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3. Commento alla traduzione

3.4. Realia

In traduttologia i realia sono le parole che denotano cose materiali, concetti e fenomeni specifici di una determinata cultura, e che non hanno un equivalente in altre lingue. Quindi tradurre i realia significa tradurre un elemento culturale più che linguistico. Nel decidere come trasporre i realia bisogna prendere in considerazione il tipo di testo, il grado di tolleranza della cultura ricevente per le parole straniere e il lettore modello. Nel caso di Trois gouttes de sang si tratta di un romanzo da tradurre in italiano (lingua piuttosto propensa ad accogliere termini stranieri), e il lettore modello è rappresentato da ragazzi a partire dai 12 anni. Le principali tecniche di resa dei realia sono35 la trascrizione (che si distingue nella trascrizione vera e propria, dove si riproducono i suoni delle parole usando l’alfabeto della cultura ricevente, e nella traslitterazione, dove si ha una trasmissione della grafia attraverso l’alfabeto della cultura ricevente) e la traduzione. La traduzione può avvenire attraverso:

a) la creazione di un neologismo;

b) la sostituzione con un’espressione generica dal significato più ampio; c) la sostituzione con un analogo funzionale nella cultura ricevente in

modo da suscitare una reazione simile a quella del lettore originale; d) la descrizione e spiegazione dei realia attraverso una perifrasi che ne

espliciti il contenuto;

e) l’aggiunta di un aggettivo specificante;

f) infine la traduzione contestuale, con cui si traduce non il significato della singola parola ma quello globale della frase.

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In Trois gouttes de sang ho riscontrato diversi realia. Innanzi tutto il termine parcheminerie (p. 13) con cui si intende l’arte o il commercio della pergamena. Non esistendo uno specifico termine equivalente in italiano, ho adottato perifrasi come «attività delle pergamene» o «del pergamenaio». A pagina 21 c’è la prima occorrenza di garance, di cui il Trésor dà la definizione:

− Plante (Rubiacées) grimpante et vivace, ayant pour variété principale la garance

tinctoriale, dont la racine fournit une matière colorante rouge.

− P. méton. Matière colorante rouge extraite de la garance tinctoriale.

Inizialmente ero indecisa se tradurre con «garanza», «robbia» o «alizarina», ma infine ho scelto «garanza» in accordo con quanto riportato dal vocabolario Treccani:

garanza s. f. [dal fr. garance, che è dal franco *wratja, a sua volta prestito del lat.brattea]. 1. Pianta tintoria detta più comunem. robbia.

2. Colore rosso ottenuto dalla radice di questa pianta.

A pagina 28 abbiamo invece darioles, che il dizionario Boch36 traduce con «budini». Per accertarmi della validità della traduzione ho cercato una definizione sul Trésor: «Vieux A.− Petite pâtisserie faite de pâte feuilletée qu'on garnit, avant la cuisson, soit de confiture, soit d'une crème frangipane, parfumée généralement à la liqueur, au chocolat, ou aux amandes».

La prima attestazione risale al 1292. Ho fatto ricorso anche allo strumento di «Google immagini», poiché spesso è anche importante “visualizzare” gli oggetti di cui si parla, e dalle foto delle darioles sembra proprio che si tratti di budini. Poiché anche gli ingredienti coincidono ho infine tradotto con «budini».

A pagina 37 viene nominato un altro dolce: bugnes, che il Boch mantiene come «bugne» indicando che si tratta di un tipo di chiacchiera lionese. In un primo momento ho pensato di tradurre appunto con «bugne», aggiungendo

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una nota esplicativa a piè di pagina. Ho scartato fin dall’inizio l’ipotesi di tradurre con «chiacchiere» poiché il lettore italiano avrebbe pensato al dolce tipico di carnevale, mentre in Francia non è un dolce carnevalesco. Dal momento che si tratta di un dolce fritto, ho deciso infine di adottare un termine più generale, ovvero «frittelle», che nel Medioevo erano molto diffuse.

