La Mente Corretta - Il Ruolo della Consapevolezza nella Pratica Giuridica

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LA MENTE CORRETTA

IL RUOLO DELLA CONSAPEVOLEZZA

NELLA PRATICA GIURIDICA

Tesi di Laurea Magistrale

in Giurisprudenza

Candidato: Relatore:

Davide Toccafondi Ilario Belloni

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INTRODUZIONE

Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Paolo di Tarso, Prima Lettera ai Corinzi, 13:12

Questa è una tesi impossibile. Capirete il perché dopo averla letta.

Per spiegarla, sarebbe sufficiente un vecchio aforisma zen: “La rete serve per prendere il pesce. Quando hai il pesce, a cosa ti serve la rete?” Allo stesso modo, le parole servono per rivelare il significato, ma non sono il significato. Di per sé, proprio come la rete non sfama, neanche le parole vuote possono soddisfare.

Questa tesi è rivolta innanzitutto ai giudici, gli interpreti ultimi del diritto, che con la loro interpretazione hanno, in teoria, il maggior potere di influenzare la realtà. Ma cos’è la realtà? Prima ancora di discutere su quale teoria dell’interpretazione è la più adatta per il giudizio giuridico, bisognerebbe comprendere la portata dell’interpretazione. Ed è essa è tale che siamo tutti interpreti e tutti almeno un po’ giudici. Ciascun giudice, prima di essere giudice, è un essere umano che interpreta il mondo attraverso una coscienza.

Cosa intendiamo con questo? Cos’è davvero la coscienza? Qual è la sua natura? Cosa significa davvero percepire, essere vivi, essere svegli e non addormentati?

Visto che userò spesso dei termini con un loro significato etimologico inusuale, ma in un certo senso più corretto, prima di proseguire è necessario che chiarisca cosa intendo con il più importante di questi: coscienza. Ne esamineremo la natura nel dettaglio più avanti, ma per ora, basti sapere che per coscienza non intendo nulla di stampo moralistico. Non intendo voci nella testa né angioletti sulla spalla che consigliano cosa è meglio fare.

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Per coscienza intendo il “campo” su cui si percepiscono le sensazioni – cioè le informazioni dei sensi: vista, udito, tatto, gusto, olfatto, e i sensi interni – le emozioni, gli stimoli e i pensieri, in forma verbale e non1. La coscienza come totalità di ciò che viene

esperito interiormente dall’individuo2, e qui la parola chiave è interiormente.

La coscienza è il palcoscenico dove si svolge lo spettacolo delle nostre percezioni, in gran parte, il selvaggio circo della mente, ma al tempo stesso, almeno una parte della stessa coscienza ha anche un ruolo di spettatore, osservatore delle sue stesse percezioni.

Consapevolezza spesso viene usato come sinonimo di coscienza3, ma in questa tesi verrà

usato nel suo significato di sapere di essere coscienti, realizzare, provare, avere la coscienza di quantunque cosa in un determinato momento4.

Consapevolezza, coscienza consapevole, presenza a sé o presenza mentale saranno usati come sinonimi. Già il fatto che possano condividere il loro significato dice molto della loro natura.

Scopriremo che la coscienza, la percezione, la testimonianza della realtà, non significa solo pensare, no, neanche lontanamente. Scopriremo che l’essere umano, nel suo “stato di coscienza” ordinario, per cause neurologiche e psicologiche, non vede la realtà.

Dunque, se un giudice non sa neppure cosa vede, cosa percepisce, e non se ne accorge, come può giudicare in modo corretto – qualunque cosa significhi, come vedremo – o anche solo credere di pensare in maniera libera, non condizionata, e credere di poter scegliere in libertà un’interpretazione piuttosto che un’altra?

1 Portale Treccani, Coscienza, aggiornato 26 agosto 2020. http://www.treccani.it/vocabolario/coscienza/ 2 Ivi.

3 Ivi. 4 Ivi.

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Infatti non è così. Chi non è in grado di vedere la realtà, di essere auto-consapevole delle falle nella propria percezione, non è libero, agisce in maniera meccanica, reattiva, e non se ne accorge neppure. Avere occhi e non vedere! Essere ciechi e credersi dalla vista perfetta! Ecco la più grande tragedia, che porta a fare triste scempio e disuso delle facoltà più alte dell’essere umano.

Perciò, questa tesi non vuole altro che essere un tentativo di estrarre la trave dall’occhio5.

Sventura su di me se non dovessi dare il massimo nel tentativo.

Questa tesi è divisa in quattro parti:

Oltre alla qui presente Introduzione, dove ne sono rivelati il nocciolo e gli obiettivi, le successive tre parti saranno divise metaforicamente secondo le tre principali fasi del lavoro alchemico6, opera al nero, opera al bianco e opera al rosso7, per la loro calzante

corrispondenza con le fasi principali del lavoro psicologico di individuazione, integrazione e realizzazione dell’essere umano, come felicemente scoperta e analizzata da Jung8.

Il lavoro che svolgeremo in questa tesi sarà di corrispondente natura, ma traslato nel contesto giuridico. Dunque, vi saranno:

Una prima parte, chiamata Percezione (Opera al Nero, quella dove si svolge la distruzione delle strutture fallaci preesistenti9), la più lunga e inusuale per una tesi di diritto,

dove esamineremo le prove che dimostrano come l’essere umano comune non veda la realtà né la interpreti in modo corretto e funzionale, ma si possa dire a tutti gli effetti, con

5 Vangelo secondo Luca 6:41, traduzione CEI, Milano, Edizioni San Paolo, 2016. 6 Marie-Louise von Franz, Alchimia, Torino, Boringhieri, 1984.

7 Giuseppe Vatinno, Aenigma. Simbolo mistero e misticismo, Roma, Armando editore, 2013. 8 Carl Gustav Jung, Psicologia e alchimia, Torino, Boringhieri, 1981.

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grande orrore, addormentato e automatico nelle sue reazioni; realizzeremo l’onnipervasività dell’interpretazione e il suo rapporto con la coscienza, indagheremo la natura della coscienza stessa (come nasce e come mai ce l’abbiamo, il cosiddetto hard problem10, il

problema difficile delle neuroscienze) ed esamineremo il rapporto del diritto come costruzione della coscienza, o meglio, del pensiero che emerge nella coscienza, in rapporto alla sua creatrice. Questa parte è principalmente descrittiva (come le cose sono).

Tale prima parte è anche la più lontana dal diritto propriamente detto. Ma ciò non sia causa di preoccupazione: tutte le implicazioni nel diritto delle scoperte che vi faremo, qualora non emergano già da sole alla mente dei lettori, saranno sviscerate tutte quante nella parte successiva della tesi, cioè…

Una seconda parte, chiamata Comprensione (Opera al Bianco, quella di creazione delle nuove strutture11), dove analizziamo varie teorie dell’interpretazione giuridica in relazione al

giudizio giuridico, e cerchiamo di individuare qual è la più adatta alla luce delle concezioni rivisitate, “corrette”, della percezione e della coscienza. Esploreremo dunque il diritto alla luce della coscienza, sviluppando la nostra teoria dell’interpretazione, prima in ottica descrittiva (come gli interpreti interpretano), poi prescrittiva (come gli interpreti dovrebbero interpretare). Questa parte è principalmente prescrittiva (come le cose dovrebbero essere).

Una terza parte, chiamata Sublimazione (Opera al Rosso, quella dove si svolge l’integrazione delle strutture nell’unità del reale per il suo massimo arricchimento12), dove ci

addentreremo in territori inesplorati dal diritto e dal giudizio e forse anche da gran parte dell’umanità, ma non per questo meno fondamentali. Il tempo è giunto. È arrivato il

10 David Chalmers, Facing up to the problem of consciousness, Journal of Consciousness Studies, 1995. 11 Carl Gustav Jung, Psicologia e alchimia, Torino, Boringhieri, 1981.

