La presenza militare in Sardegna e i movimenti di protesta del 1969: il caso di Pratobello

In document UN ALTRO 1969: I TERRITORI DEL CONFLITTO IN ITALIA (Page 168-194)

Nonostante le condizioni di maggiore difficoltà della lotta operaia rispetto alle altre regioni italiane, le organizzazioni di categoria os-servavano come i lavoratori fossero riusciti a valorizzare l’operato del sindacato confederale, dimostrando un elevato grado di com-battività e compattezza38. Per quanto concerne lo scenario delle lotte sindacali nel settore petrolchimico, gli studi di Lidia Sedda e di Sandro Ruju hanno messo in evidenza le difficoltà del ruolo del movimento operaio all’interno dei grandi stabilimenti, anche se le vertenze portate avanti nel corso del 1969 concorsero al supera-mento delle sperequazioni economiche e alla rivendicazione di un maggior potere sindacale nelle aziende39. In questo filone contesta-tivo, le lotte in Sardegna dei lavoratori del comparto petrolchimico hanno contribuito a sostenere quelle forme di contestazione che tentarono di rispondere alle problematiche della classe operaia e a superare gli squilibri economici e sociali dell’Isola. I movimenti di protesta del comparto petrolchimico, simbolo dell’inasprimen-to delle lotte sindacali del periodo, rappresentarono un elemendell’inasprimen-to di quel dinamismo sindacale che di fatto contrassegnò le vicende del 1969.

3. La presenza militare in Sardegna e i movimenti

lar modo al clima di scontro politico, ideologico e militare della

«Guerra fredda»40. Con la fine della seconda guerra mondiale, le potenze vincitrici del conflitto (Stati Uniti ed Unione Sovietica) diedero avvio ad una vera e propria spartizione dell’Europa e, alla conseguente divisione del mondo in due sfere d’influenza41. Di fronte a questo scenario, il secondo dopoguerra fu contrasse-gnato dalla nascita delle organizzazioni internazionali finalizza-te alla costituzione di una vera e propria alleanza militare, al fine di contrastare un’eventuale azione militare dei paesi gravitanti nel blocco ideologico avversario: queste organizzazioni presero il nome di Nato (1949) e Patto di Varsavia (1955)42. All’interno dei paesi fondatori della cosiddetta Organizzazione del Tratta-to Atlantico del Nord, tra i quali bisogna registrare la presenza dell’Italia, si procedette alla realizzazione di infrastrutture mili-tari per fronteggiare un’invasione dei paesi orbitanti nel blocco sovietico. Secondo gli organismi d’intelligence e la classe politi-ca dell’epopoliti-ca, la Sardegna possedeva i requisiti ideali per mante-nere gli impegni assunti dall’Italia a livello internazionale43.

Il territorio isolano rappresentava un’area periferica rispetto al teatro di un possibile conflitto armato, inoltre, possedeva ampi

40.  Per una ricostruzione delle vicende delle servitù militari in Sardegna si rimanda ai seguenti contributi: Fernando Codonesu, Servitù militari, modello di svi-luppo e sovranità in Sardegna, Cagliari, Cuec, 2013; Guido Floris, Angelo Ledda, Ser-vitù militari in Sardegna: il caso Teulada, Serdiana (Ca), La Collina, 2010; Ugo Dessy, Sardegna. Un’isola per i militari, Padova, Marsilio, 1972; Regione Autonoma della Sardegna, Conferenza regionale sulle servitù militari in Sardegna, Cagliari, Regione Sardegna, 1981; Lisa Camillo, Una ferita italiana. I veleni e i segreti delle basi Nato in Sardegna: l’inquinamento radioattivo e l’omertà delle istituzioni, Milano, Ponte alle Grazie, 2019; Gianfranco Macciotta, Le servitù militari, in Manlio Brigaglia (a cura di) La Sardegna: la cultura popolare, l’economia, l’autonomia, Cagliari, Edizioni della Torre, 1994.

