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L autore. Visita il suo blog Seguilo su Twi

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Academic year: 2022

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(2)

“C

Il libro

iao a tu i. Spero per voi che siate pronti, perché sto per raccontarvi la storia della mia vita. O meglio, come mai è finita.

E se state ascoltando queste casse e è perché voi siete una delle ragioni. Non vi dirò quale nastro vi chiamerà in causa. Ma non preoccupatevi, se avete ricevuto questo bel pacco regalo, prima o poi il vostro nome salterà fuori... Ve lo prome o.”

Quando Clay Jensen ascolta il primo dei nastri che qualcuno ha lasciato per lui davanti alla porta di casa non può credere alle sue orecchie. La voce che gli sta parlando appartiene ad Hannah, la ragazza di cui è innamorato dalla prima liceo, la stessa che si è suicidata soltanto un paio di se imane prima. Clay è sconvolto, da un lato non vorrebbe avere nulla a che fare con quei nastri. Hannah è morta, e i suoi segreti dovrebbero essere sepolti con lei.

Ma dall’altro, il desiderio di scoprire quale ruolo ha avuto lui nella vicenda è troppo forte. Per tu a la no e, quindi, guidato dalla voce della ragazza, Clay ripercorre gli episodi che hanno segnato la sua vita e determinato, in un drammatico effe o valanga, la scelta di privarsene. Tredici motivi, tredici storie che coinvolgono Clay e alcuni dei suoi compagni di scuola e che, una volta ascoltati, sconvolgeranno per sempre le loro esistenze.

Con più di due milioni e mezzo di copie vendute soltanto negli Stati Uniti, Tredici, romanzo d’esordio di Jay Asher, è uno dei libri più le i dai ragazzi americani, e ora anche una serie televisiva prodo a da Netflix.

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L’autore

Jay Asher vive in California, è stato bibliotecario e libraio in ogni tipo di libreria, da quelle indipendenti a quelle di catena. Tredici è il suo romanzo d’esordio e, fin dalla pubblicazione, nel 2007, è stabilmente nella classifica dei bestseller del “New York Times”. Ora è anche una serie originale Netflix in tredici puntate.

Visita il suo blog www.jayasher.blogspot.com Seguilo su Twi er @jayasherguy

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Jay Asher

TREDICI

Traduzione di Lorenzo Borgotallo e Maria Carla Dallavalle

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TREDICI

A JoanMarie

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«Scusi?» ripete lei. «Quando vuole che sia recapitato?»

Mi passo due dita sul sopracciglio sinistro, premendo. Ho la testa che mi scoppia. «Fa lo stesso» rispondo.

La commessa prende il pacco. La stessa scatola da scarpe che giaceva sulla veranda di casa mia meno di ventiqua r’ore fa; avvolta in un sacche o di carta marrone, sigillata con scotch trasparente, uguale identica a come l’avevo ricevuta. Ma indirizzata, ora, a un altro destinatario. Il prossimo sulla lista di Hannah Baker.

«Quant’è?»

La tizia posiziona la scatola su un tappetino di gomma, poi digita una serie di cifre sulla tastiera. Appoggio sul bancone il mio bicchierone di caffè da autogrill e controllo il display. Tiro fuori dal portafoglio qualche biglie o da un dollaro, pesco nelle tasche un po’

di moneta, e piazzo i soldi davanti a lei.

«Temo che il caffè non abbia ancora fa o effe o» osserva. «Manca un dollaro.»

Le do il dollaro e mi stropiccio gli occhi assonnati. Il caffè ora è quasi freddo, tanto che devo sforzarmi per trangugiarlo. Ma ho assolutamente bisogno di svegliarmi.

O forse no. Forse è meglio passare la giornata mezzo addormentato. Forse è l’unico modo per arrivare fino a sera.

«Dovrebbero recapitarlo domani» aggiunge lei. «O al massimo dopodomani» e lascia cadere il pacco in un carrello alle sue spalle.

Avrei dovuto spedirlo dopo la scuola. Avrei dovuto concedere a Jenny un giorno in più di pace.

Anche se non se lo merita.

Rientrando domani, o dopodomani, troverà sulla porta di casa un pacco. Oppure, se la madre, il padre o qualcun altro rincaserà prima

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p pp p q p di lei, se lo ritroverà magari sul le o. E sarà tu a emozionata. È successo pure a me. Un pacco senza mi ente? Si sono dimenticati o l’hanno fa o apposta? Sarà mica un’ammiratrice segreta?

«Vuole la ricevuta?» Faccio segno di no.

Un piccolo registratore di cassa la stampa lo stesso. Io sto a guardare, mentre la commessa strappa il foglie o lungo i dentini di plastica e lo bu a in un cestino.

C’è un unico ufficio postale in ci à. Chissà se è la stessa impiegata che ha servito anche gli altri della lista, quelli che hanno ricevuto il pacco prima di me. Si saranno tenuti la ricevuta per ricordo?

L’avranno infilata in fondo al casse o della biancheria? Oppure infilzata su una bacheca di sughero?

Faccio quasi per richiedergliela. Sono sul punto di dire: “Mi scusi, ci ho ripensato. Posso avere la ricevuta?”. Così, per ricordo.

Ma se avessi voluto un souvenir, avrei potuto copiare i nastri o tenermi la mappa. In realtà, non desidero sentirne parlare mai più.

Anche se la sua voce resterà per sempre con me. E le case, le strade, la scuola continueranno a ricordarmela.

Non è più un problema mio. Il pacco è già partito. Esco dall’ufficio postale senza ricevuta.

Vicino al sopracciglio sinistro, la testa continua a martellarmi.

Ogni volta che deglutisco avverto in bocca un sapore amaro, e più mi avvicino a scuola, più mi sento sul punto di crollare.

Voglio collassare. Voglio spalmarmi all’istante sul marciapiede e trascinarmi in mezzo all’edera. Perché, oltrepassata quella, il marciapiede fa una curva lungo il perimetro esterno del parcheggio della scuola. Poi, taglia dri o in mezzo al prato, fino all’ingresso dell’edificio principale. A raversa il portone e diventa un corridoio che si snoda tra file di aule e armadie i su entrambi i lati, fino a varcare la soglia sempre aperta della classe, alla prima ora.

Lì davanti, rivolta verso gli studenti, ci sarà la ca edra del prof Porter. Lui sarà l’ultimo a ricevere un pacco senza mi ente. E in mezzo, a sinistra, ci sarà il banco di Hannah Baker.

Vuoto.

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Un’ora dopo la scuola

Ieri

Un pacco grande quanto una scatola da scarpe è appoggiato contro la porta di casa mia. La porta ha una piccola buca in cui infilare la posta, ma tu o quello che è più spesso di una sapone a viene lasciato fuori. Uno scarabocchio sull’involucro indirizza il pacco a Clay Jensen, così lo raccolgo ed entro in casa.

Lo porto in cucina e lo appoggio sul bancone. Apro il casse o delle cianfrusaglie e pesco un paio di forbici. Passo la lama a orno al coperchio e lo sollevo. Dentro c’è una specie di tubo fa o di plastica con le bolle. Lo srotolo e trovo se e audiocasse e sfuse.

Ogni casse a ha un numero blu in alto a sinistra, scri o forse con dello smalto per unghie. Ogni lato ha un suo numero.

Uno e due sulla prima casse a, tre e qua ro sulla seconda, cinque e sei sulla terza, e così via. L’ultima ha un tredici scri o su un lato e niente sull’altro.

A chi verrebbe mai in mente di spedire una scatola piena di casse e? Nessuno le ascolta più. Non so nemmeno se abbiamo ancora un mangianastri.

In garage! Lo stereo sul tavolo da lavoro. Papà l’ha comprato a una svendita. Glielo tiravano dietro. È di quelli vecchi, non importa se si copre di segatura o di schizzi di vernice. Ma la cosa fondamentale è che ha un mangianastri incorporato.

Trascino uno sgabello davanti al tavolo, bu o lo zaino per terra, e mi siedo. Schiaccio EJECT. Lo sportellino di plastica si apre e c’infilo dentro la prima casse a.

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Casse a 1: lato A

Ciao a tu i, ragazze e ragazzi. Qui è Hannah Baker. Dal vivo e in stereofonia.

Non ci posso credere.

Niente rimpatriate. Niente bis. E stavolta, neppure una richiesta.

No, non è possibile. Hannah Baker si è uccisa.

Spero per voi che siate pronti, perché sto per raccontarvi la storia della mia vita. O meglio, come mai è finita. E se state ascoltando queste casse e, è perché voi siete una delle ragioni.

Cosa?! No!

Non vi dirò quale nastro vi chiamerà in causa. Ma non preoccupatevi, se avete ricevuto questo bel pacco regalo, prima o poi il vostro nome salterà fuori… Ve lo prome o.

Cos’è, una specie di macabro biglie o d’addio?