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momento di infilare la chiave nella serratura e girarla per aprire la porta. Mostrare una soluzione difficile, ma il cui premio sovrabbonda di gran lunga lo sforzo.

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PERCEZIONE (Opera al Nero)

Non vediamo le cose per come sono, ma per come siamo. Anaïs Nin13

La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è puro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra! Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo, 6:21-23

Linguaggio e significato

Come avrete capito, questo scritto sarà alquanto inusuale per una tesi di laurea. Ciò è da ricercare nel fatto che tutti gli esseri umani, compresi studenti, laureandi e professori di giurisprudenza, sono prima di tutto individui dotati di coscienza, che condividono con i simili della loro specie molti aspetti della propria visione del mondo. Ma non tutti.

La tendenza ad analizzare, e dunque apporre etichette e definizioni e separare in sempre più numerosi gruppi e sottogruppi, è tipica della mente razionale. Le definizioni, le categorizzazioni, le etichette e le divisioni possono essere utili, ma non sono il significato e non sono la vita. Al massimo, quando va bene, possono essere la rete, ma non il pesce.

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Vedremo come l’essere umano non è solo una mente razionale, e non è neanche una mente razionale alla guida di un corpo come entità separata, e non è neppure un semplice tutt’uno di mente-e-corpo. Ma molto di più… e in un certo senso anche di meno.

Nel nostro viaggio ci addentreremo non solo nel diritto e nell’epistemologia, ma anche nella neuropsicologia e dove servirà, nella damnata scientia che è la metafisica. Affronteremo argomenti sfuggenti che risulterà alquanto improbabile vengano compresi da tutti.

Man a mano che scenderemo nella tana del Bianconiglio che è questa tesi, capirete sempre più il motivo di stile e linguaggio inusuali. Capirete che mai sarei riuscito a esprimere certi concetti fondamentali usando solo la terminologia e lo stile tecnici.

Potrete capirlo del tutto soltanto alla fine, ma intanto posso farvi un’importante anticipazione: la quantità di informazione trasmessa è la misura del significato potenziale percepibile e ricreabile14. Nel passaggio dalla mia mente a queste parole avviene una perdita

di informazioni misurabile15. A sua volta, anche nel passaggio da queste parole alla vostra

mente avviene un’ulteriore perdita di informazioni16. Inoltre, già le parole sono tra i mezzi

di trasmissione con cui si perdono più informazioni, per esempio rispetto a un’immagine, un suono, o anche un’azione17.

Ebbene, come si può intuire dalle precedenti premesse, le parole dove si mantiene una maggior trasmissione di significato sono quelle che mantengono una pluralità di significato, una profondità di significato18, il che non si significa affatto automaticamente ambiguità,

cioè le parole dal registro simbolico e poetico. In generale, le opere artistiche di ogni genere

14 Leon Brillouin, Science and Information Theory, New York, Academic Press, 1956. 15 Ivi.

16 Ivi. 17 Ivi. 18 Ivi.

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sono i costrutti che permettono la maggiore trasmissione di significato19, proprio per la loro

natura polisemica, che apre e stimola una pluralità d’interpretazioni. Questo è lo stesso motivo per cui la poesia di norma trasmette più significato della prosa. La poesia è fertile, ampia, sintetica. La prosa è pragmatica, ma sterile, concentrata e analitica.

Il che, purtroppo, spesso non aiuta quando l’oratore cerca, quasi sempre invano, di trasmettere un significato specifico segnato da un’intenzione specifica.

Inoltre c’è da aggiungere, ed è bene farlo qui all’inizio della tesi, che come diceva il buon Adorno20, a cui possiamo perdonare l’opposizione ad Heidegger che al contrario fa da

fondamento a questa tesi, supportando Wittgenstein21, la maggior parte dei problemi di

filosofia – e di logica – sono innanzitutto e solamente problemi di linguaggio, di persone che nella loro soggettività danno significati differenti agli stessi termini e alle stesse locuzioni.

Perciò, in rispetto di questo, dove basteranno le parole cercherò di usare le parole giuste. Dove le parole incontreranno il loro limite, mi impegnerò al massimo per scegliere le migliori.

Mente e coscienza

Appunto perché abbiamo parlato di linguaggio e significato, è bene che chiarisca alcune espressioni prima di proseguire. Finora ho parlato di mente e coscienza come due cose diverse. Continuerò a farlo. Il cervello è un organo che si trova nella scatola cranica degli

19 Leon Brillouin, Science and Information Theory, New York, Academic Press, 1956.

20 Theodor Adorno, Dialettica negativa, a cura di Stefano Petrucciani, Torino, Einaudi, 2004.

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esseri umani. La mente è un sistema22, diviso in una parte conscia, comprendente tutte le

percezioni che appaiono alla coscienza, e una parte inconscia23.

La coscienza, come già detto, possiamo definirla in modo più esatto come il campo, il palcoscenico se così vogliamo chiamarlo, su cui compaiono e di conseguenza vengono percepite tutte le esperienze. Cioè le qualia, le istanze individuali delle esperienze coscienti soggettive24.

Le qualia sono come ognuno soggettivamente percepisce ciascuna esperienza – il fatto che lo stesso gelato mangiato da due persone diverse abbia due sapori percepiti diversi… oppure no, ma un caso come l’altro restano entrambi indimostrabili. Ed è questo il punto.

Ma da chi o da che cosa sono percepite le percezioni? Evidentemente dalla coscienza stessa. Anche se questo significa che la coscienza in sé è oppure è dotata di un soggetto osservante a sua volta. Quindi la coscienza è divisa in due nature, o sono un’unica? È possibile per un soggetto osservante osservare sé stesso, cioè può un soggetto entrare in rapporto con sé stesso?

“L’io è un rapporto che si mette in rapporto con sé stesso. Ma non è il rapporto stesso, ma il fatto che si ponga un tale rapporto,” diceva Kirkegaard25, una frase che può apparire

oscura, ma che cela l’essenza dell’individualità.

22 Portale Treccani, Mente, aggiornato al 27 agosto 2020.

http://www.treccani.it/enciclopedia/mente/#:~:text=mente%20Il%20complesso%20delle%20facolt%C 3%A0,%2C%20mnemoniche%2C%20intuitive%20e%20volitive.&text=Lo%20studio%20scientifico%20dei %20meccanismi,regolano%20le%20funzioni%20della%20m.

23 Carl Gustav Jung, Psicologia dell’inconscio, Torino, Bollati Boringhieri, 2012.

24 Portale Treccani, Enciclopedia della Scienza e della Tecnica, Qualia, aggiornato al 26 agosto 2020.

http://www.treccani.it/enciclopedia/qualia_%28Enciclopedia-della-Scienza-e-della-Tecnica%29/

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Questa caratteristica della coscienza non sembra nulla di eccezionale. Nel corso di tutta questa tesi, vedremo invece che tale capacità all’apparenza scontata e non degna di nota, è in realtà la caratteristica principale che distingue la coscienza umana. In verità, tutta l’interezza della nostra trattazione e delle sue fonti basa su tale caratteristica.

Ci sono molti esperimenti che dimostrano che diverse specie di animali, tra i quali cani, gatti, delfini ed elefanti, sono in grado di riconoscere sé stessi allo specchio26, tuttavia

esperimenti simili non dimostrano la loro autocoscienza (consapevolezza di sé). In primo luogo, come vedremo in seguito, perché ciò non comporta in automatico la capacità di auto-osservazione, di entrare in rapporto con sé stessi. In secondo luogo, per l’impossibilità effettiva di poter accedere alle loro coscienze per scoprirlo, dunque resta indimostrato che specie diversa da quella umana, e in realtà anche individui diversi dal singolo soggetto che lo prova, abbiano autocoscienza.