41.  John Lewis Gaddis, La guerra fredda. Cinquant’anni di paura e speranza, Milano, Mondadori, 2008, pp. 26-42.

42.  Giuseppe Galasso, Storia d’Europa, Roma-Bari, Laterza, 2019, pp. 936-950.

43.  Fernando Codonesu, Servitù militari modello di sviluppo e sovranità in Sar-degna, Cagliari, Cuec, 2013, pp. 18-26.

territori liberi da insediamenti e tre grandi basi di addestramen-to e sperimentazione. L’isola presentava ampi spazi scarsamente popolati dove sarebbe stato possibile sparare ogni tipo di ordi-gno ed effettuare nuove sperimentazioni militari, al di là delle possibili ripercussioni negative sull’ambiente e sulle popolazio-ni limitrofe. La scarsa densità abitativa della Sardegna, inoltre, cooperava a evitare qualsiasi preoccupazione relativamente alla decurtazione di porzioni territoriali per soddisfare le esigenze di ambito militare e, allo stesso tempo, assicurava una sorta di argi-ne a ogni forma di dissenso contro le installazioni militari44. Dal punto di vista prettamente settoriale, invece, la presenza delle installazioni militari avrebbe precluso la possibilità di sperimen-tare modelli di sviluppo alternativi, incidendo negativamente nell’assetto dei territori sottoposti alle servitù militari45.

Nel decennio compreso tra gli anni Cinquanta e Sessanta, le attività dei poligoni militari furono contrassegnate da un di-spiegamento di varie forze, le quali utilizzarono il meglio della tecnologia e diedero vita a vere e proprie simulazioni (lancio di missili, utilizzo di carri armati, etc.). Di fronte alla presenza mili-tare e della loro incidenza in termini politici, economici e sociali, la Sardegna fu contrassegnata da profondo dibattito sul fenome-no delle servitù militari. Nel corso dei decenni successivi, infatti, l’opinione pubblica stigmatizzò l’operato delle gerarchie militari nazionali e internazionali, che dal secondo dopoguerra in poi, hanno concentrato buona parte delle proprie basi e dei poligoni sul territorio dell’Isola per scopi difensivi. La sottrazione ai sar-di sar-di porzioni significative della propria terra, come sottolineato dagli studi condotti dallo storico Gianni Fresu, in gran parte dei casi è avvenuta in base ad accordi segreti di dubbia validità co-stituzionale mai ratificati dal Parlamento, e contro essa a nulla valse la lotta organizzata dal Pci tra gli anni Cinquanta e

Ses-44.  Ibidem.

45.  Ibidem.

santa e i tentativi di resistenza posti in essere46. Le vicende della presenza militare in Sardegna, ciononostante, subirono un cam-bio di rotta nel periodo compreso tra la fine degli anni Sessan-ta e gli inizi degli anni OtSessan-tanSessan-ta. A partire da quesSessan-ta fase, infatti, gli organi di stampa, il dibattito politico e la società isolana si interessò al fenomeno delle servitù militari e, alcuni paesi della Sardegna centrale divennero teatro di una vera e propria mobili-tazione popolare. Tutto ebbe inizio a Orgosolo il 27 maggio 1969.

Sui muri del paese apparvero dei manifesti recanti la firma della

“Brigata Trieste”, i quali annunciavano la decisione del governo italiano, tramite il Ministero della Difesa, di espropriare i pasco-li comunapasco-li di Pratobello, per installare una servitù mipasco-litare che prevedeva un poligono di addestramento e tiro47. Dai primi di giugno e nel corso delle settimane successive, la popolazione di Pratobello diede vita a una serie di manifestazioni dimostrative nei luoghi in cui sono previste le esercitazioni militari, con la fi-nalità di sensibilizzare la classe politica locale e nazionale rispet-to all’invasione arbitraria dei terririspet-tori isolani da parte delle forze armate e al conseguente danno che poteva arrecare48. In questo periodo di lotte, le comunità locali, il commissario prefettizio di Orgosolo, la questura di Nuoro, gli stessi militari e le organizza-zioni dell’Alleanza Contadini, della Coldiretti e della Cgil cer-carono di raggiungere un accordo sindacale con le popolazioni locali49. Nel corso degli incontri successivi, le popolazioni locali

46.  Gianni Fresu, La questione militare in Sardegna oggi, in “L’Ernesto”, mag-gio-giugno 2004, 3.

47.  Per una ricostruzione sulle vicende di Pratobello si rimanda ai seguenti contributi: Piero Loi, Pratobello, 1969. Dove tutto ebbe inizio, in “Sardiniapost”, 14 settembre 2014; Orgosolo celebra 50 anni dalla rivolta di Pratobello, in “La Nuova Sardegna”, 1 febbraio 2018; F. Menneas, Sa lota ‘e Pratobello, cit., pp. 36-38; Marco Aresu, Rivelazioni e promesse del ’68, Cagliari, Cuec, 2002, p. 289.

