• Non ci sono risultati.

La manifestazione della condotta peculativa attraverso l’uso delle carte di credito.

LA CONDOTTA APPROPRIATIVA

8. La manifestazione della condotta peculativa attraverso l’uso delle carte di credito.

L’avvento delle nuove tecnologie per i pagamenti e le transazioni economiche è senza dubbio una polveriera criminosa pronta a scoppiare, se queste sono sfruttate in modo improprio ed abusivo dagli utenti. Nella pubblica amministrazione, la possibilità di usufruire di mezzi semplificativi per l’utilizzo dei fondi pubblici rappresenta senza dubbio un vantaggio in termini di celerità, efficienza ed efficacia dell’azione amministrativa177; la semplicità dell’approccio con questi strumenti, che consegnano nelle mani funzionario somme anche ingenti di denaro pubblico, può però portare a un utilizzo abusivo degli stessi, per la realizzazione di finalità private, o comunque estranee a

177 Come rammenta il commento di DE BELLIS,CP2012,2111,l’assegnazione e

l’uso delle carte di credito ai dipendenti pubblici, disciplinata dal d.m. 9 dicembre 1996, n.701, è latrice di un’innegabile portata innovativa nel modo di disporre della pecunia publica.

quelle dell’ente. Anche se la giurisprudenza sull’utilizzo abusivo delle carte di credito di servizio non è molta178, è recente una pronuncia della Suprema Corte, che ha chiarito le condizioni perché si configuri il delitto di peculato.

La sesta sezione penale della Corte di Cassazione, con sentenza del 6 luglio 2011 (dep. 11 ottobre 2011, n. 36718)179, ha chiarito che “l’utilizzo da parte del sindaco di

una carta di credito dell’ente locale non integra il delitto di peculato, quando la rendicontazione delle spese effettuate dimostri la realizzazione di uno scopo pubblico e non la realizzazione verso uno scopo privato”180.

Nel caso in esame, i giudici di merito avevano ritenuto sussistente il delitto di peculato in capo al ricorrente (un sindaco), accusandolo di aver utilizzato abusivamente la carta di credito datagli in uso per fini istituzionali; tale bene era stato concesso al pubblico ufficiale perché l’utilizzasse per le spese di rappresentanza e ogniqualvolta non fosse possibile ricorrere alle ordinarie procedure, residuando in capo al soggetto un ampio margine di discrezionalità nell’utilizzo. Le pronunce di merito poggiano essenzialmente sul fatto che l’esborso non sia stato accompagnato da coeva e puntuale giustificazione, in modo da consentire il necessario controllo funzionale ed amministrativo della destinazione delle risorse verso fini pubblici.

La Suprema Corte ha censurato la linea sostenuta dai giudici di merito; nello specifico, si contesta l’aver collegato l’interversio possessionis non all’esistenza di una

178 Si rammenta una sola pronuncia del giudice di merito: Trib. Roma, 8 aprile

1991, Misiti e al., Giur. Merito., 1992, 667.

179 Cass. Pen., sez. VI, 11 ottobre 2011, Gambino, CP 2012, 2106, con nota di DE

BELLIS,Giur. It. 2012, 1878, con nota di MORONE, Foro It., II, c.154.

giustificazione, che escluda l’utilizzo del bene per fini privati, quanto all’intempestività della sua produzione181. Tale impostazione porterebbe a delle conseguenze logicamente inaccettabili: in primo luogo, il confinamento nell’illecito penale di una mera dimenticanza, eventualmente rilevante a titolo disciplinare o contabile; in secondo luogo, la confusione nel definire il momento consumativo del reato, introducendo nella fattispecie penale un elemento estraneo (la giustificazione) previsto dalle norme amministrative in tema di controllo della spesa. In particolare, il peculato è un delitto che si consuma istantaneamente con l’appropriazione del denaro o dell’altra cosa mobile, a nulla rilevando che il funzionario presenti tardivamente (od ometta di presentare) la documentazione giustificativa delle spese, che deve classificarsi piuttosto come post delictum, rilevante ai fini della valutazione dell’elemento soggettivo o come prova del reato. Tale impostazione è giustificata anche dal fatto che l’ente pubblico conosce autonomamente del modo in cui è stata utilizzata la carta di credito, per cui la spesa è di per sé valutabile; si osserva, infatti, che al momento dell’utilizzo di tale strumento viene emessa una doppia nota contabile: la prima è rilasciata immediatamente al soggetto che esibisce la carta di credito, la seconda perviene sull’estratto – conto, di cui prende visione in via autonoma ed immediata l’organo di controllo contabile dell’ente. In conformità a queste premesse, sarà l’accusa che dovrà dimostrare l’assenza ab origine di giustificazione, senza alcuna

181 La Corte afferma espressamente che “non importa che la giustificazione sia più

o meno prossima alla spesa, quanto che essa ci sia e dimostri, in modo trasparente e chiaro, la realizzazione di uno scopo pubblico, e non la canalizzazione del denaro ad un fine personale”; la posizione è espressamente condivisa da MORONE, 1880.

inversione dell’onere probatorio introdotto in modo fittizio, da scaricare su comportamenti che espressione di una negligenza più che di una vera e propria confessione182.