Già qui la maggior parte dei lettori potrebbe rimanere perplessa. Il senso di identità, cioè l’io in quanto io, l’io che si considera io, l’io individuo che si chiama io, non è forse innanzitutto un pensiero, legato alla mente? E non fa parte della mente come sistema anche la coscienza? Che motivo c’è per dividerle in due entità separate?

È il vecchio adagio di Cartesio: “Cogito ergo sum,” “Penso, dunque sono”27. Cartesio

afferma che il solo atto di dubitare della propria esistenza è, almeno, la prova della realtà della nostra mente; ci deve essere un'entità pensante, in questo caso noi stessi, per poter esistere il pensiero28.

Tuttavia, in primo luogo si genera una confusione nient’affatto scontata tra soggetto pensante e soggetto osservante: come vedremo ampliamente nel proseguo di questa tesi, la

26 Angelo Tartabini, La coscienza negli animali. Uomini, scimmie e altri animali a confronto, Mimesis, 2020. 27 Renè Descartes (Cartesio), Discorso sul metodo [1637], Milano, Mondadori, 1993.

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formulazione e la percezione di pensieri non implica coscienza, solo l’auto-osservazione la implica.

In secondo luogo, a un’esplorazione empirica ci accorgiamo di non poter identificare l’io, il soggetto osservante, con la mente cosciente, né con la mente nel suo complesso… e nemmeno ci conviene. La confutazione di Cartesio ha più a che vedere con il significato attribuito alla parola “penso” piuttosto che a ciò che egli intendeva29.

Tuttavia, per confutare Cartesio e la sua costruzione per come normalmente intesa, ai fini di questa tesi, è possibile e necessario un semplice esperimento che ogni lettore può fare anche adesso.

Ciascuno, se si prende un attimo di calma e si mette in attesa del suo prossimo pensiero, si accorge innanzitutto che tale prossimo pensiero ci metterà un po’ ad arrivare, e poi che quando arriverà, sotto forma di frase o immagine, egli potrà osservarlo. Il pensiero è una percezione come tutte le altre, come la sensazione fisica di un prurito sulla pelle.

Ma se può osservare il pensiero, egli osservatore non è il pensiero. Se può osservare la mente, non è la mente, poiché per loro stessa natura identificazione e osservazione sono mutualmente esclusive; non posso dirmi, né essere se è per questo, a ciò che osservo come entità separata. L’occhio non può osservare sé stesso con il senso della vista, se non grazie a uno specchio. Allo stesso modo, se c’è un qualcosa che può osservare la totalità dell’attività della mente, nei momenti in cui l’io non si identifica del tutto con questa attività, allora c’è qualcos’altro che non è attività della mente.

Quindi abbiamo un soggetto che percepisce, diverso dall’oggetto della percezione. Secondo la nostra definizione, questo soggetto è la coscienza. Ma, oltre alla definizione

29 G. W. Leibniz, Nuovi saggi sull'intelletto umano, prefazione, in Scritti filosofici, vol. I e II, Torino, UTET, 1967.

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concettuale, e dunque mentale, analitica, relativa e non-intuitiva che le abbiamo dato, cos’è la coscienza? Da dove viene e da cosa è fatta?

Questo è il cosiddetto hard problem delle neuroscienze30, il problema difficile che tutti i

neuroscienziati, quando le neuroscienze erano nella loro infanzia, erano sicuri che avrebbero risolto entro breve tempo. Non ci sono ancora riusciti.

Intanto, non sono riusciti a provare che la coscienza sia un epifenomeno del cervello. La mente come struttura e insieme di attività forse è un epifenomeno del cervello. Ma la coscienza, cioè la capacità di percezione? E la consapevolezza, cioè la capacità del soggetto di entrare in rapporto con sé stesso?

Che l’una o l’altra siano un epifenomeno del cervello, rimane solo una teoria che, nonostante sia la più seguita al momento, è tuttavia priva di prove a sostegno e, come vedremo affetta da una cronica incapacità di essere provata. È una teoria crea più problemi di quanti ne risolve.

Dire che la mente è un epifenomeno del cervello, un organo fisico, significa accettare un paradigma dove l’elemento primario della realtà è la “materia”, qualunque cosa si intenda con ciò. Se questo paradigma fosse dimostrabile al di là di un’accettazione per principio, non ci sarebbero problemi. Ma l’esistenza della materia non è dimostrabile, come non è dimostrabile l’esistenza di nient’altro che non sia la coscienza.

È una vecchia questione epistemologica, ontologica e metafisica, già esaminata da Cartesio31 stesso, da Kant32, da Hegel33 e Heidegger34, per citarne solo alcuni dei molti che si

30 David Chalmers, Facing up to the problem of consciousness, Journal of Consciousness Studies, 1995. 31 Renè Descartes (Cartesio), Discorso sul metodo [1637], Mondadori, Milano, 1993.

32 Immanuel Kant, Critica della ragion pura [1787], Laterza, Roma-Bari, 2000.

33 G W. F. Hegel, Fenomenologia dello spirito [1807], trad. di V. Cicero, Milano, Rusconi, 1995. 34 Martin Heidegger, Essere e Tempo, Milano, Mondadori, 1927.

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sono cimentati nella sua disamina, e che purtuttavia rimane35: non è possibile dimostrare

che esista qualcosa di ulteriore alla propria coscienza, di ulteriore a ciò che viene percepito. Dunque, invece di immaginare, partendo da un assunto indimostrato e indimostrabile, che un organo all’interno della nostra coscienza chiamato cervello generi la coscienza stessa, sarebbe più logico, e più scientifico, entrare in un paradigma dove la coscienza è un cosiddetto fenomeno primario: la mente, i pensieri, il cervello, il corpo e tutto il resto sarebbero, e finora sono, fenomeni che appaiono alla coscienza, o meglio, alla consapevolezza di esserci. Questo è ciò che appare alla dimostrazione empirica, nient’altro.

Resta il problema di altre possibili coscienze, ma solo perché vogliamo farne un problema. Potrebbero esserci o non esserci, ma l’uno o l’altro caso sono indimostrabili.

I punti dunque sono due. Il primo, il dare per scontato che esista qualcosa di esterno alla coscienza. Il secondo, l’identificazione forzosa della coscienza con il pensiero. Li sottoporremo entrambi ad analisi.

Inside Out

Il mondo, cioè l’insieme di tutte le percezioni, è interno o esterno alla coscienza? Il paradigma dominante delle scienze e della metafisica è che il mondo sia esterno alla coscienza. Forse si può arrivare a dire che emozioni e pensieri sono interni alla coscienza, ma almeno il mondo fisico appare indubbiamente esterno all’individuo… giusto?

L’esperienza e la logica ci mostrano una realtà diversa: che l’insieme di tutte le percezioni, cioè il mondo intero e qualunque cosa potremo mai vivere, sono e saranno sempre interne alla coscienza, appariranno sempre lì e mai altrove. Quindi interne a noi.

Tutto nasce nella coscienza, dalla coscienza.

35 John Searle, Mente, coscienza, cervello: un problema ontologico, in Eddy Carli (a cura di), Cervelli che parlano, Milano, Mondadori, 1997.

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L’esterno è interno.

Questa è una realtà auto-evidente e impossibile da confutare. È quello che si chiama un assioma. Tuttavia, c’è una bella differenza tra il solipsismo, credere che tutto avvenga nella propria mente, di essere i creatori di tutto, e il sapere che tutto avviene nella coscienza e come coscienza.

Infatti, quando una persona seria afferma che il mondo è illusione, come nel concetto induista di Velo di Maya ripreso da Schopenauer36, non sta dicendo che il mondo non esiste

e basta, ma che il mondo non esiste come oggetto indipendente dalla coscienza dell’osservatore. Il che è un semplice dato di fatto.

Questo è il punto fondamentale che interessa ai fini del diritto: la realizzazione della natura totalmente soggettiva della realtà che ciascuno vive.