48.  Pietro Pinna, Scritti politici. Le servitù militari in Sardegna, Oristano, Edi-trice S’Alvure, 1983, p. 22.

49.  Orgosolo: grande lotta popolare contro le esercitazioni, in “L’Unità”, 25 giu-gno 1969.

ribadirono la volontà di continuare a presidiare i territori e ri-fiutarono qualsiasi ipotesi legata alla presenza militare sull’area, mentre i sindacati e partiti intensificarono la loro azione a ridos-so dell’inizio delle esercitazioni. In seguito alle manifestazioni popolari che caratterizzarono il mese di giugno del 1969, le cui vicissitudini ebbero delle ripercussioni anche sul piano legale, venne abbandonata l’ipotesi di realizzare un poligono militare permanente e si compose la lunga vertenza di questa piccola re-altà della Sardegna centrale50. Le esercitazioni sarebbero andate avanti solo per i due mesi successivi, in una zona circoscritta, anche se le proteste dell’estate del 1969 assumeranno un certo peso nelle manifestazioni di dissenso verso l’ampliamento della presenza militare nel territorio sardo, che sino a quel momento non erano riuscite a ottenere risonanza nell’opinione pubblica51. Le vicende di Pratobello e il conseguente movimento di prote-sta contro le servitù militari avevano contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle problematiche legate alla presenza mi-litare e alle relative ripercussioni nello sviluppo socio-economi-co del territorio isolano, dando inizio a un intenso dibattito che si sarebbe protratto nei decenni successivi52. Dal punto di vista delle manifestazioni che caratterizzarono il 1969, come abbiamo 50.  Conclusa in Pretura la vertenza sul poligono di tiro, in “L’Unione Sarda”, 13 luglio 1969.

51.  F. Codonesu, Servitù militari, cit., p. 25.

52.  Nel periodo compreso tra gli anni Settanta e Novanta, infatti, il dibattito politico diede vita a delle importanti normative sull’assetto delle servitù militari (leggi 898/1976 e 104/1990) e la Sardegna ospiterà la conferenza regionale sulle servitù militari, che mise a nudo le criticità della presenza militare nell’Isola. Ne-gli ultimi decenni, inoltre, il territorio isolano è stato contrassegnato dalla nascita di forme di associazionismo, tutte accomunate dall’opposizione alla presenza militare in Sardegna. Per una ricostruzione di queste dinamiche si rimanda al seguente materiale documentale: Regione Autonoma della Sardegna, Conferenza Regionale sulle servitù militari in Sardegna, Regione Sardegna, Cagliari 1981, pp.

2-5; Legge 24 Dicembre 1976, n. 898, Nuova regolamentazione sulle servitù militari (Gazzetta Ufficiale 11 gennaio 1977, n. 8); Legge 104/1990, Modifiche ed integrazio-ni alla legge 24 dicembre 1976, n. 898 (Gazzetta Ufficiale 8 maggio 1990 n. 105); L.

Camillo, Una ferita italiana, cit., pp. 178-183.

riscontrato, la Sardegna assunse un ruolo di protagonista attivo nelle dinamiche dell’Autunno. La significativa adesione di larghi strati della popolazione isolana e dei lavoratori appartenenti al settore industriale, è stata contrassegnata da un elevato grado di combattività da parte del mondo sindacale e di sostegno da parte delle comunità locali. Di fronte a questo scenario, le azioni di lotta del 1969 posero l’attenzione sulle problematiche di svi-luppo economico, sociale e civile che interessarono le varie realtà della Sardegna, il cui scopo era quello di superare quelli squilibri nati dai processi del secondo dopoguerra e che si manifestarono in tutta la loro drammaticità sul finire degli anni Sessanta. Le lotte che interessarono numerose categorie della Sardegna (me-talmeccanici, chimici, minatori, pubblico impiego, scuola, ecc.) e la significativa adesione alle manifestazioni della popolazione, in questo contesto, rappresentano un elemento fondamentale nella ricostruzione della storia dei movimenti di protesta nelle vicen-de italiane vicen-del 1969.

a Parma tra gli anni Sessanta e Settanta

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È impossibile parlare di Autunno caldo senza considerare la superficie prismatica delle relazioni tra fabbrica e territorio, azione sindacale e conflitto sociale, cultura del lavoro e trasformazione antropologica. Quando la classe operaia diventa protagonista delle relazioni industriali e dell’agenda politico-economica del paese, qualcosa di profondo è già avvenuto nella società italiana e non è possibile comprendere le motivazioni e gli orizzonti ideali dei suoi protagonisti senz’assumere una prospettiva analitica multidisciplinare.

