Studio dell evoluzione del colore dei vini rossi di varietà resistenti sottoposti a condizioni ossidative

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UNIVERSITA DEGLI STUDI DI PADOVA

Dipartimento di Agronomia Animali Alimenti Risorse Naturali e Ambiente DAFNAE

CORSO DI LAUREA IN SCIENZE E TECNOLOGICE VITICOLE ED ENOLOGICHE

Studio dell’evoluzione del colore dei vini rossi di varietà resistenti sottoposti a condizioni ossidative

Study of color evolution of red wines from resistant varieties undergone to oxidative conditions

Relatore

Prof. Riccardo Flamini Correlatore

Dott. Mirko De Rosso

Laureando Federico Fagherazzi Matricola n.

1202061

ANNO ACCADEMICO 2021/2022

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“Ai miei genitori”

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I

Riassunto ... 1

Abstract ... 2

Scopo della tesi ... 3

1. INTRODUZIONE ... 4

1.1 IBRIDI INTERSPECIFICI DI VITE ... 5

1.1.1 ORIGINE STORICA DEGLI IBRIDI INTERSPECIFICI ... 5

1.1.2 DAGLI IPD AGLI IBRIDI DI NUOVA GENERAZIONE ... 8

1.1.3 ATTUALE DIFFUSIONE DEGLI IBRIDI INTERSPECIFICI ... 12

1.1.3.1 Situazione legislativa dei vini DOP e IGP ... 14

1.1.3.2 Attuale diffusione dei vitigni resistenti in Italia ... 15

1.1.4 IBRIDAZIONE MODERNA, METODI E ATTUALI OBIETTIVI ... 22

1.2 CABERNET CORTIS ... 25

1.2.1 GENEALOGIA... 25

1.2.2 PROFILO METABOLOMICO, RISULTATI DA PRECEDENTI LAVORI ... 29

1.2.3 CARATTERI AGRONOMICI ... 30

1.2.3.1 Fenologia ... 30

1.2.3.2 Resistenza... 31

1.2.3.3 Parametri vegeto-produttivi ... 33

1.2.3.4 Parametri chimico-compositivi dei mosti ... 35

1.2.3.5 Aspetti nutrizionali ... 36

1.2.4 VINIFICAZIONE ... 36

1.3 COMPOSTI FENOLICI DELL’UVA ... 39

1.3.1 ANTOCIANI ... 40

1.3.2 FLAVONI ... 43

1.3.3 FLAVANI E FLAVANOLI ... 44

1.3.4 ACIDI FENOLICI ... 46

1.3.5 STILBENI ... 47

1.4 PROFILO DEGLI ANTOCIANI DELL’UVA ... 48

1.5 REAZIONI DEGLI ANTOCIANI ... 51

1.5.1 REAZIONI DI DEGRADAZIONE ... 51

1.5.2 REAZIONI DI STABILIZZAZIONE ... 52

1.5.3 REAZIONI DI MODIFICA STRUTTURALE ... 53

1.6 EVOLUZIONE DEL COLORE DEI VINI ROSSI ... 54

1.7 ANALISI DEI COMPOSTI FENOLICI MEDIANTE TECNICHE CROMATOGRAFICHE E SPETTROMETRIA DI MASSA ... 59

1.7.1 TECNICHE CROMATOGRAFICHE ... 59

1.7.2 SPETTROMETRIA DI MASSA ... 60

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II

1.7.3 ANALISI UHPLC/QTOF MS ... 65

2. MATERIALI E METODI ... 67

2.1 CAMPIONI DI VINO ... 68

2.1.1 MICROVINIFICAZIONE SPERIMENTALE ... 68

2.1.2 VINI SOTTOPOSTI A CONDIZIONI OSSIDATIVE ... 68

2.2 MATERIALI ... 69

2.2.1 REAGENTI E STANDARD ... 69

2.2.2 STRUMENTAZIONE ANALITICA E DI LABORATORIO ... 70

2.3 METODI ANALITICI ... 71

2.3.1 DETERMINAZIONE DEL PROFILO ANTOCIANICO MEDIANTE HPLC/DAD ... 71

2.3.1.1 Preparazione del campione ... 71

2.3.1.2 Determinazione della retta di calibrazione………..71

2.3.1.3 Condizioni HPLC/DAD ... 72

2.3.2 ANALISI UHPLC/QTOF MS ... 73

2.3.2.1 Preparazione del campione ... 73

2.3.2.2 Determinazione della retta di calibrazione ... 73

2.3.2.3 Condizioni UHPLC/QTOF ... 73

2.3.3 MISURA DEL POTENZIALE REDOX ... 74

2.4 ANALISI DEI DATI... 75

2.4.1 ANALISI DEI DATI HPLC/DAD ... 75

2.4.2 ANALISI DEI DATI UHPLC/QTOF ... 75

3. RISULTATI E DISCUSSIONE ... 77

3.1 ANDAMENTO DEL POTENZIALE REDOX DEI VINI SOTTOPOSTI AD OSSIDAZIONE ... 78

3.2 EVOLUZIONE DEL PROFILO ANTOCIANICO DEL VINO DI Cabernet Cortis DURANTE L’OSSIDAZIONE ... 81

3.2.1 ANTOCIANI TOTALI ... 83

3.2.2 COMPOSTI MONOGLUCOSIDI E DIGLUCOSIDI-ACILATI ... 84

3.2.3 COMPOSTI DIGLUCOSIDI E DIGLUCOSIDI-ACILATI ... 86

3.2.4 CONFRONTO TRA ANTOCIANI MONOGLUCOSIDI E DIGLUCOSIDI ... 88

3.2.4.1 Mv-3-O-monoglucoside vs Mv-3,5-O-diglucoside ... 88

3.2.4.2 Cy-3-O-monoglucoside vs Cy-3,5-O-diglucoside ... 90

3.2.4.3 Dp-3-O-monoglucoside vs Dp-3,5-O-diglucoside... 92

3.2.4.4 Pn-3-O-monoglucoside vs Pn-3,5-O-diglucoside ... 94

3.2.4.5 Pt-3-O-monoglucoside vs Pt-3,5-O-diglucoside ... 96

3.2.4.6 Antociani acilati-monoglucosidi vs acilati-diglucosidi ... 98

3.2.4.7 Malvidina vs Delfinidina ... 100

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III

3.3 DECREMENTO DEGLI ANTOCIANI MONOGLUCOSIDI E DIGLUCOSIDI A FINE

OSSIDAZIONE ... 104

3.4 CINETICHE DI OSSIDAZIONE DEGLI ANTOCIANI ... 105

3.5 ANTOCIANO-DERIVATI FORMATI DURANTE L’OSSIDAZIONE ... 106

4 CONCLUSIONI ... 112

Bibliografia……… 114

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Riassunto

A partire dalla seconda metà del secolo scorso la ricerca nel campo dell’ibridazione ha portato alla creazione di vitigni resistenti di nuova generazione ottenuti dall’incrocio fra le specie americane, europee e asiatiche del genere Vitis. Negli ultimi decenni, per la crescente necessità di incrementare la sostenibilità ambientale delle coltivazioni e di sviluppare una viticoltura sostenibile, queste varietà sono andate diffondendosi.

Recentemente sono state iscritte 36 varietà resistenti al Registro Nazionale delle Varietà di Vite, 35 delle quali provengono da incrocio interspecifico e 24 fra queste sono attualmente in osservazione, soprattutto in Veneto.

Sebbene le uve di questi ibridi di recente costituzione abbiano caratteristiche organolettiche qualitativamente molto superiori rispetto ai primi ibridi prodotti, ad esempio non presentano l’aroma foxy, hanno caratteristiche compositive peculiari che sono state finora poco indagate. Grazie allo sviluppo e diffusione delle tecniche di spettrometria di massa ad alta risoluzione (HPLC/QTOF MS) nell’ultimo decennio sono stati condotti diversi studi sulla metabolomica delle varietà di V. vinifera, mentre quella dei vitigni resistenti rappresenta un campo emergente. Tali tecniche consentono di condurre lo studio approfondito della composizione polifenolica dell’uva, ed in particolare di indagare la variegata composizione antocianica di derivati sia monoglucosidi che diglucosidi che è spesso presente nelle varietà resistenti a bacca rossa. Lo studio di metabolomica consente inoltre di indagare le reazioni in cui tali composti sono coinvolti durante la fermentazione e l’affinamento dei vini e di caratterizzare le strutture dei nuovi composti che si formano.

