Elezioni 2008, quelle schede finite al rogo

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Rassegna Stampa N° 49 10/04/2010

“Quello che in altri Stati sarebbe considerato veleno, in Italia è

pasto quotidiano: non c’è luogo in cui la corruzione non sia ritenuta cosa ovvia. L’ingiustizia ha ormai un sapore che non ci disgusta, non ci schifa. Ma com’è potuto accadere?”

Roberto Saviano

Elezioni 2008, quelle schede finite al rogo

Schede al rogo

'Guai a Santoro e a Travaglio se toccano ancora Dell'Utri' Se la finlandese Marja si dimette per aver mentito Se la finlandese Marja si dimette per aver mentito Se la finlandese Marja si dimette per aver mentito Se la finlandese Marja si dimette per aver mentito

La pubblicità al governo: i miracoli della Santanchè Rifondazione e Pdci, funzionari cassintegrati

(Il)legittimi impedimenti: gli avvocati del premier non perdono tempo

Catania, Lombardo in Procura per dichiarazioni spontanee

L ' o ro d i C h e r n o b y l L ' o ro d i C h e r n o b y l L ' o ro d i C h e r n o b y l L ' o ro d i C h e r n o b y l

Padania nucleare

Sara ha preso la pillola: "Questo clamore fa solo del male"

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Elezioni 2008, quelle schede finite al rogo

Redazione Il Fatto Quotidiano

Quando alla vigilia delle ultime elezioni politiche il procuratore capo di Reggio Calabria volò a Roma per lanciare il suo allarme su pericoli di brogli nel voto all'estero, aveva già letto il dossier delle intercettazioni raccolte dalla Squadra

Mobile di Reggio. Di voto all'estero parlava il faccendiere Aldo Micciché, una sorta di "consigliori" dei Piromalli, una delle più note famiglie di 'ndrangheta della Piana di Gioia Tauro. Con contorno di schede da comprare, o da bruciare, e di voti da manovrare, sempre a favore del Pdl, in Calabria e in Sicilia.

Quelle telefonate sono state trasmesse dalla procura reggina alla Procura generale di Palermo, al sostituto Nino Gatto. Dell'Utri si rifiutò di rispondere alle domande dei pubblici ministeri di Reggio, perché imputato di reato connesso. Al di là degli

sviluppi dell'inchiesta, rimane lo scandalo dei rapporti tra il senatore Dell'Utri e il facceniere Micciché. Un personaggio che promette a figli e parenti di Giuseppe Piromalli, detto "facciazza", di risolvere il problema della carcerazione dura del loro congiunto. E addirittura di trovare un consolato onorario per il figlio Antonio.

Pubblicato il 10/4/2010 alle 11.19 nella rubrica Primo Piano.

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Schede al rogo

Enrico Fierro

Il faccendiere, Dell’Utri e il voto estero delle Politiche 2008: "Stiamo perdendo, le ho bruciate tutte"

Le elezioni stavano andando male. Questo pensava il caro amico del senatore

Marcello Dell’Utri. E allora meglio pensarci prima. E fare un bel falò delle schede elettorali degli italiani residenti in Venezuela. 8 aprile 2008, Aldo Miccichè, un iperattivo settantenne calabrese da anni riparato in Sudamerica e sempre al centro di mille torbidi affari, parla al telefono con un suo interlocutore italiano. È Filippo Fani, dirigente del Pdl. Miccichè è allarmato e cerca comprensione. "Ti dico delle cose molto riservate. Mi sono trovato questa notte a dover, non avevo vie d’uscita, perché non me li potevano consegnare... di distruggerle, chiaro o no?". Filippo Fani, stretto collaboratore di Barbara Contini, in quelle elezioni capolista del Pdl a

Napoli e per il suo passato di governatrice di Nassiriya fiore all’occhiello di

Berlusconi, capisce. "Sì, sì". E il vecchio Miccichè può continuare il racconto della sua notte elettorale. "A Barbara questa notizia devi dargliela in via segretissima, che viene dai servizi di sicurezza. Se si sapesse questa cosa...sai come arrivano le...(i punti sospensivi stanno per schede, ndr) avevano il cartone completo dai, parliamoci chiaro...". Fani, sempre più partecipe: "Infatti". Miccichè rincuorato: "Io mi sono permesso di...". Fani. "Hai fatto benissimo che stiamo scherzando".

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In bilico. No, non stavano scherzando. Aldo Miccichè aveva in mano le sorti del partito di Berlusconi in Venezuela, in buoni rapporti col mondo politico e con i servizi segreti del paese sudamericano, il faccendiere sa che le elezioni sono in

bilico. Berlusconi può vincere, ma i numeri al Senato non devono riservare sorprese.

Ecco perché i voti degli italiani all’estero sono essenziali per eleggere senatori che possono diventare l’ago della bilancia. "La nostra candidata comunista di qua ha chiesto aiuto a Chávez (il presidente del Venezuela, ndr), perché tu come sai, lei sta facendo tutta una propaganda a favore di Chávez in Italia, quindi ha chiesto certi aiuti. Una parte di queste buste (i plichi con le schede votate dagli italiani in

Venezuela, ndr) erano partite grazie ai servizi di sicurezza di qua”. Quando Miccichè si accorge che i candidati del centrosinistra si stanno muovendo a tappeto, prende la decisione finale. Bruciare le schede. Alle 3 di notte chiama Barbara Contini per avvisarla della sua decisione e "per avere il suo ok, ma non mi ha potuto rispondere, povera disgraziata stava dormendo alle 3 di notte". Aldo Miccichè cerca di far capire al dirigente del Pdl il pericolo che Berlusconi e il suo partito stanno correndo.

"Questi stronzi si sono organizzati non dico meglio di noi ma quasi. Io questa notte sono riuscito a fare questo. Per chiamare io alle 3 e mezzo Barbara Contini, ti rendi conto come ero combinato? Dall’altro canto non è che quelli me li potevano

consegnare per farle votare io... perché se no avevo risolto il problema questa notte".

Così è andato il voto all’estero: le schede o si votavano a pacchi interi, oppure si bruciavano. Micciché spiega a Filippo Fani, che lo ringrazia ("Già che ci hai

avvisato, ma è più che giusta questa cosa") la sua strategia elettorale: “Ed allora sai cosa ho fatto? Ho messo il tappo della benzina ecc...così si è risolto il problema. Ho le ceneri, se volete le ceneri ve le posso mandare".

Un bel falò. Cenere al posto delle schede, il funzionario del Pdl da Roma, ringrazia e si fida: "Non ti preoccupare". Diavolo di un calabrese, furbo come un serpente:

"Non avevo via d’uscita perché comunque non sarebbero state nostre. E infatti è chiaro quelle che arrivano tardi (Miccichè si riferisce evidentemente alle schede votate che arrivano in Italia oltre il termine stabilito, ndr) vengono bruciate, quindi li ho bruciati prima io. Che cazzo me ne fotte". Filippo Fani: "Ok". E Miccichè

soddisfatto dell’approvazione del suo gesto: "Non ho commesso alcun reato e se hanno filmato pazienza". Fani lo tranquillizza: "Ma no, non penso". E Miccichè finalmente rassicurato: "Anche perché devo dire che sia il sergente che il capitano, insomma sono persone legatissime a me, poi erano ubriachi tra le altre cose". Ma chi è Aldo Miccichè? Oggi ha 74 anni, da una trentina vive in Venezuela inseguito da condanne maturate in Italia per un totale di 25 anni. Il suo passato è tutto politico. È stato segretario provinciale della Dc a Reggio Calabria negli anni Sessanta, poi consigliere provinciale a Roma, sempre a Piazza del Gesù con ruoli importantissimi nell’organizzazione del partito. Coinvolto in mille scandali, uomo dei misteri

("avevo io i fascicoli del Sifar di De Lorenzo, li ho gettati nel Tevere"), ha sempre mantenuto rapporti strettissimi con la Calabria. 'Ndrangheta compresa, ovviamente.