La conquista di spazi di azione sindacale e politica all’inter-no delle fabbriche va vista a tutti gli effetti come una cesura che accompagnò la maturazione di una precisa consapevolezza di sé della classe operaia del secondo dopoguerra.

La cesura si materializzò in un conflitto interno alle cattedrali dell’industria, dove l’alta concentrazione di lavoratori, l’innal-zamento dei livelli di sfruttamento determinati dall’ingresso tra gli anni Cinquanta e Sessanta dell’automazione nel processo produttivo, la sostanziale assenza del sindacato dalle fabbriche, dettero l’innesco a una stagione di agitazioni e di conquiste mai raggiunte in precedenza. D’altronde, la narrazione mitopoieti-ca della coscienza e solidarietà operaia come esito oggettivo e inevitabile della sottomissione al regno della “strumentalità

ca-pitalistica” non regge al confronto con la storia del movimento operaio. Come il “capitale” non può essere ridotto a mera con-centrazione di potere economico-politico, così la “soggettività operaia” non è interpretabile come un tutto socio-politicamente omogeneo e trasparente. Anzi, il merito di uno studio che cer-chi d’indagare la ricca trama di rapporti tra territorio, società e fabbrica, risiede nel tentativo di capire come mai la relazione dell’operaio con il proprio sfruttamento sia a tutti gli effetti un rapporto sociale, su cui non si può non intervenire che con un approccio, per così dire, “totale”, cioè attento a cogliere la com-plessità di un fenomeno che intreccia “materiale” e “spirituale”;

bisogna, in altre parole, puntare a un’analisi della pluralità (i lavoratori) e non dell’unità (il lavoro, la classe), a raccontare la

“civiltà dei lavoratori” e i suoi propri criteri di visione e divi-sione, i lineamenti di una soggettività plurale capace di arrivare ai poli opposti dell’autorappresentazione all’insegna di sponta-neità e conflittualità (caratteristica di certe lotte per la contrat-tazione aziendale) o alla rappresencontrat-tazione mediante delega ai sindacati. Si tratta, in sostanza, di declinare nello specifico delle lotte operaie il criterio di relazionalità che Marc Bloch osserva nel suo metodo critico di analisi della società come tutto: «Abbiamo riconosciuto che, in una società, qualunque essa sia, tutto si lega e si condiziona vicendevolmente: la struttura politica e sociale, l’economia, le credenze, le manifestazioni più elementari come le più sottili della mentalità»1.

La storia della vetreria Bormioli Rocco di Parma è una testi-monianza, per certi versi paradigmatica, del “gliommero” com-posto dall’intreccio fra differenti livelli di esplicabilità della gran-de fabbrica novecentesca. Prima ancora che una vetreria, essa fu tout simplement “la fabbrica” di Parma. La sua vicenda inizia nel 1903, con il trasferimento dalla sede storica di via Farnese a un’area semirurale periurbana collocata sul versante

nord-occi-1.  Marc Bloch, Apologie pour l’histoire ou métier d’historien, Paris, A. Colin, 1964 (citato in Jacques Le Goff, La nuova storia, Milano, Mondadori, 2001, p. 18).

dentale della città, quella che poi diverrà, grazie al suo arrivo, il quartiere operaio e industriale di Parma, il San Leonardo.

Considerando che la vetreria nel momento della sua massima espansione si estendeva su una superficie di 18.325 metri qua-drati, è difficile non vedere nel suo insediamento la realizzazio-ne di una cattedrale dell’industria, capace di calamitare su di sé una serie di flussi, ciò che a tutti gli effetti ce la configura come una città nella città. Le leggi gravitazionali che presiedono alla formazione dei centri urbani assomigliano fortemente ai principî insediativi che mossero alla realizzazione, tutt’attorno alle cimi-niere e ai fabbricati della Bormioli, di una sorta di città-fabbrica quasi spontanea. Nel giro di qualche decennio, il San Leonardo crebbe al punto da conquistare un ruolo chiave nella struttura produttiva di Parma, poiché, oltre alla Bormioli, vi si contava-no le eccellenze del comparto metalmeccanico, delle industrie di trasformazione dei prodotti agricoli e delle officine.