Al fine di indagare l’evoluzione del colore dei vini nelle condizioni di affinamento, in questo lavoro di tesi è stato condotto lo studio dell’evoluzione degli antociani dei vini di Cabernet Cortis sottoposti a condizioni ossidative e contatto con chips di quercia, simulando così le condizioni a cui i vini sono potenzialmente sottoposti durante l’affinamento in legno. I profili iniziali degli antociani dei vini sono stati determinati mediante analisi HPLC/DAD ed i nuovi segnali riscontrati nei cromatogrammi dei vini sottoposti ad ossidazione sono stati caratterizzati mediante analisi UHPLC/QTOF MS. Durante l’evoluzione dei vini è stata riscontrata la formazione di numerosi nuovi derivati catechina-antociano e piranoantocianidine e contestualmente è stata monitorata la riduzione degli antociani monoglucosidi e diglucosidi al fine di ottenere informazioni sulla stabilità delle due classi di composti sottoposti a condizioni ossidative.

I risultati preliminari forniscono informazioni utili sulle pratiche enologiche da utilizzare per ridurre il contenuto di antociani diglucosidi che attualmente rappresenta un ostacolo alla commercializzazione dei vini da vitigni resistenti in Italia.

Lo studio è stato condotto presso il Laboratorio di Chimica e Metabolomica del CREA-Centro Ricerca Viticoltura ed Enologia di Conegliano.

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Abstract

Starting from the ‘50 of the last century, the research in the field of hybridization led to the creation of new generation resistant vines obtained by crossing American, European, and Asian Vitis species. In recent decades these varieties spread, due to the need to increase the environmental sustainability of crops and to develop a sustainable viticulture. Recently, 36 fungus-resistant varieties have been registered in the National Register of Vine Varieties (the Italian catalog) - 35 of them produced by interspecific crosses, 24 of which are currently under observation, especially in Veneto (District of Venice).

Although the grapes of these new hybrids have qualitatively much higher organoleptic characteristics than the first hybrids produced - for example by missing foxy aroma, their peculiar compositional characteristics have been hitherto little investigated. In the last decade, several metabolomics studies of V. vinifera varieties were performed thanks to the development of high-resolution mass spectrometry techniques (HPLC/QTOF MS), while metabolomics of resistant vines represents an emerging field. In particular, these techniques allow to study the polyphenolic composition of grapes and to investigate and the varied monoglucoside and diglucoside composition of anthocyanins which often characterizes the resistant red grape varieties. The metabolomics study also allows to investigate the reactions in which these compounds are involved and characterize the structures of new compounds formed during wine fermentation and aging.

To investigate the color evolution of the wines produced using grapes from resistant vines, in the present thesis anthocyanin evolution of Cabernet Cortis wines undergone to oxidative conditions and contact with oak chips was studied by simulating the conditions to which they are potentially subjected during wood aging. Anthocyanin profiles of wines were preliminarily determined by performing HPLC/DAD analysis, then the new signals found in the chromatograms were characterized by UHPLC/QTOF MS. During the evolution of wines formation of numerous new catechin-anthocyanin derivatives and pyanoanthocyanidins, was observed, and decrease of anthocyanins monoglucosides and diglucosides was monitored to have information on their stability under oxidative conditions.

The preliminary results provide useful information on oenological practices to use for decreasing the content of anthocyanin diglucosides in wine, which currently hinders the sale of wines from fungus-resistant vines in Italy.

The study was performed at the Chemistry and Metabolomics Lab. of CREA-Viticulture and Enology Research Center of Conegliano.

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Scopo della tesi

Durante l’affinamento-invecchiamento del vino in botte di legno gli antociani in forma monomera diminuiscono gradualmente a causa soprattutto di reazioni di degradazione ossidativa e combinazione con altre molecole presenti nel vino. La quasi totalità degli studi condotti su questo argomento hanno preso in esame le varietà di V. vinifera che sono caratterizzate dalla sola presenza di antociani monoglucosidi, pertanto ad oggi poco si conosce sul comportamento degli antociani diglucosidi, che sono spesso presenti nei vini di varietà resistenti, durante l’invecchiamento.

In questo studio è stata indagata l’evoluzione del profilo antocianico del vino Cabernet Cortis (varietà caratterizzata da un rilevante contenuto di antociani sia monoglucosidi che diglucosidi) sottoposto a condizioni ossidative e al contatto con il legno. È stato condotto lo studio comparativo della stabilità all’ossidazione degli antociani monoglucosidi rispetto ai corrispondenti diglucosidi e sono state indagate le strutture dei derivati antocianici la cui formazione risulta maggiormente favorita durante l’invecchiamento. L’evoluzione degli antociani monomeri è stata seguita mediante la determinazione dei profili HPLC/DAD dei vini, mentre le strutture dei nuovi antociano-derivati formati sono state caratterizzate mediante analisi UHPLC/QTOF MS.

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1. INTRODUZIONE

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1.1 GLI IBRIDI INTERSPECIFICI DI VITE

Un ibrido interspecifico è un individuo ottenuto dall’unione sessuale di due individui appartenenti a due specie diverse.

La ricerca nell’ibridazione interspecifica della vite ha avuto inizio in epoca moderna, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, in seguito all’accidentale introduzione dal Nuovo Mondo delle principali ampelopatie ancora oggi diffuse. Da allora i principali obiettivi dell’ibridazione sono stati: l’ottenimento di varietà di qualità dal punto di vista enologico e contemporaneamente resistenti alle crittogame; l’ottenimento di nuove varietà da portainnesto; In una delle prime fasi della ricerca, collocata agli inizi del ‘900, si tentò di conciliare in un unico individuo la resistenza alle crittogame, la resistenza alla fillossera e al calcare e l’attitudine alla vinificazione delle uve. L’obiettivo non venne raggiunto con i risultati sperati. In quel periodo furono i motivi economici e la scarsità di prodotti impiegabili per la lotta fitosanitaria i veri moventi della ricerca. Attualmente, la crescente sensibilità ecologica, la volontà di seguire una viticoltura sostenibile, nonché i provvedimenti legislativi sempre più stringenti per quanto concerne l’uso dei prodotti fitosanitari, hanno riacceso in tutta Europa l’interesse per i vitigni resistenti alle crittogame detti PIWI (dal tedesco Pilzwiderstandfähig).

1.1.1 ORIGINE SORICA DEGLI IBRIDI

Il miglioramento genetico è un fenomeno che avviene naturalmente, è l’adattamento di un essere vivente (o non, nel caso particolare dei virus) alle ostilità di natura biotica e abiotica dell’ambiente circostante. Si basa su meccanismi naturali di crezione di variabilità genetica, attraverso mutazione e incrocio, e sulla selezione naturale impartita dall’ambiente, che consente solo agli individui con le combinazioni genotipiche più adatte di sopravvivere e riprodursi, trasmettendo alla progenie gli alleli idonei all’ambiente. Questi stessi processi sono stati controllati dall’uomo fin dalle origini della viticoltura, iniziata come paradomesticazione tra i 7000 e gli 8000 anni fa. La selezione operata dall’uomo parallelamente a quella naturale e il controllo dell’incrocio, che pur avvenendo naturalmente era favorito tra le piante coltivate scelte dall’uomo, hanno determinato la separazione della sottospecie sativa dalla Vitis vinifera ssp. sylvestris e l’ottenimento di molte varietà. La propagazione della vite per via gamica dall’antichità all’epoca moderna, affiancata alla propagazione agamica delle varietà migliori scelte sulla base della selezione morfologica, ha consentito per lungo tempo l’adattamento della V. vinifera ai vari ambienti dell’Europa. Lo scenario della viticoltura europea cambiò radicalmente alla fine del XIX secolo con l’intensificarsi degli scambi commerciali tra l’America e l’Europa. L’importazione dall’America di prodotti agricoli, di piante e di varietà di vite americane comportò l’introduzione delle principali ampelopatie oggi diffuse:

l’oidio (Erysiphe necator, sin. Uncinula necator, Oidium tuckeri per la forma anamorfa), la peronospora (Plasmopara viticola), e la fillossera (Daktulosphaira vitifoliae Fitch), l’odiato insetto che al suo arrivo nel Vecchio Mondo, mise in ginocchio una tradizione viticola antica, rimasta fino ad allora sotto molti aspetti invariata dall’epoca romana.