A pagina 103 sono presenti i termini cervoise e petite bière. Per quanto riguarda il primo, il Trésor dice: «Boisson alcoolisée obtenue par fermentation d'orge ou de blé, sans addition de houblon, qui se buvait chez les Anciens, les Gaulois et jusqu'au Moyen Âge, au nord de l'Europe». Invece sul vocabolario Treccani ho trovato:

cervògia s. f. [dal fr. cervoise, e questo dal lat. cerevisia o cervisia, di origine gallica] (pl. -ge o -gie). – Antico nome di una specie di birra, fatta con orzo o avena fermentata; usato spesso, in poesia e nella lingua letter., come sinon. di birra.

Dato che è l’esatta traduzione di cervoise ho impiegato appunto «cervogia», perché nonostante i ragazzi probabilmente non la conoscerebbero, la somiglianza col termine latino non creerebbe comunque un effetto straniante. Tradurre con «birra» sarebbe stato troppo riduttivo e non avrebbe creato una distinzione abbastanza netta da petite bière. Per quest’ultimo sintagma ho trovato: «Au XVIIe siècle, la forte bière est

opposée à la petite bière qui désigne une bière faible parce que brassée avec du grain qui a déjà servi à faire de la bière». Ho quindi tradotto con «birra leggera».

A pagina 108 troviamo gobelets, che il Trésor definisce come: «Récipient à boire, plus haut que large, de forme cylindrique ou légèrement évasée, ordinairement sans anse et sans pied». Anche il Boch indica che sono bicchieri senza piede. Non avendo trovato un termine preciso corrispondente ho tradotto semplicemente con «bicchieri».

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Alle pagine 112-113 vengono invece menzionati les tirelaine. Non trovando questo vocabolo sul Boch ho cercato una definizione sul Trésor: «Rôdeur qui volait les manteaux des passants ou les détroussait. − P. ext., littér. Voleur». All’inizio ho tradotto con «ladri», ma in seguito ho preferito connotarlo maggiormente con «malandrini».

Sempre a pagina 113 abbiamo «une grande bâtisse de torchis», dove il

torchis è noto anche in Italia come sistema costruttivo che impiega il legno

e la terra come materiali da costruzione37. Piuttosto che conservare torchis, che nessuna persona al di fuori dell’ambito dell’architettura conosce, ho preferito esplicitare con «una grande costruzione in legno e terra».

3.4.1. Antroponimi

I nomi propri sono uno degli aspetti che conferiscono una connotazione locale a un testo. La tendenza attuale è di lasciarli invariati nella lingua d’arrivo, tendenza che ho rispettato, fatta eccezione per alcuni personaggi storici e letterari, mentre ho tradotto i titoli (il conte, la signora ecc.), i nomi di santi e gli appellativi, in quanto questi ultimi sono dotati di una carica semantica che va trasmessa al lettore italiano. Ecco nello specifico come ho reso gli antroponimi:

1) Nomi propri e cognomi: ho lasciato invariati Élisabeth le Cauélus, Félix, Bertrade, Coline, Lambert le Secq, Aymon de Boves, Richard de Fournival, Chrétien de Troyes, Robert de Boron, Wallet de Senlis, Gervaise, Wallet d’Arras, Thomas le Cauélus, Robert de Sorbon, Béranger e Tommaso d’Aquino, mentre ho fatto ricorso alla

37 Una sua definizione si può trovare ad esempio all’indirizzo: <http://www.architetturaesostenibilita.com/terra%20cruda.htm> (ultima consultazione: 9 marzo 2014).

