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Satira, letteratura, critica d'arte: motivi e temi della poesia comico-burlesca di Anton Francesco Grazzini detto il Lasca

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Academic year: 2021

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INDICE

INTRODUZIONE ... 1

1. ANTON FRANCESCO GRAZZINI: UNA VITA TRA ACCADEMIA E SCRITTURA ... 7

2. IL LASCA E LO STRADINO: DALL’ACCADEMIA DEGLI UMIDI ALL’ACCADEMIA FIORENTINA, DALLA COLLABORAZIONE ALLA ROTTURA ... 10

2.1. Un rapporto contrastato tra l’omaggio e la burla ... 10

2.2. Il Lasca, lo Stradino e la crisi degli Umidi ... 30

3. CRITICA ED ELOGIO DEGLI ACCADEMICI FIORENTINI ... 43

3.1. Riconoscenza ed encomio per Benedetto Varchi ... 43

3.2. Derisione e beffa dell’amico di un tempo. Le rime polemiche contro Benedetto Varchi ... 50

3.3. Il Lasca e l’Etrusco: due caratteri a confronto tra tensioni e affinità ... 73

3.4. Il dibattito con gli Aramei e la questione linguistico-ortografica ... 84

4. LA DISSACRAZIONE DELLA MORTE E GLI EPITAFFI GIOCOSI ... 101

4.1. Maldicenza e ironia funeraria. Tradizione e rinnovamento negli epitaffi epigrammatici ... 101

5. ARTE E POESIA: DAL DIBATTITO ACCADEMICO ALLE RIME DI ANTON FRANCESCO GRAZZINI ... 135

5.1. L’Accademia dell’Arte del Disegno di Firenze ... 135

5.2. Le lezioni di Benedetto Varchi e il Lasca “intenditore” d’Arte ... 138

6. CRONACA STORICA E ASTROLOGIA A FIRENZE ... 174

6.1. 13 settembre 1557: il dramma fiorentino agli occhi del Lasca ... 174

6.2. Condanna e derisione degli astrologi ... 181

6.3. Catastrofismo e astrologia. È possibile fare previsioni? ... 190

TAVOLE DELLE OPERE D’ARTE ... 195

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1

INTRODUZIONE

La letteratura rinascimentale, in cui vigeva la dicotomia tra il modello petrarchesco e le molteplici forme di contestazione della poesia classica, fece del genere comico-burlesco un’efficace forma espressiva al servizio di un clima culturale complesso ed estremamente stimolante. Capitale indiscussa della poesia per burla fu Firenze, che con le sue più grandi personalità artistiche e letterarie seppe esprimere al meglio i progetti della famiglia dei Medici, intenzionata a fare della promozione culturale un mezzo di supporto e rafforzamento dell’autorità politica.

Ovviamente, non tutti gli intellettuali risposero in maniera conforme e unitaria al piano mediceo, poiché ciascuno, pur dando ascolto alle esigenze artistiche della città, non sottovalutò o ignorò quelle prettamente personali. Questo atteggiamento emerse, in particolare, tra i poeti giocosi, noti per fare dell’attività compositiva un fecondo strumento di derisione e invettiva contro nemici non sempre reali (a volte si prendevano gioco del destinatario per colpire la categoria sociale o culturale di appartenenza), ma pur sempre capaci di stimolare la loro creatività, in parte al servizio della cultura del regime.

Come era già accaduto in precedenza, anche nel XVI secolo i poeti per burla seppero ridere di quanto in passato era stato celebrato con serietà e tono sostenuto, proponendo una poesia accessibile a un pubblico ampio ed eterogeneo. Attivo in questo ambito e ottimo rappresentante del genere fu Anton Francesco Grazzini, poeta capace di tradurre in versi quanto di più interessante provenisse dall’osservazione della realtà cittadina e della vita fiorentina.

La sua affermazione poetica, in un panorama culturale assai dinamico e variegato, fu resa possibile dalla favorevole convergenza di molti fattori, tra i quali si annovera il supporto di alcuni dei personaggi più influenti dello scenario culturale di Firenze, sua città natale.

Necessario sarà, pertanto, ricostruire il rapporto d’amicizia instaurato con uno dei concittadini più bizzarri del primo Cinquecento, Giovanni Mazzuoli detto lo

Stradino, uomo eccentrico e appassionato di letteratura che, da novello Mecenate,

si mise a disposizione di molti giovani letterati, aprendo le porte della propria casa a quanti intendessero mettersi sotto la sua ala protettiva. Fu, con molta probabilità, proprio col contributo di questi che Anton Francesco prese familiarità col mondo

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2 poetico del tempo, dedicandosi all’attività compositiva con costanza e regolarità. Sentirsi parte di un gruppo e far divenire l’esercizio poetico burlesco un’esperienza collettiva fu, sicuramente, una sua prerogativa, come si evince da una serie di iniziative successive all’esordio artistico, poi consolidatesi con l’attività all’interno dell’Accademia degli Umidi, nata dalla comunanza di interessi di intellettuali poco conosciuti, ma intenzionati a mantenere vivo il prestigio della poesia burlesca tra le mura cittadine.

Tutto era, chiaramente, frutto di un preciso e condiviso disegno organizzativo, provato dalla scelta comune agli accademici di darsi degli pseudonimi attinenti al mondo acquatico, tra i quali figura proprio quello di Lasca, scelto personalmente da Grazzini.

Pur condividendo le scelte onomastiche e l’adesione al genere burlesco, i letterati che aderirono al progetto accademico, comunque, non si privarono delle loro peculiarità artistiche, esprimendo liberamente in rima quanto, secondo un giudizio strettamente personale, fosse degno di nota.

Il carattere eterogeneo dell’organismo in questione, tuttavia, se - almeno inizialmente - dovette rappresentare un reciproco arricchimento per gli artisti e servire da stimolo all’attività compositiva (spesso segnata da uno scambio irriverente di rime tra i letterati), ben presto divenne fonte di divisioni, sino a determinare il logoramento dell’istituzione accademica, sottoposta a un cambio di pelle graduale ma consistente e irrimediabile.

A provarlo sono le notizie relative alla trasformazione dell’originaria Accademia degli Umidi in Accademia Fiorentina agli inizi degli anni Quaranta. Ma in che modo reagì il Lasca di fronte al fallimento degli Umidi? Per rispondere a questo interrogativo, sarà inevitabile l’analisi delle rime scritte per alcuni dei personaggi più in vista del mondo letterario fiorentino, partendo da quelli che contribuirono all’iniziale attività accademica e concludendo con quelli che aderirono successivamente all’Accademia Fiorentina, come Varchi, Gelli e Giambullari. Come in altre produzioni burlesche, anche per quella grazziniana si può ipotizzare un giudizio altalenante in merito ai rapporti con i colleghi, ma sarà necessario capire se questo sia attribuibile all’indole mutevole e suscettibile del poeta, al clima culturale spesso ricco di contraddizioni interne o, effettivamente, a un’adesione fedele al genere comico.

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3 Indubbiamente, nel momento stesso in cui Anton Francesco decideva di scrivere a favore o contro illustri verseggiatori, faceva un uso consapevole e intelligente della poesia burlesca, mezzo di confronto con i più grandi intellettuali dell’epoca e, al contempo, di promozione personale, l’unico in grado di ritagliargli un ruolo nel panorama artistico toscano, dominato da “autorità” difficili da contrastare o da eguagliare in altri modi.

In verità, gli accademici non furono gli unici bersagli della poesia laschiana; il Grazzini seppe, infatti, trarre molteplici spunti compositivi anche dall’irrisione di influenti uomini politici e religiosi, mediante un’acuta osservazione della vita cittadina e delle convinzioni culturali diffuse, sapientemente esorcizzate o dissacrate.

Una delle più grandi paure del genere umano, allora come oggi, era, per esempio, quella della morte, trattata dal Lasca con l’ironia degna di un poeta burlesco. Il tema, estremamente rilevante dal punto di vista socio-culturale, non è affrontato direttamente ma mediante lo sberleffo di alcune delle figure più care al poeta. Rientrano in questa categoria alcune rime per il Mazzuoli (vero cultore del fine vita e collezionista di teschietti e reliquie) e una serie di epitaffi irriverenti e offensivi della memoria di alcuni defunti o presunti tali, tra i quali si annoverano religiosi, politici, uomini di cultura e, persino, animali.

Anche in questo caso, sarà necessario capire se Anton Francesco affronti il tema in maniera problematica (tentando, cioè, di fornire una chiave di lettura delle paure dell’uomo di fronte alla morte) o se i suoi testi servano semplicemente a infangare la memoria di personalità di rilievo, amati da molti ma da lui detestati. Le angosce proprie del genere umano e le implicazioni socio-culturali ad esse connesse erano davvero molto diffuse tra la società rinascimentale, desiderosa di dare risposte nuove e divergenti rispetto a quelle proposte in epoca medioevale sugli stessi temi.