Nello stesso periodo fece le sue prime apparizioni in Francia un’altra crittogama di origine americana: il Marciume nero o Black rot (Guignardia bidwellii) (Palliotti et al., 2018). La varietà di vite Isabella, in Italia conosciuta anche come Uva Fragola o Uva Americana, è ritenuta originaria del South Carolina e trovò ampia diffusione negli

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Stati Uniti a partire dal 1816, per poi essere introdotta in Europa nel 1830 dallo stato di New York. È un ibrido interspecifico (nome dell’ibridatore e anno di costituzione restano ignoti) e l’analisi attraverso marcatori ha confermato essere un incrocio tra Vitis labrusca e Vitis vinifera cv. Meslier Petit (Maul et al., 2022). Fu la diffusione della varietà Isabella in Europa, avvenuta dopo il 1830, responsabile dell’introduzione della fillossera e delle altre crittogame sopra menzionate. La varietà Isabella è citata in Italia nel 1935 nei cataloghi degli Stabilimenti di Orticoltura (Manaresi, 1943). Le specie di vite americane sono resitenti a peronospora, oidio e alla fillossera che reca danni limitatamente alla parte epigea, non alle radici. La presenza della fillossera negli Stati Uniti fu un fattore che per molto tempo limitò la diffusione della viticoltura sullo stile europeo. Infatti, poco dopo la colonizzazione della costa orientale, i coloni tentarono l’impianto di vigneti di Vitis vinifera in diverse zone della Virginia e del Maryland, ma senza successo. Si scoprì in seguito che la causa era la fillossera. In questo periodo si colloca la creazione del primo ibrido interspecifico tra vite americana e vite europea. Fu opera di un giardiniere, Andrew Doz, che nel 1682 realizzò l’incrocio e ottenne la varietà in seguito chiamata Alexander (Gonzato, 2021).

In Europa le prime testimonianze della comparsa dell’oidio risalgono al 1845 in una serra in Inghilterra.

Nel 1847 la malattia fu segnalata in Francia (Parigi) e da allora si diffuse rapidamente nelle varie regioni viticole europee, al punto che negli anni 1850-51 era presente in tutto il bacino del Mediterraneo, dove determinò ingenti danni alla produzione. In seguito, la malattia fu studiata accuratamente da Berkeley che ne descrisse le principali caratteristiche e identificò l’agente patogeno specifico come Oidium tuckeri (Angeli e Pertot, 2007).

Nel 1863, vennero registrati deperimenti e mortalità delle viti nel sud della Francia, ma solo nel 1868 si ebbe la certezza che la causa fosse la fillossera. Entro la fine del 1800 si diffuse nella gran parte delle aree viticole europee, mentre in Veneto si segnalarono i primi danni solo nel 1920. Infine, mentre ormai la ricerca in campo viticolo aveva individuato quale soluzione contro la fillossera l’utilizzo di portainnesti tolleranti di specie americane, comparve la peronospora, individuata in Francia nel 1878. La diffusione in Europa dell’oidio, poi della fillossera e infine della peronospora ebbero origine dalla Francia e furono eventi concatenati: fu l’importazione di viti americane resistenti all’oidio a introdurre inavvertitamente la fillossera poco dopo, e l’introduzione di varietà americane da impiegare come portainnesti la causa della peronospora. Avvenne una terribile devastazione, con l’estirpazione di interi vigneti fino ad allora franchi di piede e la perdita di molte varietà autoctone antiche di V. vinifera, che non furono salvate in tempo dalla tecnica dell’innesto e dalla difesa fitosanitaria. In ogni caso, la crisi della viticoltura europea nel 1800, impose la necessità di risolvere molteplici problemi nel giro di pochi decenni, e attirò l’attenzione oltre che di agronomi, entomologi e biologi, anche del settore industriale, con l’invezione di macchine impolveratrici per lo zolfo, irroratrici inizialmente solo per il solfato di rame. Ebbero inizio approfonditi studi di ampelografia, patologia, entomologia, biologia e vennero gettate le basi della microbiologia enologica. Nacque la viticoltura moderna. La ricerca si concentrò su due ambiti: da un lato la difesa fitosanitaria, dall’altro sullo studio dei portainnesti e l’ibridazione (Palliotti et al., 2018).

La difesa sanitaria divenne indispensabile per limitare i danni a carico dell’apparato epigeo della vite, garantire la produzione e al contempo contenere la continua perdita di varietà.

La soluzione dell’innesto della vite europea sul portainnesto di specie americana venne proposta dagli entomologi Jules Emile Planchon (francese) e Charles Riley (americano). La loro intuizione derivò dall’osservazione dei danni della fillossera, ingenti sulle radici di V. vinifera e V. labrusca, contrariamente alle specie

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americane V. riparia, V. rupestris e V. berlandieri dove l’attacco a carico delle radici avviene solo nelle radici assorbenti, senza interessare le radici di conduzione. La soluzione dell’innesto evolse a fine ‘800 nel campo dell’ibridazione, con lo scopo di migliorare le caratteristiche dei portainnesti. Infatti, i primi portainnesti erano specie pure, le specie americane dei climi temperati, in particolar modo quelle della serie centrale: V. riparia, V.

rupestris, e V. berlandieri, che sono state i capostipiti di quasi tutti i portainnesti, perché accomunate dal fatto di essere tutte fortemente resistenti alla fillossera ed alle crittogame. Tuttavia, mal si prestavano agli ambienti viticoli europei, caratterizzati da terreni calcarei e spesso siccitosi. Fu per questo motivo che si ricorse all’ibridazione, creando inizialmente ibridi semplici e con il tempo anche ibridi complessi che combinavano i geni e le caratteristiche di più specie, aggiungendo anche i caratteri di resistenza alla salinità (V. solonis) e ai nematodi (V.

champini). La V. berlandieri servì nell’ibridazione per conferire caratteri di particolare resistenza al calcare e alla siccità, mentre il suo impiego come specie pura fu ostacolato dalla difficoltà di radicazione per talea. La massima resistenza al calcare venne ottenuta con la costituzione di ibridi euro-americani di V. berlandieri x V. vinifera, che tuttavia mostrarono minore resistenza alla fillossera.

Verso la fine del 1800, il problema dell’oidio venne contrastato con il ricorso alle solforazioni, all’epoca praticate con la distribuzione di zolfo in polvere mediante macchine impolveratrici e soffietti manuali. Il problema della fillossera venne arginato con la tecnica dell’innesto e lo sviluppo di portainnesti idonei anche ad ambienti pedoclimatici diversi. La peronospora rimase per molto tempo la principale criticità in viticoltura.

L’industria chimica della seconda metà del XIX secolo aveva messo a disposizione degli agricoltori i primi prodotti anticrittogamici a base di zolfo e di sali cuprici, solfato di rame molto spesso. Tuttavia, il costo del rame era, al tempo, molto elevato e la lotta fitosanitaria non era alla portata di tutti. Diverso il discorso per lo zolfo, di cui l’Italia era all’epoca grande produttrice ed in alcuni casi anche forte esportatrice. La scarsa disponibilità di rame nei giacimenti europei, in particolar modo in Italia, unitamente alla crescente domanda anche per il contributo dell’industria di guerra, era causa dell’aumento dei prezzi del rame. Nel 1936 il consumo italiano di rame raggiunse le 101.444 tonnellate, ben superiore alla produzione nazionale che raggiunse il massimo nel 1938 con 4244 tonnellate e il minino nel 1924 con 10. Il consumo di rame, nel 1936, era così ripartito fra le varie industrie: industrie chimiche (anticrittogamici) 40%; industrie metallugiche e di guerra 28%; industrie elettriche 25%. La Seconda Guerra Mondiale aggravò il problema, rendendo impossibili le importazioni dal Cile, dagli Stati Uniti, dalle colonie europee in Africa e dal Canadà. La ricerca in campo viticolo attirò l’attenzione degli scienziati verso due soluzioni: la ricerca di anticrittogamici in sostituzione del rame; la creazione di ibridi di vite resistenti alla fillossera e alle crittogame e al contempo capaci di produrre un’uva di qualità paragonabile a quella delle varietà europee. Questi primi vitigni resistenti, poiché destinati alla produzione d’uva senza il bisogno di ricorrere all’innesto, vennero chiamati Ibridi Produttori Diretti (IPD) (Manaresi, 1943).