Prima di suicidarsi, ha registrato una serie di casse e. Ma perché?

Le regole sono semplicissime. Sono solo due. Regola numero uno:

ascoltare. Regola numero due: consegnare il pacco agli altri. Mi auguro solo che nessuna delle due sia troppo facile per voi.

«Cosa ascolti di bello?»

«Mamma!»

Mi bu o sullo stereo, schiacciando più tasti contemporaneamente.

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«Ehi, mi hai fa o venire un colpo!» dico. «Niente. Solo una ricerca per la scuola.»

È la mia risposta fissa. Torno a casa tardi? Una ricerca per la scuola. Ho bisogno di qualche soldo in più? Una ricerca per la scuola. E ora, i nastri di una ragazza. Una ragazza che due se imane fa ha ingerito una manciata di pillole.

Una ricerca per la scuola.

«Posso sentire?» chiede.

«Non è roba mia» rispondo, sfregando la punta della scarpa contro il pavimento di cemento. «Sto aiutando un amico. È per Storia. Una noia…»

«Bravo, è molto carino da parte tua.» Poi si sporge oltre la mia spalla e solleva un panno impolverato, uno dei miei vecchi pannolini di stoffa, per prendere un metro da sarta nascosto lì so o. Mi dà un bacio in fronte. «Allora ti lascio in pace.»

Aspe o finché la porta non si richiude, poi piazzo un dito su

PLAY. Ho le dita, le mani, le braccia e il collo molli come quelli di un bura ino. Mi sento completamente svuotato. Non ho nemmeno la forza di premere il tasto di uno stereo.

Afferro la pezza e la bu o sopra la scatola da scarpe, tanto per cancellarne la vista. Vorrei non aver mai posato gli occhi su quel pacco o sulle se e casse e che contiene. Premere PLAY la prima volta è stato facile. Un gioco da ragazzi. Non avevo idea di cosa ci fosse registrato.

Ma adesso, è una delle sensazioni più terrificanti che abbia mai provato.

Abbasso il volume e schiaccio PLAY.

… uno: ascoltare. Regola numero due: consegnare il pacco agli altri. Mi auguro solo che nessuna delle due sia troppo facile per voi.

Una volta che avete finito di ascoltare tu i e tredici i lati – perché ogni storia ha tredici lati – dovete riavvolgere le casse e, rime erle nella scatola

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e consegnarle alla persona che viene dopo di voi nel racconto. E tu, fortunato numero tredici, sei liberissimo di portartele con te all’inferno.

Chissà, magari ci rivedremo laggiù, sempre se ci credi.

Qualora foste tentati di infrangere le regole, sappiate che ho provveduto a fare una copia di ogni nastro. Se il pacco non dovesse raggiungere tu i i dire i interessati, tali copie diventeranno subito di dominio pubblico.

Il mio non è stato un gesto avventato.

Non datemi per scontata… una seconda volta.

No. Non può pensarlo sul serio.

Vi tengo d’occhio.

Lo stomaco si contrae, pronto a farmi vomitare se solo rilasso i muscoli. Non lontano, c’è un secchio di plastica, appoggiato a testa in giù sopra uno sgabello. In caso, sono sufficienti due passi per afferrarlo dal manico e rigirarlo.

Conoscevo Hannah Baker. Voglio dire, mi sarebbe piaciuto. Avrei tanto voluto conoscerla meglio. Durante l’estate abbiamo lavorato insieme giù al cinema. E non molto tempo fa, a una festa, ci siamo anche baciati. Ma non c’è stata occasione di frequentarci di più. E giuro che non l’ho mai e poi mai data per scontata. Lo giuro.

Queste casse e non dovrebbero essere qui. Non con me. Ci dev’essere un errore.

O forse è uno scherzo di pessimo gusto.

Tiro verso di me il cestino della spazzatura. Anche se l’ho già controllato, ricontrollo l’involucro. Ci deve pur essere un mi ente.

Forse mi è sfuggito.

I nastri-addio di Hannah Baker stanno passando di mano in mano. Qualcuno deve averne fa a una copia e deve avermela spedita per prendermi in giro. Domani, a scuola, qualcuno scoppierà a ridere vedendomi, oppure farà una smorfia e si volterà dall’altra parte. Così saprò chi è stato.

E poi?

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Poi non lo so.

Quasi mi dimenticavo. Se siete sulla mia lista, avreste dovuto ricevere una mappa.

Lascio ricadere l’involucro nel cestino.

Sono sulla lista.

Qualche se imana fa, pochi giorni prima che Hannah s’impasticcasse, un tipo deve aver infilato una busta a raverso la grata del mio armadie o. La busta diceva: CONSERVALA – NE AVRAI BISOGNO, scri o in pennarello rosso. Dentro c’era una mappa pieghevole della ci à. Una dozzina di stelle rosse segnalavano diversi luoghi.

Alle elementari usavamo quelle stesse cartine, stampate dalla Camera del Commercio, per studiare i punti cardinali. Alcuni numerini azzurri disseminati nei vari quadranti rimandavano ai negozi e agli uffici elencati a margine.

Avevo conservato la mappa di Hannah nello zaino. Pensavo di farla circolare a scuola per vedere se qualcun altro ne aveva ricevute di simili. Se sapeva di cosa si tra asse. Ma con il passare dei giorni è rimasta sepolta so o i libri e i quaderni e non ci ho più pensato.

Fino a ora.

Nel corso della registrazione, farò riferimento a vari luoghi sparsi per la nostra beneamata ci adina che vi invito a visitare. Non posso certo obbligarvi, ma se volete capirci qualcosa in più, seguite le stelle. Oppure, se preferite, potete anche bu are via la mappa, tanto non lo saprò mai.

Mentre Hannah parla a raverso le casse impolverate dello stereo, sento tu o il peso dello zaino contro la gamba. Dentro, accartocciata sul fondo da qualche parte, ci deve essere la cartina.

O forse sì. Non so ancora di preciso come funziona questa storia della morte. Chissà, magari sono qui in piedi dietro di voi.

Mi piego in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo da lavoro.

Lascio sprofondare la testa tra le mani, passandomi le dita tra i

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capelli inaspe atamente umidi.

Chiedo scusa. Non è carino da parte mia.

Pronto, Foley?

Justin Foley. Quinta liceo. Primo bacio di Hannah.

Ma perché so queste cose?

Justin, tesoro, sei stato il mio primo bacio. La prima mano che ho stre o nella mia. Ma, in fondo, non eri niente di speciale. E non lo dico con ca iveria, sul serio. C’era qualcosa in te che mi spingeva a voler essere la tua ragazza. Ancora adesso non saprei definirlo con precisione. Ma c’era eccome… ed era incredibilmente forte.

Tu non lo sai, ma due anni fa, quando eri in terza e io in prima, ti seguivo di nascosto. Collaboravo part-time con la segreteria, così sapevo sempre in quale aula eri. Ho persino fotocopiato il tuo orario, devo ancora averlo qui da qualche parte. E quando rovisteranno tra le mie cose, può darsi che lo ge eranno via pensando che una co a da prima liceo non abbia alcuna importanza. Ma è così?

Per me sì, ce l’ha eccome. Sono risalita fino a te per trovare un’introduzione alla mia storia. E in effe i è stato questo l’inizio di tu o.

Ma io a che punto sono, tra queste storie? Secondo? Terzo? Più si va avanti, peggio è? Ha de o che quel fortunato del numero tredici potrà portarsi le casse e all’inferno.

Una volta terminate le casse e, Justin, spero che capirai il tuo ruolo in questa faccenda. Ora potrà sembrarti anche una parte minore, ma ha avuto la sua importanza. Alla fine, tu o ha la sua importanza.

Il tradimento. È una delle sensazioni peggiori in assoluto.

So che non l’hai fa o apposta. Anzi, quasi tu i voi che state ascoltando non avevate probabilmente la minima idea di quello che stavate facendo, di quello che avete fa o realmente.

Ma io che ti ho fa o, Hannah? Perché, ti giuro, non ne ho la minima idea. Quella serata, se è la stessa che abbiamo in mente entrambi, è stata tanto strana per me quanto per te. Se non addiri ura di più, visto che ancora adesso non so cosa diavolo sia successo.

La nostra prima stella rossa corrisponde al C-4. Puntate il dito sulla C e poi scendete fino al numero 4. Esa o, come a ba aglia navale. Una volta finita questa casse a, dovreste andare lì. Abbiamo vissuto in quella casa

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q q

solo per poco, l’estate prima che iniziassi il liceo, ma è dove abitavamo appena ci siamo trasferiti in ci à.

Ed è in quel posto che ti ho visto la prima volta, Justin. Forse te lo ricordi anche tu. Eri innamorato della mia amica Kat. C’erano ancora due mesi di vacanza e Kat era l’unica persona che conoscevo perché abitava accanto a casa mia. Mi diceva che l’anno prima le stavi sempre addosso. Non addosso addosso, ma la guardavi di continuo e vi incrociavate per caso nei corridoi.