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Tra il 2007 e il 2008 si prende in cura i rampolli di una delle cosche più potenti della Piana di Gioia Tauro, i Piromalli. Li aiuta, li introduce nel mondo politico, li fa incontrare più volte con Dell’Utri.

Petrolio e vaccini. Il senatore è suo amico e socio in affari. Dal petrolio venezuelano ai medicinali. Un settore quest’ultimo che interessa anche ai Piromalli. Un business da 500 mila dosi di vaccino antinfluenzale da esportare in Sudamerica "come Onlus, organizzazione umanitaria, così paga tutto lo Stato italiano", precisa il faccendiere.

Un affare al quale Miccichè associa anche il figlio di Dell’Utri, Marco. "I medicinali – dice al senatore in una telefonata del 2 gennaio 2008 – saranno il nostro posto al sole. I nostri figli devono avere tutto”. Aldo Miccichè è un personaggio di una intelligenza smisurata, a suo tempo riuscì a truffare anche la banda della Magliana, come ha raccontato Maurizio Abatino. Parlava con tutti i maggiorenti del Pdl. "Ho fatto fuori due uomini di Tremaglia perché avrebbero sicuramente distrutto Forza Italia. Tu sei il responsabile della baracca per quanto riguarda il Venezuela", gli dice Barbara Contini il 10 marzo del 2008. Aveva un sistema di relazioni, Miccichè che spaziava dalla politica alla 'ndrangheta, alla finanza. Tanto da far dire ai magistrati della Dda di Reggio Calabria "che è una persona che qualunque altra, timorata delle leggi, dovrebbe tenere alla larga". Ma Marcello Dell’Utri, suo amico, sponsor e socio, si limita a definirlo "un cittadino che vive da anni in Venezuela, con la

famiglia. Non vedo cosa c’è di strano". Ma Micchiché ha lavorato proprio bene: nel 2008 in Venezuela il Pdl svetta con il 72,69% al Senato e con il 65,92% alla Camera.

Un bel bottino rispetto al 27,8% di Forza Italia nel 2006.

Da il Fatto Quotidiano del 10 aprile Pubblicato il 10/4/2010 alle 10.51 nella rubrica Cronaca.

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'Guai a Santoro e a Travaglio se toccano ancora Dell'Utri'

Enrico Fierro

Le elezioni del 2008 e le minacce di Aldo Micciché, socio del senatore e

"consigliori" della 'ndrangheta: "Se mi rompono..."

Aldo Miccichè, il faccendiere calabrese riparato in Venezuela, amico e socio di Marcello Dell’Utri in business petroliferi e in commercio di medicinali, era

ossessionato dai giornali e dai giornalisti. Soprattutto da chi scriveva contro il "suo senatore", Dell’Utri, ovviamente. "Travaglio, quello di Annozero. Guarda che se mi rompe i coglioni sul senatore, veramente gli faccio s... un petardo nel culo".

Miccichè è al telefono – un'ossessione pure quella, assieme al computer e Internet, il suo contatto fisso con l’Italia – e parla con Massimo De Caro, amico pure lui di Dell’Utri e interessato al business del petrolio e del gas in Venezuela. Parlano di Marco Travaglio e dei suoi libri su Berlusconi & soci. Pagine evidentemente

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sgradite al mondo che circonda Miccichè. De Caro lo tranquillizza. "È tanto che non ne parla più (di Dell’Utri, evidentemente, ndr)". Miccichè: "Ah, e già, lo hai capito, no? Io gliel’ho detto al senatore oggi, non mi deve rompere i coglioni, gli ho

mandato un messaggio, non a lui, al suo capo. Che non rompa le palle...cercherà soldi, dai, te lo dico io". Massimo De Caro: "Quel libro che ha fatto è veramente assurdo". Ma non era solo Travaglio a disturbare i sonni dell’uomo che aveva

contatti quotidiani con la famiglia Arcidiaco, Lorenzo, il padre, e Gioacchino, suoi soci in affari, e imparentati con i Piromalli, una delle cosche più ricche e potenti della Piana di Gioia Tauro.

C’è posto anche per Michele Santoro e Annozero. Primo giorno dell’anno del 2008, Marcello Dell’Utri chiama Miccichè. Si fanno gli auguri. Ma Miccichè ha la testa rivolta agli affari e alla politica: "Questo, caro Marcello, deve essere il tuo anno.

L’ho fatto sapere anche a un mio nobile amico di Annozero (Santoro, annotano i poliziotti che trascrivono l’intercettazione telefonica, ndr)". I due amiconi ridono.

Miccichè, però, diventa serio e continua il discorso sul giornalista tv: "Gli ho detto che non deve rompere le palle, gli ho mandato un messaggio al quale non può dire di no". Il senatore, notano i poliziotti trascrittori, "acconsente a tutto quello che dice Aldo". "Guarda che ce li ho veramente sulle palle quei due di Annozero, guarda che io ho mandato una nota che non mi rompano i coglioni con Marcello Dell’Utri, gliel’ho mandata direttamente a chi di dovere, proprio ai suoi personalmente...hai capito, no?". Dell'Utri: "Sì, sì, il giornalista”. Miccichè: "Quello mi ha rotto i

coglioni, gli faccio succedere qualcosa di brutto, io sono buono e caro, però non mi toccano le cose mie e io non tocco loro, a me non interessa come si guadagnano da vivere, basta che non rompano i coglioni a me. Quindi gliel’ho detto chiaro, vedi che è difficile che Annozero ripeta il tuo nome...se no vedrai che gli succede...".

Il senatore, notano i poliziotti che trascrivono le registrazioni telefoniche, annuisce.

E come può fare diversamente? Il rapporto tra Dell’Utri e il faccendiere calabrese è strettissimo. Di affari per sé e per uno dei suoi figli, e politico, per i voti in

Venezuela, nel collegio di Milano e tra Calabria e Sicilia, Miccichè e le sue relazioni mafiose potevano muovere. E’ prodigo di attenzioni il caro Miccichè quando parla del futuro del suo senatore. Parlando con Dell'Utri il 2 dicembre 2007, esprime tutto il suo dissapore per l’atteggiamento di Berlusconi. Marcello ha i suoi guai giudiziari e al faccendiere calabrese l'atteggiamento di Forza Italia sembra tiepido. “Non hanno capito le dimensioni tue e vanno dietro a quello che vanno dicendo questi uomini di merda, la magistratura, le cose ecc. È chiaro? Ricordati che l’amicizia è la vera

sincerità. A te non si può negare una certa crescita e questo lo deve capire soprattutto Silvio, parliamoci chiaro... a me non è piaciuto l’atteggiamento di Berlusconi nei tuoi confronti". Dell’Utri è quasi commosso: “Sì, ma non lo so, io non lo vedo, è più facile che la vedano dall’esterno. Però la politica è così".

Da il Fatto Quotidiano del 10 aprile Pubblicato il 10/4/2010 alle 14.12 nella rubrica Primo Piano.