Confrontandosi con queste tematiche, Grazzini diventa cronista del suo tempo, fornendo attraverso la sua poesia un ritratto suggestivo dei contemporanei, vittime delle loro paure e desiderosi di controllare o, addirittura, predire ogni singolo evento della vita personale o della storia collettiva. Questo tentativo, per esempio, è perfettamente delineato nei componimenti volti a deridere la convinzione, poi non così rara nella società fiorentina, di poter prevedere il futuro sulla base di particolari congiunzioni astrali o di fenomeni celesti. Contro le “derive culturali”

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4 in essere tra la collettività, il Lasca si espresse sempre con severità e fermezza, sfatando il falso mito della predizione del futuro e adducendo delle prove inequivocabili al servizio delle sue convinzioni.

Il tema funebre, quello astrologico, la derisione dei religiosi o di poeti rispettati e stimati provano il grande interesse verso la realtà circostante, unito al desiderio di svincolare la poesia burlesca dall’errata convinzione che fosse semplice opportunità di scherno e divertimento.

La stesura di un testo era, infatti, per Anton Francesco, frutto della convergenza di parecchi elementi: l’osservazione del dato reale, nella fattispecie di ambito municipale, il desiderio di smascherare le consolidate autorità, soprattutto in campo culturale e artistico, e il bisogno di intrattenere il lettore con leggerezza e brio, facendo della poesia comica una degna compagna di quella seria nel panorama letterario del tempo.

Tra tutti, il dato al quale il Lasca presta maggiore attenzione è, certamente, il primo, provato dal fatto che tra gli innumerevoli testi scritti, quasi tutti hanno come comune denominatore Firenze, la sua storia, la sua cultura e i rapporti umani nati al suo interno. Ecco perché, per esempio, nei molti componimenti scritti contro gli Aramei (gruppo di intellettuali a lui rivale all’interno dell’Accademia Fiorentina) fa dell’abituale scambio di accuse tra verseggiatori un’occasione per affrontare scottanti questioni linguistiche circa la possibile origine del fiorentino dall’aramaico. Questo vale anche per i testi volti a fotografare la situazione artistica della città, patria in epoca rinascimentale di geni come Michelangelo e Vasari.

Anche in questi casi, Grazzini non si limita all’irrisione dei destinatari o delle loro creazioni artistiche (nel caso in cui scriva contro scultori o pittori), ma fa delle sue rime la cartina tornasole delle reazioni di fronte alle opere d’arte più significative, apparse in città in quegli anni grazie ai consistenti investimenti del regime mediceo.

Come in ogni ambito del sapere, anche per quello poetico il condizionamento della famiglia al potere fu decisivo, e anche questo aspetto coinvolse il Lasca. La città toscana rappresentava in quegli anni il cuore pulsante della cultura nazionale, ottenendo questo ruolo di prestigio soprattutto grazie alle politiche e alle iniziative dei Medici, estremamente lungimiranti nel comprendere l’importanza di associare al potere politico una decisa promozione culturale. A

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5 tessere le fila di questo disegno fu, in particolare, il duca (e poi granduca) Cosimo I, capace di influenzare con i propri interventi il corso della storia e della cultura fiorentina. La sua figura dominante godrà di una certa rilevanza anche nella produzione grazziniana; sarà lui, infatti, a fare da sfondo a molte delle esperienze personali di Anton Francesco, tradotte in versi nei testi relativi alla vita accademica, la cui crisi, in parte, fu attribuita dal Nostro proprio al duca, desideroso di assegnare, all’interno dell’Accademia, ruoli di responsabilità a quanti potessero promuovere al meglio la sua persona e la sua politica, snaturando così la fisionomia originaria dell’istituto.

Questi episodi determinarono un ventennio di intensa difficoltà personale e poetica del Grazzini, al termine del quale si ingegnò per riallacciare i rapporti con l’ambiente mediceo, il solo in grado di farlo uscire dall’isolamento che tanto lo aveva fatto soffrire, ma che, al contempo, gli era servito da stimolo per un’attività poetica intensissima, che dalla delusione e dal malcontento per i torti subiti seppe trarre i frutti migliori.

Sia la biografia di Anton Francesco (mai allontanatosi dalla terra natale) sia la grande importanza riservata agli eventi più significativi della storia cittadina sono, quindi, la prova tangibile della “fiorentinità” delle rime grazziniane, evocata in più punti e in modi differenti (ora con ironia, ora con serietà) nella produzione poetica qui oggetto di studio.

Resta da capire se il Lasca si avvalse di questo legame con Firenze solo come strumento al servizio del genere burlesco o se, invece, fosse in grado di affrontare con una certa problematicità quanto derivava dall’osservazione del reale.

Per dare una risposta esaustiva a tale interrogativo, è doveroso considerare, quindi, gli stimoli che il poeta ricevette sia dal contesto culturale di appartenenza, sia da quanti prima di lui si erano riconosciuti nel genere comico, cercando di capire in che modo i due aspetti si coniugassero tra loro, prima, e con le sue esperienze personali, poi.

Ai fini della nostra indagine, prenderemo in esame alcuni dei testi più significativi raccolti da Carlo Verzone nell’edizione data alle stampe nel 1882 (e basata su un ordinamento di tipo metrico delle rime laschiane) e ai quali saranno affiancati, laddove necessario, quelli presenti nell’edizione curata da Francesco Moücke nel 1741 e non catalogati in quella del secolo successivo. Inoltre, per ciascuno dei componimenti selezionati (a essere privilegiati saranno quelli ricchi di

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6 informazioni in merito al ruolo poetico del Lasca, ai suoi rapporti con altri intellettuali e alla sua adesione al genere burlesco) si cercherà di individuare il periodo di composizione, alla luce delle informazioni date dallo stesso Grazzini o mediante l’incrocio di una serie di dati raccolti ai fini della nostra ricerca.

Trattandosi di poesia burlesca, comunque, non sempre risulterà facile ricostruire con certezza quanto affermato dal poeta, solito servirsi del registro comico e paradossale, anteponendo, a volte, lo scherno alla veridicità di certe affermazioni. In verità, i temi trattati nella poesia grazziniana, e qui solo anticipati, ci incoraggiano a supporre che il Lasca mirasse a un equilibrio tra serio e faceto e dunque, alla stesura di testi che, sebbene volti alla burla e allo scherzo (in linea con la tradizione comica fiorentina), non privassero il lettore delle informazioni derivanti dalle sue esperienze poetiche e personali, oltre che da una scrupolosa osservazione della vita cittadina.

*Edizione di riferimento per i testi oggetto d’analisi è C.VERZONE,Le Rime burlesche di Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca, G. C. Sansoni, Firenze, 1882

*Per il commento di alcune rime mi sono servita di A. GRAZZINI, Rime di Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca, a cura di F. Moücke, Moücke, Firenze, MDCCXXXXI

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1. ANTON FRANCESCO GRAZZINI: UNA VITA TRA ACCADEMIA E SCRITTURA

Non è un mistero che uno dei protagonisti indiscussi del panorama letterario cinquecentesco sia il poeta burlesco, abituato a rovesciare i canoni e i temi della poesia classica, generando il riso e il divertimento nel lettore. La poesia giocosa - particolarmente praticata nella città di Firenze - vanta tra i suoi rappresentanti Anton Francesco Grazzini (meglio noto con lo pseudonimo di Lasca), verseggiatore in grado di fare del genere burlesco un potente ed efficace strumento di comunicazione, proprio come era accaduto al Burchiello e al Berni, suoi illustri predecessori.

Profondo conoscitore delle dinamiche interne alla città di Firenze e in perfetta sintonia con quanti prima di lui si erano affidati alla poesia per burla, Grazzini attinge frequentemente alla storia del suo tempo e alle esperienze personali, facendole diventare ottimi pretesti per la stesura di rime dal tono ridanciano e scherzoso.

Muovendo da tale proposito e consapevoli dell’attaccamento del poeta alla città natale, che frequentemente fa da sfondo a vicende personali o storiche riproposte nelle rime, si ritiene indispensabile fornire qualche informazione biografica sull’autore, atta a fissare le tappe salienti della sua esistenza e della produzione letteraria.