Era tu o casuale, vero?

Kat mi disse che al ballo di fine anno avevi finalmente trovato il coraggio di fare qualcosa di più che fissarla come un pesce lesso e incrociarla nei corridoi. Avete ballato insieme tu i i lenti. E presto, mi disse lei, ti avrebbe dato il permesso di baciarla. Il primo bacio della sua vita. Che onore!

Devono essere storie terribili. Davvero terribili. Per questo ogni persona passa le casse e a quella successiva. Per paura.

Chi acce erebbe di spedire in giro un pacco di casse e che ti accusano di istigazione al suicidio? Nessuno. Ma Hannah vuole che noi della lista ascoltiamo tu o quello che ha da dirci. Ai suoi ordini:

spediremo le casse e alla persona dopo di noi, non fosse altro che per tenerle fuori dalla portata di chi sulla lista non è.

La “lista”. Sembra quasi una società segreta. Una se a per pochi ele i.

E a quanto pare, ne faccio parte anch’io.

Ero curiosa di vedere com’eri, Justin, così ti abbiamo telefonato da casa mia dicendoti di fare un salto da me. Ti abbiamo chiamato da lì perché Kat non voleva che tu scoprissi dove abitava… o meglio, non subito… anche se casa sua era giusto lì accanto.

Tu stavi giocando con un pallone – non ricordo di preciso se da basket, pallavolo, o cosa – fa o sta che non potevi venire subito. Così ti abbiamo aspe ato.

Basket. Abbiamo giocato in tanti quell’estate; speravamo di entrare nella squadra della scuola già dal primo anno. Justin, seconda liceo, aveva già un posto assicurato. Così molti di noi si allenavano con lui sperando di imparare qualche trucche o. E qualcuno ce l’ha fa a.

Ma non tu i, purtroppo.

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Ci siamo sedute vicino alla vetrata del salone a chiacchierare per ore e ore, finché a un tra o tu e uno dei tuoi amici – ciao Zach! – non siete spuntati in cima alla strada.

Zach? Zach Dempsey? L’unica volta che l’ho visto insieme ad Hannah, anche se per poco, è stata la sera in cui l’ho conosciuta.

Proprio di fronte alla mia vecchia casa, due strade s’incontrano formando una specie di T rovesciata, e tu camminavi in mezzo alla via dri o verso di noi.

Aspe a. Aspe a. Fammi rifle ere.

Gra o una macchiolina secca di vernice arancione sul tavolo da lavoro. Perché sto ascoltando questa roba? Voglio dire, chi me lo fa fare? Perché non tiro fuori la casse a dallo stereo e non bu o via tu o?

Ho un groppo alla gola. Le lacrime mi bruciano agli angoli degli occhi.

Perché è la voce di Hannah. Una voce che credevo non avrei mai più risentito. Come faccio a bu are via una cosa del genere?

E poi ci sono le regole. Osservo la scatola nascosta so o il panno.

Hannah ha de o che ha fa o una copia di ogni casse a. E se avesse mentito? Magari se le casse e sme ono di passare di mano in mano, se non le consegno a nessun altro, la storia finisce qui. E non succede nulla.

Ma se, invece, contengono qualcosa in grado di danneggiarmi? Se non fosse affa o uno scherzo? A quel punto spunterebbe fuori una seconda serie di casse e. Così dice lei. E tu i scoprirebbero il contenuto della registrazione.

La macchiolina di vernice si stacca come fosse una scaglia.

Chi se la sente di rischiare?

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Sei risalito sul marciapiede e hai fa o un passo sul prato di fronte a casa.

Papà aveva fa o andare il sistema d’irrigazione per tu a la ma ina, perciò l’erba era bagnata e il piede ti è scivolato in avanti, facendoti fare una spaccata. Zach aveva gli occhi puntati dri i sulla finestra, nel tentativo di radiografare la nuova amica di Kat – ovvero la so oscri a – ed è inciampato su di te, finendo anche lui lungo disteso sul marciapiede.

Tu l’hai spinto via e ti sei rialzato. Poi si è rimesso in piedi pure lui e vi siete guardati per un a imo, senza sapere che pesci pigliare. E alla fine cosa avete fa o? Ve la siete data a gambe mentre io e Kat ridevamo a crepapelle alla finestra.

Me lo ricordo. Kat si era sbellicata dal ridere. Me l’aveva confessato alla sua festa d’addio quell’estate.

La festa dove ho conosciuto Hannah Baker.

Mio Dio. Per me era uno schianto. Ed era pure un volto nuovo in ci à, è questo che mi ha fa o partire di testa. A conta o con l’altro sesso, specialmente allora, la lingua mi si a orcigliava tu a, formando nodi che neanche un boy scout avrebbe saputo sciogliere.

Ma con lei avrei potuto essere il nuovo Clay Jensen di prima liceo, in versione rivista e corre a.

Kat si è trasferita prima dell’inizio della scuola e io mi sono innamorata del ragazzo che si è lasciata alle spalle. E non c’è voluto molto perché si accorgesse di me: guarda caso, quando c’era lui, io ero sempre nei paraggi.

Non avevamo nessun corso insieme, ma la prima, la quarta e la quinta ora eravamo per lo meno vicini di classe. Okay, la quinta ora forse non eravamo poi così vicini, e a volte capitava che quando arrivavo lì, tu fossi già andato via, ma la prima e la quarta le trascorrevamo nello stesso corridoio.

Alla festa di Kat ce ne stavamo tu i fuori in terrazzo, anche se faceva un freddo cane. Era probabilmente la no e più fredda dell’anno. E io, ovviamente, mi ero scordato il giubbo o a casa.

Dopo un po’ sono riuscita a dirti ciao. E qualche tempo dopo, anche tu sei riuscito a dirmelo. Poi, un bel giorno, ti ho incrociato senza rivolgerti

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nemmeno la parola. Sapevo che non l’avresti sopportato, e quella mossa ha portato alla nostra prima conversazione vera e propria.

No, non è vero. Avevo lasciato il giubbo o a casa perché volevo far vedere a tu i la mia maglie a nuova.

Che razza di stupido.

«Ehi!» mi hai fa o. «Non mi dici più ciao?»

Io ho sorriso, ho preso fiato, e mi sono voltata. «Perché dovrei?»

«Perché me lo dici sempre.»

Ti ho chiesto cosa ti facesse pensare di conoscermi così bene. E ti ho de o che in realtà non mi conoscevi affa o.

Alla festa di Kat, durante la mia prima conversazione con Hannah Baker, mi sono chinato ad allacciarmi una scarpa. E non ce l’ho fa a.

Non sono riuscito a fare quel cavolo di nodo perché avevo le dita mezze tramortite dal freddo. Devo dire però che Hannah si è offerta di allacciarmela lei. Ma ovviamente ho rifiutato. Alla fine, ho aspe ato che Zach s’inserisse nella nostra conversazione imbarazzata per sgusciare via in cucina a scongelarmi le dita so o l’acqua calda.

Che figura.

Tempo prima, quando avevo chiesto a mamma come si fa ad a irare l’a enzione di un ragazzo, lei mi aveva risposto: “Fa i desiderare”. Ed era quello che stavo facendo. Ovviamente ha funzionato. Hai cominciato a ronzare fuori dalle aule dove avevo lezione, per aspe armi.

C’è voluta un’eternità perché mi chiedessi il numero di telefono. Ma sapevo che prima o poi sarebbe successo, così mi esercitavo a pronunciarlo a voce alta. Tranquilla e serena come se non me ne fregasse niente. Come se lo ripetessi in giro cento volte al giorno.

Certo, alla mia vecchia scuola qualche ragazzo me l’aveva già chiesto. Ma in quella nuova, tu sei stato il primo.

No. Non è vero. Però sei stato il primo a cui l’ho dato.

Non è che prima non mi andasse di darlo. Ero solo prudente. Ci à nuova. Scuola nuova. E stavolta, avrei avuto il pieno controllo su come gli altri mi vedevano. In fondo, non capita spesso di avere una seconda chance.

Prima di te, Justin, a chiunque me lo chiedesse, davo tu i i numeri giusti ecce o l’ultimo. Mi facevo prendere dal panico e mandavo tu o all’aria…

un po’ per caso, un po’ apposta.

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p p p pp

Appoggio lo zaino sulle ginocchia e apro la cerniera della tasca più grande.

Non sai che emozione vederti trascrivere il mio numero di telefono. Per fortuna, eri fin troppo nervoso per accorgertene. Quando ho finalmente pronunciato anche l’ultimo numero – corre o! – ho fa o un sorriso gigante.

Nel fra empo, la tua mano tremava così tanto che avevo paura ti potessi sbagliare. Dovevo impedirtelo a ogni costo.