È la questione del noumeno e dei fenomeni, esplorata anche da Kant37. I fenomeni sono

le molteplici percezioni del mondo alla coscienza del singolo individuo, in cui rientrano anche emozioni e pensieri scaturiti alla coscienza38. È logico dedurre che, in quanto vi sono

i fenomeni, ci sia anche un noumeno, ovvero la cosa in sé che vi dà vita39.

Non è scontato che ci sia una realtà “là fuori” che arriva alla nostra coscienza per tramite dei sensi e del cervello. La realtà che esperiamo nella coscienza potrebbe avere anche origine nella coscienza stessa, come ad esempio in un sogno. Nel sogno, il sognatore si identifica con un solo personaggio alla volta, ma tutti gli altri personaggi e il mondo stesso sono stati generati da lui e vivono in lui e grazie a lui. E il fatto che sia identificato con un personaggio, non esclude che sia identificato (cosciente) in altri nello stesso

36 Arthur Schopenauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Roma, Newton Compton Editori, 2015. 37 Immanuel Kant, Critica della ragion pura, Roma-Bari, Laterza, 2000.

38 Ivi. 39 Ivi.

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momento, in un puzzle dove tutte le varie coscienze si incastrano tra di loro a formare una rappresentazione collettiva del mondo.

Ciò è grossomodo proprio quanto credono gli indù, per cui Brahman è lo Spirito supremo, e tutta la realtà non sarebbe che il suo sogno, e la sua coscienza l’unica coscienza che costituisce la realtà, con separazioni illusorie tra individualità40. Questa tesi, che a noi

occidentali suona un po’ strana, tuttavia ha la virtù di avere, a un’analisi logica che non si ferma alla superficie, la stessa plausibilità se non una maggiore della tesi per cui esiste un mondo esterno al di fuori della coscienza, alla luce anche delle più recenti scoperte della fisica, che stanno facendo ormai crollare la concezione di una realtà composta di minuscole parti discrete (che siano atomi o quark), a favore di un campo unificato di “qualcosa”41.

In questo senso non ci allontaniamo troppo nemmeno da Heidegger, che nel suo Essere e Tempo ha parlato del rapporto tra la coscienza Una (l’Essere) e la coscienza individualizzata ed eventualmente divenuta auto-consapevole di sé (l’Esserci)42.

Se invece diamo per buono che vi sia una realtà in sé, una realtà là fuori, e noi possediamo davvero un cervello e degli organi di senso, comunque la realtà non può arrivare alla nostra coscienza solo filtrata dai nostri sensi e dalla nostra mente. Quanto e come lo vedremo presto. Basti capire che la realtà vive innanzitutto in noi e per noi: non potremmo mai conoscere com’è la realtà “esterna” di per sé, visto che per conoscerla, deve arrivare alla coscienza.

La nostra conoscenza è fatta di rappresentazioni. Una conoscenza oggettiva potrebbe essere raggiunta solo in uno stato di coscienza oggettiva. Vedremo dopo se sia possibile

40 Rgveda, a cura di Tommaso Iorco, La Calama editrice, 2016. 41 Fritjof Capra, Il Tao della fisica, Milano, Adelphi, 1989. 42 Martin Heidegger, Essere e Tempo, Milano, Mondadori, 1927.

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raggiungere l’una e l’altra, se sia possibile comunicarle, e sul perché sarebbe importante avere conoscenza oggettiva.

Scientificità e cambio di paradigma

Prima di cominciare, è necessario fare una precisazione di metodo, per chi potrebbe avere dubbi sulla logicità e scientificità di simili affermazioni.

Il fatto che in questo periodo la metafisica sia in discredito, schiacciata dallo scientismo materialista, al pari dell’epistemologia, non significa che non ci sia un paradigma dominante in tutti questi campi. C’è sempre un paradigma dominante in ogni campo del sapere, il problema è che, in quanto dominante, si maschera come unica verità corretta da sempre, tanto che non viene neanche in mente di metterlo in discussione.

Anche quando uno scienziato esplora il mondo “esterno a sé” con degli strumenti, oppure dimostra l’esistenza del cervello e dell’attività di pensiero, tutto questo si verifica ed emerge nella coscienza del ricercatore. Gli strumenti sono prolungamenti dei sensi. Le percezioni sensoriali, quali possono essere delle analisi al microscopio o allo spettrometro di massa, emergono nella coscienza. Non c’è un collegamento diretto tra un qualsiasi strumento e la coscienza umana, non c’è un collegamento diretto nemmeno con il cervello.

Per questo non c’è prova. Per quanto gli scienziati possano dimostrare cose come l’esistenza della materia o del bosone di Higgs, tali prove sono comunque apparse solo nella loro coscienza. E quando non si tratta di un ricercatore che osserva la dimostrazione di un fenomeno di prima mano, ad apparire alla coscienza sono appunto le informazioni al riguardo di una certa teoria. Ovviamente, anche queste parole sono interne alla vostra coscienza.

Perciò, se vogliamo essere scientifici, quali veri ricercatori della conoscenza, allora dobbiamo applicare il metodo scientifico. Esso è un metodo epistemologico, uno dei

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possibili, ma non l’unico43, che si basa sulla presentazione di una tesi falsificabile e sulla

raccolta di prove per la sua falsificazione44. Se la tesi non fosse falsificabile, non si

tratterebbe di una tesi, ma di un assioma o di un dogma. E dunque non sarebbe nemmeno scientifica45.

Una teoria scientifica, per essere tale, non è mai vera: ma solamente non è stata ancora falsificata. Ciò significa, e non lo dice questa tesi, ma lo dice il metodo stesso, che il metodo scientifico non permette mai di giungere alla verità, ma al massimo, a una tesi accreditata in via temporanea, che potrebbe essere vera, ma senza alcuna certezza definitiva.

Uno scienziato serio non dirà mai “È certo”, ma dirà piuttosto “Ci sono prove sufficienti a favore di questa teoria e nessuna prova contraria, in modo tale da poter continuare a usarla come rappresentazione abbastanza utile e affidabile della realtà”46.

Einstein stesso non avrebbe potuto esprimerlo meglio, quando disse: “Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato”47. Eppure, nessuno più di lui aveva fiducia nell’epistemologia scientifica.

È già successo in passato che tesi considerate ovvie, assiomatiche, si sono dimostrate d’improvviso false. Basti pensare a come sono state scoperte le geometrie non euclidee, quando Riemann ha distrutto secoli di certezze, e come è stata scoperta la teoria della relatività, basata a sua volta sulle geometrie di Riemann. Se questo vale persino per la matematica, che non è un’opinione, a maggior ragione vale per gli altri campi del sapere a cui si applica tale metodo.

43 Paul Feyerabend, Contro il metodo, Milano, Feltrinelli, 1981. 44 Karl Popper, Logica della scoperta scientifica, Torino, Einaudi, 1970. 45 Ivi.

46 Karl Popper, Conoscenza oggettiva. Un punto di vista evoluzionistico, Roma, Armando editore, 1975. 47 Albert Einstein, lettera a Max Born del 5 dicembre 1926.

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Beninteso, il metodo scientifico è indubbiamente utile. Esso permette di ampliare la nostra conoscenza intellettuale. Il metodo scientifico ha permesso di salvare vite con la medicina e ha garantito un immenso progresso materiale. Questa tesi è ben lungi dal cercare di confutarlo, bensì cerca solo di ricordare i limiti intrinseci di questo metodo epistemologico, che al momento è il più accreditato. Ovvero, che la realtà potrebbe essere quella, ma se non fosse quella, potrebbe benissimo essere un’altra.

