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3. CRITICA ED ELOGIO DEGLI ACCADEMICI FIORENTINI

3.1. Riconoscenza ed encomio per Benedetto Varchi

Le tensioni vissute dal Lasca all’interno dell’Accademia Fiorentina e riversate nelle rime ironiche e pungenti su Giovanni Mazzuoli non sono di certo le uniche della sua produzione poetica, dal momento che il carattere irascibile e insofferente lo portò a scagliarsi ripetutamente contro altre personalità di spicco della cultura fiorentina.

Uno dei suoi bersagli preferiti fu Benedetto Varchi - intellettuale di grande rilievo - che, dopo l’esperienza accademica sotto l’insegna degli Infiammati a Padova, si trasferì nuovamente a Firenze (sua città natale) nonostante i trascorsi antimedicei76, rendendosi parte attiva della vita culturale cittadina. Rispettato e stimato da molti, divenne una delle vittime privilegiate del Lasca, che in molte rime si divertì a criticarlo e biasimarlo per scelte letterarie e linguistiche non condivise.

In verità, almeno nei primi anni di collaborazione tra i due all’interno dell’Accademia Fiorentina (a partire dal 1543, anno in cui Benedetto aderì all’organismo culturale), il Grazzini si preoccupò di scrivere per l’accademico rime di elogio e riconoscenza, a riprova che almeno per un certo periodo cercò di collaborare con i colleghi più autorevoli.

Come detto poc’anzi, il periodo fiorentino del Varchi fu preceduto da quello trascorso a Padova, dove ebbe la possibilità di incontrare letterati come Pietro Bembo, il Molza e l’Aretino. Da sempre ostile al potere mediceo77

( al punto di gioire per l’uccisione del duca Alessandro da parte del cugino Lorenzino de’ Medici, nella speranza che a Firenze fosse restituita la libertà di un tempo78), aveva trovato a Padova il clima ideale per occuparsi di filosofia, grammatica e letteratura, anche grazie alla collaborazione con gli Infiammati.

Mentre Benedetto metteva il proprio sapere a disposizione della città veneta, l’Accademia Fiorentina, sempre più sotto il controllo del duca Cosimo, viveva

76 S.L

O RE, Politica e cultura nella Firenze cosimiana: studi su Benedetto Varchi, Vecchiarelli Editore, Roma, 2008, pp. 150-154.

77 Per maggiori informazioni sui rapporti tra Benedetto Varchi e il principato mediceo vedi R.V ON ALBERTINI, Firenze dalla repubblica al principato: storia e coscienza politica, Einaudi, Torino, 1970, pp. 339-345.

78

44 una fase di stallo, dal momento che non poteva contare su uno dei più grandi intellettuali dell’epoca, ovvero Piero Vettori che, forse timoroso del trionfo del volgare sul latino, non partecipava con convinzione ai lavori accademici. Fu così che Cosimo, consapevole del valore del Varchi, lo richiamò a Firenze. Lo scrittore accettò di essere rimpatriato e tenne, sin da subito, interessanti lezioni su Petrarca e sul Purgatorio e il Paradiso danteschi79.

Sebbene godesse di una fama indiscutibile, non rimase immune da accuse estremamente pesanti. Sappiamo, infatti, che fu vittima di un diabolico complotto, tale da mettere in pericolo non solo la sua fama ma la sua stessa libertà. La violenza che un giovane pisano aveva commesso ai danni di una bambina fu usata, infatti, da alcuni suoi nemici (primi fra tutti Bernardo Segni e Carlo Lenzoni) per farlo accusare. Dopo un periodo di prigionia, venne scarcerato anche grazie all’iniziativa del Bembo e di altri che si prodigarono per la sua liberazione80. Alcuni suoi amici - tra i quali va annoverato proprio il Lasca che, comunque, non si sottrasse dal dedicargli pungenti sonetti - ritenevano che tutto fosse dipeso da una profonda invidia nutrita nei suoi riguardi. E proprio in uno dei suoi sonetti il Grazzini ricorda le infamanti accuse subite da Benedetto:

Non fu mai visto il più bello omaccione del mio gran Varchi e non si vedrà mai, grosso, grasso, gentil, dotto e d’assai dove ne fusse bene un milïone. Non ha potuto il dir delle persone maligne e ree, ben ch’abbian detto assai,

false calunnie, ohimè!, torgli giamai 6 l’onor, la gloria e la riputazione.