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Se la finlandese Marja si dimette per aver mentito

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La storia appare su "Il Secolo" di Fini, ovvero: non tutto il mondo è paese di Giampiero Gramaglia

Oggi, parliamo di Maria. No, non quella di Nazareth. E neppure quella che veniva dal Sud. Questa è una Maria, anzi Marja, nordica: finlandese, con la passione per la politica e i “vizietti”, che la fanno un po’ mediterranea, della corruzione e della menzogna. Marja Tiura, 41 anni, sposata, un figlio piccolo, eletta per tre volte al Parlamento di Helsinki in rappresentanza del Partito conservatore nella

circoscrizione di Tampere, la sua città, che nel 1967 ospitò gli europei di

pallacanestro (ma lei manco era nata). Dopo il liceo in Texas e la laurea a casa sua, poi s’è dedicata alla politica locale e nazionale. Fin qui, nulla di eccezionale. Beh, e allora perché parliamo di Marja? Perché la sua (oggettivamente piccola) storia ci mostra come non tutto il mondo sia paese, e come la Finlandia non sia l’Italia: Paese civilissimo, dove le donne hanno da tempo spazio in politica e ai vertici delle

istituzioni – una donna, Tarja Halonen, è presidente della Repubblica – grande come l’Italia, ma con appena cinque milioni di abitanti, all’11° posto nella classifica mondiale dell’indice di sviluppo umano (l’Italia è al 20°), con un reddito pro capite di un quarto superiore a quello italiano, dentro l’Ue dal 1995 e dentro l’euro da subito. Produce diplomatici da Nobel per la Pace, come l’ex presidente Martti Ahtisaari, ed ha mentalità luterana e moralità puritana al di là dei costumi sessuali liberi.

Dunque, a trent’anni la nostra Marja va in Parlamento: poco più di 5.000 voti nel 1999, oltre il doppio nel 2003, più di tre volte tanti nel 2007, quando con 17.577 suffragi risulta la donna più votata. Il successo elettorale le doveva valere – almeno, così lei la vedeva e molti si aspettavano – un posto da ministro. Che invece non arriva. Marja deve accontentarsi della vice-presidenza del suo gruppo, in attesa, magari, di diventarne la leader. Ma il successo si porta dietro le invidie, le critiche, le chiacchiere. Così, l’Helsingin Sanomat, giornale di Helsinki, la prende di mira fin dall’estate del 2007 in un articolo che la descrive come una donna energica e "self- confident", buona oratrice, capace di dare il meglio di sé a contatto con la gente, ma che getta sospetti sulla sua attività e denuncia la frequenza con cui cambia di

assistente. Poi, salta fuori la storia di finanziamenti impropri – grossi per gli schemi finlandesi – o non denunciati alla sua campagna: donazioni da poche decine di

migliaia di euro in tutto e un biglietto aereo dalla Thailandia a casa, ma – si ipotizza – in cambio dell’interessamento per appalti da milioni di euro. Infine, Marja accusa il segretario del partito di centro di averla contattata per indurla a lasciare i

conservatori. L’accusa è negata, anzi viene rovesciata: delusa per non essere divenuta ministro, Marja s’è "offerta" al partito di centro.

Travolta dalle bugie che accumula cammin facendo, più ancora che dai suoi misfatti, che, del resto, restano tutti da provare – la magistratura indaga su 26mila euro –

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Marja, alla fine, s’è fatta da parte e s’è dimessa da vice-capogruppo. E c’è già chi ipotizza che la protagonista della nostra storia abbia solo voluto accelerare i tempi del giudizio per uscirne pulita – in Finlandia, la giustizia ha ritmi più serrati che da noi – e potersi così ripresentare alle prossime elezioni. Per il momento, però,

l’opinione pubblica la giudica colpevole di menzogna (e poco importa se sia

innocente del resto). Sul blog Aamulehdenblogit, c’è tutta una serie di anatemi per la parlamentare: "É il momento della verità...Hai fatto un errore e devi ammetterlo e pagarne le conseguenze... É in gioco la credibilità dell’intero sistema politico

finlandese". Ma come? Tutto ‘sto cancan per 26 mila euro, gli arredi di una scuola e un biglietto aereo? La gente di Finlandia, almeno quella che scrive su internet, ha pochi dubbi: sia pure cristianamente – il clou del dibattito si svolge intorno a Pasqua – c’è chi si augura che Marja "ritrovi se stessa" e intraprenda "una nuova vita".

Chi prova a dire che in fondo non è successo granché viene sommerso di pareri opposti: "Il problema è dire la verità". E c’è pure chi chiede l’intervento

dell’ombudsman, il tutore dei diritti dei cittadini, perché protegga elettori e contribuenti, che sono poi la stessa cosa, almeno lì al Nord, dalla cricca dei politicanti. Insomma, una donna politica capace e ambiziosa, delusa e un po’

vendicativa, è inciampata nelle sue bugie e s’è fatta da parte. Bene. Giusto. Tutto lì.

E, infatti, la storia di Marja non la trovate raccontata dalla stampa europea, in Gran Bretagna o in Germania, in Francia o in Spagna. Trova invece spazio in Italia e, non a caso, sul Secolo d’Italia, il giornale più vicino a Gianfranco Fini. Il problema siamo noi, mica gli altri (e men che tutti i finlandesi), noi che abbiamo un po’ perso la capacità di scandalizzarci: la notizia che ci colpisce non è che un politico, o una politica, menta e forse sia (moderatamente) corrotto/a; ma che paghi le conseguenze delle sue panzane. Così, la parabola di Marja la mentitrice appare quasi servita

d’esempio, e magari d’incoraggiamento, a chi da noi non si dimette mai. Che Fini voglia accreditarsi in Finlandia? Quanto a Marja, un posto in lista da noi lo trova di sicuro.

Da il Fatto Quotidiano del 10 aprile Pubblicato il 10/4/2010 alle 13.3 nella rubrica Cronaca.

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La pubblicità al governo: i miracoli della Santanchè

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La sua Visibilia strappa risultati da record Marco Lillo

La neosottosegretaria all’Attuazione del programma Daniela Santanché è stata puntuale nell’attuazione di un suo impegno. Appena nominata da Silvio Berlusconi aveva giurato che si sarebbe dimessa dalla sua concessionaria di pubblicità,

Visibilia, e lo ha fatto: "c’è stato un consiglio di amministrazione", racconta a Il Fatto, "e ho rassegnato le mie dimissioni da presidente. Non ho più alcun incarico operativo". L’imprenditrice 49enne di Cuneo però resta socia al 50 per cento della

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società Adv che controlla a sua volta il 90 per cento della Visibilia. "Nessuna legge mi impone di cedere le azioni, sottolinea lei. Nonostante le dimissioni c’è però

qualcuno, come la "compagna" del Pdl Alessandra Mussolini che avanza dubbi. Ed effettivamente Visibilia resta un trionfo di commistioni tra pubblico e privato.

Creata nel novembre del 2007 dalla Adv, controllata paritariamente da Daniela Santanché e dalla Tosinvest della famiglia Angelucci, già a fine 2008, ultimo bilancio disponibile, fatturava ben 11,6 milioni di euro, in gran parte grazie alla raccolta di inserzioni per i quotidiani degli Angelucci, in testa Libero. Il risultato è destinato ad aumentare ora che Visibilia è riuscita a soffiare alla Mondadori anche la raccolta de Il Giornale di Paolo Berlusconi. Ricapitolando, la società Visibilia

dell’onorevole accoppiata Angelucci-Santanché vanta nel suo portafoglio clienti Il Giornale del fratello del premier e Libero della famiglia di un deputato del Pdl, come Antonio Angelucci che si occupa di sanità. In Puglia il gruppo Angelucci è acccusato di avere versato, proprio tramite la società editoriale di Libero, centinaia di migliaia di euro al movimento politico dell’attuale collega della Santanché, Raffaele Fitto. I magistrati di Velletri, invece, volevano arrestare Antonio Angelucci ma la Camera di appartenenza lo ha salvato negando loro l’autorizzazione. Nell’ordinanza di arresto si stigmatizzava tra l’altro "l’utilizzo strumentale dei mezzi

d’informazione di proprietà editoriale (i quotidiani "Libero" e "Il Riformista"), con l’attività di pressante influenza su cariche istituzionali".