Fra i commenti alla sentenza in esame, è senz’altro interessante quello che s’interroga sulle modalità in cui si realizza la condotta appropriativa rilevante ex art 314 c.p., analizzandone anche l’oggetto materiale183. A tal proposito si osserva la complessità del sistema contrattuale che sta alla base dell’utilizzo di una carta di credito: il coinvolgimento di più soggetti184 determina, infatti, un intreccio di relazioni contrattuali e trasferimenti di denaro assai complesso, per cui l’utilizzo della carta di credito consente a chi ne fruisce di non pagare i beni o servizi al momento dell’acquisto o dell’uso, poiché tale prezzo è pagato anticipatamente dall’istituto finanziario, che diventa creditore nei confronti del cliente (l’ente pubblico), il quale adempirà al proprio debito in tempo differito. Calando questa dinamica nel contesto dell’art 314 c.p., l’A. rileva immediatamente un’anomalia rispetto allo schema classico di realizzazione del peculato: quando il pubblico ufficiale

utilizza la carta di credito fornitagli dall’ente pubblico più che spendere attualmente denaro pubblico, impegna l’ente pubblico ad adempiere in tempo successivo un’obbligazione pecuniaria (a favore di terzo creditore). Pur essendo vero

182 In tema di spese di rappresentanza, MORONE afferma che tale impostazione è

coerente con la linea della giurisprudenza di legittimità (nello specifico, Cass. Pen., sz VI, 14 maggio 2009, P.G., in C.E.D. Cass., 244061), per cui si ritiene sussistente il delitto di peculato quando dell’utilizzo del denaro pubblico accreditato su un capitolo di bilancio intestato a “spese riservate” non si dia una giustificazione certa e puntuale dell’impiego per finalità strettamente corrispondenti alle specifiche attribuzioni e competenze istituzionali del soggetto che ne dispone.

183 DE BELLIS,CP2012,2111ss.

184 L’istituto finanziario che emette la carta di credito, la banca dov’è aperto un

conto corrente su cui si appoggia la carta di credito, il cliente della banca (ai fini del peculato sarà l’ente pubblico, che a sua volta autorizza il dipendente all’utilizzo della carta).

che il peculato si realizza anche avendo la mera disponibilità giuridica del bene, è da precisare che il possesso di una carta di credito determina la disponibilità giuridica del denaro che si sostanzia in un plafond, determinando il seguente assetto:

a) il denaro di cui il pubblico ufficiale dispone è della banca, che si rivale solo in seguito sull’ente pubblico; b) il pubblico ufficiale non si appropria immediatamente del denaro pubblico, piuttosto acquista o usufruisce abusivamente di beni o servizi.

La riconduzione dell’utilizzo abusivo della carta di credito alla fattispecie di peculato, per l’A., richiede quindi delle precisazioni logiche:

a) possedere una carta di credito equivale a disporre giuridicamente del denaro che costituisce plafond della carta stessa

b) compiere un atto giuridico in forza del quale l’ente diverrà debitore di un’obbligazione pecuniaria, equivale a disporre giuridicamente del denaro che la p.a. dovrà poi pagare

c) acquistare beni con denaro pubblico, equivale ad appropriarsi del denaro pubblico.

La posizione in esame è così analiticamente completa e precisa nella spiegazione perché ritiene che l’appropriazione compiuta dal pubblico ufficiale per il tramite della carta di credito abbia ad oggetto il denaro pubblico, non potendosi in alcun modo considerare bene rilevante ex art 314 c.p. la carta di credito stessa, perché su di essa si consumerebbe una condotta distrattiva, che dopo la riforma del 1990 non rileva più ai fini del peculato.

Ad avviso di chi scrive, l’impostazione in esame complica non poco la qualificazione come peculato della condotta appropriativa, presupponendo dei passaggi, pur contrattualmente determinati, che difficilmente l’agente si rappresenta quando ha fra le mani la carta di credito d’ufficio. Il soggetto, infatti, poiché è in contatto diretto con un bene, normalmente si rappresenta un rapporto di causa – effetto fra l’utilizzo della carta e la spendita del denaro pubblico che è diretto ed immediato; ciò comporta una ricostruzione della fattispecie che, ai fini sanzionatori, debba adattarsi meglio al contesto materiale in cui si consuma il fatto, pur costituendo una semplificazione rispetto alla complessità delle relazioni contrattuali che coinvolgono l’istituto di credito e l’ente pubblico. A tal fine, è più opportuno qualificare come oggetto materiale della condotta il bene stesso della carta di credito, su cui fattualmente e psicologicamente l’agente consuma l’atto appropriativo; l’affermazione che in tal modo la condotta assumerebbe la forma della distrazione non deve ritenersi di ostacolo per l’inquadramento nell’art 314 c.p., poiché la riforma del 1990, con l’eliminazione del peculato per distrazione, non ha determinato sic et simpliciter il trasferimento di tutte le condotte distrattive nell’ambito dell’art 323 c.p.185

185 Cass. Pen., sez. VI, 27 novembre 2002, Gennario e al., D&G 2003, p.48, con

nota di ZAMPAGNI. Per una trattazione approfondita sul punto si rinvia al prosieguo della trattazione (cap. 4, sez. III).

SEZIONE III