Come l’oro nel fuoco travagliato, così dalle lor mani è sempre uscito sette volte più netto e più purgato81.

Il sonetto caudato, scritto con molta probabilità a ridosso delle accuse di stupro che Benedetto subì ingiustamente nel 1545, evidenzia un’indiscutibile armonia di

79

Cfr U.PIROTTI, Benedetto Varchi e la cultura del suo tempo, L. S. Olschki Editore, Firenze, 1971, pp. 22-23.

80 Per maggiori dettagli vedi A. A

NDREONI, La via della dottrina. Le lezioni accademiche di Benedetto Varchi, Edizioni ETS, Pisa, 2012, p. 132.

81

45 rapporto tra il Lasca e il destinatario del componimento. Nell’iperbole poetica, la stima che il Grazzini nutre per l’amico accademico - espressa anche mediante il possessivo mio al v. 2 - non ha, infatti, paragoni né nel passato né tantomeno nel presente e nel futuro (vv. 1-2). Il senso di ammirazione, oltre che riferito alla cultura del Varchi, è espresso goliardicamente dalla descrizione fisica del letterato, noto per la sua grassezza. Il ritratto – improntato sull’esagerazione dei concetti – fa del Varchi un uomo dalle straordinarie qualità fisiche e morali, contro le quali nessuno potrebbe competere (la descrizione iperbolica è rafforzata dal numerale milïone e dall’avverbio assai, ripetuto al v. 3 e al v. 5, rispettivamente per indicare le doti del Varchi e le numerose accuse di cui fu vittima).

Il Lasca non menziona direttamente l’ingiustizia della quale Benedetto fu vittima, ma si limita a prendere posizioni contro i suoi accusatori, la cui cattiveria - comunque - non riuscì a demolirlo, ma lo rafforzò ulteriormente (vv. 4-10). Chiaramente, molti studiosi hanno cercato di capire le motivazioni che spinsero alcuni a calunniare Benedetto, fornendo una chiave di lettura molto interessante della vicenda. Sembra che alla base di quei dissidi vi fossero divergenze culturali non indifferenti, legate prevalentemente a questioni linguistiche. Il Varchi, infatti, in quanto portavoce dell’umanesimo volgare del Bembo, era, da una parte, mal tollerato dalla porzione di accademici che anteponeva le lingue classiche al volgare toscano, mentre dall’altra, non mancavano le critiche dei difensori del fiorentino contemporaneo, che mal sopportavano l’idea che ci si dovesse uniformare alla lingua trecentesca, preferita, di fatto, a quella corrente82.

La celebrazione del letterato è sottolineata, in altri passi della produzione grazziniana, dalla consapevolezza del Lasca che il prestigio del Varchi era riconosciuto pubblicamente, giungendo al paragone con le più grandi personalità di sempre del mondo religioso e filosofico:

[…]

Or tanto inverso il ciel alto è salito, ch’egli ha l’invidia e l’odio superato, e ʼl mondo traditor vinto e schernito:

82

46 tal che gli è mostro a dito83

con meraviglia e con gran divozione, 16 come s’ei fusse Socrate, o Platone,

o Lino od Anfione84,

o Moisè, o Davitte Salmista, o Macone, o Mercurio Trismigista85 ; 20 nè per questo ha la vista86,

come certi babbion87, punto ingrossato88, che mutan condizion mutando stato. Se quel c’ha meritato,

avesse, o quel che merta il suo valore, sarebbe il Varchi o Papa, o imperadore.