Visibilia però è una società che opera nel mercato e vanta tra i suoi clienti anche la free press (Metro e Dnews) ma Libero e Il Giornale sono le sue corrazzate. Nel

2008, per esempio, Il Riformista (secondo quotidiano degli Angelucci) dichiarava un milione di euro di introiti da pubblicità che però hanno del miracoloso se si pensa che il quotidiano diretto da un ex deputato del Pd Antonio Polito, si ferma in edicola sotto le 3 mila copie. Mentre Libero nel 2008 dichiarava 8,6 milioni di proventi da pubblicità per una diffusione di ben 125 mila copie medi, anche se i ricavi da vendita delle copie pari a 28,7 milioni suddivisi per i giorni di uscita corrisponderebbero a una vendita media inferiore alle 100 mila copie. Il bilancio del 2009 non è ancora disponibile e per vedere come va la raccolta pubblicitaria della società controllata indirettamente dal sottosegretario Santanché e dall’onorevole del Pdl Angelucci, bisogna basarsi sui dati Nielsen. La società di ricerche rileva le pagine di pubblicità e quantifica in via indicativa gli introiti basandosi sui listini, comunicati dalle aziende.

Secondo Nielsen la crisi ha fatto un baffo a Libero. Nel 2008 (primo anno nel quale Visibilia comincia a operare per il giornale degli Angelucci subentrando alla

Publikompass) il quotidiano pubblica 3156 pagine di pubblicità e nel 2009 ne ha ottenute ben 3448. In un mercato che è stato segnato dalla sua crisi più nera, e nonostante la perdita di copie di Libero, il quotidiano verde aumenta le inserzioni.

Chi sono gli inserzionisti che hanno puntato sul giornale diretto da Feltri fino all’agosto del 2008 e poi da Maurizio Belpietro?. Le imprese sono in gran parte private. Al primo posto c’è la Index Europa di Bergamo che si occupa di giochi on line, al secondo c’è la Chateaux d’Ax e al terzo troviamo Esselunga. Al quarto Che

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banca, del gruppo Mediobanca.

Insomma non si può dire che la Visibilia e Libero siano foraggiati dallo Stato o dalle sue controllate. Però, se si confrontano i dati si nota che effettivamente alcune

società pubbliche e alcuni ministeri hanno puntato su Libero. Nei primi mesi

dell’anno 2010 per esempio Eni è il secondo investitore, secondo Nielsen per Libero, con 23 pagine in poco più di 4 mesi. Nell’intero 2009 erano 44 e nel 2008 erano state addirittura 48 pagine. Enel è passata dalle circa 5 pagine del 2008 alle 30 del 2009, mentre nei primi mesi del 2010 il trend sembra rallentare con 4 pagine. Cai e

Alitalia, fa nel 2009 un balzo da zero a 22 pagine. Banca Intesa per esempio ha pubblicato sei pagine nel 2009 e nel 2008 zero. Poi ci sono i ministeri. Anche se per importi molto piccoli, nel 2009 si segnala una crescita di Libero nella loro

pianificazione. I dicasteri delle pari opportunità, del Lavoro e delle infrastrutture, come la Presidenza del consiglio, hanno aumentato le pagine e le spese, secondo Nielsen, mentre solo il ministero dello sviluppo le ha ridotte. Da segnalare anche un cliente privato che ha invece ridotto gli investimenti: Sky. Chissà se ha pesato la linea dura del giornale contro il tycoon Rupert Murdoch.

Da il Fatto Quotidiano del 10 aprile Pubblicato il 10/4/2010 alle 10.5 nella rubrica Politica&Palazzo.

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Rifondazione e Pdci, funzionari cassintegrati

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Luca Telese

Finiti i fondi dei due partiti di sinistra, i dipendenti restano senza lavoro Da partiti che ambivano a rappresentare i cassintegrati, a partiti che finiscono per essere costituiti "da" cassintegrati. Non c’è, ovviamente, solo la differenza di un articolo, fra queste due condizioni, ma la storia di un passaggio di epoca, la radiografia di un drammatico terremoto politico. Stiamo parlando di Pdci e

Rifondazione (ma anche dei Verdi), ovvero dei partiti che dopo le ultime elezioni sono diventati zombie, costretti a demolire il loro apparato, a dismettere i (pochi) gioielli di famiglia rimasti, a chiudere i giornali, ad alienare le sedi, e – soprattutto – a licenziare e prepensionare tutti i loro dipendenti, proprio come nei processi di deindustrializzazione che in questi anni hanno tenacemente combattuto. Colpa degli sbarramenti elettorali, prima di tutto: che colpiscono non solo la rappresentanza, ma - solo in Italia - anche il diritto a ottenere rimborsi. E colpa anche, come vedremo fra breve, della strategia di Silvio Berlusconi (ma pure del Pd), che ha mirato a fare terra bruciata di tutte le organizzazioni politiche che avevano popolato la Seconda Repubblica. Un fenomeno, quindi, che non può indurre al sorriso, o a facili battute, ma che deve essere anche letto - qualunque cosa si pensi di questi partiti - come una ulteriore restrizione degli spazi democratici.

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NON PIU’ VIRTUOSI. Il nostro viaggio non può che partire dal Pdci di Oliviero Diliberto, che fino alla catastrofe elettorale della lista arcobaleno del 2008 era

additato come modello di gestione economica persino da un analista non certo tenero come Gianmaria De Francesco, cronista economico de Il Giornale: apparato

ridotto, conti in regola, rapporto virtuoso tra eletti, voti e militanti, che garantiva solidi attivi di bilancio. Ebbene, la notizia che in queste ore, per motivi

comprensibili, si prova a mantenere segreta, è che il partito è ormai alla bancarotta.

Sul conto corrente ci sono solo 160 mila euro, quelli che bastano a malapena a gestire l’amministrazione ordinaria. Dei 21 dipendenti 17 sono stati posti in cassa integrazione. Ne rimangono solo quattro, di cui uno per motivi legali è

l’amministratore, l’altro è un centralinista, l’altro è il segretario del segretario, e l’ultimo un organizzatore, ovvero il presidio minimo per cui il cuore

dell’organizzazione non cessi di battere all’istante.

Ancora più drammatica la situazione di Rinascita, il settimanale che ai tempi di

Armando Cossutta fu oggetto di una contesa per il valore della testata, prestigiosa e direttamente riconducibile alla memoria di Palmiro Togliatti. Ecco, adesso il

settimanale del Pdci è tecnicamente fallito, ha cessato le pubblicazioni, e tutti i giornalisti sono stati anche loro cassintegrati. Rinascita, che non aveva mai perso il suo ridotto ma il solido presidio di lettori costava da solo 900 mila euro l’anno, un lusso per un partito che deve tagliare gli stipendi a tutti. Già la storia di questo

tracollo economico spiega come ci sia lo zampino del governo. Il settimanale, infatti, era uno dei pochi organi di partito, tra quelli che hanno diritto al sovvenzionamento pubblico, che non copriva in modo surrettizio altri scopi o altri fini. Ma la norma con cui Tremonti ha tolto il cosiddetto "diritto soggettivo" al finanziamento ha di fatto reso discrezionale l’accesso ai fondi dell’editoria: mentre prima le banche

anticipavano le cifre a cui il giornale avrebbe avuto in ogni caso diritto in base alla sua tiratura, adesso – non essendoci più nessuna certezza, visto che si combatte ad ogni Finanziaria sulla copertura delle quote – non fanno più nessun credito.