L’industrializzazione del quartiere comportò anche una tra-sformazione della sua composizione sociale e demografica. Mi-gliaia di uomini e donne vi si trasferirono stabilmente, andando a vivere a contatto con i luoghi di lavoro, secondo le caratteristi-che di un inurbamento pianificato in origine da Rocco Bormioli, fondatore e pater familias dell’azienda, personalità di spicco della società cittadina (nel 1960 verrà nominato Cavaliere del lavoro), simbolo e immagine della Bormioli, anzi, la Bormioli in perso-na2. In linea con le caratteristiche del reclutamento praticato dai nuovi industriali del settore agro-alimentare dei primi decenni del Novecento, Rocco decise di cercare manodopera all’interno delle famiglie mezzadrili o affittuarie3, una scelta resa ancor più 2.  «A lui si rivolgevano i vecchi vetrai che cercavano lavoro per i giovani figli e sempre a lui facevano riferimento gli stessi operai quando maledicevano il duro lavoro. Così, negli scioperi, le invettive più feroci erano contro di lui e contro il suo modo di essere padrone. Perché la Bormioli era lui». Gino Dondi, I Bormioli. Seicento anni di fedeltà a un mestiere, Colorno, Tielleci, 2002, p. 157.

3.  Marco Minardi, Le ragioni del contendere. Sviluppo industriale e lotte sindacali alla Vetreria Bormioli Rocco e Figlio di Parma (1945-1949), Parma, PPS, 1994, p. 35.

funzionale dalla messa a disposizione dei dipendenti di abita-zioni in affitto, costruite a ridosso dello stabilimento. L’entrata nella vetreria assumeva così un valore simbolico decisivo: era l’ingresso nella civiltà industriale e urbana, l’iniziazione a un nuovo modo di vita, basato sull’ordine e la disciplina, l’obbe-dienza, l’interiorizzazione di regole di comportamento. Il duro lavoro di una vetreria era una vocazione, comportando l’assun-zione dell’etica del sacrificio. Da questo punto di vista, il figlio del contadino presentava l’identikit ideale del “bormiolino”4: le sue caratteristiche psicologiche lo rendevano un lavoratore facil-mente plasmabile alle esigenze della produzione industriale del-la vetreria, essendo egli, per educazione, docile e abituato all’ob-bedienza, ovvero l’opposto del tipo antropologico del proletario ribelle e anarcoide dell’Oltretorrente cittadino, tradizionale tea-tro di sommosse popolari e agitazioni socialistiche.

Nel lungo periodo l’esito di questa strategia è perfettamente tratteggiato da un documento del 1956 della segreteria della Ca-mera confederale del lavoro di Parma:

I profitti di Rocco Bormioli sono più che triplicati. Dal ’49 a oggi, i 1000 dipendenti si sono ridotti a non più di 640; tuttavia, la produzio-ne giornaliera pro capite è passata da 15 agli attuali 45 Kg. Alla base di questo incremento produttivo e di capitali v’è in primo luogo il be-stiale supersfruttamento dei lavoratori, che si esercita attraverso un servizio di vigilanza minuzioso ed opprimente. Per applicare rigida-mente la politica di limitazione delle libertà e dei diritti dei lavoratori è stato istituito un vero e proprio corpo di polizia5.

Eppure ascrivibile a tale quadro è anche l’apparente para-dosso che, nonostante il “supersfruttamento dei lavoratori”, sul

4.  In questo modo venivano definiti, e si definivano con orgoglio, i dipendenti della Bormioli Rocco. Ben evidenti tracce dell’identificazione con l’epopea dell’azienda si ritrovano ancora oggi nelle dichiarazioni rilasciate dai testimoni di quegli anni.

