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Problemi specifici della manodopera straniera

Capitolo 6: Commento delle testimonianze

6.3 Problemi specifici della manodopera straniera

In questa seconda sezione vengono affrontate le maggiori criticità legate ai lavoratori immigrati che il sindacalista ha verificato sia nei luoghi di lavoro sia sul territorio.A livello lavorativo una problematica che riguarda indistintamente tutti i gruppi nazionali è legata alle ferie. Molto spesso infatti i lavoratori migranti richiedono al datore periodi più lunghi, in cambio della disponibilità a lavorare per due o tre anni, senza interruzione.

<<Più in generale, i motivi di scontro con il datore di lavoro sono la durata delle ferie (sulle quali molti immigrati non sono disposti a transigere), un tema comune a tutti i gruppi nazionali, ad accezione di chi ha la famiglia con sé. Per tutti, il costo del viaggio è elevato, poi c'è la famiglia e molti vogliono un periodo lungo per ristrutturare la casa che hanno in patria. È come se tutta la loro vita lì sia stata sospesa per tre anni e quindi quando tornano devono fare molte cose; molti, soprattutto dall'Est Europa, aspettano le ferie per usufruire di cure sanitarie, in gran parte di tipo odontoiatrico. E comunque passare tre anni senza fare un giorno di ferie è difficile e l'accumulo li porta ad essere più bisognosi di un periodo di riposo.>>(Centamore)

La questione delle ferie è particolarmente rilevante per i lavoratori senegalesi, che vorrebbero poter tornare a casa per tre o quattro mesi. Andare a trovare la famiglia non è l‟unica motivazione che spinge il lavoratore ad assentarsi per periodi così lunghi, per qualcuno assentarsi è anche una necessità economica:

<<Anche i senegalesi hanno bisogno di ferie più lunghe e concentrate, perché in molti svolgono là anche lavori stagionali nei campi agricoli. Anche i tunisini e marocchini hanno esigenze simili.>> (Rocca della Cruz)

Questo genere di richieste segna una delle più grosse differenze tra immigrati e italiani, ma col tempo molti datori di lavoro sono andati incontro ai bisogni dei dipendenti.

<< Ci sono datori che fanno resistenze, altri invece che sanno che questi

lavoratori si assentano una volta ogni due o tre anni e sono più abituati alla cosa e quindi concedono le ferie>>(Calastri)

Nonostante che alcuni imprenditori siano a conoscenza di queste esigenze, poter programmare la ferie con largo preavviso e per periodi così lunghi rimane un problema. Soprattutto se si considera l‟andamento generale dell‟economia; con la crisi infatti, riesce estremamente difficile poter prevedere l‟andamento della produzione .

<<Queste istanze vengono recepite dai datori di lavoro come un problema: solo se hanno la fortuna che questa necessità coincida con un calo di lavoro, diventa un'opportunità. Però non essendo una cosa che possono decidere i datori stessi, rimane un grosso problema>>(Centamore)

<<Prima della crisi non c'erano problemi, ma oggi per le aziende è più difficile programmare le ferie, dato che magari, dopo un periodo di cassa integrazione, all'azienda capita di lavorare proprio nel mese di agosto e quindi non riesce più a mandare il lavoratore in ferie. Giustamente questo crea molta difficoltà al lavoratore che magari non riesce a vedere la famiglia; da queste cose situazioni possono nascere disguidi o discussioni.>>(Osmani)

L‟impossibilità di concedere delle ferie retribuite, a volte prevede l‟adozione di soluzioni alternative .

<<(…) oppure il lavoratore fa richiesta tramite il sindacato per un'aspettativa non retribuita, non hanno altro, ma almeno si mantengono il posto di lavoro.>>(Calastri).

A livello pratico dunque, una caratteristica dell‟avere manodopera immigrata comporta una consistente rimodulazione delle ferie, che devono essere meno frequenti ma più lunghe di quelle dei lavoratori italiani. L‟immigrato il più delle volte deve affrontare ingenti costi di viaggio per ritornare in patria e in più necessita di passare più tempo con la sua famiglia. Questo vale soprattutto per i senegalesi, come dimostrato da precedenti studi115.

