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III. L A FORMAZIONE SCOLASTICA , TRA RITARDI ED ECCELLENZE

3.1 Premessa

La strategia europea di costruire una società della conoscenza per affrontare le sfide della globalizzazione delineata a Lisbona e rilanciata nell’ambito di Europa 2020 individua nel capitale umano uno dei principali fattori di crescita e innovazione. La risoluzione delinea i principali obiettivi per una strategia di lungo termine: creazione di maggiori opportunità per la gioventù nell’educazione e nel mercato del lavoro e promozione di una cittadinanza attiva con l’inclusione sociale e la solidarietà per tutti i giovani.

Il grado di istruzione comporta vantaggi economici e non economici individuali. Nel 2017 il differenziale nei tassi di occupazione tra le persone di 25-64 anni che hanno raggiunto il titolo terziario e quelle che posseggono al più un titolo secondario inferiore è di 28,9 punti in Italia sostanzialmente in linea con la media Ue (29,7 punti). Il premio dell’istruzione - inteso come aumento delle probabilità di trovare un’occupazione al crescere dei livelli di istruzione - è pari a 25,2 punti nel passaggio dal titolo secondario inferiore al titolo secondario superiore e a 9,6 punti nel confronto tra quest’ultimo ed il titolo terziario. Di poco più elevato è il premio dell’istruzione al Sud: il differenziale nei tassi di occupazione tra le persone di 25-64 anni che hanno raggiunto il titolo terziario e quelle che posseggono al più un titolo secondario inferiore è di 32 punti mentre con chi ha un diploma di scuola superiore è 13,4 punti. Valori di poco inferiori si rilevano in Calabria (30,9 e 13,5 punti rispettivamente) evidenziando un impatto ancora più sensibile del titolo terziario.

Premio dell’istruzione che si manifesta anche con riguardo agli aspetti retributivi. Dall’Indagine Istat sulle forze di lavoro risulta che nel 2017 la retribuzione media dei laureati (25 – 64 anni) era di circa il 39% più alta di quella dei dipendenti con al più la licenza media in Italia e di oltre il 40% al Sud.

Negli anni recenti l’Italia, caratterizzata da un forte ritardo storico in termini di livelli di istruzione della popolazione, ha realizzato progressi significativi in particolare per la scuola secondaria superiore, il tasso di partecipazione all’istruzione secondaria superiore della fascia di giovani tra 14 e 18 anni è salito intorno al 93%. Più critica l’evoluzione dell’istruzione terziaria sia per la particolare ampiezza del divario sia perché il trend decisamente favorevole in atto dall’ultimo decennio dello scorso secolo si è invertito dalla prima metà degli anni duemila.

Il processo di scolarizzazione è stato ancora più accentuato nelle regioni meridionali che, dall’ultimo decennio del secolo scorso, hanno compiuto straordinari passi in avanti superando nei principali indicatori le performance del resto del paese. La partecipazione alla scuola materna e a quella dell’obbligo risulta ormai pressoché totale mentre il tasso di scolarità superiore nella media delle regioni meridionali è ormai da molti anni intorno al 97% (91% nel resto del paese). Oggi, contrariamente a quanto avveniva ad inizio anni novanta, la percentuale di ragazzi del Sud che ha conseguito il diploma è addirittura superiore a quella del Nord. Nel 2017, 82 diciannovenni meridionali su 100 erano diplomati, contro i 76 del Centro-Nord. Ancora superiore il dato della Calabria intorno all’85%.

genitorialità, ma anche nei percorsi di crescita ed inclusione sociale del bambino. Come emerge da numerosi studi1, inoltre, la frequenza di scuole per l’infanzia e più in generale la disponibilità di servizi efficaci sono tra i fattori che incidono sull’apprendimento e la formazione del capitale umano. Nell’anno educativo 2016-17, ultimo per il quale sono disponibili dati, la dotazione complessiva di posti disponibili sul territorio è leggermente superiore rispetto all’anno educativo precedente con un leggero incremento in rapporto alla popolazione di riferimento: si hanno 24 posti per 100 bambini con meno di tre anni, contro i 22,8 dell’anno precedente2. Questo valore risulta ancora lontano rispetto alla quota di 33 posti per 100 bambini che l’Unione europea ha fissato come obiettivo strategico per promuovere la maggiore partecipazione delle donne nel mercato del lavoro e migliorare la conciliazione della vita familiare e lavorativa3. L’offerta di servizi è, inoltre fortemente differenziata fra il Centro-Nord e il Mezzogiorno: nel Centro-Nord si hanno mediamente 30 posti per 100 bambini contro circa 12 nel Mezzogiorno. Ancora superiore è il divario Nord-Sud con riguardo ai posti pubblici che sono poco meno del 6% al Sud e quasi il 16% della popolazione di riferimento nel Centro-Nord. Ancora peggiore è la situazione della Calabria dove i posti pubblici forniti sono meno del 3% e quelli totali non superano il 10%.

TAB. 1. Asili nido e Servizi integrativi per la prima infanzia: posti disponibili al 31.12.2016, per settore del titolare, regione e ripartizione geografica.