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traduzione italiana per i personaggi storici e letterari di cui già da tempo si conosce il nome tradotto in italiano: Louis le neuvième → «Luigi IX»; Averroès → «Averroè»; Albert le Grand → «Alberto Magno»; Aristote → «Aristotele»; Marie de France → «Maria di Francia»; Tite-Live → «Tito Livio»; Sénèque → «Seneca»; Merlin → «Merlino»; Perceval → «Parsifal» e Blanchefleur → «Biancofiore». Ho infine tradotto Nicolaus Lombardus con «Nicola Lombardo» poiché, come ho già spiegato, la presenza del nome latino è stato un errore storico dell’autrice.

2) Titoli: comte de Montaigu → «conte di Montaigu»; dame le Cauélus → «la signora Cauélus»; sultan d’Égypte → «sultano d’Egitto»;

dame de Montaigu → «signora di Montaigu».

3) Nomi di santi: li ho tradotti poiché esiste il nome equivalente in italiano. Nel romanzo sono presenti: Sainte-Geneviève → «Santa Genoveffa»; Saint-Germain → «San Germano»; Saint-Médard → «San Medardo»; Saint-Jean → «San Giovanni»; Saint-Séverin → «San Severino»; saint Georges → «San Giorgio» e Saint-Landry → «San Landerico».

4) Appellativi: Thomas le Bleu → «Thomas l’Azzurro», che ho tradotto così poiché in un passaggio del romanzo viene detto che il conte di Montaigu ripensa a Thomas le Bleu osservando le bleu du ciel, quindi ho rispettato il collegamento tra i due termini; la Dame de

Pique → «la Donna di Picche»; Gillot le Simple → «Gillot il

Sempliciotto», un aggettivo che ben si adatta alla personalità del personaggio.

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3.4.2. Toponimi

Come per i nomi propri di persona, la tendenza predominante è quella di conservare i nomi di città (fatta eccezione per le città più famose come Parigi), vie, strade, piazze ecc., anche perché, traducendole, si potrebbe dare ad esempio l’impressione che in Francia esistano strade con una denominazione italiana. Dal momento che questo romanzo è rivolto a un pubblico di ragazzini, e che Martine Pouchain ha associato alle vie e alle piazze nomi di mestieri e sostantivi dal significato traducibile, ho scelto di tradurli tutti per renderli intelligibili ai giovani lettori. Per quanto riguarda le vie, la più problematica è stata proprio rue des Parcheminiers, che ho tradotto con «via Pergamenai», anche se in Italia non esiste una simile via perché l’appellativo è nato in epoca moderna, mentre nel Medioevo c’erano i cuoiai e i pellai, che erano coloro i quali prendevano la pelle fresca e la trasformavano nel cuoio per i suoi diversi usi, tra cui la pergamena. In francese il termine parcheminier è attestato fin dal XIII secolo, come indica il Trésor:

PARCHEMINIER, -IÈRE, subst.

Étymol. et Hist. Fin xiiies. (Ordonnances sur le comm. et les métiers... ds Étienne Boileau, Métiers, éd. G.-B. Depping, 379). Dér. de parchemin*; suff. -ier*; cf. déjà en lat. médiév. la forme pargaminarius en 822 dans les statuts de l'Abbaye St-Pierre de Courbevoie, qui contiennent une liste des ouvriers devant être adjoints au couvent (v. Fagniezt.1, p.51).

Nondimeno ho scelto di tradurre «pergamenai» in quanto rispecchia il mestiere specifico di chi si occupava della preparazione delle pergamene, che è precisamente il lavoro svolto dalla famiglia della protagonista. Invece i «cuoiai» non si occupavano esclusivamente di quello. Inoltre il termine italiano «cuoiaio» corrisponde al francese tanneur, che l’autrice menziona