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1.1.2 DAGLI IPD AGLI IBRIDI DI NUOVA GENERAZIONE

Gli IPD cominciarono ad essere coltivati in Europa principalmente per il problema della peronospora, dell’approvvigionamento del rame e delle condizioni di povertà create dalle due guerre mondiali. I primi vitigni di questo gruppo furono importati tal quali dagli Stati Uniti, dove erano ampiamente coltivati e apprezzati negli stati della costa orientale. Erano principalmente incroci ottenuti dai coloni europei fra le specie V. labrusca x V. vinifera come l’Isabella, la Catawba, lo York Madeira, il Concord, oppure V. labrusca x V. vinifera x V. riparia come l’Elvira, il Taylor, il Noah, V. labrusca x V. riparia come nel caso del Clinton (sin. Worthington), più raramente ibridi V. aestivalis x V. vinifera come ad esempio lo Jaquez, o V. aestivali x V. cinerea come nel caso del Cunnigham (Manaresi, 1943). Molti ibridi erano ottenuti dalla libera impollinazione di altri, come nel caso del Noah, ottenuto dal Taylor (Maul et al., 2022). Nel caso del Clinton, spesso riportato in letteratura con altri sinonimi (Worthington, Plantes des Carmes, Clinton Rose etc.), vennero ottenuti per libera impollinazione cinque vitigni, il Bacchus Black (probabilmente il nostro Clinto), il Vialla, il Blaue Von Selbach, il Golden Clinton e il Peabody (glossary.wein.plus, 2022).

La caratteristica principale dei primi ibridi semplici era la presenza di V. labrusca nella loro genealogia.

Dalla loro vinificazione si ottenevano vini con una struttura più simile a quelli della vite europea di quanto non lo fossero quelli prodotti da ibridi di V. riparia, V. rupestris o V. berlandieri. Di contro erano contraddistinti da un maggiore sapore foxy, ovvero selvatico, di fragola (Manaresi, 1943). I composti ai quali è attribuibile l’aroma foxy sono stati infatti individuati in V. labrusca e V. rotundifolia, ma non in altre specie americane del genere Vitis (Ruocco et al., 2017). Essendo ibridi di V. labrusca producevano acini di maggiori dimensioni, ma mostravano anche una minore resistenza alla fillossera. Da alcuni vitigni ottenuti da incroci della vite europea con specie americane non-labrusca, si ottenevano vini apprezzati, come nel caso dello Jaquez diffuso nelle regioni meridionali e dal quale si otteneva un vino molto colorato e alcolico, utilizzato per il taglio di altri vini. Altri ibridi euro- americani creati in America e poi diffusi in Europa e in Italia furono l’Herbemont, l’Elsinburg, il Cunnigham, il Cynthiana e l’Hermann, caratterizzati da una resa in mosto inferiore rispetto gli ibridi di V. labrusca come il Clinton, l’Elvira e il Noah, ma privi del sapore foxy (Manaresi, 1943).

Negli stati viticoli europei i primi ibridi euroamericani ebbero scarso successo, sia per la scarsa qualità dei vini, sia per il grado di resistenza inferiore a quanto sperato. Si avvertiva la necessità di proseguire la sperimentazione e molti ibridatori si cimentarono nella creazione di nuovi incroci. La ricerca fu particolarmente intensa in Francia, dove Alexis Millardet, professore della Facoltà di Scienze di Bordeaux, propose l’idea di combinare in un ibrido la resistenza alla fillossera e la qualità dell’uva gia nel 1976, due anni prima dell’arrivo della peronospora. Fra i primi ibridatori francesi, oltre ad A. Millardet e Charles De Grasset che lavorarono insieme, si ricordano Georges Couderc, Victor Ganzin, Gustave Foex, Albert Seibel, Fernand Gaillard, Bertille Seyve e Francois Bacò. In Austria la ricerca fu condotta da Christian Oberlin ed Eugène Kuhlmann, e in Germania da A. G. Wanner. Anche in Italia, la crisi della viticoltura di fine ‘800 promosse la ricerca in campo viticolo, ne sono esempio l’istituzione della Scuola Enologica di Conegliano il 9 luglio 1876 e di San Michele all’Adige nel 1874 con annessa stazione sperimentale. Ci furono anche in Italia numerosi ibridatori, ma la ricerca ebbe inizio più tardi nel 1889 con il lavoro del dott. Federico Paulsen. Altri attori italiani dell’ibridazione furono

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D. Cavazza, C. Grimaldi, A. Ruggeri, C. Montoneri, A. Longo, V. Prosperi, G. Ceccarelli. In Italia, i centri di ricerca di rilievo a quel tempo erano le Scuole di Viticoltura ed Enologia di Alba, di Conegliano, di Avellino, di Cagliari, di Catania, il Vivaio di Viti americane di Palermo e diversi altri vivai come quello di Asti, di Acqui, di Palmi, di Cagliari, di Nicastro, delle Tremiti e di Macomer per citarni alcuni. Vennero ottenute buone varietà da portainnesto e da produzione diretta. F. Paulsen e Alberto Pirovano si cimentarono anche nella costituzione di varietà da tavola ibride o particolarmente adatte al trasporto. Gli ibridi italiani furono in gran parte persi a causa delle direttive ministeriali che ordinarono l’interruzione delle ricerche di ibridazione e selezione e favorirono piuttosto l’introduzione degli ibridi produttori diretti francesi (Manaresi, 1943).

Le specie di vite impiegate dagli ibridatori europei per la creazione degli ibridi produttori diretti sono state in prevalenza la riparia, la rupestris, la aestivalis var. lincecumii la cordifolia, la aestivalis e ovviamente la vinifera, impiegata soprattutto nei reincroci. Albert Seibel impiegò come base principale dei suoi incroci la Lincecumii x rupestris n. 70 di Hermann Jaeger, varietà caratterizzata da fiori maschili, impiegata anche da Couderc per gli ibridi dal n° 7103 al 7161. Molti degli ibridi di Couderc derivano dalla V. rupestris. La V. rupestris venne usata oltre che per la resistenza anche per il vigore. Del lavoro di Couderc rimane ancora traccia in alcuni portainnesti riparia x rupestris usati, in particolare il 3306C e il 3309C.

I risultati ottenuti dagli ibridatori europei tra il XIX e il XX secolo furono molto variabili. Secondo uno studio approfondito sulle caratteristiche agronomiche ed enologiche di un ampio gruppo di vitigni che venne condotto per oltre un decennio presso la Stazione di Viticoltura ed Enologia di Conegliano da G. Dalmasso, I.

Cosmo e G. Dell’Olio fra il 1925 e il 1936, la resistenza alla fillossera ottenuta negli ibridi produttori diretti fu insufficiente, rendendo necessario l’innesto. Sempre secondo questo studio, i migliori ibridi per la vinificazione a bacca nera erano il Bacò 1, il Couderc 117.4, l’Oberlin 595, il Duranthon, il Seibel 1077, e il Seibel 4643 (sin. Roi des Noirs); il Seibel 2866 tra i vitigni a bacca rosa; il Castel 109.16, il Duchess, il Gaillard 157, il Seibel 880, il Seibel 2892, il Seibel 4964, e il Seibel 4995, tra quelli a bacca bianca (Manaresi, 1943). Tra le uve sconsigliate per la vinificazione, perché mediocri, venne riportato anche il Seibel 4986 (sin. Rayon d’or), varietà bianca che trovò diffusione anche nel bellunese.

Gli ibridi produttori diretti in genere fornivano un vino semplice e il sapore e il profumo non erano mai all’altezza dei più pregiati vini europei. Nei vini rossi l’aroma foxy era tendenzialmente maggiore e aumentava nelle uve più mature e nei climi più caldi, mentre i migliori risultati si ottenevano con gli ibridi bianchi e negli ambienti più freschi. L’anticipo della vendemmia, la vinificazione in rosato e la coltivazione in climi più freschi diminuivano il difetto foxy dei vini. Molti vitigni ibridi pur mancando dell’aroma foxy, non avevano mai un profumo nettamente vinoso e paragonabile a quello delle varietà di V. vinifera. La maggiore ricchezza in pectina delle uve comportava una minore resa in mosto, oltre che la maggiore formazione di metanolo durante la fermentazione. Altra caratteristica era l’acidità tendenzialmente superiore a quella delle uve europee. Una delle migliori caratteristiche di alcuni vini ibridi era il colore, anche decine di volte più intenso di quello di molti vini europei, tuttavia più instabile con formazione di un deposito bruno-violaceo (Manaresi, 1943).