Regioni e ripartizioni

Fonte: Elaborazioni SVIMEZ su dati ISTAT.

1 Cfr. Heckman J., Carneiro P., Human Capital Policy, NBER Working Papers 949, 2003; Esping-Andersen, G., Gender Egalitarianism and the Resurgent Family, Stato e Mercato, n.1, 2014.

2 Cfr. Istat, Asili nido e altri servizi socio-educativi per la prima infanzia, statistiche Report, dicembre 2017, marzo 2019.

Con riguardo all’istruzione terziaria, nei tassi di partecipazione e di conseguimento il Sud aveva raggiunto il resto del paese ma l’inversione di tendenza della seconda metà dello scorso decennio è stata più pronunciata nelle regioni meridionali rallentando il processo di recupero.

Per l’istruzione terziaria, a livello nazionale, il processo di convergenza verso i target degli altri principali paesi si è interrotto tra il 2003 ed il 2005 anni nei quali i tassi di entrata nell’istruzione terziaria del nostro paese erano in linea se non superiori alla media Ocse ed UE22 intorno al 55%. Da allora si è avviato un processo di divergenza con tassi nazionali al di sotto del 50% (48% nel 2016) e tassi OCSE ed UE22 intorno al 60% (66% e 62% nel 2016 rispettivamente per OCSE e UE22).

Sui livelli di istruzione della popolazione permangono ancora divari significativi dell’Italia con gli altri principali paesi europei e del Mezzogiorno rispetto al resto del paese più consistenti quando si considerano le classi di età più elevate, ma persistenti anche per le classi d’età giovanili.

Il divario quantitativo si combina con un divario qualitativo. Le indagini internazionali convergono nel mostrare un significativo ritardo degli studenti italiani nei livelli sia di conoscenza, sia di competenza, ovvero nella capacità di utilizzare conoscenze e abilità in contesti specifici che caratterizzano le condizioni di vita odierne. Nell’indagine PISA l’Italia si colloca sistematicamente al di sotto della media dei paesi avanzati e fra gli ultimi posti in Europa, insieme a Spagna, Portogallo e Grecia. Circa un quarto dei giovani italiani non raggiunge la soglia di competenze (il livello 2 di PISA) internazionalmente ritenuta come quella minima per entrare a far parte della società a pieno titolo: nelle regioni meridionali questa percentuale supera ampiamente un terzo.

FIG.1. Studenti con scarse competenze in matematica ed in lettura.

15-enni con un livello basso di competenza (al massimo primo livello) nell'area della matematica (percentuale)

15-enni con un livello basso di competenza (al massimo primo livello) nell'area della lettura (percentuale)

Fonte: Elaborazioni SVIMEZ su dati ISTAT e Ocse-PISA

Pesa probabilmente per l’Italia nei confronti degli altri paesi come per il Mezzogiorno

delle differenze territoriali, piuttosto che una loro riduzione, e il recupero di un ritardo educativo richiede tempi molto lunghi e grande persistenza nello sforzo.

A dispetto di un’organizzazione scolastica ancora fortemente centralizzata – con programmi, orari, procedure di reclutamento e carriere degli insegnanti, dotazioni tecnologiche e metodologie didattiche pressoché uniformi su tutto il territorio – la qualità degli apprendimenti diminuisce in maniera sensibile a mano a mano che ci si sposta da Nord a Sud. Né si rilevano divari territoriali estesi all’intero Mezzogiorno con riferimento alla spesa ed alla disponibilità di personale per studente, almeno a livello statale. Va rilevato al riguardo che secondo stime recenti oltre l’80%

della spesa è effettuato dallo Stato e riguarda il costo degli insegnanti, definito secondo parametri fissati a livello nazionale4. Ciò tende a omogeneizzare la spesa per studente, sia pur con qualche cautela connessa a possibili differenziazioni in termini di numero e distribuzione delle scuole, anzianità dei docenti e maggiore o minore precarietà del corpo docente stesso. Nel Sud, tuttavia, è minore l’apporto degli enti locali che influiscono sulla qualità dei servizi alla scuola che nel Mezzogiorno registra livelli qualitativamente inferiori: si pensi ai trasporti, alle mense scolastiche, ai materiali didattici, etc. Sempre a livello locale il Sud sconta anche la forte carenza di asili nido pubblici e l’alto costo di quelli privati.

Pesa, inoltre, sui risultati in termini di apprendimento del Sud il contesto economico-sociale e territoriale. Il ritardo generale di quest’area - il più alto tasso di disoccupazione, la più elevata diffusione di condizioni di povertà ed esclusione sociale, la minore istruzione delle famiglie, la mancanza di servizi pubblici efficienti e l’illegalità diffusa in alcuni territori - rende il compito della scuola chiaramente più difficile che in altre parti del paese. Tutti questi fattori incidono sui redditi e sul grado di istruzione delle famiglie che a loro volta influenzano le scelte dei percorsi scolastici e gli apprendimenti5.

A questi fattori si aggiunge - e, in parte, ne dipende - uno stato peggiore delle infrastrutture scolastiche del Sud.