Tiro fuori la mappa e la apro sul tavolo da lavoro.

Ho puntato il dito verso il numero che stavi scrivendo. «Quello è un se e» ho de o.

«Infa i.»

Uso un righello di legno per stendere le pieghe.

«Basta che poi tu lo riconosca.»

«Certo che lo riconosco» hai de o. Ma poi l’hai cancellato lo stesso e ne hai fa o uno ancora più sbilenco.

Io ho stre o il polsino nel palmo della mano e ho quasi allungato il braccio per asciugarti il sudore dalla fronte… un gesto che avrebbe fa o mia madre. Per fortuna mi sono bloccata in tempo. Non avresti mai più avuto il coraggio di chiedere il numero di telefono a una ragazza.

Dalla porta laterale del garage, sento mamma che mi chiama.

Abbasso il volume, pronto a premere STOP se dovesse aprire la porta.

«Sì?»

Il tempo di arrivare a casa, e mi avevi già cercata. Due volte.

«Continua pure a lavorare» dice mamma. «Volevo solo sapere se ceni con noi.»

Mamma mi ha chiesto chi eri e io le ho de o che frequentavamo un corso insieme. Probabilmente avevi una domanda sui compiti. E lei mi ha risposto che era esa amente quello che le avevi de o tu.

Cerco la prima stella rossa. C-4. Conosco il posto. Ma devo davvero andarci?

Non riuscivo a crederci. Justin, avevi mentito a mia madre.

E allora perché ero così felice?

«No» ho risposto. «Vado a casa del mio amico. Per la ricerca.»

Perché le nostre bugie combaciavano. Era un segno.

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«Nessun problema» fa mamma. «Ti me o da parte qualcosa in frigo e puoi riscaldartelo quando torni.»

Mamma mi ha chiesto che lezione era e io ho risposto matematica, il che non era del tu o falso. Facevamo davvero matematica. Solo in classi diverse.

Con un programma diverso.

«Bene» ha commentato lei. «È quello che ha de o anche lui.»

L’ho accusata di non fidarsi di sua figlia, le ho strappato di mano il foglie o con il tuo numero e sono corsa di sopra.

Okay. Vado alla prima stella. Ma prima, appena finisce questo lato, faccio un salto da Tony.

Lui non ha mai cambiato la sua autoradio, ascolta ancora le casse e. Così ha il pieno controllo della musica. Se dà un passaggio a qualcuno e il tipo si presenta con un CD, cavoli suoi. “Il formato non è compatibile” gli dice.

Quando hai risposto al telefono, ho de o: «Justin? Sono Hannah.

Mamma mi ha riferito che mi hai cercata per un problema di matematica».

Tony ha una vecchia Mustang che gli ha passato il fratello, il quale l’ha ricevuta dal padre, che probabilmente l’aveva ricevuta da suo padre. A scuola ci sono poche storie d’amore come quella tra lui e la sua macchina. Sono più le ragazze che l’hanno mollato perché gelose dell’auto di quelle che le mie labbra abbiano mai baciato.

Ti ho preso alla sprovvista, ma alla fine ti sei ricordato di aver mentito a mia madre e ti sei scusato, da bravo ragazzo.

Anche se Tony non figura tra i miei migliori amici, abbiamo comunque collaborato insieme a un paio di ricerche, quindi so dove abita. E, cosa ancora più importante, ha un vecchio walkman. Giallo, con un paio di cuffie di plastica so ili, che non avrà certo problemi a prestarmi. Mi porto dietro pure qualche casse a, così da ascoltarle mentre gironzolo per il vecchio quartiere di Hannah, che dista solo un isolato o due da casa di Tony.

«Allora, Justin, che cosa vuoi sapere?» ho chiesto. Non volevo fartela passare tanto liscia.

O magari me le porto da qualche altra parte. Un posto dove non passa nessuno. Perché non esiste che le ascolti qui. Non che mamma

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e papà possano riconoscere la voce registrata, ma ho bisogno di spazio. Spazio per respirare.

E non hai perso tempo. Hai de o che il treno A partiva da casa tua alle 15.45. Il treno B partiva da casa mia dieci minuti dopo.

Tu non puoi saperlo, Justin, ma ho addiri ura alzato la mano come se fossi in classe, anziché seduta sul bordo del le o. «Lo so io, professor Foley.

Scelga me» ho de o. «La so io la risposta.»

Non appena hai pronunciato il mio nome «Sì, Miss Baker?» ho subito mandato a quel paese la regola di mia madre sul farsi desiderare. Ti ho de o che i due treni si sarebbero incontrati al parco Eisenhower, ai piedi dell’astronave con lo scivolo.

Cosa ci trovava Hannah in quello lì? Non l’ho mai capito. Persino lei ha ammesso di non saperlo di preciso. Ma, per essere un tipo nella media, Justin piace a un sacco di ragazze.

Certo, è piu osto alto. E forse lo trovano interessante. È sempre lì che guarda fuori dalle finestre, a contemplare chissà che cosa.

Una lunga pausa al capo del tuo telefono, Justin. E intendo dire una lunghissimissima pausa. «Insomma, a che ora si incontrano i due treni?»

hai chiesto.

«Tra quindici minuti.»

Tu hai risposto che quindici minuti erano un tempo infinito per due treni lanciati a folle velocità.

Wow. Rallenta, Hannah.

So cosa state pensando. Hannah Baker è una pu ana.

Ops. Avete notato? Ho de o: “Hannah Baker è”. Non si può più usare il presente.

Silenzio.

Sposto lo sgabello vicino al tavolo da lavoro. Le due testine dello stereo, nascoste dietro uno sportellino di plastica semitrasparente, avvolgono il nastro da un lato all’altro. Si sente un so ile sibilo. Un debole, morbido ronzio.

A cosa starà pensando? Avrà gli occhi chiusi? Starà piangendo?

Avrà il dito sullo STOP, sperando di trovare la forza di premerlo? Che sta facendo? Non sento nulla!

Sbagliato.

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La sua voce è piena di rabbia. Quasi tremolante.

Hannah Baker non è mai stata una pu ana, né prima né dopo. Una domanda sorge dunque spontanea: cosa avete sentito dire in giro?

Volevo solo un bacio. Ero una ragazzina di prima liceo che non era mai stata baciata. Mai. Ma mi piaceva un ragazzo, io piacevo a lui, ed ero decisa a baciarlo. La verità – tu a la verità – è questa.

Cos’è che si diceva in giro? Ricordo eccome di aver sentito qualcosa.

Le no i subito prima del nostro incontro nel parco, avevo fa o più volte lo stesso sogno. Lo stesso, identico sogno. Dall’inizio alla fine. E per saziare la vostra curiosità, ve lo racconterò.

Ma prima, un po’ di retroscena.

La mia vecchia ci à aveva un parco che, da un certo punto di vista, era identico al parco Eisenhower: entrambi avevano un’astronave con lo scivolo.

Scomme o che erano state costruite dalla stessa compagnia, visto che sono uguali in tu o e per tu o. Un pomello rosso puntato dri o verso il cielo.

Sbarre metalliche che uniscono il pomello a una serie di pinne verdi. Queste sollevano l’astronave da terra. Fra il pomello e le pinne ci sono tre pia aforme, collegate da tre scale e. Su quella superiore c’è un finto volante. Su quella centrale, uno scivolo che porta fino a terra.

La sera, prima che iniziassi a frequentare la scuola qui, salivo spesso in cima all’astronave e mi sdraiavo con la testa appoggiata al volante. La brezza no urna che soffiava tra le sbarre era rassicurante. Mi bastava chiudere gli occhi e pensare a casa mia.

Ci sono salito anch’io una volta, una sola, quando avevo cinque anni. Ho pianto e ululato a squarciagola, rifiutandomi di scendere.

Ma mio padre era troppo grosso per infilarsi tra le sbarre. Così ha dovuto chiamare i pompieri e loro hanno fa o intervenire una donna pompiere, che è salita su a recuperarmi. Mi sa che devono averne fa i diversi di questi interventi perché, qualche se imana fa, il comune ha annunciato di voler abba ere l’astronave con lo scivolo.

Credo sia per questo che, in sogno, il mio primo bacio avveniva sempre so o l’astronave. Per me era un luogo d’innocenza. E volevo che il mio primo bacio fosse proprio così. Innocente.

Forse è per questo che non ha incollato una stella rossa sul parco.

L’astronave potrebbe sparire prima che le casse e raggiungano tu i i

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p p p gg g nomi della lista.

E ora torniamo al mio sogno ricorrente, iniziato il giorno in cui hai cominciato ad aspe armi fuori dall’aula. Il giorno in cui ho capito di piacerti.

Hannah si è tolta la maglie a e ha lasciato che Justin le infilasse la mano so o il reggiseno. Ecco com’è andata. È questa la versione che ho sentito raccontare su quel pomeriggio nel parco.