L’elevata acidità e l’abbondante presenza di colloidi, come la pectina, possono infatti formare precipitati insieme alla sostanza colorante.

(18)

10

In Italia gli ibridi trovarono diffusione preponderante nelle zone di policoltura, dove si producevano vini ordinari, e nelle zone marginali dove le condizioni pedoclimatiche caratterizzate da suoli umidi, eccessiva piovosità, umidità, rischio di gelate, ostacolavano la coltivazione delle tradizionali varietà europee. Fu in queste zone che trovarono particolare diffusione il Bacò 1, il Clinton, e gli incroci di Seibel, caratterizzati da una maggiore precocità rispetto quelli ottenuti da altri ibridatori.

La crescente diffusione in tutta Italia e in genere avuta in tutta Europa, cominciò con il tempo a creare problemi di concorrenza ai buoni vini europei, otre a causare la progressiva perdita delle varietà tradizionali, così a partire dagli anni ’20 vennero promulgate leggi e decreti per disciplinarne, limitarne o proibirne la produzione in Jugoslavia, in Ungheria, in Svizzera, in Francia, in Romania, in Germania, in Bulgaria, in Ceco Slovacchia, in Austria, in Lussemburgo e in Italia. In Italia la Legge del 23 marzo 1931, n. 376, modificata dal R.D.L. 4 Luglio 1935 n. 1444, in seguito dalla legge 2 aprile 1936, n.729 e infine ridotta a testo unico con il R.D. 16 luglio 1936, n.

1634, vietava la coltivazione dei vitigni ibridi tranne che nelle Istituzioni di sperimentazione e di studio e nelle provincie in cui ne era riconosciuta l’utilità (ad esempio la provincia di Belluno oltre i 300 mslm) e comunque limitatamente a 100 ceppi o ad una superficie viticola di 1000 metri quadri (Manaresi, 1943).

La ricerca nel campo dell’ibridazione subì un arresto soprattutto in Italia e in Francia, mentre continuò in Germania con l’Istituto Tedesco per la Viticoltura di Geilweilerhof e l’Università di Geisenheim, in Ungheria con gli Istituti per la Viticoltura e l’Enologia di Kecskemét e Pècs, in Serbia con Università di Novi Sad e in Russia presso il Laboratorio Centrale di Genetica di Michurinsk. Poiché gli ibridi produttori diretti non consentirono di raggiungere i risultati attesi, soprattutto in termini qualitativi dei vini prodotti, risultò intuitivo continuare le operazioni di reincrocio per diminuire progressivamente il genoma americano e attraverso la continua selezione privilegiare le migliori varietà per la vinificazione che mantenevano al tempo stesso i caratteri di resistenza delle specie americane.

In Ungheria e Russia furono aggiunte nuove fonti di resistenza, unendo agli incroci tra specie americane ed europee anche la specie asiatica amurensis, originaria della Cina. Gli ibridi ottenuti entrarono poi nel genoma degli attuali vitigni PIWI coltivati (Testolin et al., 2016). Al Laboratorio Centrale di Genetica di Michurinsk, in Russia, da un incrocio fra V. amurensis x V. vinifera cv. Seyanets Malengra, Ya. I. Potapenko ed E. Zakharova ottennero il vitigno ibrido Severnyi. Questa varietà venne ibridata con il Muscat Ottonel nel 1964 da Forschungsanstalt Geisenheim all’Università di Geisenheim in Germania ottenendo il Geisenheim 6493, in seguito usato all’Istituto Statale di Viticoltura di Friburgo da Norbert Becker come genitore del Solaris, a sua volta parentale del Cabernet Cortis (Maul et al., 2022). Del lavoro svolto in Ungheria da Pal Kozma senior e dal figlio Pal Kozma junior, resta ancora traccia negli attuali portainnesti e nella varietà Kozma 20-3, parte della popolazione d’incrocio Kozma 99-1-48 usata per la creazione degli ibridi Volturnis e Pinot Kors dai ricercatori dell’Università di Udine perché ingloba le resistenze derivanti da V. subg. Muscadinia rotundifolia e da V. amurensis (Soligo, 2020). La varietà Kozma 20-3 è stata usata anche come genitore degli ibridi interspecifici (es. Soreli, Cabernet Volos, Merlot Khorus) recentemente ottenuti dall’Università di Udine in collaborazione con l’Istituto di Genomica Applicata e iscritti al Registro Nazionale delle Varietà di Vite nel 2015 (Testolin et al., 2019).

In Germania la produzione di ibridi resistenti alle malattie è continuata per tutto il secolo scorso fino ad oggi. Dalle ibridazioni compiute negli anni ’60 da Johannes Zimmermann e poi da Norbert Becker fra gli anni

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11

’70 e ’80 del secolo scorso presso l’Istituto Statale di Viticoltura di Friburgo derivarono gran parte delle cultivar resistenti oggi più diffuse in Italia: Johanniter (1968); Helios (1973); Solaris (1975); Bronner (1975); Cabernet Cortis (1982); Cabernet Carbon (1983); Sauvignier Gris (1983); Prior (1987); Muscaris (1987); Cabernet Cantor (1989). All’istituto di Viticoltura di Geilweilerhof Gerhardt Alleweldt ottenne il Regent (1967) (Maul et al., 2022).

In Francia, l’intensa attività di ricerca conclusasi all’inizio del secolo scorso, non diede, come negli altri paesi europei, i risultati sperati soprattutto per la qualità dei vini. Tuttavia, in Francia fino agli anni ’60 gli Ibridi Produttori Diretti occupavano ancora il 30% della superficie coltivata a vite da vino. Il programma di breeding per le resistenze è rimasto fermo fino al 2000. In quell’anno l’INRA di Colmar avviò le ricerche per una serie di incroci con lo scopo di combinare nello stesso ibrido il massimo numero di resistenze a peronospora e oidio, inizialmente due resistenze a peronospora (loci Rpv1 e Rpv3) e due all’oidio (Run1 e Run3), poi dal 2014 tre resistenze per ciascuno dei patogeni per l’aggiunta dei geni Rpv10 e Run3.2 provenienti da V. amurensis.

Analoga la situazione in Italia. Dopo la battuta d’arresto avuta a seguito dei provvedimenti legislativi degli anni ’30, i programmi di miglioramento genetico sono ripresi nel 1998 grazie alle attività dell’Università di Udine alla quale si è aggiunto in collaborazione, l’Istituto di Genomica Applicata. Hanno ottenuto da una serie di incroci eseguiti fra il 2002 e il 2003 quattordici varietà. Le prime dieci sono state iscritte al Registro Nazionale delle Varietà di Vite con i decreti 74 e 45 del 2015. Altre quattro varietà sono state iscritte con il decreto del 09/06/2020. L’Università di Udine ha inserito nei programmi d’incrocio varietà internazionali e autoctone friulane (Tocai), combinandole con le linee genetiche resistenti ungheresi Kozma 99-1-48 e Kozma 20-3, serbe come la SK 1-7 (Sremski Karlovci), e con il Regent. Da qualche anno le attività di incrocio per la produzione di varietà di vite resistenti sono iniziate presso la Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (Tn) e hanno già dato i primi risultati con l’iscrizione delle varietà tolleranti Nermantis, Termantis, Charvir e Valnosia (decreto 09/06/2020) e al CREA di Conegliano (Tv) dove è in corso l’ottenimento di varietà resistenti derivate dalle autoctone Glera e Raboso (Testolin et al., 2016).

Le varietà resistenti alle crittogame che si stanno ottenendo dopo il 2000 sono dette di ultima generazione o settima generazione, per distinguerle da quelle di terza, quarta, quinta e sesta generazione, risultato della ricerca avvenuta fra il 1967 e il 1989 a Friburgo e all’Istituto di viticoltura di Geilweilerhof (uno dei 17 istituti dell’Istituto Julius Kühn - JKI - Istituto federale di ricerca per le piante coltivate) (Soligo, 2020).