Della vita di Anton Francesco Grazzini, e in particolare della sua giovinezza, non abbiamo molte notizie; maggiori informazioni emergono con la sua trasformazione in un vero e proprio personaggio pubblico, a contatto con autorevoli esponenti del mondo culturale e politico. Dubbi e discussioni hanno anzitutto riguardato la sua data di nascita; per molto tempo si è, infatti, ritenuto che fosse nato nel 1503, sebbene negli ultimi anni abbia preso quota la teoria di Franco Pignatti1, che collocava la nascita del Grazzini nel 1504. In realtà, la parola fine a questo dibattito è stata messa da Vanni Bramanti, il quale, recuperando un documento ufficiale dell’Archivio Opera Santa Maria del Fiore, ha avuto la prova inconfutabile che il poeta venne alla luce il 22 marzo 15052.

1 F.P

IGNATTI,Grazzini, Anton Francesco, inDizionario biografico degli Italiani (DBI). Istituto della Enciclopedia Italiana, vol. 59, 2002, p. 37.

2 Cfr V.B

RAMANTI, Il Lasca e la famiglia della Fonte, in ‹‹Schede Umanistiche››, n.s., XVIII, n°4, p. 20.

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8 Figlio di ser Grazzino d’Antonio e Lucrezia de’ Santi e appartenente a una famiglia di notai originaria di Staggia, piccolo centro nei pressi di Firenze, condusse una giovinezza semplice e modesta. Le notizie biografiche si intensificano dopo l’adesione all’Accademia degli Umidi, di cui fu fondatore - assieme ad altri giovani intellettuali - e autentico protagonista, almeno fino all’insorgere di dissapori con alcuni accademici; dissapori che si inasprirono in seguito ai cambiamenti cui l’istituzione andò incontro per volere di Cosimo I. Ebbe modo di incrementare la propria attività compositiva negli anni Quaranta, proprio in sinergia con i progetti culturali dell’Accademia, da cui verrà estromesso poco dopo, nel 1547, in seguito al rifiuto della riforma accademica del 15463. La cacciata rappresentò per il poeta un durissimo colpo, a cui rimediò solo più tardi, accettando nel 1566 di essere reintegrato in quella che era ormai diventata l’Accademia Fiorentina. Ma di questo evento e di altre vicende legate agli Umidi si parlerà nelle pagine a seguire, in cui un’apposita sezione sarà dedicata al ruolo del Lasca all’interno dell’accademia e al suo rapporto contrastato con alcuni intellettuali del tempo.

La sua attività non è, però, solamente dedita alla composizione poetica. Curò, infatti, come editore, l’edizione critica delle opere del Berni e di altri poeti giocosi e recensì i trionfi e i canti carnascialeschi circolati dal tempo del Magnifico. In particolare, il lavoro sul Berni e sui berneschi vide la luce nel 1548, mentre l’altro progetto nel 15594.

Il suo terreno privilegiato fu senza dubbio quello della poesia comica, ma scrisse anche commedie, novelle e testi di carattere spirituale.

Intorno agli anni ’50 si dedicò, ad esempio, alla stesura di molte farse, tra le quali si annoverano La gelosia e La spiritata; da non sottovalutare è anche la produzione novellistica delle Cene, scritte a partire dagli anni Quaranta e il cui progetto originario prevedeva la divisione delle trenta novelle in tre giornate, sull’esempio del Decameron di Giovanni Boccaccio.

Come anticipato poc’anzi, gli ultimi decenni della sua vita furono segnati dalla riammissione nell’Accademia Fiorentina (nata dalle ceneri di quella degli Umidi)

3 F.P

IGNATTI,DBI,cit., p.36. 4

La prima edizione curata dal Grazzini reca il titolo Il primo libro dell’opere burlesche, di m. Francesco Berni, di m. Gio. Della Casa, del Varchi, del Mauro, di m. Bino, del Molza, del Dolce, et del Firenzuola. La seconda è Tutti i trionfi, carri, mascherate [sic] o canti carnascialeschi andati per Firenze dal tempo del magnifico Lorenzo il vecchio de’ Medici […] infino a questo anno presente 1559. Ivi, p. 37.

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9 e dal rapporto di collaborazione con Leonardo Salviati, che con le sue riunioni informali tra gli intellettuali a lui coevi nella libreria dei Giunti presso la Badia, precedette la fondazione dell’Accademia della Crusca, a cui lo stesso Grazzini successivamente aderì5.

Dopo una vita ricca di eventi, si spense il 18 febbraio del 1584 e fu sepolto nella chiesa di S. Pier Maggiore a Firenze.

Anche alla luce delle sintetiche notizie riportate sopra, è evidente che l’esperienza accademica fu centrale e vitale per il poeta; per questo nelle pagine seguenti si delineerà il rapporto esistente con il fondatore degli Umidi, ovvero Giovanni Mazzuoli detto lo Stradino, il primo in grado di cogliere le potenzialità artistiche e compositive del Lasca.

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2. IL LASCA E LO STRADINO: DALL’ACCADEMIA DEGLI UMIDI ALL’ACCADEMIA FIORENTINA, DALLA COLLABORAZIONE

ALLA ROTTURA

2.1. Un rapporto contrastato tra l’omaggio e la burla

Chiunque si imbatta nella ricostruzione della personalità e della produzione letteraria di Anton Francesco Grazzini sa di non poter dare risposte esaurienti ai vari interrogativi senza aver prima delineato la fisionomia del poeta in rapporto all’Accademia degli Umidi e a quello che per lui fu un vero mecenate, Giovanni Mazzuoli, meglio noto col soprannome di Padre Stradino.

Considerate le eredi dirette delle scuole umanistiche, le accademie chiamarono a raccolta numerosi intellettuali e pensatori, i cui studi letterari erano spesso affiancati da interessi filosofici o religiosi. In Italia le città che potevano vantare istituti accademici erano molte, tra le quali si annovera Padova, che si specializzò in studi di carattere filosofico e letterario grazie all’Accademia degli Infiammati. Da altri progetti, di certo non meno rilevanti, era animata l’Accademia degli Umidi (sorta proprio in opposizione agli Infiammati come vedremo più avanti), nata a Firenze per iniziativa di una decina di intellettuali, che cercarono di uniformare i propri interessi e rendere le loro conoscenze accessibili ad un pubblico più vasto6.

Estremamente significative e spesso ricche di notizie attendibili sono proprio le rime che il Lasca compose avendo come punti di riferimento o come destinatari Giovanni Mazzuoli o altri esponenti di spicco dell’Accademia, organismo culturale che, pur avendo vita estremamente breve, rappresentò un importante banco di prova, consentendogli di essere in contatto con alcune delle personalità più in vista dell’epoca.

Se le notizie sulla genesi e sull’attività degli Umidi non sono molte, lo stesso non si può dire dell’Accademia Fiorentina, nata dalla prima in seguito all’intervento decisivo del duca Cosimo I, intenzionato a fare dell’istituto un mezzo di controllo della cultura fiorentina e della sua promozione al di fuori del contesto strettamente

6

Per maggiori dettagli vedi C.VASOLI,Università, Accademie e Società scientifiche in Italia e in Germania dal Cinquecento al Seicento. Le Accademie fra Cinquecento e Seicento e il loro ruolo nella storia della tradizione enciclopedica, in ‹‹Annali dell’Istituto storico italo-germanico in Trento. Quaderno 9››, Atti della settimana di studio, 15-20 settembre 1980, a cura di L. Boehm ed E. Raimondi, Società editrice il Mulino, Bologna, 1981, pp. 81-115.

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11 cittadino. Per meglio comprendere da cosa sia ispirato il Nostro nelle rime è necessario dire qualcosa sulla fondazione dell’Accademia e sul suo rapporto con Giovanni Mazzuoli, uomo dal forte spirito aggregante e capace di promuovere giovani letterati ancora sconosciuti. Come detto prima, sappiamo che furono ben dieci i fiorentini che il primo novembre del 1540 si riunirono sotto il nome di Umidi, dandosi dei soprannomi attinenti al mondo acquatico, come ironica risposta a quelli degli Infiammati e con l’idea che l’acqua fosse fonte di prosperità7; così il Grazzini si chiamò il Lasca, il Salvetti il Frigido, il Vivaldi il

Torbido8, tutti nomi assai bizzarri e perfettamente in linea col carattere burlesco dei loro scritti.

