti Simoni essere stato, oltra l’altre tante, e sì rare, anzi singolarissime doti, perfetto Pittore, perfetto Scultore, e perfetto Architettore. Nella seconda trattaremo alcune cose della Vita, e costumi suoi; dove si conoscerà apertamente MICHELAGNOLO Buonarroti essere stato buon Poeta, buon Filosofo, così attivo, come