In generale, il contenzioso legato ai permessi sulle ferie viene gestito in modo personalistico direttamente col datore di lavoro, anche se, come si vedrà più avanti, i sindacati ne stanno facendo un tema di contrattazione collettiva. Per molti, il momento delle ferie è indispensabile per fronteggiare il senso di solitudine che caratterizza la permanenza in Italia. Dalle interviste infatti emerge l‟assenza del capitale sociale116, che viene percepita come un rischio sia dentro che fuori il posto di lavoro.

<<Molto spesso le problematiche ci sono tra gli immigrati dell'Est europeo e del Nord Africa, purtroppo son persone che hanno indulgenza nel bere, sottolineo che questa problematica la riscontro fuori dal mondo del lavoro. Sul posto di lavoro riescono a contenersi abbastanza. Quando poi escono dalla fabbrica, devono far

115S. Ceschi, “Flessibilità e istanze di vita. Operai senegalesi nelle fabbriche della provincia di Bergamo”,

in A. Colombo, T. Caponio (a cura di) Stranieri in Italia. Migrazioni globali, integrazioni locali, Il Mulino, Bologna, 2005

116 Intendiamo con capitale sociale, il network di relazioni dell‟individuo, in cui egli trova risorse per

raggiungere i suoi scopi. Dobbiamo questa definizione a James Coleman, che la ripropose nel suo libro

passare il tempo e molto spesso lo fanno nel modo sbagliato. Perché molto spesso vengono senza la famiglia al seguito: si nota una grossissima differenza tra chi ha la famiglia e chi no. Quando c'è la famiglia qui, le persone pensano a lavorare e a portare il pane a casa, quando la famiglia non è con loro purtroppo devono impiegare le energie e molto spesso hanno una certa aggressività. Chi ha la famiglia sembra integrarsi meglio nella vita del paese.>>(Centamore)

Avere la famiglia a seguito non solo influisce postitivamente sulla sfera emotiva, ma consente all‟immigrato di relazionarsi in più ambienti e quindi di raggiungere con maggiore facilità un buon livello di integrazione. La rete parentale vicina può essere inoltre un paracadute economico per chi deve affrontare un licenziamento. In questo senso, gli italiani sembrano essere avvantaggiati, mentre l‟immigrato risulta ancora più fragile, potendo contare solo sulle proprie forze .

<<Se in un'azienda c'è un italiano in difficoltà, questi il più delle volte ha

qualcuno che gli darà una mano: un cugino, un fratello, un cognato etc..invece moltissimi immigrati sono soli e devono anche mantenere i figli>>(Casati)

In un momento difficile per l‟azienda, la prospettiva di ottenere ammortizzatori sociali rimane l‟unica sicurezza per far fronte alle esigenze quotidiane. Il licenziamento appare per qualcuno come una soluzione auspicabile, anche per allontanare il lavoratore migrante da un contesto in cui la sua rabbia a frustrazione potrebbero creare ulteriori problemi:

<<In questo momento, proprio per la mancanza di una rete sociale per le

persone immigrate, capita che le stesse aziende (parlo per la realtà dell' edilizia dove le aziende hanno circa una media di tre dipendenti) che hanno difficoltà a pagare i lavoratori e magari lo fanno con uno o due mesi di ritardo, preferiscono tenere lavoratori italiani anziché stranieri, a meno che questi non siano molto integrati, dato che gli stranieri hanno un reale problema. Mi spiego, se tu non paghi i tuoi operai per uno o due mesi o gli dai degli acconti di 300 o 400 euro una tantum e questi deve pagare affitto, bollette e mantenimento dei figli spesso in età scolare, inevitabilmente gli operai creeranno problemi soprattutto in azienda. Il lavoratore immigrato, dato che non ha la rete sociale a cui appoggiarsi, è un soggetto più esposto a questo rischio. Visto che il nostro settore è privato, non è infrequente che il datore di lavoro non abbia i soldi per pagare i dipendenti. (…) E si ritrovano situazioni in cui è il lavoratore immigrato che chiede il licenziamento per prendere la disoccupazione almeno per gli otto mesi successivi, oppure è lo stesso datore che dice “io non ce la faccio”: se deve

licenziare due persone tende a licenziare il lavoratore immigrato, ma non per razzismo o discriminazione, ma perché l'imprenditore ritiene che con la disoccupazione o la cassa integrazione questi abbia una risposta più immediata ai suoi bisogni immediati, temendo che continuando a non pagarlo si creino più difficoltà per l'operaio e che diventi un elemento destabilizzante in azienda.>>(Gerini)

Riprendendo la parole di Centamore, in cui si fa riferimento alle caratteristiche di due gruppi nazionali ben precisi, si ha modo di riflettere anche sulla convivenza tra le varie comunità, considerando i tratti peculiari di ognuna che il sindacalista osserva sul lavoro. La comunità senegalese è molto presente in tutti i settori rappresentati dagli intervistati, soprattutto in quello del cuoio.