Sensi e sensibilità

Come detto, noi percepiamo solo ciò che i sensi e la mente ci mostrano. Ma né i sensi, né la mente ci mostrano semplicemente quel che c’è. I sensi umani percepiscono solo una parte ristrettissima dell’esistente. Ad esempio, gli occhi percepiscono solo una parte molto ridotta dello spettro elettromagnetico48, eppure le “cose” che l’occhio non vede, esistono

comunque, e se lo spettro della sua visione fosse più ampio, le vedrebbe, sebbene in che modo non possiamo immaginarlo49. Lo stesso si può dire di tutti gli altri sensi umani.

In generale, i nostri sensi sono molto limitati. Basti pensare alla differenza di ampiezza dei sensi in altri animali, come l’udito per un cane, in grado di percepire frequenze molto più ampie di quello umano50. Eppure, il cane, il gatto e tutti gli altri mammiferi hanno, da

quello che riusciamo a misurare, una percezione sensoriale comunque in linea di massima simile alla nostra51. Che dire degli insetti? Una zanzara, con organi di senso completamente

diversi, e un sistema di elaborazione delle percezioni completamente diverso, vive in un

48 Cecie Starr, Biology: Concepts and Applications, Thomson Brooks/Cole, 2005. 49 Ivi.

50 Adolf Remane, Volker Storch, Ulrich Welsch, Biologia e sistematica animale, Roma, Antonio Delfino Editore, 2007.

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mondo completamente diverso. Non vedrebbe una persona come una persona, non riuscirebbe mai a ricostruirla come un insieme unico e coerente. Per lei rimarrebbe solo un insieme di sensazioni, di informazioni: un calore, un colore, e così via, che avranno un posto molto diverso nella sua rappresentazione del mondo.

Ovviamente, non possiamo essere sicuri di questo, visto che non abbiamo accesso diretto alla sua coscienza. Ma possiamo intuire l’enorme differenza di percezione dei fenomeni da parte delle diverse specie, a partire dallo stesso noumeno, che però, ovviamente, in sé non somiglia al mondo umano piuttosto che a quello della zanzara: soprattutto tra specie diverse, è ridicolo fare confronti di valore tra le rappresentazioni fatte da ciascuna della realtà ultima.

Da questo possiamo dedurre che ogni diversa specie senziente vive letteralmente in un mondo tutto suo. A dirla tutta, come vedremo tra poco, anche ogni singolo essere umano vive in un mondo proprio, nel senso più letterale del termine.

È dunque possibile che esista qualcosa che noi non possiamo percepire in alcun modo attraverso i sensi? La risposta è ovvia: sì.

È possibile che esista qualcosa che non possiamo percepire in alcun modo, neanche attraverso le strumentazioni? Anche qui la stessa risposta: sì. Se vogliamo credere – mai termine fu più appropriato – a un mondo esterno, basti ricordarci che le radiazioni esistevano già prima che fosse possibile misurarle. Le strumentazioni si evolvono, e con il passare del tempo permettono ai nostri sensi l’accesso di aspetti sempre maggiori del reale… che però c’erano già!

Il metodo scientifico ha tra le sue caratteristiche fondative anche la possibilità di esprimersi solo riguardo ciò che può misurare. Ciò che non misura, può esistere come no, ma non può essere negato senza incorrere nel più banale degli errori logici.

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Potremmo avere milioni di caratteristiche del reale, di specie senzienti persino, davanti al nostro naso, senza riuscire a percepirle in alcun modo. Non possiamo sapere se ci sia o no qualcosa, o addirittura qualcuno, di molto influente sulla nostra vita, che tuttavia le strumentazioni presenti non possono percepire. Ma il metodo scientifico e la logica non possono escludere questa possibilità. Ricordiamoci che virus e batteri, presumibilmente, sono sempre esistiti e hanno influito eccome sulla vita degli esseri umani. Ma sono stati scoperti solo due secoli fa.

I sensi non ci mostrano tutto, e tutto quello che possiamo percepire ci arriva attraverso i sensi. Ma perlomeno ciò che i sensi percepiscono arriva tutto alla coscienza?

Dal buco della serratura

La risposta è no. Di tutte le informazioni che arrivano al cervello, solo una ristrettissima parte giunge alla coscienza operativa.

Abbiamo accennato a come l’unità di misura elementare dell’informazione è il bit, cioè la quantità minima di informazione che serve per discernere tra due eventi, stati, elementi, o decisioni, assegnandogli un valore di vero o falso, giusto o sbagliato, zero e uno52. Da

questo possiamo affermare che la coscienza sia un insieme di informazioni, dunque misurabile al suo livello più fondamentale come una quantità di bit53.

Ebbene, i sensi recepiscono fino a 80.000.000 (80 milioni) di bit al secondo, ma alla coscienza, dopo la fase di elaborazione, arrivano solo tra i 40 e 16 bit al secondo54, cifra che

52 Tor Norretranders, The User Illusion, New York, Penguin Books, 1999. 53 Ivi.

54 Manfred Zimmerman, Neurophysiology of Sensory Systems, in Robert F. Schmidt, Fundamentals of Sensory

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oscilla in base alla capacità di attenzione della mente cosciente nel momento presente55.

80.000.000 contro una media di 26. In altre parole, ciò che percepiamo in ogni momento alla coscienza è solo una frazione infinitesima di quanto davvero percepito dai sensi ed elaborato dalla mente56.

Con la nostra attenzione facciamo una differenza di un paio di decine di bit, mentre il cervello ne ha già scartati decine di milioni. La mente non ha occhi, né orecchie, men che meno la coscienza: essa non percepisce nulla direttamente. Tutto ciò che arriva alla coscienza è percepito dai sensi e filtrato dal cervello.

Certo, dalle scoperte di Freud in poi siamo disposti ad accettare che l’essere umano abbia una parte inconscia di cui non sa nulla e su cui non ha controllo, ma continuiamo a ignorare le sue dimensioni. Alla nostra mente arriva un oceano, ma alla nostra coscienza arriva una goccia.

Per passare da decine di milioni di bit ai sedici bit della coscienza, la mente effettua una selezione. La selezione comporta scartare una quantità immensa di informazioni. Su questa selezione, ciò che viene inteso come persona, l’io, colui con il quale ci identifichiamo, non ha alcuna voce in capitolo. Se ne occupano veri e propri meccanismi e sistemi inconsci, che hanno la loro base fisica in percorsi celebrali57, quelli che finiscono per comporre la

stragrande maggioranza della struttura della mente, quelli che forse dovremmo cominciare a chiamare la vera mente, per la sua indubbia preponderanza nelle nostre vite58.

La coscienza è molto più ciò che viene scartato, piuttosto che quanto viene scelto.

55 Tor Norretranders, The User Illusion, New York, Penguin Books, 1999.

56 Manfred Zimmerman, The Nervous System in the Context of Information Theory, in Robert F. Schmidt e G. Thews, Human Physiology, Berlin, Springer-Verlag, 1989.

57 Tor Norretranders, The User Illusion, New York, Penguin Books, 1999. 58 Ivi.

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Deve essere ben chiaro che questa è una perdita ulteriore rispetto ai sensi degli animali. Queste informazioni scartate sono tutte informazioni che l’essere umano con i suoi sensi può percepire, e infatti percepisce. I bit che la mente di un uomo scarta, a un altro arrivano alla coscienza59. Due persone nello stesso luogo e nello stesso momento vivono in due

mondi diversi.

Tutto questo potrebbe non sembrare così grave. Che problema c’è se vediamo e sentiamo un mondo un poco (in realtà moltissimo) diverso rispetto a quello di ciascun altro? Il problema compare quando ci rendiamo conto che gli elementi che emergono alla coscienza, decisi dalla mente interpretante, comprendono anche pensieri ed emozioni60, le due forze

che sono alla base di tutte le nostre decisioni.

basta un piccolo esperimento per determinare chi è il vero autore dei pensieri su cui basiamo tutte le nostre azioni e tutta la nostra identità. Sedetevi comodi. Rilassatevi. Concentrate la vostra attenzione sul respiro, inspirazione ed espirazione. Ora provate a decidere quale sarà il vostro prossimo pensiero, che sia sotto forma di frase o di immagine. Non potete saperlo. Potete osservarlo, o nel caso peggiore identificarvici, solo una volta che sarà comparso. Da dove è comparso? Chi ha deciso di fare proprio quel pensiero?