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come un mestiere distinto da quello del parcheminier, da cui quest’ultimo si recava per procurarsi le pelli da cui ricavare la pergamena. In ogni caso, poiché si sa che l'opera è ambientata a Parigi, tradurre con «pergamenaio» non implica necessariamente che lo stesso termine venisse usato in Italia, ma significa rendere intelligibile a un pubblico di ragazzi italiani la denominazione usata in Francia per questo mestiere, in quanto adattare troppo alla cultura d'arrivo equivale a tradire il testo di partenza a favore di una traduzione etnocentrica. Altre vie la cui traduzione ha richiesto una particolare attenzione sono state rue Coupe-Gueule che ho tradotto «via Puzza», dato che couper la gueule in argot significa «puzzare», e rue de la

Huchette, dove huche è la madia per impastare il pane, e dal momento che

in quella via viene impastato il pane ho tradotto «via della Madietta», che è un diminutivo di «madia». Le altre vie che ho reso in italiano senza particolari difficoltà sono: rue de la montagne Sainte-Geneviève → «via Montagna Santa Genoveffa»; rue des Enlumineurs → «via Miniatori»; rue

Neuve-Notre-Dame → «via Nuova Notre-Dame»; rue du Puits-Sec → «via

Pozzo Secco»; rue du Four → «via Forno»; rue Saint-Médard → «via San Medardo» e rue des Escrivains → «via Scrivani». L’unica via che ho lasciato invariata è rue Boutebrie → «via Boutebrie», in quanto il termine non ha alcun significato ed è dunque intraducibile. In merito alle piazze, il cui numero è inferiore a quello delle vie, ho tradotto abbastanza letteralmente il senso racchiuso nei termini francesi, per essere coerente con la scelta di trasparenza adottata per tutti i luoghi: place de Grève → «piazza dello Sciopero»; place au Feurre → «piazza del Foraggio»; place Maubert → «piazza Maubert»; place du Port Saint-Landry → «piazza del Porto San Landerico». Ho inoltre dovuto cercare cosa fosse la Contrescarpe, intuendo dal contesto che si trattava di un luogo, e in effetti è una piazza di Parigi, ma ho preferito esplicitarlo traducendo «piazza della Controscarpa», per evitare l’ambiguità che si creerebbe per il pubblico italiano.

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Altri luoghi del romanzo sono le isole: île Notre-Dame, che ho tradotto «isola di Notre-Dame» in quanto è un nome celebre in Italia e con cui anche un pubblico di adolescenti ha senz’altro familiarità; île aux vaches, per cui ho fatto alcune ricerche, trovando una citazione di Hugo sul Trésor:

Au quinzième siècle, la Seine baignait cinq îles dans l'enceinte de Paris : l'île Louviers, où il y avait alors des arbres et où il n'y a plus que du bois; l'île aux vaches et l'île Notre- Dame, toutes deux désertes, (...) (au dix-septième siècle, de ces deux îles on en a fait une, qu'on a bâtie, et que nous appelons l'île Saint-Louis); enfin la Cité, et à sa pointe l'îlot du passeur aux vaches... Hugo, N.-D. Paris,1832, p. 139.

Ho tradotto «isolotto delle Mucche»; île de la cité, tradotto letteralmente con «isola della città».

Infine, la Sainte Chapelle è uno dei monumenti più importanti di Parigi, noto in Italia anche col suo nome francese, ma per coerenza con la scelta di tradurre tutti i nomi per i giovani lettori, l’ho reso con «Santa Cappella».

3.5. Lessico storico

Per tradurre i termini relativi al periodo medievale, è stato necessario fare alcune ricerche, sia per contestualizzarli nel modo migliore, sia per capire in alcuni casi di che cosa si trattasse. Per esempio per il sintagma nominale

livres d’argent, che compare per la prima volta a pagina 10, ho cercato

innanzi tutto una definizione sul Trésor, dove ho letto che era un’antica moneta di conto che in origine corrispondeva al valore di una libbra d’argento, e ho dunque tradotto con «lire d’argento», anche sulla base della seguente accezione indicata dal vocabolario Treccani:

Il termine, che in origine non fu diverso da libbra, ebbe, in passato, il sign. generico di «moneta» (nelle espressioni l. di conto, l. di banco, ecc.) e, con varie denominazioni, indicò, prima della costituzione del regno d’Italia, l’unità monetaria di varî stati italiani: l.