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12

1.1.3 ATTUALE DIFFUSIONE DEGLI IBRIDI INTERSPECIFICI

All’inizio del secolo scorso gli ibridi interspecifici coltivati e registrati in Europa raggiunsero le 6000 unità (Pacifico et al., 2013), ma pochi furono effettivamente validi. Alcuni di questi ibridi di prima generazione sono ancora iscritti nei registri nazionali di Francia, Germania e Svizzera, ma non in Italia dove furono vietati. Il Regolamento (CE) n. 1493/1999 del Consiglio del 17 maggio 1999 relativo all’organizzazione comune del mercato vitivinicolo, all’art. 19, ha infatti stabilito che gli Stati membri nella compilazione della classificazione delle varietà di viti per la produzione di vino, possono inserire tutte le varietà appartenenti alla specie V. vinifera o provenienti da un incrocio tra questa specie e altre specie del genere Vitis con l’eccezione delle varietà Noah, Othello, Isabelle, Jacquez, Clinton e Herbémont (Gonzato, 2022).

Attualmente sono più di 380 le varietà resistenti ottenute in 25 paesi diversi (Testolin et al., 2016).

Una ricerca condotta da Eurostat sul consumo di fitofarmaci in Europa fra il 1993 e il 2003 ha evidenziato come la viticoltura, pur occupando una minima percentuale della superficie agricola, mediamente il 3.93% (tabella 1.1), sia il settore maggiormente responsabile del consumo di fitofarmaci (figura 1.1), in particolare fungicidi arrivando ad assorbirne fino al 69% (Eurostat, 2007). I fungicidi sono anche la categoria di fitofarmaci con il maggior consumo a livello europeo in termini di volume (figura 1.2) (Eurostat, 2000).

Tabella 1.1 – Area agricola occupata in UE dalle diverse colture fra il 1992 e il 2003 (migliaia di ettari, Eurostat, 2007).

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13

Figura 1.1 – Evoluzione del consumo di prodotti fitosanitari per specifiche colture in UE fra il 1994 e il 2003 (tonnellate di sostanza attiva;

Eurostat, 2007).

Figura 1.2 - Composizione del consumo di prodotti fitosanitari (in volume) in UE nel 1996 (Eurostat, 2000).

Negli ultimi anni, la crescente sensibilità in termini ecologici, contestualmente alla revoca di alcuni fungicidi in precedenza molto usati e alle normative europee sempre più stringenti che inducono ad una riduzione dei trattamenti fitosanitari hanno richiamato l’attenzione sulle varietà resistenti. Il loro utilizzo potrebbe essere una valida soluzione in agricoltura biologica, che tra i problemi attuali sta affrontando il tema della riduzione del rame (Reg. CE 473/2012). Gli aspetti a favore della loro coltivazione per operatori agricoli, aziende e per la collettività sono molteplici:

1. «riduzione dei trattamenti, che si traduce nella riduzione dei rischi a carico della salute umana e degli effetti sull’ambiente, anche in termini di emissioni di anidride carbonica;

2. possibilità di impianto in zone di difficile accesso, come quelle in forte pendenza, riducendo così i rischi a carico degli operatori;

3. riduzione dei costi di gestione dei vigneti per le aziende;

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14

4. possibilità di coltivazione in zone “sensibili” e nelle “fasce di rispetto” introdotte con l’entrata in vigore della Direttiva CE 128/09 recepita a livello nazionale dal Decreto legislativo n. 150 del 14/08/2012;

5. possono essere la soluzione in particolari situazioni dove è previsto da specifiche ordinanze l’obbligo di effettuare i trattamenti a mano, l’utilizzo di queste varietà può contribuire a risolvere alcune problematiche (riduzione dei costi e delle fatiche, diminuzione dei fenomeni di deriva, conflittualità)»

(Chemolli et al., 2013);

6. «soddisfare le nuove esigenze del consumatore in termini salutistici» (Sartori, 2016);

7. «consentire la viticoltura nelle zone marginali, dove la presenza della vite garantisce il presidio del territorio, valorizzazione paesaggistica, attrazione turistica, garantisce posti di lavoro e creazione di ricchezza, prevenendo lo spopolamento e il conseguente abbandono del territorio» (Chemolli et al., 2013);

Le caratteristiche ideali di un vitigno resistente dovrebbero essere (Scienza, 2022):

1. «Possedere un profilo aromatico e polifenolico (per i rossi) di qualità comparabile o superiore a quello del genitore di V. vinifera o della varietà di riferimento e comunque in linea con le esigenze del mercato;

2. Coniugare tradizione ed innovazione (tradizione data dal parentale di vinifera, l’innovazione dalla introgressione dei geni di resistenza);

3. Esprimere buone attitudini agronomiche (produttività, vigore, rusticità ecc.);

4. Permettere una tangibile riduzione dei trattamenti fitosanitari e dei relativi costi;

5. Consentire la realizzazione di vigneti ad elevata sostenibilità ambientale»;

1.1.3.1 Situazione legislativa dei vini DOP e IGP

Il Regolamento CE n. 1234/2007 del Consiglio, del 22 ottobre 2007 (regolamento unico OCM), all’articolo 118, per quanto riguarda la produzione di vini a D.O.C, prevedeva che il prodotto fosse ottenuto solo da varietà di vite appartenenti alla specie V. vinifera, mentre nel caso di prodotti ad indicazione geografica tipica lo stesso articolo prevedeva che il prodotto potesse essere ottenuto da varietà appartenenti al genere V. vinifera o da un incrocio tra V. vinifera e altre specie del genere Vitis (www.politicheagricole.it, 2022).

Il Reg. 479/2008 (revisione dell’impianto generale e semplificazione amministrativa) trovò applicazione in Italia con il più restrittivo decreto legislativo D.Lgs 61/2010 che all’articolo 8, comma 6, vietava di produrre vini sia a D.O.C. che a I.G.T. se ottenuti, sia totalmente che parzialmente, da vitigni che derivassero da ibridi interspecifici tra la V. vinifera ed altre specie del genere Vitis.

In seguito, il Regolamento UE 1308/2013 (“OCM unica”) del 13/12/2013, abrogando il Reg. CE n. 1234/2007 è diventato la normativa europea di riferimento, mantenendo però le stesse limitazioni d’uso degli ibridi interspecifici. La situazione in Italia è invece cambiata con la Legge n. 238/2016 (“Testo unico del vino”), attualmente la normativa italiana di riferimento, che all’articolo 33, comma 7 consente per i vini a indicazione geografica l’uso delle varietà iscritte al registro nazionale delle varietà di vite, ammettendo di fatto l’uso delle varietà registrate come ibrido interspecifico. All’articolo 33, comma 6, vieta l’uso delle denominazioni di origine

(23)

15

per i vini ottenuti sia totalmente sia parzialmente da vitigni che derivino da ibridi interspecifici tra la Vitis vinifera e altre specie americane o asiatiche (www.normattiva.it., 2022).

Il Regolamento UE 2021/2117 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 06/12/2021, modifica il Reg. UE 1308/2013 ed ora apre la possibilità di usare le denominazioni anche per i vini ottenuti da un incrocio tra la specie V. vinifera e altre specie del genere Vitis (www.politicheagricole.it, 2022).

In Germania, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria le varietà piwi sono considerate come V.

vinifera e quindi possono essere usate per produrre vini a denominazione d’origine già da tempo. Anche in Francia i quattro vitigni resistenti recentemente sviluppati dall’INRA (Vidoc, Artaban, Floréal e Voltis)sono stati iscritti al catalogo nazionale come V. vinifera e senza limitazioni d’uso (Scienza, 2022).

Un altro aspetto legislativo che coinvolge le varietà resistenti a bacca rossa è il limite massimo stabilito per la concentrazione di antocianine diglucosidi. L’Organizzazione Internazionale della Vite e del Vino (OIV) stabilisce un valore massimo di 15 mg/L di malvidina diglucoside nel vino per discriminare i vini ottenuti dagli IPD dai vini ottenuti da varietà pure di V. vinifera. In Italia, dove la coltivazione degli IPD è vietata, questo limite è osservato. Con l'eccezione di una varieta, il Cabino, i diglucosidi prevalgono chiaramente sui monoglucosidi in molti varietà resistenti a bacca rossa, tra cui Regent, Cabernet Carbon, Cabernet Cortis, Monarch, Prior, Cabernet Cantor e Baron (Nicolini et al., 2018).

Il Cabernet Cortis è tra le varietà con valori tendenzialmente elevati di malvidina-3,5-O-diglucoside.

Anche se il contenuto varia con l’annata e con le tecniche di vinificazione adottate, i vini rossi di Cabernet Cortis superano regolarmente la soglia dei 15 mg/L. La possibilità di rimanere sotto questo valore si ha solo con delle vinificazioni in rosato. Non tutti gli stati membri dell’Unione Europea hanno recepito le direttive dell’OIV. In Germania i vini di C. Cortis, così come quelli da altre varietà con contenuti elevati di malvidina-3,5-O- diglucoside, possono essere regolarmente messi in commercio come vino DOC (Raifer, 2019).