Abbiamo scoperto anche un’altra affascinante verità: non possiamo controllare i nostri pensieri. I pensieri, ovvero ciò che determina le opinioni e guida ogni singola azione quando si è in uno stato di coscienza ordinario, non vengono decisi dal soggetto cosciente, ma dal suo inconscio! La stessa cosa vale per le emozioni. Sono fuori dal nostro controllo. Altrimenti, perché mai provare di propria volontà emozioni che fanno stare male, e pensieri che provocano angoscia, senso di colpa, paura, depressione? E perché rimangono, se con la volontà possono essere sostituiti liberamente?

59 Tor Norretranders, The User Illusion, New York, Penguin Books, 1999. 60 Ivi.

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Eppure, l’essere umano ordinario crede di essere i suoi pensieri. È questa l’identificazione con il pensiero, a scapito dell’identificazione con la coscienza: credere di essere stati noi a fare di nostra propria volontà pensieri (e provare emozioni) in realtà stabilite dall’inconscio.

Due cose sono vere: ciascuno ha una struttura mentale differente, e tutta la percezione individuale, tutta, è filtrata e decisa dalla sua struttura mentale. La mente decide lei, secondo i suoi schemi automatici e inconsci, cosa deve apparire alla coscienza e, come vedremo più tardi, in base a ciò che ha scelto di far apparire, prende anche la decisione di come agire61.

Il motivo di questo modello è evolutivo: si tratta di un metodo automatico e veloce, adatto per individuare i pericoli e le opportunità e reagire rapidamente. Per l’Io sarebbe soverchiante dover elaborare tutti quei dati a livello cosciente e prendere una decisione, cadrebbe nella “paralisi da analisi”62. Questo sarebbe stato letale per l’essere umano fino

anche solo a pochi millenni fa. La mente cosciente è molto, molto più lenta, nel comprendere e nel decidere. Ammesso che ce l’abbia, la capacità di decidere. Questo non è scontato, come possiamo intuire già dagli elementi in nostro possesso, e come dimostreremo tra poco.

Il problema dell’incomprensione

Prima ancora di vedere ciò, dobbiamo notare un’altra cosa: non c’è alcuna garanzia che il sistema mentale dell’interlocutore interpreti ciò che gli arriva in modo da far emergere alla sua coscienza lo stesso significato che chi parla voleva trasmettere. O come dice mirabilmente Pirandello:

61 Tor Norretranders, The User Illusion, New York, Penguin Books, 1999. 62 Ivi.

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“Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!”63

La non comprensione è la regola. L’esatta comprensione, cioè l’esatto passaggio del significato inteso dal mittente al ricevente, è una possibilità tanto remota da poter essere chiamata un miracolo. Ve l’avevo detto che questa era una tesi impossibile!

Questo si applica a qualsiasi elemento atto a trasmettere significato: immagini, suoni, azioni, parole. In realtà qualsiasi parola, anche queste parole, è composta solo linee a cui viene attribuito un significato convenzionale. Non vi stupite dunque se i vostri gesti vengono fraintesi, piuttosto ringraziate il Cielo che sia avvenuto qualcosa che somiglia vagamente alla loro comprensione!

L’errore principale di molti filosofi, un errore inevitabile che ho già messo in conto di aver commesso io stesso, è credere che il proprio mondo sia il medesimo degli altri esseri umani. Cioè che quanto valeva per loro a livello di pensieri e di percezione, proprio perché valeva per loro, valesse anche per tutti altri gli esseri umani. Sembra scontato… ma non è così. Ovviamente, ciò che vale per i filosofi, vale anche per le opinioni di qualsiasi essere umano. Ma qui parliamo di qualcosa di molto più profondo dei punti di vista. I punti di vista possono apparire come ricavati da un insieme di pensieri coscienti, ma tali pensieri coscienti sono stati a loro volta decisi da come, inconsciamente, già vediamo il mondo.

Vedremo in seguito il significato dettagliato di questa frase. Per ora, basta un minimo di riflessione per realizzare il tremendo impatto di queste scoperte sul mondo del diritto. Il legislatore scrive le leggi sulla base del proprio mondo. Il cittadino le rispetta o meno sulla

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base del proprio mondo, per come le intende personalmente. Il pubblico ministero e il GUP rinviano a giudizio sulla base del proprio mondo, e il giudice valuta il caso, scrive la motivazione e decide la sentenza sulla base del proprio mondo.

Mondi diversi, in un continuo rimpallo di interpretazioni, ciascuna applicata con un filtro estremamente pervasivo.

Chi decide la percezione?

Questo ci spinge a una domanda. Chi è responsabile di cosa percepiamo, pensiamo e proviamo in relazione a un determinato evento esterno?

Soltanto noi stessi.

Abbiamo visto come potrebbe benissimo non esistere una cosa in sé, e anche se esistesse, noi vi accediamo solo attraverso un’interpretazione profondamente filtrata.

È fondamentale notare che non rimane nulla della cosa in sé che non sia stato filtrato e modificato: tutto quanto arriva alla coscienza è frutto di rielaborazione e interpretazione.

Pensieri, sensazioni ed emozioni nascono in noi e soltanto in noi, e non hanno alcun rapporto necessario con la cosa in sé. Dove si trovano le emozioni e i pensieri che proviamo? Nella nostra coscienza, e soltanto lì. Credere che siano parte integrante della cosa è un’illusione mentale.

Non è mai la cosa in sé a provocare, da sola, la nostra reazione. Non è mai la cosa in sé ad avere collegati determinati pensieri ed emozioni… altrimenti farebbe provare li stessi a tutti! Invece, ciò che disturba qualcuno è accolto con gioia da un altro. Questo si applica a tutto, anche a ciò che possiamo giudicare terribile. Non c’è alcun caso, nemmeno il più estremo, che provochi le stesse reazioni in tutti, e nemmeno reazioni simili. Gli eventi

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esterni sono neutri. O come dice Shakespeare: “Niente è buono o cattivo, ma è il pensiero che lo rende tale.64

Tuttavia, è evidente che non siamo noi, il noi con il quale ci identifichiamo, a decidere volontariamente cosa provare in seguito a un evento. Altrimenti, cosa ci impedirebbe di provare gioia, gratitudine e amore di fronte a qualunque evento, istante dopo istante?

Possiamo considerare alcune “nostre” reazioni appropriate, altre auspicabili, e altre ancora rifiutarle, ma è inutile prendersi in giro: non abbiamo alcun controllo volontario sul loro apparire alla coscienza, e quasi nessun controllo sul loro scomparire.

La domanda allora è: se siamo noi, e non l’evento in sé, gli unici artefici della nostra percezione, di ciò che vediamo, proviamo e pensiamo, chi è questo “noi” che stabilisce il contenuto della nostra coscienza, se “noi” non siamo in grado di controllarlo?

Io e Me

È terrificante per un essere umano realizzare che tutti i suoi pensieri, le sue emozioni e persino le sue sensazioni corporee e i suoi movimenti non provengono da sé stesso, dalla sua volontà, ma da un “sé stesso in sé” molto più potente, veloce e sviluppato. Nonché inconscio.

Lo scienziato danese Tor Norretranders, nel suo bestseller The User Illusion, chiama con il nome di Me l’insieme delle strutture mentali inconsce che determinano ciò che arriva alla coscienza, e ciò che noi abbiamo definito coscienza con il nome di Io65.

L’Io può essere attivo, se consapevole di sé, se in auto-osservazione e in controllo, oppure passivo, se è identificato con le percezioni e gli impulsi decisi dal Me.