La volontà di contrapporsi all’Accademia degli Infiammati, fondata a Padova nel 1539 e frequentata da intellettuali di indiscutibile valore come Benedetto Varchi e Luigi Alamanni, non si espresse, a dire il vero, solo nella scelta degli pseudonimi. Senza alcun dubbio l’obiettivo primario era quello di proporre un progetto culturale innovativo e in opposizione a quello veneto, precisamente padovano; così se gli Infiammati, animati da forti interessi teologici e filosofici, furono difensori dell’Aristotelismo e in letteratura privilegiarono Omero, Virgilio, Orazio e Teocrito9, gli accademici fiorentini, soprattutto sotto l’egida di Cosimo I, divennero espressione di un patriottismo culturale (fiorentino) senza precedenti, prediligendo altre personalità del mondo letterario e filosofico. Per questo, con l’obiettivo di far divenire il volgare fiorentino una lingua degna delle migliori trattazioni scientifiche e letterarie, privilegiarono la lettura di Dante e Petrarca, mentre in filosofia grande importanza rivestì il Platonismo. Dalle notizie in nostro possesso sappiamo che proprio il Duca intervenne in maniera decisa sull’organismo accademico, emanando, il 23 febbraio 1541, un’ordinanza atta a salvaguardare il patrimonio culturale e linguistico di Firenze:

E acciocchè quei Virtuosi, e Nobilissimi Spiriti, che oggi si trovano, e per i tempi si troveranno nella sua felicissima Accademia Fiorentina, a gloria di S. E., onore della Patria, ed esaltazione di loro stessi, aiutati da quella con ogni onestissimo e meritatissimo favore, possano più

7

F.PIGNATTI,DBI, cit., p.34. 8 Cfr E. S

ANESI, Dell’Accademia Fiorentina nel '500, estratto dagli ‹‹Atti della Società Colombaria››, Stab. Tip. Chiari succ. C. Mori, Firenze, 1936, pp. 3-6.

9 Cfr M.M

AYLENDER, Storia delle Accademie d’Italia, Arnaldo Forni Editore, Bologna, 1981, vol. III, p. 269.

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12 ardentemente seguitare i dotti loro Esercizzj, interpretando, componendo, e da ogni altra Lingua ogni bella Scienza in questa nostra riducendo10.

Ovviamente il patrocinio mediceo dell’Accademia rispondeva non solo al bisogno di tutelare la cultura fiorentina, ma anche all’esigenza di far diventare la città toscana il fulcro culturale del Paese, scalzando definitivamente Padova.

La contrapposizione all’ambiente veneto, come detto prima, si espresse anche nelle scelte onomastiche degli accademici. Nella fattispecie, il Grazzini scelse il sopranome di Lasca che, stando a quanto affermato dal biografo settecentesco Biscioni, rifletteva il carattere ghiribizzoso della sua poesia:

Fu pertanto la sua insegna o impresa una Lasca, alzata per lo lungo nello scudo, con sopra una farfalla volante.

[…]

Ben è vero che io riconosco molto allusiva al carattere della Lasca quella sua insegna; perciocché il suo naturale portandolo nelle sue composizioni allo stile faceto e ghiribizzoso, finge che quel pesce, siccome è solito, si lancia fuori dell’acqua a pigliare le farfalle che, per loro incerto svolazzamento sono figura de’ ghiribizzi dell’umana fantasia11.

Lo pseudonimo scelto divenne un segno distintivo della sua persona e della sua poesia, a tal punto da pregare i colleghi poeti di menzionarlo solo ed esclusivamente come il Lasca, rifiutando di fatto il nome di battesimo. Espresse il suo desiderio in un sonetto inviato a Benedetto Varchi, tutto incentrato sul bisogno di vedere apprezzata la propria scelta onomastica, mantenuta durante tutta la sua vita:

[…]

Ma da qui innanzi, per lo vero Dio,

giuro d’esservi sempre sordo e muto, 13 se Lasca non chiamate il nome mio12.

10 Ivi, p. 4.

11

A. BISCIONI,Vita di Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca scritta dal dottore Antommaria Biscioni in A.GRAZZINI, Rime di Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca, Parte prima, a cura di F. Moücke,Moücke, Firenze, MDCCXXXXI,p. XXXIII.

12 C. V

ERZONE,Le Rime burlesche di Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca, G. C. Sansoni, Firenze, 1882, p. 21.

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13 Gli Umidi e il Lasca si identificarono nell’istituzione accademica a partire dal novembre del 1540 e nell’arco di pochi mesi videro crescere il loro numero a dismisura. Tuttavia, la varietà di interessi e la difficoltà di conciliare personalità assai diverse portò alla crisi dell’istituzione, al suo scioglimento e alla sua trasformazione in Accademia Fiorentina il 31 gennaio 154113, nonostante le rimostranze di molti, tra i quali lo stesso Lasca. Il suo carattere irruento e difficile lo spinse a rifiutare il nuovo progetto culturale, portandolo di fatto all’isolamento, dal quale uscirà solo nel 1566. Ma del rapporto difficile con l’Accademia Fiorentina e delle sue vicissitudini si parlerà in una sezione specifica di questo lavoro, basata sulla selezione di testi che sono testimoni del malcontento vissuto dal verseggiatore.

La breve attività del Lasca e compagni sotto l’insegna di Umidi fu resa possibile dall’iniziativa del Mazzuoli, uomo bizzarro, eccentrico e dalle molteplici esperienze, che lo portarono a viaggiare parecchio in qualità di mercante e poi, addirittura, a combattere al fianco di Giovanni dalle Bande Nere14. Noto con molti soprannomi come Padre Stradino (in virtù della sua provenienza da Strada in Chianti), Consagrata, Balestraccia e Crocchia, mise a disposizione dei poeti a lui vicini una biblioteca ricca di volumi antichi, scherzosamente chiamata da alcuni l’armadiaccio. Indubbiamente rappresentò per il Grazzini un riferimento culturale insostituibile, provato dalle molte rime a lui dedicate, in cui spesso lo deride per una voracità letteraria fuori dal comune.

Particolarmente significativo è, a tal proposito, un sonetto caudato (con l’inserimento di ben undici code) in cui parte dalla descrizione fisica dello Stradino, per passare alla enumerazione dei suoi interessi culturali.

La prima parte del testo è occupata dal ritratto del destinatario, a tratti mostruoso e disarmonico, atto a sorprendere il lettore, generandone il riso. Quello del ritratto e dell’autoritratto è un topos caro alla poesia burlesca, che gioca proprio sulla deformazione dei tratti fisiognomici, spesso privi di autenticità e assai lontani dalla realtà. In questo caso però, sembra che quanto affermato dal poeta risponda a verità (pur con qualche punta di esagerazione descrittiva), dal momento che il

13 C.D

I FILIPPO BAREGGI, In nota alla politica culturale di Cosimo I: l’Accademia Fiorentina, in ‹‹Quaderni storici››, Anno VIII, fascicolo II, Maggio-Agosto 1973, Age, Urbino, 1973, pp. 528 – 530.

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14 Mazzuoli fu ricordato da molti per la sua bruttezza; è lo stesso Benedetto Varchi a parlarne in questi termini nella Storia Fiorentina:

La costui professione, tutto che fosse, come s’afferma di Socrate, bruttissimo così di viso come di corpo, era d’amare santamente e con incredibil costanza tutti i giovani fiorentini i quali fossero o buoni o nobili o belli15.

Se il Varchi non si sofferma sui dettagli fisici, il Lasca lo fa, invece, con grande scrupolosità, elencando i tratti fisiognomici che più lo hanno impressionato:

Per ch’io sia, Stradin mio, da voi lontano, vi scorgo, ognor con gli occhi del pensiero; e ben ch’io non vi vegga daddovero, pur mi conforto e non mi par sì strano.

Gli è qui dipinto un san Cristofan Nano, 5 ch’è tutto tutto voi maniato e vero;

e vi giuro per l’ossa di fra Piero, ch’ei non è men di voi bello ed umano. Primieramente egli è zuccone e raso,

larga ha la fronte e pelose le ciglia, 10 e sopra il mento par gli caschi il naso;

le labbra ha grandi e grosse a maraviglia; le gote poi, che sembran fatte a caso, coll’altre membra, e tutto vi simiglia16

.

Dalle prime battute del testo traspare un senso di apparente malinconia del poeta, rattristato per la lontananza dello Stradino, verso il quale riaffiora grande affetto ogniqualvolta ha modo di osservare il ritratto di San Cristoforo. Dal tono del discorso e dalle parole di riconoscenza adoperate - pur con la dovuta ironia - sembra verosimile che il testo risalga a un periodo in cui i due sono lontani; considerando che il Mazzuoli si spense nel 1549, non è da escludere che il testo sia stato composto dopo la separazione culturale dei due avvenuta intorno al 1541-42. Al di là delle motivazioni che hanno determinato la realizzazione del

15 B.V

ARCHI,Storia Fiorentina in Opere di Benedetto Varchi, volume I, Presso l’ufficio generale di commissioni ed annunzi, Milano, 1834, vol. I, libro X, XXXVI, p. 214.

16 C.V

(16)

15 testo, sono molti altri gli elementi che lo rendono interessante, a partire dal ritratto fornito. Sono, infatti, due le cose da tener presenti: un aspetto fisico per nulla attraente - che genera nel lettore stupore e divertimento - e un richiamo a San Cristoforo che, secondo la tradizione, fu uomo dalle dimensioni gigantesche, in grado di caricare sulle proprie spalle il Cristo Bambino, consentendogli di attraversare un ampio specchio di mare profondo.