Infine il doloroso capitolo del bilancio del partito. Ancora nel 2008 aveva quattro gettiti importanti: il tesseramento, il finanziamento pubblico, i rimborsi elettorali e le rimesse degli eletti locali e nazionali, che devolvevano il 50% del proprio stipendio netto al partito. Nelle ultime politiche e alle europee, il Pdci non ha superato il quorum del 4%. E in questo caso, per via di un liberticida emendamento alla legge voluto in Parlamento dai veltroniani (Berlusconi era incerto), né Rifondazione, né i Verdi, né il Pdci hanno ottenuto un solo centesimo. Un piccolo assurdo democratico:

infatti, la quota dei voti che questi partiti ottengono contribuisce a finanziare i loro avversari politici di centrodestra, o i loro concorrenti di sinistra rappresentati. Ma nel caso del Pdci le europee sono state come un tavolo da poker. Oliviero Diliberto ha deciso di puntare le sue residue risorse (quasi tre milioni di euro) per promuovere i propri candidati nell’alleanza con Rifondazione. Risultato paradossale: tutti e quattro i candidati del partito erano arrivati primi nella battaglia delle preferenze, centrando

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l’obiettivo. Ma, ancora una volta, il risultato elettorale, inferiore di 0.6 decimi di punto al quorum, ha sottratto all’alleanza elettorale quasi sei milioni di euro di finanziamento.

NAPOLI ADDIO. A via del Policlinico la situazione è altrettanto drammatica. "Io, che ho passato una vita a difendere i lavoratori dai licenziamenti – ammette con sofferenza Paolo Ferrero, segretario del partito – mi sono trovato a dover

sottoscrivere la drammatica necessità di quaranta licenziamenti". A cui, per giunta,si aggiungono, anche in questo caso, altri 40 dipendenti messi in cassa integrazione. E a cui si aggiunge la situazione precarissima di Liberazione, che ha già tagliato la foliazione, e ha dovuto mettere in solidarietà tutti i suoi dipendenti. Le vendite sono passate dalle 16 mila copie dell’era Curzi alle 4800 attuali. Ad aprile è prevista una verifica dei conti a cui il giornalepotrebbenonsopravvivere.

Le ultime elezioni vedevano partire il cartello della federazione da 48 consiglieri regionali, che dal punto di vista finanziario portavano 5 mila euro a testa ogni mese.

In queste elezioni i due partiti sono passati a 18. 14 di Rifondazione, solo 4 del Pdci.

Ma il quorum è stato mancato in Lombardia, che portava uno dei rimborsi elettorali più cospicui. A via del Policlinico resta (per ora) un apparato di 40 funzionari. Come pagarli? Per ora nell’unico modo possibile: mettendo in vendita un pezzo forte del patrimonio, la sede di Napoli. Ma per resistere fino alle prossime politiche, nella speranza di passare il quorum, ci vorrà altro. Unica storia controtendenza? Quella di Sinistra e libertà, che ha ottenuto quasi lo stesso numero di eletti della federazione.

Il caso virtuoso? Proprio in Puglia, dove Vendola ha trainato la lista al 9%,

producendo un rimborso adeguato. Retroscena incredibile: Vendola ha speso solo 400 mila euro (contro sei milioni circa del suo avversario, Rocco Palese) perché il Pd, per via delle note ruggini, aveva trattenuto i 300 mila euro raccolti con le

primarie. Vendola otterrà di rimborso molto di più. Li userà per finanziare le primarie nazionali in vista del 2012?

Da il Fatto Quotidiano del 10 aprile Pubblicato il 10/4/2010 alle 9.37 nella rubrica Politica&Palazzo.

Permalink: http://antefatto.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=2470175

(Il)legittimi impedimenti: gli avvocati del premier non perdono tempo

Blog: http://antefatto.ilcannocchiale.it

Redazione Il Fatto Quotidiano

Non sono passate neanche 24 ore dalla firma di Napolitano, che già i legali di Silvio Berlusconi hanno presentato, nella cancelleria della prima sezione penale del Tribunale di Milano, davanti alla quale lunedì riprenderà il processo sui presunti fondi neri Mediaset, un’istanza in cui sostengono il legittimo impedimento del premier a partecipare all’udienza. Gli avvocati del presidente del Consiglio, Piero Longo e Nicolò Ghedini, scrivono che Berlusconi sarà impegnato per tre giorni, compreso lunedì, a un vertice sulla sicurezza nucleare che si svolgerà a Washington,

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durante il quale incontrerà diversi capi di Stato, tra cui Lula. Ora sarà il collegio a decidere se l’impegno del premier negli Usa si configuri come legittimo

impedimento. Così come ai giudici spetterà stabilire se si può applicare o meno le legge sul legittimo impedimento, sempre che venga pubblicata nel frattempo sulla Gazzetta Ufficiale.

I legali non hanno anticipato se il premier se ne avvarrebbe o meno nei due processi milanesi che lo vedono imputato. "Non possiamo anticiparlo - ha spiegato Longo - Sarà una valutazione che faremo caso per caso". Intanto però analoga richiesta sarà presentata dalla difesa anche per il 16 aprile, giorno dell’udienza per la vicenda Mills. La motivazione adottata sarà la partecipazione di Berlusconi al Consiglio dei Ministri. Divertito il commento di Antonio Di Pietro: "Questa è la legge del

marchese del Grillo, che traccia un solco tra gli italiani e una cricca di impunibili senza valide ragioni, ma soltanto per lo strano principio per cui 'loro son loro e voi non siete nulla'".

Mentre il premier diserta le aule di giustizia, giustificato per (il)legittimo

impedimento, l'ufficio dei giudici delle indagini e delle udienze preliminari del

Tribunale di Milano ha ricevuto dalla Procura della Repubblica 45mila pagine di atti e la richiesta di rinvio a giudizio per 'appropriazione indebita' e 'frode fiscale' a

carico del presidente del Consiglio. Silvio Berlusconi è accusato (nella

compravendita dei diritti tv Mediaset) di aver concorso – negli anni di Palazzo Chigi 2002-2005 – a svuotare di 34 milioni di euro la sua società quotata in Borsa e a

frodare il fisco per 8 milioni di euro.

Da il Fatto Quotidiano del 9 aprile Pubblicato il 9/4/2010 alle 19.15 nella rubrica Politica&Palazzo. Permalink:

http://antefatto.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=2469883

Catania, Lombardo in Procura per dichiarazioni spontanee

Il presidente della Regione Siciliana è indagato per concorso esterno

all'associazione mafiosa insieme al fratello Angelo, parlamentare dell'Mpa CATANIA. Il presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, ha reso spontanee dichiarazioni alla Procura della Repubblica di Catania nell'ambito dell'inchiesta su presunti rapporti tra mafia e appalti avviata sulle indagini di carabinieri del Ros.

Il governatore è indagato per concorso esterno all'associazione mafiosa, assieme al fratello Angelo, che è parlamentare nazionale del Movimento per le autonomie.

Nell'inchiesta sono coinvolti anche due deputati dell'Assemblea regionale siciliana:

Fausto Fagone dell'Udc e Giovanni Cristaudo del Pdl-Sicilia.

Secondo quanto quanto appreso, Lombardo è stato sentito per poco meno di due ore al Palazzo di giustizia di Catania dal procuratore Vincenzo D'Agata e dai quattro sostituti

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titolari dell'inchiesta: Giuseppe Gennaro, Agata Santonocito, Antonino Fanara e Iole Boscarino.

Il presidente della Regione, che si è sempre proclamato estraneo alle ipotesi di reato che gli sarebbero contestate, ha definito "spazzatura politica" le accuse che gli

muoverebbero due collaboratori di giustizia. Le indagini dei carabinieri del Ros di Catania, che poi si sono intrecciate con dichiarazioni su politici e amministratori, avevano al centro della loro attività il boss Vincenzo Aiello della cosca Santapaola.