64 William Shakespeare, Amleto, atto II, scena II, in Opere complete. Con testo a fronte, Milano, Garzanti, 1984-2004.

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Il Me è come un abisso marino, profondo e sconosciuto, insondabile per la sua stessa natura, poiché la coscienza, in quanto fenomeno primario, non può essere osservata se non attraverso sé stessa66.

Il Me è un abisso da cui emerge tutto… e di tutto. La paura, l’ansia, i pensieri tremendi, i desideri e gli impulsi ad agire di cui proviamo vergogna, così come la gioia, la gratitudine, l’amore. Dal Me non emerge solo il peggio, ma anche il meglio di ogni essere umano, gli impulsi più nobili, il coraggio, e il genio vertiginoso che l’Io non riesce nemmeno a concepire. Tutto ciò che l’Io decide di fare oppure, nel 99% dei casi, accondiscende ciecamente a fare, è stato prima deciso dal Me67.

È proprio questo il punto. La cosa più terrificante per l’Io, che crede di avere tutto sotto il suo controllo, è realizzare di non avere il controllo di nulla. La sua stessa illusione di controllo gliel’ha fornita il Me, attraverso il meccanismo dell’identificazione della coscienza con il pensiero impulsivo e associativo68.

Ma se da un lato tutto questo significa l’impotenza dell’Io, dall’altro significa che “noi” siamo molto più di quello che crediamo di essere.

Un essere umano può domandarsi, a ragione, chi sia il vero sé stesso.

James Clerk Maxwell, il famoso scienziato le cui ricerche sulla trasmissione di informazioni tra sistemi si sono rivelate fondamentali per le scoperte di cui parliamo, sul suo letto di morte disse:

66 Tor Norretranders, The User Illusion, New York, Penguin Books, 1999. 67 Ivi.

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“What is done by myself, I feel, is done by something greater than myself in me.”69

Nel linguaggio comune c’è tutta una serie di espressioni che fa riferimento al rapporto con sé stessi: amare sé stessi, odiare sé stessi, fidarsi di sé stessi, non essere d’accordo con sé stessi, come se in realtà ogni persona fosse due. Il che appare anche naturale, perché altrimenti come si potrebbe spiegare il divario spesso incolmabile tra volontà (dell’Io) e pensieri e impulsi (del Me)? Dall’osservazione empirica della vita nasce questa intuizione linguistica del rapporto tra Io e Me.

A dirla tutta, il rapporto tra Io e Me è una chiave di interpretazione valida di quasi tutti gli ambiti della vita. Nella psicoterapia, l’Io cerca di conoscere e accettare il Me. Nelle relazioni sociali, l’Io cerca di conoscere l’Io e il Me altrui. Nell’arte, l’Io cerca di esprimere il Me. Nella spiritualità, l’Io cerca di comprendere il Me. Nella crescita personale, l’Io cerca di cambiare secondo i suoi (supposti) desideri il Me.

E nel diritto? Il diritto ignora questa distinzione. Per il diritto, Io e Me si equivalgono, o più precisamente, esiste solo l’Io, senza nessun Me. Il diritto dà per scontato che l’essere umano nella sua condizione ordinaria sia totalmente cosciente e padrone di sé stesso. Il diritto impone a tutti di prendersi piena e totale responsabilità del proprio Me.

Ma questo è giusto? È sensato? Rispecchia l’effettivo potere e responsabilità dell’Io? È importante chiarirlo, perché questa è la chiave di volta di tutta la questione: chi si identifica nei propri pensieri, ovvero considera i suoi pensieri come direttive generate da lui stesso, dall’Io consapevole, senza rendersi conto di avere un Me, senza realizzare da dove vengono davvero i suoi impulsi, costui a tutti gli effetti ha un Io passivo che agisce agli

69 “Ciò che è fatto da me stesso [l’Io], sento, è fatto da qualcosa di più grande di me in me [il Me].” Rif. in Tor Norretranders, The User Illusion, New York, Penguin Books, 1999.

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ordini del Me, scattando a ogni direttiva, seguendo gli ordini senza battere ciglio. Sta male quando lo decide il Me, sta bene quando lo decide il Me, decide di iniziare una dieta quando glielo dice il Me, decide di infrangerla quando lo decide il Me.

Il problema, la tragedia di questa condizione è che l’Io in balia del Me non si rende conto di esserlo, per la sua stessa caratteristica di passività, per il meccanismo stesso di identificazione con il pensiero che sorge istante dopo istante alla coscienza.

Il suo nome è Legione

In questa situazione, un singolo Me basta e avanza. Ma il Me non è uno solo. Nella maggioranza degli esseri umani non esiste un Me, ma molte strutture mentali differenti, ciascuna che si attiva all’occorrenza, in base alle circostanze, e processa le informazioni secondo la sua natura70.

L’essere umano è abitato da una serie di sub-strutture, ciascuna progettata per una certa circostanza e con un certo obiettivo, che cambia come vengono processate le informazioni e dunque non solo i pensieri e le emozioni che sorgono alla coscienza, ma anche come viene percepito il mondo71.

L’essere umano non è progettato per vedere il mondo e gli oggetti che lo compongono in maniera neutra, ma per classificare tutto in ostacoli od opportunità in base al proprio obiettivo corrente. Dunque, l’obiettivo cambia la visione del mondo72, e l’obiettivo di ogni

istante è deciso dal Me in carica in base agli stimoli esterni, e dall’obiettivo, cioè sulla base degli stimoli, fa derivare tutto il resto. Quando l’essere umano è affamato, si attiva il Me

70 Jordan B. Peterson, Potential: Jordan Peterson at TEDxUofT, (lezione). https://youtu.be/tLteWutitFM 71 Jordan B. Peterson, Dragons, Divine Parents, Heroes and Adversaries: A Complete Cosmology of Being (lezione),

https://youtu.be/nqONu6wDYaE

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deputato a placare la fame, un importante obiettivo di sopravvivenza, e allora quello diventa l’obiettivo primario e la lente attraverso cui interpretare il mondo. Quando l’essere umano è spaventato, si attiva un diverso Me e tutto il mondo viene interpretato come opportunità oppure ostacoli alla fuga o al combattimento.

I singoli Me sono potenti, e quando sono in carica possono spingere molto bene a fare ciò che vogliono, ma tra di loro hanno obiettivi contrastanti. In realtà i Me sono tutti guidati da un singolo obiettivo, la sopravvivenza fisica, che nasce da un’emozione ben precisa, la paura della morte73, ma ciascun Me cerca di perseguirlo in un modo diverso.

All’atto pratico, un Me decide di iniziare la dieta, un altro Me di infrangerla. Un Me decide che da domattina si sveglierà prima, ma il Me deputato al risveglio, sentendo il corpo e il cervello ancora stanchi, e dunque un pericolo per la sopravvivenza, si oppone. Con un proprio superiore al lavoro si attiva un Me specifico. Con la propria madre se ne attiva un altro.

Così, senza che l’Io se ne accorga, ciascun Me cambia in automatico la postura, il tono di voce, la scelta dei vocaboli. Tra l’altro, il continuo cambio tra i Me non è qualcosa di semplicistico. L’essere umano è progettato per ambienti e situazioni radicalmente diversi da quelli attuali, e talvolta può capitare un corto circuito tra i Me, che interpretano male la situazione (spesso in peggio, perché è meglio prendere precauzioni e sopravvivere che essere troppo fiduciosi e morire) e attivano un Me sballato, inadatto, che nemmeno riesce a perseguire un obiettivo coerente con la situazione.