5.  La verità sulle vetrerie Bormioli, Parma, Step, 1956, pp. 8-9. Il libretto è con-sultabile presso la Biblioteca Umberto Balestrazzi di Parma.

piano delle relazioni industriali almeno fino al 1967 la situazio-ne rimasituazio-nesse sostanzialmente tranquilla. È più di una possibi-lità che il tradizionale universo valoriale del lavoratore italiano della prima metà del secolo scorso spieghi anche l’anomalia del caso Bormioli, un universo che ruotava attorno a un’idea mes-sianico-sacrificale del lavoro, da cui anche il successo riscosso dal mito della classe operaia protagonista del proprio sviluppo civile e politico costruito da Pci e Cgil. Ed è sempre alla centra-lità narrativa dell’operaio come “militante della sublime causa”

che bisogna riferire, inter alia, la strategia sindacale basata su centralismo e accordi di vertice in nome della difesa ideologica dell’unità della classe operaia contro i rischi di frammentazione impliciti nella negoziazione di fabbrica.

È questo, peraltro, a far sì che le ondate contestative pre-68, anche se motivate da ragioni oggettivamente valide, non avessero poi effetti duraturi sul piano delle conquiste operaie. Tale strategia, comunque, cominciò a subire i primi contraccolpi con la sconfitta alle elezioni per la commissione interna alla Fiat (aprile 1955), a partire dalla quale la Cgil decise il “ritorno alla fabbrica”, ma occorse un settennio prima che la Cgil accogliesse ufficialmente la contrattazione di fabbrica e solo dopo averle ritagliato un ruolo di mero complemento a quella nazionale. Sarà, infatti, solo con le lotte operaie condotte dal 1968 in avanti che comincerà un percorso di maturazione dell’azione di fabbrica, capace di far diventare la contrattazione aziendale addirittura più importante di quella nazionale, con tutti gli effetti sindacali e politici che ciò comportava.

Chi lavorava in Bormioli per gran parte degli anni Sessanta proveniva da un milieu che non favoriva la politicizzazione attra-verso il lavoro, perciò o era “agnostico” o moderato in politica.

Non bisogna tuttavia sottovalutare l’effetto delle grandi epura-zioni, che ebbero luogo anche all’interno della manodopera della Bormioli con l’allontanamento degli elementi più “estremistici”, di coloro che avevano partecipato alla guerra partigiana ed era-no di estrazione comunista: era-non per caso, i licenziamenti diedero luogo ai grandi scioperi del 1949 e degli anni Cinquanta.

Negli anni Sessanta, poi, la crescita del volume d’affari della Bormioli fu parallela a un ulteriore ampliamento della manodo-pera e, di qui, a una diversificazione della composizione antro-pologica e politica di cui sopra. Nel 1966, con la nomina a diret-tore generale di Pierluigi Bormioli, ultimo rampollo di famiglia, lo stabilimento del quartiere San Leonardo dava lavoro a circa 1.600 dipendenti. Con l’apertura ai mercati internazionali, assi-curatale dall’innovativa gestione del giovane manager, laureato in Economia e formatosi in diversi stages nelle migliori vetrerie del mondo, la Bormioli conobbe una fase di ulteriore sviluppo.

Nel 1967, mentre venivano aperti i forni sei, sette e otto, la Bor-mioli, non trovando quantitativi di manodopera sufficienti in cit-tà, fu costretta a guardare al di là del suo bacino tradizionale di reclutamento, nell’Appennino, in Lunigiana.

È anche in questo aumento dimensionale della vetreria che si possono collocare le ragioni dell’inedito protagonismo operaio della fine del decennio, non solo nello stabilimento di via Genova ma in tutte le industrie cittadine che alla Bormioli guardavano come a un punto di riferimento nelle lotte. Al di là dei casi di lavoratori provenienti da contesti non molto dissimili da quelli degli anni precedenti (i lavoratori della montagna, per esempio, rimanevano nel cono d’ombra del lavoro come missione sacrificale), è un fatto che nel corso degli anni Sessanta in Bormioli e in San Leonardo cominciassero ad arrivare nuovi operai, persone più scolarizzate, più avvertite e meno abituate alle fatiche del lavoro dei campi e all’educazione severa del pater familias di una volta, più vicine alla vita di città, con tutti i suoi stimoli e margini di libertà. Questo elemento geografico/antro-pologico, il rapporto con lo spazio sociale e simbolico, rimane spesso sottostimato dagli studi sulle lotte operaie. In realtà s’in-treccia in modo decisivo con tante biografie operaie della Bor-mioli Rocco e non solo.

Arrivò così la grande “onda operaia”. Il suo inizio simbolico è stato individuato nei fatti di Valdagno (Vicenza) del 19 aprile 1968, quando gli operai tessili, esasperati dall’aumento dei

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