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veneta, l. milanese, l. toscana, l. papale, l. del regno di Sardegna, l. di Parma, di Modena, ecc.

L’enciclopedia Treccani aggiunge:

Anticamente l. (fr. livre) fu sinonimo generico di moneta. […]La fortuna monetaria del termine ebbe inizio dalla libbra ponderale d’argento, base del sistema monetario carolingio. Nel Medioevo rimase per molti secoli moneta di conto, per l. intendendosi, di solito, la l. di denari piccoli (del valore di 20 soldi, ognuno di 12 denari piccoli), mentre per gli affari di maggiore importanza si usava la l. di grossi (del valore di 240 soldi); ebbe varietà di designazioni, come l. imperiale (di 240 denari imperiali), l. marchesana (di 124 denari marchesini), l. terzola (di 240 denari terzaroli), e in Francia l. parigina (livre parisis) del valore superiore di 1/4 alla l. tornese (livre tournois, di 20 soldi tornesi)

Dopo aver letto il termine sexte (p. 13), mi sono invece dovuta documentare sulle ore canoniche. Ecco quanto riportato da un sito internet parrocchiale38:

Le ore canoniche sono un'antica suddivisione della giornata sviluppata nella Chiesa cristiana per la preghiera in comune, detta anche "ufficio".

Alle 4.00: Mattutino o vigilie in diverse comunità religiose - chiamato "Orthros" nelle chiese orientali

All'alba: Lodi , in occidente separato dal mattutino; detto anche "preghiera del mattino" Alle 6.00: Prima Alle 9.00: Terza Alle 12.00: Sesta Alle 15.00: Nona Al tramonto: Vespri

Prima di coricarsi: Compieta.

Quindi ho tradotto sexte con «sesta», e per i momenti di preghiera incontrati successivamente ho operato nel seguente modo: l’office de none (p. 23) → «l’Ora Nona»; vêpres (p. 75) → «i vespri»; complies (p. 77) → «compieta» e prime (p. 139) → «l’Ora Prima». La presenza o assenza dell’articolo

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Consultabile alla seguente pagina:

<http://www.parrocchiasantamariavetere.it/index.php?option=com_content&view=article&id=263 :ore-canoniche&catid=140:documenti&Itemid=228> (ultima consultazione: 25 novembre 2013).

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determinativo nella traduzione italiana dipende in alcuni casi dagli elementi che precedono e seguono il termine.

Per tutto il romanzo ho tradotto enluminer con «miniare», eccetto per la frase: «il enluminait aussi. Illuminer serait plus juste» (p. 27), per cui in italiano si perderebbe il gioco di parole di illuminer che somiglia a

enluminer. Per questo motivo, solo in questa frase ho preferito tradurre enluminer con «allumare», per mantenere questo gioco di parole, ma

altrove è meglio tradurre con «miniare» poiché è più immediato.

A pagina 33 l’autrice ha sbagliato a scrivere un termine. Ha infatti ripetuto due volte messigier invece di mégissier. Inoltre, per quanto riguarda la sua traduzione, dato che nel testo originale alla prima occorrenza di mégissier l’autrice ha messo una nota in cui spiega il significato del mestiere col sinonimo tanneur, anch’io ho dovuto usare due termini distinti perché è compito del traduttore mantenere le note dell’originale. Ho tradotto

mégissier con «conciatore» e tanneur con «pellaio».