<<Noto che i senegalesi sono persone tranquille, anche abbastanza scolarizzate,

propense al lavoro e ad imparare>>(Casati)

<<il senegalese è una persona “dritta”, che lavora tanto e ha le sue regole , i suoi tempi e i suoi modi(…) sono anche organizzati bene in una comunità. E nonostante la grande differenza culturale sono molto inseriti nella società, anche se non direi integrati, poiché loro conservano molto gelosamente la loro tradizione. Tuttavia riescono a interagire abbastanza con la cultura italiana.>>(Centamore)

Per Gerini, coloro che provengono dallEst Europa sono più favoriti nell‟inserimento e non rischiano così di essere vittime di discriminazioni:

<<(…) bisogna suddividere tra coloro che arrivano dall'Est Europa e coloro che sono del Nord Africa. Nel caso dei primi, forse anche per maggior affinità culturale coi nostri modelli sociali, è molto più difficile che capitino episodi discriminatori.>>

Le comunità provenienti dal Nord Africa, sono a volte più complicate da gestire, per motivi diversi. I pareri in merito, non discordanti.

C‟è chi descrive una personalità più aggressiva di quella degli altri immigrati:

<<coloro che provengono dal Nord Africa sembrano meno attivi ad imparare e più propensi ad arrangiarsi, hanno a volte un carattere più focoso>>(Casati)

Chi invece li ritiene particolarmente scaltri nel momento della stipula di accordi: <<Con loro è più semplice capirsi perché sono molto preparati dal punto di

vista normativo. Hanno nella loro abitudini la lunga tradizione del commercio molto al limite, cioè al momento di prendere un accordo cercano di trovare la “virgola” per portarlo più dalla loro parte... sono più scaltri degli altri.>>(Centamore)

E chi, in ultima battuta, li considera più vulnerabili a causa di una bassa conoscenza della normativa, dato lo scarso livello di scolarizazione:

<<In particolar modo è difficile che siano coinvolti immigrati dall'Est, piuttosto le vittime sono immigrati africani, a causa del loro scarso livello di scolarizzazione e condizioni di povertà che li rende dei soggetti più vulnerabili. In Italia, anche chi viene dal Marocco o Tunisia .... vengono persone provenienti dai piccoli centri, i cosiddetti “paesini”, non da grandi centri urbani, come Tunisi, Marrakech o Casablanca.>>(Gerini)

Se per Abedin Osmani <<tra i vari gruppi nazionali, di base c'è una buona

convivenza>>, non mancano testimonianze discordanti da parte di altri intervistati.

Oltre alle profonde differenze tra immigrati integrati e nuovi arrivati, rilevate nel paragrafo precedente, ci possono essere conflitti tra le varie nazionalità:

<<La convivenza non è pacifica, soprattutto tra nordafricani e europei dell'Est, sono quelli che hanno più facilità allo scontro. Con est-europei intendo prevalentemente la fascia delle repubbliche della ex-Jugoslavia e albanesi. Entrambi i blocchi sono gruppi molto forti e chiusi tra di loro, quando entrano in contatto hanno più difficoltà.>>(Centamore)

Non mancano casi di discriminazioni tra immigrati legati alla diversa apparteneza religiosa:

<<Ci sono anche fra immigrati di varie nazionalità dei problemi grossi che noi abbiamo difficoltà a gestire. (…) Ho un iscritto del Togo, di fede cristiana, che ha avuto problemi (a lavoro) proprio con gli altri immigrati di fede musulmana.>> (Casati).

Anche all‟interno della stessa nazionalità si creano dinamiche speculative che rischiano di indebolire ulteriolmente il migrante, che si trova ad interfacciarsi da solo in una realtà totalmente nuova.