L’equiparazione a una grande figura della Chiesa, per di più a un santo, se da un lato dà al testo un tono sostenuto, dall’altro lo abbassa drasticamente per la presenza della consueta ironia caratteristica del poeta giocoso. Infatti, sebbene l’aspetto dei due abbia delle similarità, a divergere completamente è la loro statura; San Cristoforo è un gigante, mentre il Mazzuoli ha dimensioni fortemente ridotte: è un nano. L’immagine del nano è ricorrente nella poetica del Lasca e in tutta la poesia burlesca del Cinquecento, che ovviamente vi scorgeva, oltre che un forte contrasto con i normodotati, un vero sollazzo per la vita di corte. Partendo da una considerazione meramente fisica, il nano finiva, infatti, per diventare emblema della bassezza morale, degna protagonista della poesia comica e dell’ambiente di corte, abituato a prendersi gioco dei più deboli e farne oggetto di scherno17. E sembra che l’autore parta proprio da questo; intende celebrare un grande uomo, ma vuole farlo a modo proprio, capovolgendo la tradizionale poesia encomiastica e beffandosi del comune senso religioso.

Dunque, tutta la descrizione è giocata su un’ambivalenza sorprendente: un uomo rispettato e lusingato come il Mazzuoli viene esaltato da un lato perché paragonato a un santo e – al contempo – deriso perché definito nano.

L’immagine di San Cristofan Nano è, dunque, ossimorica (date le dimensioni gigantesche del santo) e chiaramente antifrastica, dal momento che è risaputo che il Mazzuoli fosse particolarmente brutto, mentre al v. 8 si afferma l’esatto contrario.

Anche la parodia, che ha come referente il mondo religioso, non è di certo una novità per la poesia comica. Il Lasca riesce, però, ad andare oltre, dal momento che ad essere presi di mira non sono i vizi degli ecclesiastici, ma le dimensioni gigantesche di un santo, che va incontro a una vera e propria svalutazione di livello. La polemica religiosa, costante nel Cinquecento (anche alla luce dei valori

17

(17)

16 imposti dalla Controriforma ripetutamente sbeffeggiati dai burleschi18), testimonia un certo interesse del poeta per l’attualità, che si riflette anche nella scelta del santo.

Dopo la parentesi religiosa vengono passate in rassegna le esperienze militari del destinatario del componimento, sapientemente collegate alla sua passione irrefrenabile per i romanzi cavallereschi.

Il poeta rievoca, infatti, il trascorso eroico del Mazzuoli nella battaglia del Garigliano nel 1515 al v. 23 e la forza dimostrata durante la prigionia del 1529 (preziose sono ancora una volta le informazioni del Varchi, secondo il quale lo Stradino finì per qualche anno prigioniero degli Otto19).

Il dato storico si intreccia, inoltre, con la materia cavalleresca di cui fu grande appassionato e di cui si darà notizia nelle pagine seguenti. Si annoverano, difatti, personaggi come Rinaldo e il Conte Gano, la cui presenza eleva il tono del discorso e rinvigorisce il carattere avventuroso del Mazzuoli. Successivamente, con la presenza di San Iacopo e Sant’Antonio, si riprende il tema religioso, alla luce dell’adesione dello Stradino alla Compagnia di S. Domenico di Bechello, grazie alla quale compì viaggi a Loreto e a Santiago de Compostela20:

[...]

E mi par d’ogni ʼntorno

sentir la voce vostra, che racconti come già il re di Francia passò i monti […]

o il fatto d’arme dir del Garigliano: o come il conte Gano

tradì Rinaldo, e morì Dïonesta, 25 e Rinaldin poi gli tagliò la testa:

[…]

o ver del gran barone san Iacopo narrare e sant’Antonio, 31 là dove sete stato testimonio:

o pur quando il demonio

in aspetto, vedeste, empio e atroce 18 F.N

OVATI,La parodia sacra nelle letterature moderne, in ‹‹Studi critici e letterari››, Loescher, Torino, 1889, pp. 177 – 310.

19 B.V

ARCHI,cit., vol. I, libro X, XXXVI, p. 214. 20

(18)

17 in quel fossato, che stiacciava noce21.

Il viaggio in Galizia, la cui data non è nota, dovette, comunque, avere molta risonanza tra i contemporanei, dal momento che anche Niccolò Martelli lo menziona in una delle sue lettere inviate al Mazzuoli: ‹‹non vo’ dir nulla de’ coralli avvolti al braccio e i triboli che recaste dal viaggio di San Iacopo22››.

Il tono elogiativo, la cui presenza è innegabile in questo componimento, è presente anche in altri testi grazziniani, soprattutto in quelli volti a celebrare lo Stradino bibliofilo e amante della lettura, che – evidentemente – agevolò molto l’operato degli Umidi (almeno per quanto riguarda il reperimento di codici antichi e la protezione offerta). Ad esempio, in un capitolo (preceduto da una lettera introduttiva) in cui si loda il Mazzuoli, si puntualizza ripetutamente la possibilità di essere gratificati dal Cielo se in vita si è agito a favore degli altri. L’intento celebrativo del testo si intreccia con una velata parodia del soprannaturale, sottolineata dall’uso insistito di aggettivi come sacro e santo.

Ma vediamo più da vicino quanto appena affermato:

AL GENEROSO E VIRTUOSISSIMO M. GIOVANNI MAZZUOLI ALTRIMENTI DETTO LO STRADINO, O IL CONSAGRATA

Bello veramente, onoratissimo Stradino, e meraviglioso è quel vostro discorsetto, che sì spesso fate, quando ringraziate messer Domenedio di tanti benefici e grazie da lui sì largamente ricevute: e prima dall’avervi creato animale di quelli c’hanno in loro il discorso e la ragione; […] Ma, Consagrata mio dabbene, la maggior grazia avete voi certamente lasciato indietro; d’un benefizio, senza dubbio, non vi sete ricordato mai, che val per tutti: e questo è l’aver voi dalle Fonti portatone Giovanni per legittimo vostro e proprio nome, il più bello, il più gentile, il più sacro ed il più santo, che fusse mai posto o a uomo o a semideo. Da Giovanni avete voi avute tutte le grazie e tutti i beni; per Giovanni li possedete; e con Giovanni avranno in voi fine, ricominciando nell’altra vita. Di così fatto nome dovete ben lodare Iddio.

Sin dalla nota introduttiva il Mazzuoli è definito generoso e virtuosissimo, come a voler sottolineare il suo spessore culturale e la magnificenza mostrata agli Umidi. Secondo il poeta, Padre Stradino, deve considerarsi un uomo graziato dalla

21 C.V

ERZONE,cit., p. 4. 22 N. M

ARTELLI,Dal primo e dal secondo libro delle lettere di Niccolò Martelli, a cura di C. Marconcini, R. Carabba Editore, Lanciano, 1916, p. 119.

(19)

18 volontà celeste, che gli ha assegnato un nome come Giovanni, attribuito da sempre a illustri personalità della letteratura e della storia:

[…]

O buona gente, io mi vi raccomando, badate a me, sentite quel ch’io dico,

or ch’io vengo la storia seguitando. 51 Un nome certo moderno ed antico

voglio insegnarvi prima: e poi lodare

un nome veramente dall’amico. 54 Giovanni è questo: e non si può trovare,

chi ben cercasse il mondo tutto quanto, nome ch’a lui si debba comparare. […]

O pensier vaghi e pronti, o passi sparsi, aiutatemi tutti a fargli onore;

poscia che i versi miei son brevi e scarsi. 66 Giovanni è proprio un nome da signore,

da re, da papa: e buon per l’universo, quand’un Giovanni sarà imperatore. […]

Cercate pur su ne’ beati scanni,

chè i più propinqui santi sono a Cristo, 74 il Vangelista e ʼl Batista Giovanni23.

La celebrazione di questo nome è resa ancora più efficace dalla presenza di figure cristiane come l’Evangelista Giovanni e il Battista, la cui affinità, onomastica e spirituale, è potenziata dalla rima interna al v. 75.

Il poeta sa bene che il suo obiettivo non è quello di scrivere per affrontare questioni religiose più o meno scottanti, ma partire dalla realtà vissuta e trovare le giuste condizioni per esprimersi alla maniera burlesca, affrontando, laddove necessario, anche questioni letterarie. Per questo, un testo dal forte accento encomiastico è l’occasione per parodiare alcune delle correnti poetiche in voga nel Cinquecento. Nella fattispecie si diverte a burlarsi della raffinata poesia

23

(20)

19 petrarchesca mediante il v. 64, analogo all’incipit24 del sonetto CLXI del

Canzoniere del Petrarca, recuperato puntualmente con il solo rovesciamento delle

due unità sintagmatiche.