Per i motivi sopracitati la Provincia di Trento ha revocato l’autorizzazione all’impianto di varietà resistenti a bacca rossa, in quanto tutti i genotipi iscritti al Registro Nazionale delle Varietà evidenziano livelli sensibilmente più alti (Dorigatti et al., 2019).

1.1.3.2 Attuale diffusione dei vitigni resistenti in Italia

Attualmente in Italia, le varietà iscritte al Registro Nazionale delle Varietà di Vite (RNVV) sono 36, tutte ottenute dopo il 1964 in vari istituti europei (tabella 1.2).

Altri due ibridi iscritti dal 1997, Isabella e Noah, sono inseriti nella sezione “Varietà a destinazione particolare”. Delle 36 varietà iscritte, 24 sono già ammesse alla coltivazione come uve da vino, ma non in tutte le regioni. Attualmente le varietà da ibrido interspecifico sono ammesse alla coltivazione in Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, la Provincia Autonoma di Trento e la Provincia Autonoma di Bolzano. È in corso la procedura di autorizzazione alla coltivazione in Lazio, Puglia e Campania.

Al 2020 la superficie viticola nazionale coltivata a vitigni resistenti ammontava a 626 ettari, contro i 666.400 ettari di superficie viticola totale (Scienza, 2022).

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16

In Veneto, dove si possono coltivare tutte le 24 varietà resistenti finora ammesse in Italia (tabella 1.3), molte di queste sono già utilizzabili per la produzione di vini nelle seguenti indicazioni geografiche:

1) IGT Alta Livenza 2) IGT Conselvano 3) IGT Marca Trevigiana 4) IGT Veneto Orientale 5) IGT Vigneti delle Dolomiti 6) IGT Colli Trevigiani 7) IGT Trevenezie 8) IGT Veneto

9) IGT Verona (catalogoviti.politicheagricole.it, 2022).

La diffusione delle varietà resistenti ha avuto in Veneto una buona espansione negli ultimi anni, con una consistenza al 2018 di 80 ettari (regione.veneto.it, 2019) e arrivando nel 2020 a 256 ettari (Scienza, 2022).

Anche nella provincia di Belluno, come nel resto del territorio regionale, gli impianti dopo un periodo sperimentale hanno avuto un incremento dal 2014, con 20,26 ettari nel 2018 (figura 1.3) e 39,79 ettari nel 2020 (figura 1.4) (Soligo, 2020).

Figura 1.3 – Superfici vitate a vitigni resistenti nelle provincie della Regione Veneto nel 2018 (FONTE: AVEPA, regione.veneto.it, 2019).

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17

Figura 1.4 - Superfici vitate a vitigni resistenti nelle provincie della Regione Veneto nel 2020 (FONTE: AVEPA; Soligo, 2020).

Dall’elaborazione dei dati provenienti dallo Schedario Viticolo Veneto effettuata dall’AVEPA, si osserva, nel 2020, la preferenza per le varietà bianche in quasi tutto il territorio regionale (figura 1.5). In particolare il Souvignier gris risulta essere la varietà più coltivata in Veneto (figura 1.6) (Soligo, 2020).

Nella figura 1.7 si possono notare le preferenze tra le varietà resistenti nelle diverse province del Veneto nel 2020. In provincia di Belluno la varietà più diffusa è il Solaris, seguita in ordine di diffusione, dal Souvignier gris, dal Bronner e dal Cabernet Cortis (Soligo, 2020).

Figura 1.5 – Diffusione dei vitigni resistenti a bacca rossa e a bacca bianca nelle provincie della Regione Veneto nel 2020 (FONTE AVEPA; Soligo, 2020).

(26)

18

Figura 1.6 – Superficie vitata per varietà in Veneto nel 2020 (FONTE AVEPA; Soligo, 2020).

Figura 1.7 – Superficie vitata per varità nelle provincie del Veneto nel 2020 (FONTE AVEPA; Soligo, 2020).

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19 N. Nome - colore

(anno)

Anno di registrazione e

Proponente

Costitutore

(origine) Incrocio

1 BRONNER - B.

(1975)

2009

Provincia Autonoma di Bolzano

Istituto di Ricerca di Friburgo (Germania)

Merzling × Geisenheim 6494

2 CABERNET BLANC – B

(1991) 2020

Vitis Rauscedo Valentin Blattner

(Germania) Cab. Sauvignon × Regent

3 CABERNET CARBON – N

(1983)

2013 Istituto Agrario San

Michele all'Adige

Istituto di Ricerca di Friburgo (Germania)

Cab. Sauvignon × Bronner

4 CABERNET CORTIS – N (1982)

2013 Istituto Agrario San

Michele all'Adige

Istituto di Ricerca di Friburgo (Germania)

Cab. Sauvignon × Solaris

5 CABERNET EIDOS – N

(2002) 2015

Università di Udine Università di Udine, IGA

(Italia) Cab. Sauvignon × Bianca

6 CABERNET VOLOS – N

(2002) 2015

Università di Udine Università di Udine, IGA

(Italia) Cab. Sauvignon × Kozma 20-3

7 CABERTIN – N

(1991) 2020

Vitis Rauscedo Valentin Blattner

(Germania) Cab. Sauvignon × Regent

8 CHARVIR – B

(1994)

2020 Fondazione Edmund

Mach (FEM)

Fondazione Edmund Mach-

(Italia) FEM FR 945-60 × Merzling

9 FLEURTAI – B

(2002) 2015

Università di Udine Università di Udine, IGA

(Italia) Tocai x Kozma 20-3

10 HELIOS – B

(1973)

2013 Istituto Agrario San

Michele all'Adige

Istituto di Ricerca di Friburgo (Germania)

Merzling × Freiburg 986-60

11 JOHANNITER – B (1968)

2013 Istituto Agrario San

Michele all'Adige

Istituto di Ricerca di

Friburgo(Germania) Riesling Weiss × Freiburg 589-54

12 JULIUS- N

(2002) 2015

Università di Udine Università di Udine, IGA

(Italia) Regent × Kozma 20-3

13 KERSUS – B

(2002) 2020

Università di Udine Università di Udine, IGA

(Italia) Pinot Bianco × ? SK 1/7

14 MERLOT KANTHUS – N

(2002)

2015

Università di Udine Università di Udine, IGA

(Italia) Merlot × Kozma 20-3

(28)

20 N. Nome - colore

(anno)

Anno di registrazione e

Proponente

Costitutore

(origine) Incrocio

15 MERLOT KHORUS – N

(2002) 2015

Università di Udine Università di Udine, IGA

(Italia) Merlot × Kozma 20-3

16 MUSCARIS – B (1987)

2014 PIWI international e provincia di Bolzano

Istituto di Ricerca di

Friburgo Solaris × Muscat a Petit grains blanc

17 NERMANTIS – N

(1994)

2020 Fondazione Edmund

Mach (FEM)

Fondazione Edmund Mach- FEM

(Italia) Teroldego × Merzling

18 PALMA – B

(2001)

2021 Fondazione Edmund

Mach (FEM)

Transdanubian Research Insitute of Viticulture and

Enology – University of Horticulture and Food

Industry (Ungheria)

VRH 3082-1-42 × PETRA

19 PINOT ISKRA – B

(2002) 2020

Università di Udine Università di Udine, IGA

(Italia) Pinot Bianco × ? SK 1/7

20 PINOT KORS – N

(2002) 2020

Università di Udine Università di Udine, IGA

(Italia) Pinot Nero × Kozma 99-1-48

21 PINOT REGINA – N (2004)

2020

Consorzio Innovazione Vite

Transdanubian Research Insitute of Viticulture and

Enology – University of Horticulture and Food

Industry (Ungheria)

Pinot Nero × Kozma 99-1-48

22 PINOTIN – N

(1991) 2020

Vitis Rauscedo Valentin Blattner

(Germania) Cab. Sauvignon × Regent

23 POLOSKEI

MUSCOTALY – B (1967)

2019 Vivai Viticoli Trentini

Transdanubian Research Insitute of Viticulture and

Enology – University of Horticulture and Food

Industry (Ungheria)

?