<<(…) ma anche tra di loro c'è qualcuno che tenta di profittare di certe occasioni. (…) c'è il problema degli affitti: l'immigrato l'affitta da un italiano, magari dichiarando che farà stare tre o quattro persone e ce ne mette dieci o dodici, tenendo i soldi delle persone in esubero. Rimasi allibito quando sette o otto anni fa, ci fu un censimento degli immigrati, i moduli erano date dalle Poste, noi sindacati li ritiravamo e poi aiutavamo nella compilazione. In pochissimi giorni i moduli sparirono tutti: chi li aveva presi li rivendeva poi ad altri immigrati per guadagnare qualcosa in più. Fenomeni di questo genere non li rintraccio in nessuna nazionalità in particolare, ma diciamo che in questo campo i senegalesi sono più organizzati, hanno una mentalità “di comunità” e organizzazione o forse sono le stesse cose che i migranti italiani facevano negli Usa lo scorso secolo.>>(Casati)

Si è in presenza dei <<legami che costringono>>117, ovvero l‟altra faccia del capitale sociale che dovrebbe rappresentare un bacino di risorse a cui l‟immigrato attinge. Relazioni che sostengono lo straniero nel quotidiano, bloccando la discesa verso il basso, ma che al tempo stesso ostacolano ogni possibilità di ascesa sociale.

Le osservazioni fin qui raccolte sono un importante monito ad affrontare con estrema cautela il tema dell‟immigrazione, non solo sul lavoro, ma nella società in generale. Processi di integrazione lenti o del tutto assenti accentuano la condizione di solitudine propria della figura del migrante che può generare frustrazione e aggressività. Atteggiamenti ostili non stentano ad affermarsi in contesti stressanti e in momenti di delicata congiutura economica. Inoltre, in assenza di adeguate strutture di assistenza, vi è maggior possibilità di auto-organizzazione da parte di gruppi di immigrati che, intravedendo opportunità di guadagno, sfruttano connazionali profittando della loro inesperienza sul territorio:

<<Spesso le condizioni di lavoro sono più difficili quando l'impresa è di un connazionale, perché questi si approfitta della conoscenza che ha del lavoratore, anche per il fatto che parlano la stessa lingua>>(Rocca della Cruz).

Un'altra questione rilevante è la presenza di lavoraratori clandestini o irregolari nelle aziende. Gerini offre un quadro piuttosto preciso:

<<In una realtà come quella di Pisa, il tema della clandestinità degli immigrati,

ha uno spazio limitato. Data la posizione geografica, la realtà è abbastanza mediata. (…) Se arriva qui, ci arriva perché ha già un nucleo familiare o di amici che lo aiuta ad arrivare fino a Pisa. I clandestini che sono qua sul territorio sono parenti di immigrati regolarmente presenti. Poi anche fra i clandestini, in questo momento c'è da suddividere tra: i clandestini che arrivano sull'Est Europa, magari in seguito all'ottenimento di un visto turistico per tre mesi e poi si fermano per ben oltre in attesa magari di una sanatoria, oppure i clandestini del Nord Africa, che sono qua da lungo tempo e che magari hanno perso, per la non conoscenza delle norme, la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno.>>

Se la clandestinità rimane un problema circoscritto, è importante considerare un‟altra fascia di immigrati, che per Rocca della Cruz sono i più a rischio:

117I.Ponzo, “Reti che sostengono e legami che costringono.Il caso dei rumeni a Toino”, in A. Colombo, T.

Caponio (a cura di) Stranieri in Italia. Migrazioni globali, integrazioni locali, Il Mulino, Bologna, 2005, p. 220

<<Non confondiamo la clandestinità con l'irregolarità. Perché il clandestino è colui

che non ha un soggiorno. Ma ci sono tanti lavoratori irregolari nelle aziende con permesso di soggiorno. Io posso dire che quasi il 40% dei immigrati, almeno a Firenze dove lavoro, sono regolari, ma lavorano al nero.>>

Irregolari e clandestini sono più diffusi nelle piccole aziende che riescono a sfuggire meglio ai controlli:

<<La presenza di clandestini è limitata, ma di sicuro è nelle piccole imprese,

anche perché le grandi sono più esposte e comunque tengono a preservare l'immagine dell'azienda.>>(Calastri)