La ripresa di un verso petrarchesco offre interessanti spunti di riflessione sulla considerazione che nel Cinquecento era riservata al poeta aretino. Sino a tutto il Rinascimento l’esperienza poetica e personale del Petrarca divenne, difatti, modello esemplare da imitare e le rime per Laura lo specchio del vero amore. La sua poesia fu tenuta, ad esempio, in grande considerazione da Pietro Bembo - uno dei primi a far sua l’esperienza petrarchesca negli Asolani (trattato sull’amore che pone il problema della salvezza o della condanna dell’anima nel suo rapporto con l’amore umano o divino25

) - e dall’Accademia Fiorentina, che organizzò importanti lezioni su questo argomento, tra le quali spicca quella del Gelli del 1549 26 . Il Lasca, indubbiamente, fu testimone dell’avanzata, prima, e dell’affermazione, poi, del petrarchismo e in linea con i temi della sua poesia non poteva far altro che prenderne le distanze, burlandosene pesantemente. Questa scelta è chiaramente suggerita dall’imitazione a rovescio del noto verso, che stride con un componimento volto a celebrare un mecenate come il Mazzuoli e non la donna amata alla maniera petrarchesca27.

La presenza parodiata della poesia d’amore del Trecento anticipa ulteriori riflessioni del poeta sui modelli letterari da lui preferiti; proprio a partire dalla materia onomastica intende chiarire, infatti, la sua posizione rispetto a due delle

Tre Corone: Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio:

[…]

La poesia non ebbe mai maggiore uomo nel mondo, che Giovan Boccacci,

ch’agli altri usurpa la gloria e l’onore 99 Racchetisi il Latino, e ʼl Greco tacci;

perché l’invenzïon sue vaghe e belle son drappi d’oro, e le lor, canovacci. Chi brama di veder quanto le stelle,

24 Il verso iniziale del sonetto CLXI è O passi sparsi, o pensier’ vaghi et pronti. Per una visione completa del testo vedi F. PETRARCA, Canzoniere, edizione commentata a cura di U. Dotti, Donzelli Editore, Roma, 1996, vol. I, pp. 476-477.

25 L.B

ALDACCI,Lirici del Cinquecento, Salani Editore, Firenze, 1957, pp. V-XXIX. 26 Ivi, p. XXI.

27

(21)

20 arte, ingegno, natura e ʼl ciel puon fare,

a legger vada le cento Novelle. […]

E se ʼl Petrarca avesse avuto questo

bel nome di Giovanni, altro poema 110 arebbe fatto al mondo manifesto28.

La preferenza per l’autore del Decameron crea un trait d’union tra questo, il destinatario del testo e chi scrive. L’affinità tra il Lasca e lo scrittore di Firenze è provata da un analogo interesse per la scrittura comica, mentre quella tra quest’ultimo e il destinatario del capitolo non solo dal nome in comune, ma anche dall’abitudine dello Stradino a raccogliere i testi del Boccaccio nella sua biblioteca29 e da un presunto rapporto di parentela del quale si vantava; sembra, infatti, che amasse far risalire le origini della propria famiglia a un tale Giovanni Mazzuoli, maestro del Boccaccio, e al figlio di lui, Zanobi da Strada, altra figura vicina al poeta trecentesco30.

Con i suoi versi il poeta intende tutelare quello che, a suo dire, è il più grande scrittore e poeta del Trecento, che ha lasciato ai posteri composizioni che sono autentici drappi d’oro in confronto ai canovacci (tele di scarsa qualità) a cui si è stati abituati da intellettuali di poco valore. Proprio al v. 100 invita due letterati dall’identità apparentemente ignota - menzionati come il Greco e il Latino - a tacere e a mettere da parte la loro saccenteria. Con ogni probabilità allude a Omero e Virgilio, ricordati correntemente con questi soprannomi e celebrati come modelli rispettivamente della poesia greca e latina. Nel momento in cui il Lasca li invita a tacere intende capovolgere il sentimento comune, anteponendo il fiorentino Boccaccio a indiscussi maestri della poesia classica. Probabilmente vuole anche polemizzare con coloro che, profondi conoscitori delle lingue classiche, presero le distanze dalla lingua volgare. Questi intellettuali (o

pseudointellettuali agli occhi dell’autore) passarono alla storia col nome di

pedanti, portatori di un sapere fallace e bersaglio di molti scrittori nel

28 C.V

ERZONE,cit., pp. 473-474.

29 Alcuni dei testi di Giovanni Boccaccio appartenuti allo Stradino, secondo l’inventario del guardaroba mediceo compilato da tre dipendenti del duca Cosimo I nel 1533, sono Il Corbaccio, La Teseide, Il Ninfale di Fiesoli e La Fia(m)metta. Cfr C. MASARO, La biblioteca dello Stradino, in ‹‹Alfabetismo e cultura scritta››, Nuova serie n°4-dicembre 1992, Bagatto Libri, Roma, 1992, pp. 35–47.

30

(22)

21 Cinquecento. Essi, infatti, saranno vittime privilegiate dei sonetti burleschi, in cui saranno descritti come uomini - o meglio grammatici - ottusi di mente e privi di qualunque genialità31.

La pedanteria, germe dell’Umanesimo e dell’ammirazione dei classici che con esso si diffuse, non poteva di certo essere tollerata da un uomo bizzarro e amante del volgare come il Grazzini, sempre molto critico verso gli intellettuali più saccenti, solitamente critici verso il mondo contemporaneo e profondamente attratti dall’antichità e dalle lingue classiche.

Lo spunto polemico rivolto ai pedanti non è certo un unicum nella sua produzione letteraria; questo tema ricorre, infatti, in altri testi burleschi e in due novelle delle

Cene32, anche se nel capitolo in questione tutto è sviluppato con una certa originalità; si parte infatti da un intento puramente elogiativo per affrontare determinate questioni letterarie, che diventano, così, l’occasione per elaborare un vero e proprio manifesto di poetica.

In verità, anche il cenacolo culturale nato intorno al Mazzuoli era frequentato da cultori del greco e del latino come Giovanni Norchiati e Cosimo Bartoli, che aprirono le loro abitazioni alle letture degli Umidi sin dal 1540. Il primo, ad esempio, affiancò alla lettura di Petrarca quella del matematico Euclide, mentre il secondo tradusse La consolazione della filosofia di Boezio e tenne alcune lezioni sullo stesso Euclide33. L’attività di Norchiati e Bartoli34 testimonia che non tutti i compagni del Lasca erano intenzionati a dimenticare la cultura del passato e a perfezionare la lingua volgare, privandosi dell’illustre patrimonio classico. Non si può escludere che il poeta nutrisse un certo disappunto per i cambiamenti in atto nell’Accademia, favoriti in primis proprio dai due classicisti, vicini a Cosimo e quindi disposti ad accettare il mecenatismo mediceo. Per il Lasca era invece necessario che l’organismo culturale si mantenesse autonomo dal potere centrale, privilegiando il volgare e il presente sulle lingue classiche e su un passato avvertito come molto lontano e impraticabile.

Per questo si sentiva molto più vicino agli interessi culturali del Mazzuoli che a quelli di altri accademici; sapeva di poter condividere con il fondatore degli

31 A. G

RAF, I pedanti nel Cinquecento, in ‹‹Nuova Antologia››, Tipografia della camera dei deputati (stabilimenti del Fibreno), Roma, 1886, vol. 6, serie 3, 1 Dicembre 1886, p. 403.

32 Ivi, p. 421. 33 E.S

ANESI, cit., pp. 6-7.

34 Sebbene i testi venissero letti in traduzione, è evidente che la materia classica era ancora molto apprezzata e tenuta in grande considerazione.

(23)

22 Umidi la predilezione per la lingua volgare (entrambi conoscevano poco il latino) e, indubbiamente, come lui preferiva la materia cavalleresca all’erudizione classica.

Questa comunanza di interessi lo portò a scrivere un sonetto caudato - tutto incentrato sul confronto tra i due - in cui si fingeva autentico ammiratore del mondo greco, mentre il Mazzuoli era ritratto come un intellettuale dalla cultura poco raffinata e lontana dalla classicità. Ovviamente, anche alla luce delle informazioni biografiche in nostro possesso, il testo va letto in chiave burlesca e rovesciata; il poeta intende, insomma, ribadire il suo diniego a uno stile di vita in linea con la classicità, mentre quanto detto sullo Stradino risponde, in buona parte, a verità. I toni del discorso sono tutti improntati all’esagerazione dei concetti: nella prima parte, quella in cui parla di sé stesso, è ripetutamente usato l’aggettivo

greco, mentre nella seconda il suo protettore è descritto grottescamente, nell’atto

di fuggire dalla grecità più di quanto faccia normalmente con la Morte:

Io vorrei Greca la casa e ʼl podere,

Greca la moglie aver, Greco il mantello, 2 e vorrei Greco, s’io potessi avello,

sempre il pan per mangiare e ʼl vin per bere. […]

Lo Stradin solamente traditore, 12 scambio delle tue lodi, i biasmi canta,

e fatti solo oltraggio e disonore: e per più grave errore,

anzi per sua malvagia e trista sorte, ha più in odio il tuo nome che la morte35.