Però, scusa. Perché avrebbe dovuto fare una cosa del genere in mezzo a un parco?

Nel sogno sono in cima all’astronave, con le mani a accate al volante. È ancora un’astronave finta, da parco giochi, ma ogni volta che giro a sinistra, gli alberi sollevano le radici e si spostano a sinistra. Se giro a destra, si spostano a destra.

Poi sento la tua voce che mi chiama da so o. «Hannah! Hannah!

Sme ila di giocare con gli alberi e vieni da me.»

Così lascio il volante e mi calo lungo l’apertura nella pia aforma superiore. Ma quando arrivo su quella di mezzo, i miei piedi sono cresciuti così tanto che non posso più passare a raverso l’apertura successiva.

Piedi grossi? Sul serio? Non sono un esperto di sogni, ma forse era curiosa di sapere se Justin ce l’aveva grosso.

Infilo la testa tra le sbarre e grido: «Ho i piedi troppo grossi. Vuoi che scenda lo stesso?».

«Adoro i piedi grossi» mi rispondi. «Prendi lo scivolo e scendi giù. Ti prendo io.»

Così mi siedo in cima allo scivolo e mi spingo giù. Ma i piedi fanno così tanto a rito contro l’aria che vado pianissimo. Nel tempo che ci me o per arrivare in fondo, noto che i tuoi piedi sono minuscoli. Quasi inesistenti.

Lo sapevo.

Ti avvicini alla fine dello scivolo con le braccia spalancate, pronto ad afferrarmi. E, manco a farlo apposta, quando salto giù dallo scivolo, i miei piedoni a erranno proprio sui tuoi piedini.

«Visto? Siamo fa i l’uno per l’altra» dici. Poi ti sporgi in avanti per baciarmi. Le tue labbra sono vicine… sempre più vicine… e… mi sveglio.

Ogni no e, per una se imana, mi sono svegliata sempre un a imo prima che mi baciassi.

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Ma ora, Justin, stavo per incontrarti davvero. Al parco. In fondo allo scivolo. E, cavolo, mi avresti coperta di baci, che ti piacesse o no.

Hannah, se già allora baciavi come mi hai baciato alla festa, fidati, gli è piaciuto di sicuro.

Ti avevo de o di incontrarci lì dopo quindici minuti. Ovviamente, l’avevo de o solo per essere sicura di arrivare prima di te. Quando tu avresti varcato il cancello del parco, volevo già essere in cima all’astronave, come nel sogno. Ed è andata proprio così… ecce o per gli alberi ballerini e i piedi strani.

Dalla cima dell’astronave, ti ho visto entrare. Controllavi l’orologio ogni due passi e ti sei dire o verso lo scivolo, guardandoti sempre a orno, ma mai in alto.

Io ho ruotato il volante il più velocemente possibile così da farlo cigolare.

Tu sei indietreggiato, hai alzato la testa, e mi hai chiamato. Ma non preoccuparti, anche se volevo che fosse tu o come nel sogno, non mi aspe avo certo che conoscessi ogni singola ba uta, al punto di dirmi di sme erla di giocare con gli alberi e di scendere giù.

«Scendo subito» ho de o.

Ma mi hai risposto di non muovermi. Volevi salire su anche tu.

Così ti ho gridato: «No! Fammi prendere lo scivolo».

E, a quel punto, hai ripetuto le parole magiche del sogno: «Ti prendo io».

Di sicuro meglio del mio primo bacio. Seconda media, Andrea Williams, dietro la palestra dopo la scuola. È venuta al mio tavolo durante la pausa pranzo, mi ha sussurrato la proposta nell’orecchio, e io ce l’ho avuto duro per il resto della giornata.

Una volta finito il bacio, ovvero tre secondi ne i di lucidalabbra alla fragola, lei ha girato i tacchi ed è corsa via. Io mi sono sporto da dietro la palestra e ho visto due sue amiche che le porgevano cinque dollari a testa. Incredibile! Le mie labbra valevano dieci dollari!

Era un bene o un male? Probabilmente un male, ho deciso. Ma da allora ho un debole per il lucidalabbra alla fragola.

Non potevo fare a meno di sorridere mentre scendevo lungo la scale a superiore. Mi sono seduta in cima allo scivolo; il cuore mi ba eva all’impazzata.

Ci siamo.

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Tu e le mie amiche a casa avevano avuto il loro primo bacio quando erano alle medie. Il mio mi a endeva in fondo allo scivolo, proprio come lo volevo io. Non dovevo fare altro che darmi la spinta.

E l’ho fa o.

Lo so che non è andata così, ma se ci ripenso vedo tu o al rallentatore. La spinta. La discesa. I capelli che mi svolazzano dietro le spalle. Tu che spalanchi le braccia per prendermi. Io che le alzo per facilitarti la presa.

Quand’è che hai deciso di baciarmi, Justin? È stato durante il tragi o da casa tua al parco? Oppure è successo all’improvviso, quando sono scivolata fra le tue braccia?

Allora, chi di voi vuole sapere il mio primo pensiero durante il mio primo bacio? Eccolo qua: mi sa che qualcuno ha mangiato un hot dog al chili.

Bel colpo, Justin.

Mi spiace. Non era poi così male, ma è la prima cosa che ho pensato.

Mille volte meglio il lucidalabbra alla fragola.

Ero così ansiosa di scoprire che tipo di bacio sarebbe stato – perché le mie amiche a casa me ne avevano descri i così tanti – e alla fine si è rivelato essere quello bello. Non mi hai infilato la lingua in gola. Non ti sei aggrappato al mio sedere. Abbiamo semplicemente unito le nostre labbra…

e ci siamo baciati.

Tu o qui.

Aspe ate. Fermi. Non schiacciate REWIND. Nessun bisogno di riavvolgere il nastro, non vi siete persi niente. Ve lo ripeto un’altra volta.

Questo… è… tu o.

Conoscete forse una versione diversa dei fa i?

Un brivido mi corre lungo la schiena.

Sì, diversissima. E non solo io.

In effe i, è vero. È successa anche un’altra cosa. Justin mi ha presa per mano, abbiamo a raversato il parco giochi, e siamo andati insieme sulle altalene. Poi mi ha baciata di nuovo, nello stesso identico modo.

E poi? Poi che altro, Hannah? Cos’altro è successo?

E poi… basta. Lui da una parte. Io dall’altra.

Oh. Chiedo scusa. Volevate particolari più piccanti, vero? Volevate sentire come le mie dita curiose si sono messe a giocherellare con la sua cerniera? Volevate sentire…

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Insomma cos’è che volevate di preciso? Perché io ne ho sentite talmente tante che non so nemmeno più quale sia la versione più accreditata. Ma so per certo qual è la meno accreditata in assoluto.

La verità.

Ora, la verità non ve la scorderete più.

Ricordo ancora Justin circondato dai suoi amici a scuola; Hannah che gli passa accanto e tu i che sme ono all’improvviso di parlare, distogliendo lo sguardo. E non appena si volta di spalle, scoppiano a ridere.

Perché ho questa immagine impressa nella mente?

Perché avrei tanto voluto parlare con Hannah dopo la festa d’addio di Kat, ma ero troppo timido. Troppo spaventato. Vedere Justin e i suoi amici quel giorno mi ha dato l’idea che ci fosse qualcosa di lei che ancora non conoscevo.

Poi, in seguito, ho saputo di quando si era fa a palpare in cima all’astronave. Era appena arrivata in ci à, così i pe egolezzi hanno finito per offuscare tu o quello che già sapevo di lei.

Hannah è fuori dalla mia portata, ho pensato. Troppo esperta per interessarsi a uno come me.

A ogni modo grazie, Justin. Il mio primo bacio è stato bellissimo. E per il mese e mezzo in cui siamo stati insieme, in tu i i posti dove siamo andati, i baci sono stati bellissimi. Tu eri bellissimo.

Ma poi hai cominciato a sparare cazzate.

La prima se imana non ho saputo niente. Però alla fine, come sempre succede, i pe egolezzi sono arrivati fino a me. E lo sanno tu i che nessuno può smentire un pe egolezzo.

Lo so. Lo so cosa stai pensando. Mentre raccontavo la vicenda, l’ho pensato anch’io. Un bacio? Un pe egolezzo legato a un bacio ti ha spinta a fare quello che hai fa o?

No. Un pe egolezzo legato a un bacio ha distru o un ricordo che speravo fosse speciale. Un pe egolezzo legato a un bacio ha inaugurato una reputazione a cui altri hanno cominciato a dare credito, comportandosi di conseguenza. E, a volte, un pe egolezzo legato a un bacio può avere un effe o valanga.

Un pe egolezzo legato a un bacio è solo l’inizio.

Per il seguito, girate la casse a.