E' lui ad essere “intercettato” e militari dell'Arma ascoltanò frasi che ritengono lo possano collegare pesantemente con la politica. Il boss non gradisce ad esempio la nomina nella giunta regionale di due magistrati, Massimo Russo e Caterina Chinnici, bollando la scelta di Lombardo come "una minchiata". Nell'inchiesta si innestano anche le dichiarazioni di almeno due pentiti: Eugenio Sturiale e Maurizio Avola. Il primo è un “colletto bianco” del clan Ercolano da tempo passato, dopo essere

transitato alla cosca Laudani, al gruppo storicamente rivale dei Cappello legati ai Cursoti. Le sue dichiarazioni sono state utilizzate per la prima volta nel processo al re dei supermercati in Sicilia, Sebastiano Scuto. E' stato arrestato nel 2009

nell'ambito dell'operazione Revenge collegata a una faida tra clan rivali a Catania.

L'altro pentito, Maurizio Avola, alla fine degli anni Ottanta era un giovane sicario del rione Picanello della “famiglia” Santapaola, che si è auto accusato di oltre 50 omicidi, compreso quello del giornalista Giuseppe Fava. Avola è detenuto dal 1997 perché, dopo essere tornato libero con l'ammissione al sistema di protezione, l'anno prima, assieme a altri tre pentiti, rapinò due banche a Roma, per un bottino

complessivo di 140 milioni di lire.

http://www.gds.it/gds/sezioni/cronache/dettaglio/articolo/gdsid/104942/

L'oro di Chernobyl

di Bruno Masi - 9 aprile 2010

Trafficanti e aziende saccheggiano i materiali della centrale nucleare e smontano i veicoli contaminati. Con la complicità di poliziotti e autorità ucraine. Per la prima volta ricostruito il business del metallo radioattivo che così finisce in tutto il mondo.

Getta un'occhiata veloce a destra e a sinistra, si piega e oltrepassa la recinzione di filo spinato. Malgrado cinquanta centimetri di neve fresca e il freddo tagliente di questo febbraio, Piotr Mouriavov si addentra a passo spedito nella zona proibita di Chernobyl. Si irrigidisce al minimo suono sospetto e controlla che nessuna sagoma umana si profili tra le ombre nebbiose. Riprende a camminare, con la paura costante che in un qualunque momento un miliziano possa tirar fuori un'arma e fare fuoco.

Piotr li teme più dell'umidità che gli impregna i vestiti, più ancora dei lupi che hanno popolato l'area e che attaccano l'uomo, molto più della radioattività che in alcuni punti è elevatissima. "Quando ci avvistano, i miliziani non esitano ad aprire il fuoco"

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sussurra accovacciato a terra. "Qui sono loro a comandare. In questa zona si combatte la guerra del metallo".

Tra due o tre ore la notte avrà ricoperto i paesaggi lunari del nord dell'Ucraina,

trasformando questo mare di abeti in un labirinto oscuro. La centrale e il suo reattore numero 4, che esplose il 26 aprile di 24 anni fa, si trovano a una decina di chilometri.

Un po' più lontano ancora c'è Pripyat, la città fantasma, abitata un tempo dagli operai dell'impianto atomico, evacuata all'indomani della catastrofe. In un perimetro di trenta chilometri, nessuno può avventurarsi senza autorizzazione. È evidente che Piotr non è il solo a compiere questa odissea, da una a due volte a settimana. A mano a mano che ci si avvicina al cimitero dei mezzi militari si avvista ciò che resta di carichi abbandonati lungo il tragitto da altri mercanti di ferrivecchi. Quel cofano d'automobile, quei pezzi di motore o quella portiera arrugginita servono da punti di riferimento approssimativi per segnare il tragitto che porta alla pianura di Razokha, quella dove qualche settimana dopo l'esplosione furono ammucchiati in tutta fretta migliaia di veicoli fortemente radioattivi. Su una ventina di ettari, sotto uno spesso strato di ghiaccio, sono allineate carcasse di automobile, di blindati, escavatrici, e camion dei pompieri. Da lontano si avvista anche lo scheletro di un elicottero fatto a pezzi. "Anche se erano fortemente radioattivi, gli elicotteri sono stati tra i primi a essere smantellati. Con l'alluminio che contenevano ci si potevano fare davvero tanti soldi" spiega Piotr.

Se il crepitio del radiometro non rammentasse la particolarità di questi luoghi, questa distesa, con i suoi mucchi di lamiere arrugginite, i suoi automezzi sfasciati e i suoi camion cisterna usciti da un altro secolo, assomiglierebbe a quella di un normale sfasciacarrozze. Piotr si curva sul motore di un camion, ne estrae alcuni pezzi che getta in un sacco di stoffa prima di rimettersi in cammino. "Il metallo è l'unico modo per sopravvivere. Cento chili sulle spalle ci permettono di guadagnare 90 grivnas (9 euro) e di comperare un po' di alimenti nello spaccio del paese". Accovacciato sul pavimento nero e sudicio di casa sua, passa in rassegna con un gesto della mano un tavolo sbilenco di legno, due sedie sfasciate, un letto dalla coperta piena di buchi.

Poi commenta: "Guardatevi attorno: che cosa abbiamo da perdere?".

Nel caos generale che fece seguito all'esplosione del reattore numero 4 nel 1986, le autorità nascosero quante più cose possibili, in tutta fretta, arrivando addirittura a seppellire interi paesi molto contaminati. Crearono qua e là dei cimiteri nei quali avrebbero dovuto restare sepolte per secoli centinaia di tonnellate di metallo

radioattivo. A meno di venticinque anni dalla tragedia nucleare, invece, la maggior parte di quei cimiteri è stata saccheggiata. All'indomani dell'esplosione, secondo vari osservatori c'erano circa otto milioni di tonnellate di metallo disseminate su tutto il territorio della zona recintata. Oggi non ve ne sarebbero che duemila.

Dalla caduta dell'Unione Sovietica e dall'indipendenza dell'Ucraina nel 1991, questo territorio è diventato zona franca, con sue proprie regole, sue proprie lotte di potere, sue proprie industrie per il riciclaggio e il commercio di ogni genere. Uno Stato nello Stato, insomma, traboccante di un oro nero tutto particolare, il metallo.

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Per quantificare le dimensioni di questo traffico, è sufficiente recarsi alla centrale, nei blocchi 5 e 6, per scoprire il segreto meglio custodito: in fondo a un magazzino ridotto a scheletro, alcuni uomini cercano di ripulire, al riparo da sguardi indiscreti, le turbine dei reattori 5 e 6. La radioattività qui è altissima: la polvere che si solleva è trasportata via dal vento che soffia dai vetri infranti delle finestre. Ufficialmente risulta che soltanto una volta la centrale ha messo in vendita del metallo proveniente dai suoi impianti: è accaduto intorno al 2000, quando 110 tonnellate di acciaio

inossidabile furono messe in vendita per finanziare la manutenzione del cosiddetto 'sarcofago' che custodisce il reattore numero 4. L'annuncio, diffuso ai quattro angoli della Terra, ebbe l'effetto di una bomba: le autorità ucraine dopo la vendita si

vantarono di aver immediatamente posto fine al programma. Ciò nonostante domani altri pezzi dei blocchi 5 e 6 avranno imboccato sicuramente la loro strada e

abbandonato la zona proibita.

Il giro d'affari clandestino sta aumentando esponenzialmente. Nel 2007 all'uscita dalla zona è stato intercettato un carico di tubi di rame e nickel. La loro

contaminazione era superiore di 23 volte ai limiti. Nel maggio 2009, invece, si è letteralmente volatilizzato un carico di dieci tonnellate di metallo il cui livello di radioattività superava i 30.000 microrem previsti (superiore al lecito di ben mille volte!). Nella notte tra il 10 e l'11 settembre 2009 viene intercettato un altro carico di 25 tonnellate non decontaminato. Igor Chtirba, autista di uno dei camion fermati quella notte, commenta: "Per un carico intercettato, quanti altri riescono a passare?