Il finto omaggio reso al mondo greco è espresso dal desiderio di “ellenizzare” paradossalmente non solo gli affetti più cari come quello per la moglie, ma anche quanto serve nel quotidiano come il vestiario o il cibo. Il poeta, pur nella finzione, esprime l’amore per la classicità nutrito da molti, mentre lo Stradino appare come un uomo irrispettoso del prestigio della Grecia, preferendo i biasimi di cui sono vittime questa terra e la sua cultura alle sue lodi. Il gusto nell’estremizzare i concetti e i sentimenti è poi sottolineato dalla preferenza del Mazzuoli per la

35

(24)

23 Morte, rispetto al mondo greco. Ciò si ricollega alla consapevolezza, evidentemente scontata a Firenze (e di cui il poeta dà prova nei suoi testi), dell’attrazione profonda dello Stradino per i teschi e per quanto fosse attinente al decesso. Ne dà notizia anche Benedetto Varchi nella commedia La suocera:

Quel ch’ha quel labbro enfiato, con gli occhi scerpellini, che porta sempre una morte36 al collo, e una corona di paglia al braccio, e tante altre bazzecole37.

Dunque, il Lasca si afferma come un poeta abilissimo nell’uso dell’elogio paradossale della Grecia e solo apparentemente mostra una distanza di vedute col Mazzuoli; nella realtà, i due furono più vicini e concordi di quanto si possa credere (almeno su questo argomento), dal momento che entrambi si mostrarono sempre coerenti nella difesa del volgare e dei costumi fiorentini.

Procedendo ancora con l’analisi del rapporto con il suo protettore, vi è un altro testo che ha per protagonista il Mazzuoli e che è volto a ricostruire la sua passione per la materia cavalleresca. Si tratta di un capitolo inviato a Giovanni Cavalcanti, ritenuto l’uomo più idoneo a mediare e a dare voce al Lasca e alle sue speranze di poeta:

AL MAGNIFICO M. GIOVANNI CAVALCANTI38

Ancora ch’io sia del nostro padre Stradino amicissimo, pure per non aver seco quella intrinsichezza che avete voi, messer Giovanni onoratissimo, non mi sono ardito di mandargli un capitolo, nuovamente da me composto; ma lo mando a voi, con questo però, che a lui lo indirizziate, sendo egli fatto in onore e in utilità sua.

[…] Fate il debito voi, e raccomandatemi alla casa de’ Mazzuoli. Di Firenze, il dì 10 di Giugno39.

36 Teschio, simbolo della morte. 37

B.VARCHI,La suocera, atto IV, scena VI, inF.D’AMBRA, Commedie di Francesco d’Ambra, Trieste, 1858, p. 32.

38 Nato nel 1526, ebbe ben tre mogli. Sappiamo che visse a Roma dopo la perdita del figlio Mainardo, avuto dalla prima moglie Lucrezia Capponi, e che successivamente sposò Luisa Ridolfi e Tarquina di Casa del Bufalo.

39

Lucch. 474, Mk 8 di Giugno; A X di giugno MDXXXXIII. Con la sigla Mk il Verzone si riferisce all’edizione delle rime burlesche del Lasca curata da F. Moücke e pubblicata nel 1741 col titolo Rime di Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca. Con Lucch. 474 indica, invece, un manoscritto cartaceo conservato nella Biblioteca Statale di Lucca. Con A è indicato il manoscritto Magl. 1141, conservato nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.

(25)

24 Il capitolo, costituito da 91 versi riuniti in terzine di endecasillabi, è interamente incentrato sulla voracità letteraria del destinatario, abituato ad accumulare numerosi testi, e quindi grandi quantitativi di carta, al punto tale da privarne i

pizzicagnoli e i trecconi (venditori ambulanti di frutta e verdura40), che a causa di questa sua mania sono vicini al fallimento. Sempre con la dovuta ironia si invita il

Consagrata (altro appellativo di Giovanni Mazzuoli) a mettere da parte questa sua

passione e a riempire l’armadiaccio di pregiati pezzi d’antiquariato.

L’incipit del componimento evidenzia l’ammirazione per il Mazzuoli, le cui qualità sono rese ancora più spiccate dall’accumulazione per asindeto degli aggettivi ai vv. 4-5; questo non deve sorprendere, dal momento che risponde all’esigenza di gloriare un uomo straordinario e fuori dal comune per senso di giustezza e pazienza:

Per ch’io v’ho sempremai voluto bene, non vo’ mancar di dirvi, Stradin mio,

quel ch’a un vero amico si conviene. 3 Voi sete giusto, onesto, buono e pio,

cattolico, divoto e pazïente,

sì come vuol messer Domeneddio41.

La celebrazione è però seguita dall’ironica consapevolezza che l’oggetto dell’encomio abbia un grande difetto: quello di andare affannosamente alla ricerca di testi antichi di argomento cavalleresco, procurando grave danno ad umili lavoratori, incapaci di vendere i loro prodotti per carenza di carta; immagine, questa, chiaramente iperbolica:

[…]

Cioè, che voi avete per usanza, cronache e storie antiche gir cercando, nè mai ne sete fornito abbastanza. D’Ettor, d’Achille, di Buovo e d’Orlando tenete libri, libretti e libracci:

poi de’ moderni, io mi vi raccomando. 15 Strambotti avete, stanze e sonettacci

40 Cfr S.B

ATTAGLIA, Grande Dizionario della Lingua Italiana (GDLI), Utet, Torino, 1961-2009, voll. I-XXI. Da qui in avanti il presente dizionario sarà indicato con la sigla GDLI.

41

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25 tanti, che ʼmbratton, senza dir bugia,

più di dugentomila scartafacci. E questo è peggio ancor, che tuttavia ne gite procacciando; e conducete all’armadiaccio ogni gagliofferia; tanto che per Firenze messo avete carestia tal di fogli tristi e buoni,

ch’a tutte l’ore bestemmiato sete. 24 Però che i pizzicagnoli e’ trecconi

non vendon più nè sorra nè tonnina, nè cavial, nè capi di sermoni; perché la gente domanda e cammina, quando non trova carta da rinvolgere: e così vien da voi la lor rovina.

Ogniqualvolta il poeta si prende gioco dell’avidità con cui lo Stradino raccoglie i codici antichi, fa suo un topos della poesia burlesca, che finge di condannare qualcosa per affermare il concetto opposto. A riprova di questa severa condanna, in realtà solo recitata con enfasi, adopera sostantivi con suffisso alterativo in -acci come sonettacci, mentre il senso di esagerazione, che amplifica la passione dello Stradino, si ottiene mediante l’iperbolico dugentomila scartafacci al v. 18.

Ciò che emerge dagli studi biografici in nostro possesso è che lo Stradino fu un appassionato di testi di argomento cavalleresco ed eroico; è il poeta stesso a confermarlo al v. 13, in cui ad essere citati sono Achille ed Ettore, protagonisti dell’Iliade, che poi lasciano il passo a Buovo e Orlando, altri eroi dei poemi eroici verso cui il Mazzuoli provava grande ammirazione. Quanto asserito nel capitolo trova inoltre conferma nell’Inventario di alcuni dei libri in suo possesso (prevalgono quelli sulla cavalleria), a cui la studiosa Berta Maracchi Biagiarelli è risalita consultando l’Archivio di Stato di Firenze42

.

Il ribadire con insistenza i gusti letterari dell’uomo è utile non solo per inquadrare culturalmente e storicamente il protettore degli Umidi, ma anche per delineare il sapere vigente a Firenze e nel resto del Paese nel Cinquecento. È risaputo che nel XVI secolo nelle principali corti italiane si tenessero fitte discussioni sull’ideale

42 Archivio di Stato. Guardaroba Mediceo, F. 28, cc. 81r-83r. MDLIII A di 22 di Nouembre. Per maggiori dettagli vedi B. MARACCHI BIAGIARELLI, L’Armadiaccio di Padre Stradino, in ‹‹Bibliofilia››, anno LXXXIV, 1982, dispensa 1, 1982, pp. 55-57.

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26 cavalleresco medievale che, a detta di Leonardo Olschki, non era altro che lo specchio di ciò che si viveva e respirava nelle principali città italiane:

La struttura politica e quindi anche l’attrezzatura sociale dell’Italia cinquecentesca sono dunque ancora essenzialmente medievali.