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g g

Avvicino la mano, pronto a premere STOP.

E Justin, tesoro, non scappare via. Non immagini nemmeno dove rispunterà fuori il tuo nome.

Tengo il dito appoggiato sul tasto, ascoltando il so ile ronzio delle casse, il debole cigolio delle testine che fanno avvolgere il nastro, in a esa che Hannah riprenda a parlare.

Ma niente. Fine della storia.

Quando arrivo da Tony, la sua Mustang è parcheggiata contro il marciapiede di fronte a casa. Il cofano è aperto e lui e suo padre sono chini sul motore. Tony ha in mano una piccola torcia ele rica, mentre il padre tenta di stringere qualcosa giù in fondo con una pinza.

«Ha un guasto?» chiedo.

Tony si volta a guardarmi, facendo cadere la torcia nel motore.

«Merda.»

Il padre si raddrizza, pulendosi le mani sulla maglie a già coperta di grasso. «Scherzi? È che noi ci divertiamo con i motori» guarda Tony e gli fa un occhiolino. «Più il guasto è serio, più ci divertiamo.»

Accigliato, Tony si sporge in avanti in cerca della torcia. «Papà, ti ricordi di Clay?»

«Come no» dice lui. «Certo. Piacere di rivederti.»

Non mi porge nemmeno la mano. Ma vista la quantità di grasso spia ellata sulla sua maglie a, non mi offendo. A ogni modo sta fingendo. Non si ricorda affa o di me.

«Ah, sì» continua. «Ricordo eccome. Ti sei fermato a cena da noi una volta, vero? Molti “grazie” e “per favore”.»

Sorrido.

«La mamma di Tony ci ha fa o una testa così sulle buone maniere dopo che te ne sei andato.»

Che dire? Tu i i genitori stravedono per me.

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«Sì, è lui» dice Tony. Afferra uno straccio per ripulirsi le mani.

«Allora come va, Clay?»

Ripeto dentro di me le sue parole. Come va? Come va? Come va?

Oh, se proprio vuoi saperlo, ho giusto trovato tra la posta un gruppo di casse e spedite da una tipa che si è suicidata. A quanto pare, c’entro pure io. Ma devo ancora capire il perché, così volevo sapere se potevi prestarmi il tuo walkman per scoprirlo.

«Solite cose.»

Suo padre vuole che salga in macchina per provare ad accenderla.

«La chiave è già inserita.»

Io ge o lo zaino sul sedile del passeggero e mi me o al volante.

«Aspe a. Aspe a!» urla il padre. «Tony, fammi luce.»

Lui è in piedi accanto alla macchina. Che mi fissa. Quando incrocio il suo sguardo, resto come ipnotizzato, e non riesco a staccare i miei occhi dai suoi. Sa forse qualcosa? È a conoscenza delle casse e?

«Tony» ripete il padre. «Luce.»

Lui si sporge in avanti con la torcia. Nella fessura tra il crusco o e il cofano, guarda di continuo ora me, ora il motore.

E se ci fosse pure lui sulle casse e? E se la sua storia fosse subito prima della mia? E se fosse lui ad avermele spedite?

Mio Dio, sto uscendo di testa. Forse Tony non sa nulla. Forse sono io che ho la faccia colpevole e lui se n’è accorto.

Mentre aspe o di girare la chiave, mi guardo a orno. Per terra, dietro al sedile del passeggero, vedo il walkman. Solo e abbandonato. Le cuffie sono avvolte sopra. Ma cosa posso inventarmi? Per cosa potrebbe servirmi?

«Tony, senti, prendi la pinza e dai a me la torcia» dice il padre. «Ti muovi troppo.»

I due si scambiano torcia e pinza e io ne approfi o per avventarmi sul walkman. Così. Su due piedi. La tasca di mezzo dello zaino è aperta: lo ficco dentro e chiudo la cerniera.

«Okay, Clay» mi fa il padre. «Accendi pure.»

Giro la chiave e il motore parte subito.

Dalla fessura sopra il crusco o, vedo il vecchio che sorride.

Qualunque cosa abbia risolto, sembra soddisfa o. «Basta accordarla

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leggermente e torna subito a cantare» commenta, mezzo coperto dalq rumore del motore. «Puoi spegnere.»

Tony abbassa il cofano e lo richiude con uno sca o. «Vai pure, papà. Ti raggiungo dentro.»

L’uomo annuisce, solleva da terra la scatola degli a rezzi, appallo ola alcuni stracci sporchi di grasso e si dirige verso il garage.

Io infilo lo zaino su una spalla e scendo dalla macchina.

«Grazie» dice il mio amico. «Se non era per te, restavamo qui fino a domani.»

Mi sistemo lo zaino anche sull’altra spalla. «Avevo bisogno di prendere una boccata d’aria. Mia madre stava cominciando a rompere.»

Tony lancia un’occhiata in direzione del garage. «Non dirlo a me.

Ho ancora tu i i compiti da fare e stasera mio padre vuole continuare a trafficare sul motore.»

La luce del lampione sopra le nostre teste va e viene.

«Allora, Clay» chiede lui. «Come mai da queste parti?»

Sento il peso del walkman nello zaino.

«Passavo di qua e vi ho visti lì fuori. Ho pensato di fermarmi a salutarti.»

Mi fissa in modo un po’ troppo insistente, così mi volto a guardare la sua auto.

«Faccio un salto da Rosie’s a vedere chi c’è» dice. «Vuoi uno strappo?»

«Grazie, ma sono praticamente arrivato.»

S’infila le mani in tasca. «Dove vai di bello?»

Dio, spero solo che lui non sia sulla lista. E se invece ci fosse? Se avesse già ascoltato le casse e e sapesse perfe amente quello che mi passa per la testa? Se sapesse già dove sono dire o? O peggio, se non le avesse ancora ricevute? Se fosse destinato a riceverle più in là?

Allora, si ricorderà di questo momento. Si ricorderà che non volevo rivelargli niente. Che non volevo me erlo in guardia.

«Da nessuna parte» rispondo. M’infilo anch’io le mani in tasca.

«Allora, mi sa che ci vediamo domani.»

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Lui non dice niente. Mi osserva e basta, mentre mi volto e me ne vado. Mi aspe o che da un momento all’altro mi urli dietro: “Ehi!

Che fine ha fa o il mio walkman?”. Ma niente. Riesco a passarla liscia.

Al primo incrocio giro a destra e continuo a camminare. Sento la Mustang ripartire e il rumore della ghiaia che scricchiola so o le ruote. Poi Tony schiaccia l’acceleratore, a raversa la strada alle mie spalle, e tira dri o.

Mi tolgo lo zaino dalle spalle e lo appoggio in terra sul marciapiede. Tiro fuori il walkman. Srotolo le cuffie gialle e me le me o in testa, infilando nelle orecchie gli auricolari. Ho portato le prime qua ro casse e, due o tre in più di quelle che avrò tempo di ascoltare stasera. Le altre le ho lasciate a casa.

Apro la cerniera della tasca più piccola e tiro fuori la prima casse a. La infilo nel walkman, con il lato B rivolto verso l’alto, e richiudo lo sportellino di plastica.

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Casse a 1: lato B

Bentornati. E grazie di essere rimasti con noi per la seconda parte.

Infilo a fatica il walkman nella tasca del giubbo o e alzo il volume.

Se stai ascoltando questa casse a, ci sono due possibilità. Possibilità A:

sei Justin, e ora che hai finito di sentire la tua piccola storia, vuoi sapere chi viene dopo di te. Possibilità B: sei tu ’altra persona e vuoi sapere se è il tuo turno.

Bene…

Un filo di sudore mi spunta lungo l’a accatura dei capelli.

Alex Standall, tocca a te.

Una goccia mi scende lungo la tempia e l’asciugo via.

Immagino ti starai chiedendo come mai abbia incluso anche te, Alex.

Probabilmente pensi di aver fa o una bella cosa, vero? Mi hai votata Miglior Culo della Prima Liceo.

Chi potrebbe mai lamentarsi?

Ascoltami bene.

Mi me o a sedere sul marciapiede con i piedi poggiati sull’asfalto.

Accanto alla suola delle mie scarpe, alcuni fili d’erba spuntano fuori dal cemento. Anche se il sole ha iniziato a malapena a tramontare dietro i te i e gli alberi, i lampioni sono già accesi su entrambi i lati della strada.

Per prima cosa, Alex, se pensi che stia esagerando, se pensi che sia una stupida ragazzina che s’incavola per niente e che prende tu o troppo sul serio, nessuno ti obbliga ad ascoltarmi. Certo, sei so o pressione per via

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della seconda copia delle casse e, ma in fondo a chi vuoi che importi se tu a la ci à scopre quello che pensi del mio culo? Giusto?

Nelle case del quartiere qui a orno, come anche a casa mia, diversi isolati più in là, le famiglie stanno finendo di cenare. Oppure stanno caricando la lavastoviglie. O i figli iniziano a fare i compiti.