Cento? Duecento? In realtà ogni anno vi sono degli arresti, per mostrare che le forze dell'ordine fanno il loro dovere, poi il traffico riprende, più di prima. Quando la neve scompare, sono da cento a duecento le tonnellate che escono illegalmente dall'area ogni settimana". Igor segue con preoccupazione il processo nel quale figura come testimone. Originario della Moldavia, alla fine della guerra contro la Transnitria, nel 1992, si è trasferito in Ucraina. Non avendo documenti, non potendo contare su altre risorse, si è trasformato in uno di quelli che qui chiamano 'i forzati del metallo': "La gente come noi è utilizzata dai subappaltatori dell'azienda che custodisce la zona contaminata per recuperare il metallo nei posti dove nessun altro accetta di recarsi.

Ogni mattina ci portano lì dentro, e lavoriamo fino a notte fonda. Facciamo a pezzi di tutto, automobili, fabbriche, kolkoz, case. Poi carichiamo il materiale sui camion che facciamo uscire immediatamente dalla zona, passando per strade secondarie e poco frequentate, oppure con il via libera della stessa milizia. Ogni tanto i carichi superano i 7.000 o 8.000 microrem e quando lo facciamo presente ai nostri superiori, ci dicono di passare ad altro, ma di continuare a lavorare".

Altra scappatoia per far uscire clandestinamente i camion traboccanti di pezzi

contaminati consiste nell'imboccare tragitti secondari che attraversano la recinzione di filo spinato, lontano dai nove posti di controllo. Quando le condizioni climatiche lo consentono, i convogli sono formati da cinque o sei camion che percorrono queste strade poco battute a tutta velocità, spesso in piena notte. Micha (nome di fantasia, su richiesta dell'intervistato) è un imprenditore straniero che abita da 15 anni in

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Ucraina dedicandosi soprattutto al traffico di metallo, e spiega: "Quelle strade non sono mai controllate e la recinzione è stata abbattuta. I camion quindi possono passarvi senza nessuna difficoltà, anche se non sono mai al riparo dall'arresto, magari a opera dei servizi segreti ucraini. Oppure utilizziamo un altro sistema:

mettere il metallo contaminato al centro di un carico più grande di ferraglia

decontaminata, così quando si arriva ai posti di controllo, attraversando il portale di sicurezza non scatta nessun allarme. Ma il metodo più usato resta la corruzione: da quel punto di vista nulla lascia presagire che il business possa fermarsi tanto presto".

Nella sorveglianza della zona proibita sono coinvolti 450 miliziani. Oltre a pattugliare l'intero territorio, sorvegliare 400 chilometri di recinzione, hanno

l'incarico di controllare tutti i veicoli che entrano ed escono dal perimetro proibito.

Nel posto di blocco principale di Detiatki, gli ufficiali assicurano che la reputazione dei loro uomini è senza macchia, ma con uno stipendio di 2.500 grivnas al mese (250 euro), poco più del salario medio in Ucraina, le forze dell'ordine del paese da tempo sono venute a patti con i trafficanti. Del resto - come conferma il procuratore

generale di Ivankov, Dimitri Logvinov - quattro miliziani sono stati accusati di

essere direttamente coinvolti nel traffico di carichi di metallo provenienti dal reattore numero 4. Ai posti di controllo di Detiatki o di Starye Sokoloy, lontano dalle

telecamere e da sguardi indiscreti, le lingue si sciolgono: "Certo che tutti partecipano al traffico di metallo!", racconta un miliziano: "I custodi dei cimiteri dei mezzi

recuperano alcuni pezzi loro stessi oppure si mettono d'accordo con i trasportatori, e noi facciamo altrettanto ai posti di controllo. Siamo obbligati a vivere in questo inferno e ci vogliamo guadagnare".

Da aprile a novembre escono dal perimetro di Chernobyl, senza controlli, senza decontaminazione, da quattro a cinquemila tonnellate di metallo. Per andare dove?

Esistono oltre tremila località legali di raccolta dei metalli ucraini, ma altre 12mila sono non ufficiali e illegali. Tutto intorno al perimetro della zona proibita,

prosperano nei paesi centri di smaltimento e recupero, solitamente a gestione familiare, specializzati nel trasporto. Il metallo così raggiunge rapidamente Kiev dove alcune aziende ne comprano piccole quantità per trasformarle in tubi o in materiali edilizi. Ma i volumi più consistenti, centinaia di tonnellate di metallo contaminato, ogni mese arrivano a Dniepropetrovsk, il cuore metallurgico dell'Ucraina. Vladimir Gontcharenko, presidente dell'Associazione ucraina del

metallo da riciclare 'Vtormet' (che raggruppa centinaia di aziende) conduce una lotta implacabile contro alcuni di questi grossi colossi industriali che si mostrano poco sospettosi sull'origine delle leghe che lavorano. Nel corso degli anni, ha visto quantità sempre più ingenti di metalli contaminati infiltrarsi nel ciclo degli

stabilimenti di Dniepropetrovsk o di Donietsk. Più di ogni altra cosa ha assistito, sbigottito, al silenzio degli operai e delle autorità, dei poteri pubblici insomma, che in questo sfruttamento del metallo di Chernobyl hanno trovato una fonte

considerevole di guadagno: "Ufficialmente dalla zona proibita non dovrebbe uscire niente. Se oggi la situazione è diversa è perché nessuna legge è più forte

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dell'attrazione che i soldi esercitano sul nostro paese".

Nel 2004, un gruppo di ecologisti e scienziati russi ha denunciato le importazioni pericolose di metallo proveniente dall'Ucraina: "I metalli contaminati sono in seguito mescolati con altri, per ridurne il tasso di radioattività. Arrivano poi in Russia,

insieme a molti altri. I controlli alla frontiera restano in ogni caso irregolari e aleatori". Nessun traffico di metalli contaminati è stato ufficialmente scoperto in territorio ucraino. Ma non c'è bisogno di recarsi in Ucraina per constatare di persona la presenza di metallo radioattivo proveniente da Chernobyl. Una volta arrivato a Razokha o a Buriakovka, riparte alla volta della Cina, per poi ritornare nel cuore dell'Europa sotto la forma inoffensiva di un barattolo per le conserve o di una bicicletta per bambini.

Traduzione di Anna Bissanti

Tratto da: L'espresso http://www.antimafiaduemila.com/content/view/27204/48/

Padania nucleare

L'Italia è una potenza nucleare in franchising. La licenza, dalla fine della seconda guerra mondiale, l'abbiamo ottenuta dagli Stati Uniti. Sul nostro territorio ci sono ordigni nucleari americani pronti a essere caricati su un bombardiere e lanciati su uno Stato canaglia a scelta. Nel blog in questi cinque anni sono state riportate tutte le informazioni possibili sui depositi nucleari di Aviano e Ghedi Torre contenenti 90 testate nucleari. Fotografie dall'alto dei siti, tipo di ordigni, servizi, interviste,

documenti.

Un rapporto del Dipartimento della Difesa Usa ha valutato il potenziale distruttivo pari a 900 volte Hiroshima. Il documento fu ordinato Roger Brady, comandante dell'Air Force in Europa, dopo che un B52 trasportò per errore sei testate atomiche sorvolando gli Stati Uniti. Nel rapporto si rilevano: "problemi di edifici di supporto, alle recinzioni dei depositi, all'illuminazione e ai sistemi di sicurezza, a guardia delle basi vi sono soldati di leva con pochi mesi di addestramento".

Nella base di Ghedi Torre, alcuni anni fa, un gruppo di ragazzi improvvisò un picnic per una mezz'ora prima di essere identificato. Era un test per verificare le misure di sicurezza che fu documentato in seguito dalla televisione svizzera italiana. I nostri vicini sono da sempre preoccupati di un incidente nucleare a due passi da casa loro.

Può capitare. L'imponderabile è sempre in agguato. Un'esplosione dovuta a un errore umano o a un attacco terroristico cancellerebbe dalla carta geografica il Nord Italia e parte dei Paesi confinanti. Addio Padania.