Con una straordinaria operazione di convincimento sul lettore, non solo spiega che il Varchi per grandezza e fama può essere paragonato a grandi filosofi e a personaggi biblici, ma illustra anche cosa lo distingue dagli altri: la capacità di rimanere sempre sé stesso, nonostante sia osannato e ammirato da tutti, a differenza di molti, che solo per qualche riconoscimento ricevuto cambiano atteggiamento (vv. 21-23), ostentando il loro potere. Il Lasca, rivolgendosi direttamente a chi legge, ritiene che proprio questa diversità di comportamento tra il Varchi e i suoi contemporanei sia il punto focale del componimento (v. 23), spiegando che se Benedetto avesse avuto i giusti riconoscimenti avrebbe raggiunto i vertici del mondo religioso e politico, occupando il soglio pontificio o il trono imperiale.

Se in questo sonetto Grazzini si concentra maggiormente sulle vicende private del Varchi che su questioni prettamente letterarie, c’è un testo in cui la pratica dell’omaggio è strettamente connessa all’attività letteraria e all’esperienza personale di entrambi:

83 Indicato in segno di ammirazione. Cfr GDLI. 84

Lino e Anfione furono due personaggi mitologici greci. Lino, figlio di Apollo e Urania, è noto per essere stato un abile poeta e cantore. Anfione, invece, nato dall’unione tra Zeus e Antiope, è ricordato per il suono melodioso della sua lira.

85 Macone è il nome popolare di Maometto (qui da intendere in senso positivo come “grande profeta”); a Mercurio Trismegista è, invece, attribuito il Corpus Hermeticum. Le personalità citate a partire dal v. 17 rispondono, ovviamente, all’esigenza del Grazzini di sottolineare le conoscenze filosofiche, l’amore per la cultura greca e l’abilità compositiva di Benedetto Varchi.

86 Aspetto esteriore. Cfr GDLI. 87 Stupidi, creduloni. Cfr GDLI. 88

47 Varchi, io mi son creduto infino ad ora,

poscia che di Firenze me ne andai, ch’a Monte Varchi stato sempremai, a far buon tempo, e che vi fuste ancora. Ma poi ch’io intesi la vostra dimora 5 e che là sete, dove io vi lasciai,

pien d’aspro duolo e d’infiniti guai sento dentro un pensier che mi divora, e dice: ahi quanti passi perdi indarno privo del Varchi e della sua presenza, che fa dolce fiorir le rive d’Arno!89

Nel sonetto in questione, il Grazzini - pur rivolgendosi direttamente a Benedetto - coglie l’occasione per esprimere un certo disappunto per le sorti impostegli dagli uomini di cultura di Firenze, rei di averlo cacciato dall’Accademia. Sopraffatto dal dolore, lascia intendere che per molto tempo non ha avuto notizie del collega accademico, tanto da pensare che questo non si fosse mai allontanato dalla dimora di Montevarchi. Se, dunque, nella prima quartina il poeta finge di non conoscere le sorti dell’accademico, a partire dalla seconda il discorso cambia radicalmente; le parole del Grazzini lasciano intendere che Benedetto si trovi nella stessa dimora del 1547, anno in cui i due si separarono definitivamente. Al Lasca la rievocazione di questa circostanza non suscita sentimenti piacevoli, come si evince da scelte lessicali come aspro duolo e infiniti guai (l’aggettivazione ricorda quella dell’Inferno di Dante).

Il ricordo di Benedetto lascia emergere il dolore di Anton Francesco, che fornisce di sé un ritratto malinconico, lontano dai sentimenti di rabbia sino ad allora nutriti per il regime mediceo e per alcuni letterati a lui coevi. La sofferenza fisica non fa altro che rispondere alla consapevolezza di aver meritato l’allontanamento dall’Accademia, pagando, giustamente, per gli errori commessi (vv. 12-14). L’ammissione di colpa del Lasca non sappiamo fino a che punto sia autentica; anche se il testo risale a un periodo in cui il poeta cercò di trovare una soluzione alle tensioni col duca Cosimo (nel ’66, infatti, sarà riammesso tra gli accademici), non bisogna dimenticare che siamo pur sempre in presenza di testi giocosi, nei quali spesso i concetti sono volutamente rovesciati e non rispondono a verità. Con

89 C. V

48 molta probabilità, dunque, l’atteggiamento mesto e penitente risponde a precise finalità poetiche.