24 PRIOR – N

(1987)

2013 Istituto Agrario San

Michele all'Adige

Istituto di Ricerca di Friburgo (Germania)

Freiburg 4-61 × Freiburg 236-75

25 (RANCHELLA – N)

(“2005”) 2021

Francesco Ranchella

(scoperta nel 2005 da Marco e Francesco Ranchella)

(Italia) Carignan × ?

26 REGENT – N

(1967)

2009

Provincia Autonoma di Bolzano

Julius Kühn-Institut (JKI)

(Germania) Diana × Chambourcin

(29)

21 N. Nome - colore

(anno)

Anno di registrazione e

Proponente

Costitutore

(origine) Incrocio

27 SEVAR – N

(1964)

2021 Fondazione Edmund

Mach (FEM)

Breeding Station of Vine Grape, Ltd.

(Rep. Ceca)

Seyve Villard 12-358 × Svatovavrinecke

28 SOLARIS – B

(1975)

2013 Istituto Agrario San

Michele all'Adige

Istituto di Ricerca di Friburgo (Germania)

Merzling × Geisenheim 6493

29 SORELI – B

(2002) 2015

Università di Udine Università di Udine, IGA

(Italia) Tocai × Kozma 20-3

30 SOUVIGNIER GRIS – B (1983)

2014 PIWI international e provincia di Bolzano

Istituto di Ricerca di Friburgo

(Germania) Seyval × Zaehringer

31 SAUVIGNON KRETOS – B

(2003)

2015

Università di Udine Università di Udine, IGA

(Italia) Sauvignon × Kozma 20- 3

32 SAUVIGNON NEPIS – B

(2002) 2015

Università di Udine Università di Udine, IGA

(Italia) Sauvignon × Bianca

33 SAUVIGNON RYTOS – B

(2002)

2015

Università di Udine Università di Udine, IGA

(Italia) Sauvignon × Bianca

34 TERMANTIS – N

(1994)

2020 Fondazione Edmund

Mach (FEM)

Fondazione Edmund Mach-

(Italia) FEM Teroldego × Merzling

35 VALNOSIA – B

(1994)

2020 Fondazione Edmund

Mach (FEM)

Fondazione Edmund Mach-

(Italia) FEM Nosiola × Bianca

36 VOLTURNIS – N

(2002) 2020

Università di Udine Università di Udine, IGA

(Italia) Pinot Nero × ? Kozma 99-1-48

Tabella 1.2 – Elenco delle varietà di vite “resistenti” iscritte al Registro Nazionale delle varietà di Vite (catalogoviti.politicheagricole.it, 2022).

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Tabella 1.3 – Elenco delle 24 varietà di vite da incrocio interspecifico ammesse alla coltivazione in Veneto (catalogoviti.politicheagricole.it, 2022).

1.1.4 IBRIDAZIONE MODERNA, METODI E ATTUALI OBIETTIVI

Da oltre un secolo il miglioramento genetico della vite ha fatto affidamento alla tecnica di incrocio e selezione che ha consentito, attraverso l’ibridazione interspecifica di trasferire i caratteri di resistenza delle specie selvatiche al nuovo ibrido, prevedendo necessariamente l’esecuzione di successivi reincroci con un genitore di V.

vinifera dotato delle migliori caratteristiche qualitative per ridurre progressivamete il genoma della specie selvatica, mantenendo di questa i caratteri di resistenza e del parentale di vinifera, la vocazione alla vinificazione. Questa tecnica, seppur come incrocio intraspecifico, ha sempre accompagnato la storia della viticoltura, in modo più o meno consapevole da parte dell’uomo che molto spesso propagava la vite per via gamica. Il metodo di incrocio e selezione è quello impiegato ancora oggi per il miglioramento genetico della vite. I principali problemi di questa tecnica sono legati ai tempi lunghi e ai costi elevati per ottenere la nuova varietà, nonchè all’impraticabilità di ottenere nel nuovo individuo la combinazione voluta dei geni del genitore selvatico e di quello coltivato.

Normalmente ci vogliono vent’anni per ottenere una nuova varietà ed altri dieci per poterla renderla disponibile commercialmente. Grazie alle conquiste ottenute nel campo della genetica molecolare, che hanno portato al sequenziamento del genoma della vite e l’uso dei marcatori molecolari, è stato possibile ridurre i tempi per l’ottenimento di nuove varietà per incrocio e selezione. La selezione successiva alla nascita di nuove piante per incrocio avveniva fino a qualche decennio addietro basandosi solo sull’osservazione fenotipica dei caratteri agronomici. Oggi la selezione assistita dai marcatori (MAS, Marker Assisted Selection) e la conoscenza della

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sequenza del genoma di vite, permettono di identificare gli individui che a seguito dell’incrocio presentano i geni legati alla resistenza ai patogeni, evitando la riproduzione da seme di tutta la progenie. Una sfida per la genomica è la comprensione delle basi genetiche dei profili aromatici e dei geni responsabili della sintesi di determinate categorie di composti chimici dell’uva. In questo modo sarà possibile anche ridurre il numero di varietà da sottoporre alle prove di vinificazione, contenendo i tempi e i costi della selezione (Palliotti et al., 2018).

Tra i nuovi obiettivi continua ad esserci la ricerca di nuovi geni di resistenza tra le specie del genere Vitis e la piramidizzazione delle resistenze, ovvero la possibilità di riunire in un unico genotipo più geni di resistenza a un patogeno diminuendo la probabilità che quel patogeno evolvendosi, superi la resistenza stessa (Testolin et al., 2016). Eventi di superamento della resistenza si sono verificati in viticoltura, come nel caso della varietà Bianca (Peressotti et al., 2010). L’assenza di difesa fitosanitaria preventiva, la coltivazione monovarietale e intesiva sono fattori che predispongono al superamento della resistenza.

Una delle attuali sfide è proseguire la conoscenza dei geni legati ai caratteri metabolici, fenologici e morfologici.

I programmi di breeding continuano anche con i reincroci per diminuire progressivamente nelle nuove varietà la percentuale di genoma non-vinifera e dopo gli incroci del 2002-2003, i ricercatori di Udine hanno focalizzato l’attenzione anche sulla diversificazione d’incrocio per ottenere varietà con attitudini a vinificazioni diverse (base spumante, vini adatti a lunghi invecchiamenti, vini da dessert) e inserendo nei loro incroci non più le varietà internazionali, ma varietà autoctone. I ricercatori dell’Università di Udine hanno tra i nuovi obiettivi la messa a punto di metodi di analisi rapida dei profili metabolici in vista di una preselezione degli incroci destinati alle vinificazioni e ai test di assaggio, escludendo le varietà che dall’analisi del profilo metabolico del mosto evidenziano aromi indesiderati (Testolin et al., 2016).

A seguito della scoperta del gene di resistenza ad oidio, Ren 1, nella varietà V. vinifera cv. Kishmish Vatkana (Hoffmann et al., 2008) e all’individuazione di varietà caucasiche resistenti alla peronospora V. vinifera cv.

Mgaloblishvili (Toffolatti et al., 2016) sono stati iniziati nuovi progetti di ricerca in campo genetico anche in Italia, Francia, Germania, Ungheria e Stati Uniti.

Nell’ottica di una futura viticoltura sostenibile e degli effetti del cambiamento climatico, la ricerca scientifica continua a monitorare e selezionare le nuove varietà resistenti, che per consentire la sostenibilità devono garantire la resistenza a molteplici stress biotici, abiotici e ottimali caratteristiche vegeto-produttive.

Attualmente il miglioramento genetico in campo agricolo ha a disposizione diversi metodi che, per comodità, possono essere divisi in tre grandi gruppi: le tecniche di incrocio convenzionali (Conventional Breeding Tecniques, CBT), le tecniche di trasformazione genetica o tecniche consolidate di modifica genetica (Established Techniques of Genetic Modification, ETGM) e le nuove tecniche di incrocio (New Breeding Techniques, NBT) (Giovannelli et al., 2022).

A queste si aggiungono le tecniche di mutagenesi indotta che prevedono di indurre artificialmente mutazioni esponendo parti di pianta o piante intere a stimoli esterni fisici (radiazioni UV o di neutroni, schok termici o raggi X) o chimici (etil metansulfonato, EMS). La tecnica della mutagenesi non è specifica e induce mutazioni casuali pertanto bisogna operare su un elevato numero di individui, stante la bassa probabilità di ottenere un evento mutageno positivo. Sono state sperimentate attraverso l’irraggiamento su plantule “in vitro”,

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