È comprensibile dunque che in questa fioritura di vita cortese ne rivivessero con spirito di familiarità quasi domestica i vecchi simboli storici o leggendari, i cavalieri di Carlo Magno o della Tavola Rotonda, le imprese romanzesche, gli attributi e i nomi degli eroi favolosi43.

La preferenza del Mazzuoli per la materia cavalleresca sulle altre trova conferma anche in Isidoro Del Lungo:

Questi, ripetiamolo, perché si argomenta con tutta certezza, erano i veri padroni dell’‹‹armadiaccio››, i figliuoli prediletti dell’ ‹‹onorato e glorioso milite›› che dell’armadiaccio teneva ambo le chiavi; gli altri ci facevano un po’ la figura d’intrusi, e sottostavano alle conseguenze di tale condizione44.

Come di consueto il Lasca non si ferma al semplice intento elogiativo, ma ribalta i concetti per burlarsi di quanto è normalmente apprezzato e rispettato. Particolarmente interessante è, quindi, l’invito rivolto allo Stradino di provvedere allo svuotamento della sua biblioteca da codici inutili e alla loro sostituzione con

anticaglie, medaglie e cose strane (altrettanto inutili):

[…]

E ʼn cambio all’opre di carta e d’inchiostro, anticaglie, medaglie e cose strane,

faranno ricco l’armadiaccio vostro,

e torsi e teste e braccia e piedi e mane 72 d’argento e bronzo e marmo arete voi,

Greche, Turche, Arabesche e Soriane: e di capi e di tigri ed avvoltoi, di scorze e scaglie di pesci e serpenti, empierete le stanze e gli scrittoi. […]

Io per me ho disposto da qui innanzi 43 L.O

LSCHKI,La poesia italiana del Cinquecento, La Nuova Italia, Firenze,1933, pp. 10-11. 44 I.D

EL LUNGO,Storia esterna, vicende, avventure d’un piccolo libro de’ tempi di Dante, Società Editrice Dante Alighieri, 1917, vol. I, p. 122.

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27 di don Cristofan45 darvi una mascella,

che pur d’un reliquier si cavò dianzi. Non fu mai la maggior, nè la più bella:

affè, ch’io ne disgrazio i liofanti: 86 la val, per via di dir, dieci castella.

Così facendo, tra gli uomini galanti crescerete in onor di giorno in giorno; e con reliquie d’orchi e di giganti, ve n’andrete volando al ciel del forno46

.

L’elenco delle anticaglie adombra il testo di un gusto per il macabro, che probabilmente appassionava sia il Mazzuoli sia il Lasca. La predilezione del primo per oggetti e suppellettili di varia fattura, tra i quali si annoverano anche mascelle e parti anatomiche in metalli preziosi, è testimoniata da Isidoro Del Lungo, il quale ricorda come lo Stradino fosse abituato a promettere doni di questo tipo ai suoi contemporanei:

Al quale Vincenzio Martelli mandava in dono da Napoli ‹‹denti gigantei››, forse d’un gigante che potè, gli scriveva, ‹‹esser nipote dell’Ancroia parente di Mambrino, o d’uno degli altri amici cari del vostro scrittoio››47.

A essere menzionato, col titolo onorifico di don, è un tale Cristofan, personaggio dall’identità assai misteriosa, che nell’edizione curata da Moücke viene definito

gigantaccio. Alla luce di quanto appena detto, non è da escludere che il poeta si

riferisse ancora una volta a San Cristofano (Cristoforo) e alla sua mascella, vera e propria reliquia, che in quanto tale avrebbe arricchito l’armadiaccio del Mazzuoli. Con molta probabilità, per non scuotere la sensibilità dei lettori di religione cristiana, il termine san fu censurato e sostituito con don.

L’interesse per oggetti vari e di diversa provenienza, spesso di scarso valore, risponde all’esigenza della poesia burlesca di celebrare quanto normalmente viene rifiutato e biasimare quanto è comunemente apprezzato.

Per comprendere meglio gli intenti compositivi dell’autore si può azzardare una datazione del testo, al fine di comprendere se le parole ironicamente pungenti

45 Mk d’un gigantaccio darvi

46 L’espressione è da intendere col significato di aldilà . Cfr GDLI. 47 V.M

ARTELLI,Lettere e Rime, R. Masi, Bologna, 1829, pp. 36 – 37; cit. da I.DEL LUNGO,cit., pp. 119-120.

(29)

28 rivolte al destinatario risalgano a un periodo di collaborazione e vicinanza culturale tra i due o se, invece, siano successive alla comune esperienza con gli Umidi, dalla quale il Lasca uscì sfiduciato verso il protettore (e quindi ulteriormente stimolato a criticarlo).

Secondo le informazioni dateci da Verzone48, il testo in questione risalirebbe, stando a una nota del ms A (Magl. 114149), al giugno del 1543 e sarebbe successivo all’allontanamento del poeta dal Mazzuoli e dagli Umidi. Ad avvalorare questa datazione vi sono anche alcuni documenti ufficiali di quella che era ormai diventata Accademia Fiorentina, che il 31 marzo del 154250 accolse 74 nuovi membri, tra i quali figura proprio Giovanni Cavalcanti, menzionato nella lettera introduttiva al capitolo e al quale il Lasca si rivolge nel tentativo di ottenere una valida mediazione per riavvicinarsi allo Stradino. Sembra quindi che il poeta cerchi di conciliare l’inconciliabile: da un lato si burla delle manie dell’amico di un tempo, ma dall’altro cerca di ricucire i rapporti, anche in vista di una possibile riammissione nella cerchia culturale di un tempo.

Questo capitolo è, inoltre, strettamente legato a un sonetto composto – verosimilmente – a pochi mesi di distanza, in cui il poeta si scusa per i toni di condanna usati parlando dell’armadiaccio.

Le accuse mosse allo Stradino sono nuovamente l’occasione per passare in rassegna alcuni personaggi cavallereschi a lui familiari e per ricordare gli apprezzamenti che la biblioteca ricevette da grandi intellettuali del calibro di Bembo, Ariosto, Sannazzaro e Vittoria Colonna, menzionata col titolo nobiliare di

marchesana, in virtù del suo matrimonio col Marchese di Pescara Fernando

Francesco d’Avalos51 :

Però la Marchesana,

il Bembo, l’Ariosto e ʼl Senazzaro, lo scrittoio vostro già tanto lodaro, che non aveva paro

48 C.V

ERZONE,cit., p. 467.

49 Si tratta di un codice miscellaneo proveniente dalla libreria Strozziana con la nota di possesso ‹‹D’Ottavio di Giuliano Salvetti›› e oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.

50 C.D

I FILIPPO BAREGGI,cit., pp. 534-535.

51Per maggiori dettagli sulla biografia di Vittoria Colonna, una delle più grandi poetesse della storia letteraria d’Italia, vedi G.PATRIZI,Colonna, Vittoria, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. 27, 1962, pp. 448-457.

(30)

29 al mondo, e che trovar non si potria 25

nè miglior, nè più bella libreria: tal che la musa mia

per dire il ver, dice or, che tutti quanti i libri vostri son beati e santi52.

Quanto affermato - quasi certamente - non risponde a verità, dal momento che nessuno dei documenti in nostro possesso riporta notizie di eventuali contatti tra il Mazzuoli e questi letterati; si tratta, dunque, di un’iperbole paradossale volta a ribadire il grande valore dell’armadiaccio, apprezzato addirittura da alcune delle punte di diamante della cultura cinquecentesca. Per il Lasca è importante dare rilievo all’erudizione del Mazzuoli e al suo ruolo di mecenate, non solo menzionando intellettuali a lui coevi, ma anche usando uno stile sentenzioso e lapidario che lo porta in chiusura a definire i suoi libri beati e santi, aggettivi propri di un’iperbole vagamente blasfema.

Pur con la dovuta ironia, l’insistenza sulle letture e sugli interessi del maestro servono per ribadire l’importanza del mecenatismo e del sapere accademico a Firenze, almeno sino a quando questi non subirono l’influenza del potere centrale, giudicata dannosa dagli Umidi più intransigenti.

Ai testi sin qui analizzati, in cui a emergere è un rapporto sicuramente difficile, ma non del tutto incrinato, tra il Lasca e lo Stradino, ne seguiranno altri in cui i toni diventeranno più accesi. Se fin qui il poeta sembra voler tentare di ricucire i legami con il protettore di un tempo, altrove diventerà molto più pungente e critico nei confronti di chi, tradendo le sue aspettative, aveva preferito il progetto dell’Accademia Fiorentina a quello degli Umidi.

52 C.V

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