Per queste famiglie, stasera, nulla è cambiato.

Potrei farti una lista intera di persone a cui importerebbe. Una lista di persone a cui importerebbe molto se queste casse e venissero distribuite in giro.

Allora iniziamo, okay?

Piegandomi in avanti, stringo le braccia a orno alle gambe e appoggio la fronte sulle ginocchia.

Ricordo che ero in classe durante la seconda ora, la ma ina in cui è uscita la tua lista. La prof Strumm doveva aver avuto un weekend da sballo:

è arrivata senza aver preparato uno straccio di lezione.

Ci ha piazzati lì a vedere uno dei suoi famosi documentari inutili. Non ricordo nemmeno l’argomento. Ma la voce narrante aveva un forte accento britannico. E ricordo che, per non addormentarmi, cercavo di gra are via un vecchio pezzo di scotch incollato al banco. Per me, la voce narrante non era altro che un rumore di so ofondo.

O meglio, la voce narrante… e i mormorii.

Quando ho alzato lo sguardo, sono cessati di colpo. Quelli che mi stavano spiando hanno abbassato gli occhi. Ma ho notato subito il pezzo di carta che i miei compagni si passavano di mano in mano. Un foglio che viaggiava su e giù per le file di banchi. Alla fine, è approdato sul banco dietro al mio – quello di Jimmy Long –, il quale ha scricchiolato mentre lui spostava il baricentro sulla sedia.

Voi che eravate lì quella ma ina, siate onesti: Jimmy si è sporto in avanti per sbirciare oltre lo schienale della mia sedia, vero? È la prima cosa che ho pensato quando l’ho sentito sussurrare: «Puoi dirlo forte».

Mi stringo le ginocchia al pe o. Sei proprio un coglione, Jimmy.

Qualcuno ha bisbigliato: «Sta’ zi o, idiota».

Io mi sono voltata, ma non ero dell’umore ada o per me ermi a bisbigliare. «Puoi dire forte che cosa?»

Jimmy, pronto a sfru are ogni a enzione che una ragazza sia disposta a dargli, mi ha fa o un mezzo sorriso e ha puntato gli occhi verso il foglie o

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g f p g f g che aveva sul banco. Si è sentito un altro “idiota”; ripetuto qua e là in giro per l’aula come se nessuno volesse rendermi partecipe dello scherzo.

Quando ho scorso quella lista, durante l’ora di storia, ho le o diversi nomi che non conoscevo affa o. Studentesse nuove che non avevo ancora incontrato o di cui non ricordavo bene il nome. Ma Hannah la ricordavo eccome. E lì per lì sono scoppiato a ridere. In poco tempo si era già fa a una bella reputazione.

Solo adesso mi rendo conto che quella reputazione aveva preso vita dall’immaginazione di Justin Foley.

Ho inclinato la testa per leggere il titolo capovolto, in cima al pezzo di carta: PRIMA LICEO - BOLLENTI / AGGHIACCIANTI.

Il banco di Jimmy ha scricchiolato di nuovo mentre lui riprendeva posto sulla sedia. Sapevo che la Strumm ci avrebbe beccati, ma dovevo vedere il mio nome a tu i i costi. Non me ne fregava niente di essere su quella lista.

All’epoca, credo che non m’importasse nemmeno di sapere in quale categoria fossi. Ma il semplice fa o di scoprire che tu i concordano su qualcosa – qualcosa che ti riguarda in prima persona – libera di colpo un’intera gabbia di farfalle nello stomaco. E mentre la prof avanzava verso di noi, pronta ad arraffare la lista senza che io fossi riuscita a trovare il mio nome, le farfalle sono impazzite del tu o.

Dov’è il mio nome? Dov’è? Eccolo!

Più tardi, quello stesso giorno, quando ho incrociato Hannah in corridoio, mi sono voltato a guardarle il fondoschiena. E devo amme ere che era vero. Se lo meritava eccome di stare in quella categoria.

La prof Strumm ha confiscato il foglio e io mi sono rigirata verso la ca edra. Dopo qualche minuto, mi sono fa a coraggio e ho lanciato un’occhiata verso il lato opposto dell’aula. Come temevo, Jessica Davis aveva l’aria furibonda.

Come mai? Perché accanto al mio nome, ma nella colonna opposta, c’era il suo.

Ba eva rapidissima la matita sul quaderno, stile alfabeto Morse, e aveva la faccia paonazza.

Il mio unico pensiero? Meno male che non conosco l’alfabeto Morse.

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La verità è che Jessica Davis è molto più carina di me. Se uno facesse un elenco di tu e le parti del corpo, ci sarebbe una colonna intera di croce e a suo favore.

No, Hannah. Ti sbagli di grosso.

Lo sanno tu i che Miss Peggior Culo della Prima Liceo era una balla.

Non era neanche lontanamente vero. Ma ovviamente nessuno si è domandato come mai Jessica fosse finita proprio in quella colonna, vero Alex?

O meglio, nessuno all’infuori di te… di me… e di Jessica, e fanno già tre.

E un sacco di altra gente, che sta per scoprirlo proprio ora.

Alcuni possono anche aver condiviso la tua scelta. Io no. Ma me iamola così: dubito che il mio culo – come lo chiami tu – sia stato il vero fa ore scatenante. Credo, invece, che tu l’abbia fa o per… vendicarti.

Strappo via i fili d’erba lungo il bordo del marciapiede e mi alzo in piedi. Mentre m’incammino, sfrego l’erba tra le dita fino a che non vola via.

Ma questa casse a non è sulle tue motivazioni, Alex. Di quelle, parleremo dopo. Questa casse a è su come la gente cambia quando vede il tuo nome scri o su una stupida lista. Questa casse a è su come…

Una pausa. Infilo la mano nel giubbo o e alzo il volume. La sento che spiega un pezzo di carta appallo olato. Lo stende bene.

Okay. Ho appena ridato una scorsa a tu i i nomi – tu e le storie – che compaiono su queste casse e. E indovinate un po’? Ogni singolo fa o registrato qua sopra non sarebbe forse mai accaduto se solo tu, Alex, non mi avessi inserita in quella lista. Più semplice di così.

Ti serviva un nome da piazzare accanto a quello di Jessica. E dato che a scuola si erano già tu i fa i un’idea sbagliata di me grazie alla piccola trovata di Justin, io ero la persona perfe a, giusto?

E la valanga continua a crescere. Grazie, Justin.

La lista di Alex era stata uno scherzo. Di ca ivo gusto, certo. Ma lui non poteva sapere che il suo gesto avrebbe ferito Hannah così in profondità. È ingiusto prendersela con lui.

E io, allora? Cosa avrei fa o? Come dirà che l’ho ferita? Non ne ho idea. E quando lo scopriranno gli altri, cosa penseranno di me?

Alcuni, due almeno, sanno già perché mi trovo qui. Mi vedranno forse con occhi diversi?

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No. È impossibile. Perché io non c’entro nulla. Sono sicuro che non dovrei essere su questa lista.

Non ho fa o niente di male.

Ricapitolando, questa casse a non è sul perché hai fa o quello che hai fa o, Alex. È sulle ripercussioni del tuo gesto. O meglio, sulle ripercussioni che il tuo gesto ha avuto su di me. Sulle conseguenze che non avevi previsto, che non potevi prevedere.

Dio. Non posso crederci.

La prima stella rossa. La vecchia casa di Hannah. Eccola.

Pazzesco.

Sono già stato in questa casa. Dopo una festa. Ora ci vive un’anziana coppia. E una sera, circa un mese fa, il marito era alla guida della sua auto, a pochi isolati di distanza, e mentre era al telefono con la moglie, ha centrato in pieno un’altra macchina.

Chiudo gli occhi e scuoto la testa per cancellare il ricordo. Non voglio rivivere la scena. Ma è più forte di me. L’uomo era in preda al panico. Piangeva. «Devo chiamarla! Devo chiamare mia moglie!» Il telefonino era finito chissà dove nell’incidente. Abbiamo tentato di richiamarla con il mio cellulare, ma quello della moglie dava sempre occupato. La donna era confusa, troppo spaventata per ria accare.

Voleva restare in linea, la linea su cui l’aveva chiamata il marito.

Soffriva di cuore, diceva lui. Bisognava avvertirla che non si era fa o niente.

Ho chiamato la polizia dal mio cellulare, dicendo al tizio che avrei continuato a cercare di conta are la moglie. Ma lui mi ha de o che dovevo dirglielo di persona. Bisognava avvertirla che lui stava bene.

Casa loro non era molto distante.

Una piccola folla si era raccolta tu ’a orno; alcuni erano intenti a occuparsi del guidatore nell’altra auto. Era un tizio della nostra scuola. Uno di quinta liceo. Ed era messo molto peggio del vecchio.