Per quanto riguarda vélin, ho trovato che il suo esatto corrispondente in italiano è la parola latina «vellum», ovvero la pergamena di prima qualità. Qualche ricerca è stata necessaria anche per tradurre «une drachme de garance» (p. 35). Il Trésor indica per drachme i significati di:

1) Monnaie d'argent en usage notamment en Grèce valant six oboles et un centième de mine, et qui se définissait par son poids d'argent. ;

2) Unité monétaire de la Grèce moderne (symb. DR.);

3) Unité de masse, huitième partie de l'once (égale à un gros, soit environ 3,8 g)

In italiano l’ho resa con «dracma», che può significare (vocabolario Treccani):

1. moneta d'argento della Grecia antica, di vario peso secondo i luoghi e le epoche 2. unità monetaria della Grecia moderna, più com. detta dracma

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Per tradurre alcuni mestieri è stato fondamentale considerare il contesto storico, per non rischiare di commettere anacronismi. Ad esempio l’apothicaire nel francese moderno è il farmacista, ma nel tredicesimo secolo si definiva in un altro modo: «lo speziale». Allo stesso modo l’

ouvrière non può essere «l’operaia» perché con questo termine oggi si

intende un mestiere che all’epoca non esisteva, quindi ho tradotto con «lavoratrice». Per quanto riguarda chanteur, non so per certo se in epoca medievale si possa parlare di «cantante», solo che il «cantore» è esclusivamente legato alla chiesa o alla poesia, mentre chanteur viene utilizzato nel contesto di una festa di piazza, per cui ho scelto «cantante». Infine i musiciens: ho preferito renderli con «musici» piuttosto che con «musicisti» che suona come un termine più moderno.

La traduzione di commanditaire (p. 124) è quella di «accomandante», che però è un termine moderno, quindi ho tradotto semplicemente con «socio». La salle commune compare per la prima volta in riferimento alla casa del conte di Montaigu. Oggi la salle commune indica il soggiorno o il salotto, ma, per rispettare l’ambientazione medievale, la traduzione migliore è quella di «sala» o «salone», e ho scelto la prima soluzione. Invece per quanto riguarda la casa di Élisabeth, di ceto basso, è meglio utilizzare la parola «tinello».

A pagina 66 ho avuto difficoltà a capire cosa si intendesse esattamente col fatto che una pergamena venisse «lissé, coupé et ébarbé», per cui ho letto il procedimento di preparazione di una pergamena, in cui la pelle di animale veniva depilata, scarnata e levigata sia dalla parte dove c’erano i peli sia dalla parte di carne. All’inizio avevo tradotto: «una pergamena levigata, tagliata, depilata», poi ho invertito l’ordine dei termini perché la pergamena era prima depilata, poi levigata e infine tagliata.

La table à tréteaux (p. 69) è invece un «tavolo su cavalletti» in stile medievale.

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Lo scriptorium, nominato più volte nel corso del romanzo, l’ho lasciato invariato (in corsivo dato che si tratta di una parola latina), poiché è un termine utilizzato anche in italiano, e riportato dall’enciclopedia Treccani:

scriptorium ‹skriptòrium› s. neutro, lat. mediev. (pl. scriptoria). – Termine equivalente

all’ital. scrittoio (che ne deriva): nell’alto medioevo indicava l’ambiente (officina

scrittoria), annesso a una chiesa, soprattutto cattedrale sede di vescovato, oppure a un

monastero, dove gli amanuensi (scriptores) si riunivano per eseguire il lavoro di trascrizione dei testi manoscritti, ma anche di manifattura del codice (preparazione della pergamena, confezione dei fascicoli, legatura): lo s. vescovile di Verona; il monastero di

S. Colombano a Bobbio fu sede di un celebre scriptorium. Nel linguaggio della

paleografia indica per estens. anche il centro scrittorio e la relativa scuola.

Nella frase: «traduire le cours du latin» (p. 73), ho preferito rendere

traduire con «volgarizzare», invece del più semplice «tradurre», dato che

all’epoca non esisteva ancora una lingua nazionale unitaria ma c’erano i volgari, principalmente distinti in langue d’oïl nel nord della Francia, che

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