Riflettono questa esigenza di parodia anche le prime due code aggiunte al testo, nelle quali il Grazzini – avvalendosi di una pungente ironia – non solo prende di mira personalità assai note a Firenze, ma si mostra incapace di mettere a tacere la rabbia verso un mondo che lo aveva ingiustamente punito. Così, nella prima coda chiede al Varchi, in tono chiaramente derisorio, di difendere i giovani “poetini”, alla luce del suo legame col culto dei greci e dei latini:

[…]

Onde da voi lontano e da Fiorenza, ne vo soletto, macilente e scarno

degli error miei facendo penitenza. 14 Or se la coscïenza

vi punge ancor de’ Greci e de’ Latini,

sianvi raccomandati i poetini. Ma se Luca Martini

fusse e lo Stradin vivo, io vi confesso, 19 che men varrebbe l’arrosto che ʼl lesso.

Ma gli è venuto adesso

quel che non fu, nè fia mai per avanti, il tempo che trionfano i pedanti.

L’esigenza di dar voce alla verità è palese a partire dal v. 18 ed è sviluppata con l’abituale critica verso i pedanti e i più autorevoli esponenti accademici. A esser menzionati a riscontro sono, infatti, Luca Martini90 e lo Stradino che, mediante una metafora culinaria, sono chiamati a simboleggiare un sistema di valori letterari opposto rispetto all’attuale, in cui il primato era attribuito al più modesto volgare (da qui la preferenza del lesso all’arrosto). Sembra proprio che il Lasca si trovi in una posizione scomoda, a metà tra il desiderio di riconciliarsi con l’ambiente accademico e la consapevolezza delle ingiustizie impostegli dallo stesso.

La presenza del Mazzuoli e del Martini non è di certo casuale; è a partire da questi due, amici carissimi rispettivamente del Lasca e del Varchi, che si sottolinea il

90Per maggiori dettagli sulla biografia di Luca Martini vedi F. A

NGIOLINI, Martini, Luca, in Dizionario biografico degli Italiani, cit., vol. 71, 2008, pp. 235-238.

49 fallimento dei grandiosi progetti culturali fiorentini. Il fatto che il Lasca avesse posto grande fiducia nello Stradino è stato già sottolineato nel secondo capitolo del presente lavoro, mentre il ruolo di intermediario del Martini tra lui e il Varchi emerge da una lettera dello stesso Grazzini a Benedetto, nella quale si ringrazia Luca per avergli fornito alcuni testi dello storiografo fiorentino: ‹‹a voi et all’opre vostre ricorro, buona parte tenendone per pezzo di Luca nostro Martini presso di me››91.

La presenza del Martini - oltre a facilitare la ricostruzione dei rapporti tra i letterati fiorentini - è particolarmente utile ai fini della datazione del testo; sappiamo che questo si spense nel 1561 e dalle parole di pentimento del Lasca al v. 14 è verosimile che il sonetto risalga a un periodo in cui il poeta meditava sulla riconciliazione con i nemici di un tempo. La morte del Martini nel 1561 (ricordata da Anton Francesco ai vv. 19-20) e quella del Varchi92 nel 1565 consentono di collocare il testo proprio nel quadriennio in questione.

Dai sonetti sin qui analizzati, è evidente la volontà del poeta di omaggiare ivi Benedetto Varchi, un uomo e un letterato di grande valore. In verità i due testi, pur palesando un analogo apprezzamento per lo storiografo fiorentino, risalgono a due momenti storici assai diversi: il primo al periodo giovanile dei due accademici, mentre il secondo a molti anni di distanza. Nel mezzo vi furono parecchi e significativi avvenimenti, che non solo sconvolsero la vita culturale fiorentina, ma minarono il rapporto tra il Varchi e il Grazzini.

91 S.L

O RE, cit., p. 286. 92 B.T.S

OZZI, Dizionario Critico della Letteratura Italiana, Utet ,Torino, 1986, vol. quarto, pp. 382-385.

50

3.2. Derisione e beffa dell’amico di un tempo. Le rime polemiche contro