Ho gridato a un paio di persone di fare compagnia al tipo finché non

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fosse arrivata un’ambulanza. Poi mi sono allontanato, correndo a casa sua per tranquillizzare la moglie. Ma non sapevo di correre verso una casa dove aveva abitato anche Hannah.

Questa stessa casa.

Ma stavolta non corro. Come Justin e Zach, cammino in mezzo alla strada, verso East Floral Canyon, dove due strade s’incontrano formando una T rovesciata, proprio come nella descrizione di Hannah.

Le tende della vetrata sono tirate per la no e. Ma l’estate prima dell’inizio del liceo, lei era lì con Kat. Entrambe affacciate a guardare fuori, dove sono io adesso, a osservare due ragazzi che venivano verso di loro. Li hanno visti passare dalla strada all’erba bagnata, scivolare e inciampare l’uno sull’altro.

Continuo a camminare fino a raggiungere la fine della via, premendo la punta delle scarpe contro il bordo del marciapiede.

Salgo sull’erba e rimango lì, in piedi. Un piccolo e semplice passo.

Non scivolo, e non posso non chiedermi, qualora Justin e Zach fossero arrivati fino alla porta di casa sua, se Hannah si sarebbe innamorata di Zach anziché di Justin, qualche mese dopo. Justin sarebbe uscito di scena completamente? I pe egolezzi non sarebbero mai cominciati?

Hannah sarebbe ancora viva?

Il giorno in cui è spuntata fuori la tua lista non è stato particolarmente traumatico. Sono sopravvissuta. Sapevo che era uno scherzo. Anche la gente che vedevo in piedi nei corridoi, assiepata a orno a chiunque ne avesse una copia, sapeva che era solo uno scherzo. Un classico, spassoso, innocente scherzo.

Ma che succede se qualcuno afferma che hai il miglior culo della prima liceo? Lascia che te lo dica io, Alex, perché tanto tu non potrai mai saperlo.

Offre alla gente – a certe persone – la scusa per tra arti come se non fossi altro che quella specifica parte del corpo.

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Un esempio? Okay. B-3 sulle vostre mappe. Blue Spot Liquor.

Non è lontano.

Non ho idea del perché si chiami così, ma è piu osto vicino alla mia prima casa. Ci andavo a piedi ogni volta che mi veniva voglia di qualcosa di dolce. Ebbene sì, in pratica ci andavo ogni giorno.

Il Blue Spot non mi ha mai ispirato granché a vederlo da fuori, perciò non ci sono mai entrato.

Nove volte su dieci, era deserto. Solo io e il tizio alla cassa.

Mi sa che molti non sanno nemmeno che esiste: è un posto minuscolo, stre o tra due negozi che erano già chiusi quando ci siamo trasferiti qui. A vederla da fuori, la vetrina sembra un cartellone pubblicitario per sigare e e alcolici. E all’interno? Cambia poco.

Cammino lungo il marciapiede di fronte alla vecchia casa di Hannah. Un viale o s’inerpica su per una leggera colline a fino a sparire so o il portellone di legno mezzo ammuffito di un garage.

Appeso davanti al bancone, c’è un espositore con i migliori dolciumi del mondo. O almeno, i miei preferiti. Non appena apro la porta, il cassiere ba e lo scontrino – cha-ching – prima ancora che io prenda una barre a:

tanto lo sa già che non esco mai a mani vuote.

C’è chi dice che la sua faccia assomigli al gheriglio di una noce. Ed è vero!

Da quando è arrivata in ci à, Hannah è sempre venuta a scuola su una bici blu. Quasi me la vedo. Proprio qui davanti. Zaino in spalla, che scende a tu a velocità dal viale o. La ruota davanti fa una svolta e lei mi passa accanto pedalando sul marciapiede. La osservo mentre percorre un lungo tra o di strada, superando alberi, auto parcheggiate e case. Rimango lì in piedi, con gli occhi fissi sulla sua schiena, fino a che la sua immagine non si dissolve.

Di nuovo.

Poi mi volto e ricomincio a camminare.

Ve lo giuro, in tu e le volte che sono stata al Blue Spot, penso di non aver mai sentito Wally pronunciare una singola parola. Cerco di ricordarmi un “ciao”, un “ehi” o anche solo un grugnito di benvenuto. Ma l’unico suono che io abbia mai sentito uscire dalla sua bocca è stato grazie a te, Alex.

Un vero amico.

(37)

Alex! Ma certo. Ieri, qualcuno gli ha dato uno spintone in corridoio. Qualcuno l’ha spinto addosso a me. Ma chi?

Quel giorno, come al solito, una campanella ha tintinnato sopra la porta al mio ingresso. Cha-ching! ha fa o il registratore di cassa. Ho scelto una delle barre e dolci dell’espositore davanti al bancone, ma non saprei dirvi quale, non me lo ricordo.

Ho afferrato Alex per impedirgli di cadere. Gli ho chiesto se era tu o a posto, ma lui non mi ha neanche calcolato, ha recuperato lo zaino e si è affre ato lungo il corridoio. L’avrò fa o incazzare per qualcosa, mi sono chiesto? Ma non riuscivo a pensare a niente.

Se volessi, potrei dirvi il nome della persona che è entrata nel negozio mentre rovistavo nello zaino in cerca dei soldi. Lo ricordo benissimo. Ma era solo uno dei numerosi imbecilli che ho incontrato sul mio cammino, negli anni.

Non so, forse dovrei elencarli tu i. Ma visto che parliamo di te, Alex, il suo gesto – il suo orribile, schifoso gesto – è stato solo una conseguenza del tuo.Per di più, ci sarà un’intera casse a tu a per lui…

Ho un tuffo al cuore. Cosa sarà mai successo in quel negozio per via della lista?

Non voglio saperlo. E non voglio rivedere Alex. Non domani.

Non dopo quello che è successo. Non voglio vedere né lui né Justin. E nemmeno quell’idiota grassone di Jimmy. Dio, chi altro è coinvolto in questa storia?

Ha spalancato la porta del Blue Spot. «Ehi, Wally!» ha de o. E lo ha de o con una tale arroganza, che sembrava del tu o naturale in bocca a lui.

Si capiva che non era la prima volta che parlava con quel tono, come se Wally fosse un essere inferiore a lui. «Oh, Hannah» ha aggiunto. «Non ti avevo vista.»

Ho già precisato che ero in piedi davanti al bancone, perfe amente visibile a chiunque aprisse la porta?

L’ho salutato con un piccolissimo sorriso, ho trovato i soldi, e li ho piazzati nella mano rugosa di Wally. Questi, a quanto pare, non ha reagito in nessun modo al suo saluto. Nemmeno uno sguardo, una smorfia o un sorriso: il suo solito modo di salutare anche me.

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Proseguo lungo il marciapiede dietro l’angolo, lontano dalla zona residenziale, dire o al Blue Spot.

È incredibile come cambia una ci à appena qualche metro più avanti. Le abitazioni alle mie spalle non sono certo palazzi giganteschi o da favola. Sono case medie, da classe media. Ma fiancheggiano il quartiere, che è andato peggiorando di anno in anno.

«Ehi, Wally, indovina un po’?» Ho sentito il suo fiato oltre la spalla.

Stavo chiudendo la cerniera dello zaino. Wally aveva lo sguardo puntato verso il basso, poco oltre l’estremità del bancone, all’altezza della mia vita, e ho capito subito cosa stava per succedere.

Una mano a cucchiaio mi ha palpato il sedere. E poi: «Il miglior culo di tu a la prima liceo, Wally. Proprio qui nel tuo negozio!».

Ho in mente diversi ragazzi capaci di fare una cosa del genere. Il sarcasmo. L’arroganza.

Ci ho sofferto? No. Ma non è questo il punto, giusto? Il punto è: aveva il diri o di farlo? E la risposta, spero, è ovvia.

Gli ho spinto via la mano con un rapidissimo schiaffo che ogni ragazza dovrebbe imparare ad affibbiare. Ed è stato allora che Wally è uscito fuori dal suo guscio, e ha proferito un suono. La bocca è rimasta chiusa: si è tra ato solo di un breve schiocco della lingua, ma quel piccolo rumore mi ha colto di sorpresa. Dentro di me, lo sapevo, Wally era un concentrato di rabbia.

Eccola lì. L’insegna luminosa del Blue Spot Liquor.

In questa via, ci sono solo due negozi aperti a quest’ora: Restless Video e Blue Spot Liquor, dall’altra parte della strada. Il Blue Spot ha la stessa aria sudicia di quando ci sono passato davanti l’ultima volta. Persino le pubblicità di sigare e e alcolici sembrano le stesse.

Quasi fossero la carta da parati della vetrina.

Una campanella di o one tintinna quando apro la porta. La stessa che Hannah era solita sentire ogni volta che entrava qui dentro per

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