In Italia nessuna reazione, eppure per Pdl e Pdmenoelle chi si preoccupano dell'Iran nuclearizzato almeno una volta alla settimana, ospitare un numero di testate

sufficienti a spazzare via la vita dall'Europa dovrebbe essere un problema

fondamentale. Una questione di vita e di morte. Persino la rivista TIME si è posta in un recente articolo dal titolo. "What to do about Europe secret nukes" (Cosa fare con le testate nucleari segrete dell'Europa) la domanda: "Is Italy capable of delivering a

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thermonuclear strike?" (L'Italia è capace di effettuare un attacco termonucleare?).

Secondo il TIME, In caso di guerra l'Italia, in virtù di un accordo sottoscritto durante la Guerra Fredda, potrebbe acquisire il controllo delle bombe termonucleari B61 presenti sul suo territorio.

La presenza di ordigni nucleari in Italia è contraria al Trattato di non proliferazione nucleare (NPT), oltre che antistorica a vent'anni dalla caduta del muro di Berlino. Le bombe made in USA devono ritornare al loro Paese di origine. Loro non si

arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Link ai post sull'argomento:

Chi ha paura del Lupo Cattivo?, del 6 gennaio 2010

Umberto Garibaldi, l'antifederalista, del 10 dicembre 2008 Referendum on line per Dal Molin , del 3 ottobre 2008 Delirio, del 4 settembre 2008

Vicenza: Lega e manganello, del 1 agosto 2008 L'hiroshima è vicina, del 22 giugno 2008

Occupazione americana, informazione Mentana, del 22 maggio 2008 Il virus della verità, del 26 aprile 2008

Pillola rossa: la base di Vicenza, del 26 gennaio 2007 Un Paese a sovranità limitata, del 16 gennaio 2007 Lettera a George Bush, del 13 aprile 2006

Un appello ai marines, del 28 ottobre 2005

USABomber 2: nessuna risposta, del 3 marzo 2005 USABomber, del 1 marzo 2005

Postato il 9 Aprile 2010 alle 19:35 www.bepegrillo.it

Sara ha preso la pillola: "Questo clamore fa solo del male"

di Maria Zegarelli

La giovane donna parla qualche istante con il suo ginecologo, il dottor Nicola Blasi, poi si gira e si avvicina. «Sono Sara, questo è mio marito Carlo. Ho deciso di

raccontarvi la mia storia, non è facile, ma voglio farlo». Ha lunghi capelli biondi, gli occhi chiari nascosti dietro grandi occhiali da sole, il volto tirato. Con la mano sfiora continuamente il cappotto, dalla manica spunta un polsino antinausea, «altrimenti non riesco a controllarla». Sotto la Prima Clinica di Ostetricia dell’Università di Bari, ci sono le telecamere, Telenorba è attrezzata per una diretta, i fotografi sono a caccia della donna che prenderà la pillola abortiva Ru486, nessuno nota Sara mentre si allontana verso un viottolo della cittadella universitaria.

La malattia «Ecco, qui possiamo parlare… Non avete macchine fotografiche,

vero?». No, solo penna e taccuino. «Scusate, ma tutta questa pressione che va avanti da giorni… Non abortisco perché sono disoccupata o non mi sento pronta per un figlio, abortisco perché rischio la lacerazione dell’utero». Un respiro profondo, una

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pausa, poi una confidenza: «Stamattina mi sentivo svuotata, incapace di formulare un solo pensiero. Ma adesso sento che è giusto spiegare cosa c’è dietro questa

decisione perché non posso accettare che si descriva il ricorso alla pillola come una scorciatoia e non capisco tutto questo clamore in un paese dove l’aborto è legale da decenni. Non avrei mai immaginato di trovare fotografi e telecamere puntati su un fatto così privato, personale, doloroso. Non posso portare avanti questa gravidanza perché sono stata operata a gennaio per un mioma all’utero e se non intervengo adesso rischio la lacerazione dell’utero». Carlo prende il telefonino e mostra la foto di due bambini, di 3 e 10 anni. «Sono bellissimi. Ne avremmo voluti altri, ma Sara non può e per questo motivo siamo ricorsi alla RU486. Se non fosse arrivata in

tempo in Italia sarei stato disposto a prendere il primo volo per la Francia, dove è già in commercio». È questa la storia della prima donna che prende la pillola abortiva da quando è stata varata la legge che ne regolamenta l’utilizzo. «Quando sono stata operata mi è stato detto che non avrei potuto prendere anticoncezionali né mettere la spirale per sei mesi, quindi abbiamo fatto contraccezione con il profilattico ma non ha funzionato e ci siamo trovati di fronte a questo dramma, perché io sono una donna cattolica e per me non è stato facile prendere questa decisione». Carlo telefona al medico «è arrivata la pillola?». Non ancora, un’infermiera sta andando a ritirarla in farmacia.

L’attesa e lo sfogo. «È successo quello che non doveva accadere e allora cosa fai?

Pensi ai figli che hai già e pensi che hanno bisogno di te». Allora scegli il male minore, perché anche un raschiamento sarebbe troppo adesso e quindi inizi ad informarti su dove andare, da chi andare. «Non avevamo molto tempo perché sapevamo che era possibile soltanto entro la settima settimana di gravidanza, poi – spiega Carlo - un mio amico mi ha detto di rivolgermi al Policlinico di Bari». E così dal Salento è iniziata la corsa verso il capoluogo, con la doccia fredda provocata dalle esternazioni di due governatori leghisti che hanno riacceso una polemica che doveva essere finita per sempre e invece «in questo paese è sempre tutto di nuovo in discussione e abbiamo rischiato il blocco della pillola». Sara di questo suo dramma personale non ne ha potuto far parola con alcuno. «Mentre io oggi sono qui la mia migliore amica, con la quale ho diviso tutto, ha avuto le mestruazioni dopo aver effettuato una inseminazione artificiale… Come facevo a dirle che sto abortendo?».

La preghiera Ieri mattina fuori dai cancelli del Policlinico si sono riuniti in preghiera otto membri della Comunità di Don Benzi, Giovanni XXIII, giusto il tempo di farsi fotografare e di farsi riprendere dalle telecamere. Su un cartello avevano scritto «Della sua nascita siamo certi non ti pentirai». Lei scuote la testa,

«ma che ne sanno di quello che prova una donna quando decide di abortire. Che ne sanno del dolore che Carlo e io abbiamo provato quando a causa dei miei problemi fisici ho perso un bambino a cinque mesi di gravidanza rischiando io stessa la vita».

Racconta che quella gravidanza fu accolta «come un dono del Signore» e che

quando fallì il dolore se andò in un tempo infinitamente lungo. Da lì iniziò il calvario del suo utero malato, le cure, l’intervento… Squilla il telefono, è Blasi, bisogna

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aspettare ancora, la nausea c’è malgrado il polsino e questa giornata sembra non finire mai. Resterà in ospedale tre giorni, come prevede la direttiva emessa dal

direttore generale Vitangelo Dattoli? «No, perché questa mi sembra un’altra crudeltà inutile. Qualcuno dovrà spiegarmi perché mio marito quando ha subito un intervento chirurgico è stato dimesso lo stesso pomeriggio malgrado 15 punti di sutura e io per l’assunzione di una pillola devo restare qui tre giorni. Se avessi fatto l’aborto

chirurgico mi avrebbero dimesso entro la stessa giornata. Questo è accanimento».

Sara alle 13.10 prende la pillola (che poi sono tre) e alle 16.30 firma per uscire. «È stata una giornata difficile, adesso torno dai bambini».

08 aprile 2010

http://www.unita.it/news/italia/97137/sara_ha_preso_la_pillola_questo_clamore_fa_solo_del_male

figura

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Riferimenti

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