Il fatto di essere in balia di strutture mentali antichissime, animali, che non capiscono cosa sta davvero succedendo, dovrebbe far realizzare già a questo punto quanto sia facile per un Me infrangere la legge… o giudicare nella maniera sbagliata. Questo, anche quando

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sembra un crimine oppure un giudizio ben meditato in anticipo: anche il pensiero viene dal Me, e seguire il pensiero non è garanzia di auto-coscienza. Tanto che è comune per queste persone, così come per chiunque, chiedersi in seguito, quando è cambiato il Me, come ha potuto pensare cose del genere, ritenere che fossero una buona idea, e portarle ad atto.

Il problema è che nessuno si accorge di questi micro e macro cambiamenti di personalità di momento in momento e quando avvengono, ma dà per scontata la propria unità interiore. Nessuno si stupisce di quanto sia raro riuscire a mantenere una risoluzione, di quanto sia comune cambiare idea, di quanto cambino i pensieri e le emozioni da un momento all’altro, tanto che finiamo letteralmente per essere persone diverse a seconda della situazione e di chi abbiamo davanti.

Davvero il nome dell’essere umano è Legione, perché egli è molti74. L’essere umano dà

per scontato di avere un Io attivo e un Me unitario, quando invece quasi sempre ha un Io passivo e un Me frammentato.

D’ora in poi quando menzioneremo il Me, parleremo come se ci fosse un Me solo, ma in realtà ci riferiremo quasi sempre ai molti Me riuniti.

Percezioni subliminali

Ciò che il Me fa arrivare alla coscienza, quell’elaborazione che trasforma 80.000.000 bit in una media di 26, non è una semplice selezione, come attraverso un setaccio: è un processo creativo e interpretativo. Non vengono presi 26 bit già presenti negli 80.000.000, ma quei 26 bit sono il frutto di una rielaborazione75.

Ma su cosa basa il Me le sue decisioni di dare un’interpretazione piuttosto che un’altra, di dare un impulso ad agire piuttosto che un altro? In primo luogo, basa le sue decisioni su

74 Vangelo secondo Marco 5:9, traduzione CEI, Milano, Edizioni San Paolo, 2016. 75 Tor Norretranders, The User Illusion, New York, Penguin Books, 1999.

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una quantità di dati infinitamente superiore a quelli che poi fa arrivare alla coscienza, sulla quantità di dati con cui l’Io crede di prendere le sue decisioni autonome. L’Io crede di decidere, ma se anche decidesse, per farlo utilizzerebbe una quantità di dati ridicola, e dunque la sua decisione sarebbe tutt’altro che informata. Infatti l’Io è facilmente ingannato, sia per quello che il Me gli fa vedere, sia per quello che non gli fa vedere.

Il Me si rivela una formidabile arma a doppio taglio. Da una parte, filtra e interpreta tutto quanto gli arriva dai sensi secondo le sue lenti, che possono essere anche molto distorte. Dall’altra, decide in base a una quantità di informazioni di molto superiore a quelle dell’Io, e dunque la sua è una decisione molto più informata.

Siamo nel regno delle cosiddette percezioni subliminali, ovvero che avvengono sotto al limite (sub-limine, sotto il confine) della coscienza. Il Me nota molte più cose di quelle che poi passa all’Io. Il Me filtra moltissime informazioni per non soverchiarlo, ma su quelle informazioni basa comunque le sue scelte… e potrebbero essere informazioni rilevanti, con cui prende decisioni corrette, vantaggiose. Ma l’Io non ne viene a sapere il motivo. Ha solo un impulso ad agire, che talvolta sembra inappropriato alla situazione o contrario alla supposta razionalità76.

Il 90% della comunicazione tra esseri umani avviene in modo non verbale77. Più una

civiltà come la nostra basa sé stessa, a causa delle sue strutture complesse, sul predominio della mente e, in astratto, della razionalità, più crediamo nell’onnipotenza della parola. Ma non è così. C’è un’enorme differenza di passaggio di informazioni tra una comunicazione completamente verbale come una mail e una comunicazione a voce, o tra una comunicazione di persona con un interlocutore davanti e una videochiamata78. Si perde

76 Tor Norretranders, The User Illusion, New York, Penguin Books, 1999. 77 Luciano Paccagnella, Sociologia della comunicazione, Bologna, Il Mulino, 2004. 78 Leon Brillouin, Science and Information Theory, New York, Academic Press, 1956.

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letteralmente il 90% del significato, cioè delle informazioni (misurate grezzamente in bit) che potrebbero arrivare al Me e poi, potenzialmente, alla coscienza.

Tono di voce, postura, movimenti involontari, sono tutte informazioni che il Me e solo il Me coglie. Non abbiamo idea di quanto percepiamo in modo subliminale del comportamento altrui, e di quanto gli altri percepiscono del nostro79.

Impulsi a volte subliminali, dunque del tutto impossibili da cogliere alla consapevolezza, ma nella maggior parte dei casi coscienti, che dunque alla coscienza arrivano, ma comunque agiti in modo automatico e inconsapevole80.

Bastano 7 secondi al Me per farsi un’impressione completa e inconscia di una persona appena conosciuta, per catalogarla e decidere tutte le sue reazioni in risposta ai suoi comportamenti81.

La prima impressione è l’unica impressione per il Me, e non c’è da stupirsi di questo, visto che il Me ha a che fare con una valutazione che concerne la sopravvivenza – di chi fidarsi e di chi non fidarsi, chi è pericoloso e chi no – un campo dove la velocità è estremamente più importante dell’accuratezza, o anche solo della flessibilità per cambiare opinione nel tempo. Poiché dopotutto, nella maggior parte dei casi, le creature con cui ha a che fare un essere umano, suoi simili compresi, non cambiano nel tempo. Una tigre mantiene i suoi comportamenti nel tempo in cui la conosci, ma spesso e volentieri anche il tuo vicino di casa. Quindi una valutazione iniziale è l’unica di cui ha bisogno. Queste impressioni sono poi comunicate all’Io… ma solo una piccolissima parte del totale e solo quelle che il Me decide di comunicare, secondo i suoi criteri.

79 Tor Norretranders, The User Illusion, New York, Penguin Books, 1999. 80 Ivi.

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Questi criteri possono essere mutuati da pregiudizi e bias così come da anni di evoluzione e conoscenza del funzionamento dei meccanismi umani. Il Me può scovare un bugiardo anche quando le parole ingannano l’Io, così come dare del bugiardo a chi non lo è, ma lo sembra fin troppo per i nostri schemi primordiali.

Il punto è che non possiamo saperlo. Di tutto il flusso d’informazioni, solo una minuscola parte arriva all’Io. Un Io attivo e attento è in grado di cogliere un po’ più di informazioni, ma mai quanto il Me. Si chiamano percezioni subliminali per un motivo.

Siamo nella posizione paradossale di doverci fidare e non fidare del Me.

Fidandoci di noi stessi e agendo in piena conformità con il Me, rischiamo di agire spinti dai pregiudizi, dalle credenze limitanti, dai bias cognitivi, dai fraintendimenti di una percezione distorta, dai meccanismi disfunzionali dell’istinto… e di pagarlo a caro prezzo.

Non fidandoci di noi stessi e facendo le pulci razionali a ogni nostro impulso e percezione, rischiamo di chiuderci all’intelligenza emotiva, a quella motoria, ai meccanismi funzionali dell’istinto e a tutte le intuizioni, al genio e all’ispirazione… e di pagarlo a caro prezzo.

Quella cosa ci sembrava proprio quella giusta da dire, ma se solo avessimo riflettuto un secondo di più, adesso non dovremmo scusarci. Quella lì sembrava una così brava persona, ma c’era questa sensazione che qualcosa non andasse in lei… e ora quella brava persona ha tradito la nostra fiducia.

Questo, alla fine, è il punto cardine per il diritto. Le domande fondamentali sono sempre le stesse: su quali interpretazioni il legislatore scrive le leggi, il cittadino le rispetta, ma soprattutto il magistrato giudica? Quando il magistrato legge il documento dell’avvocato o ascolta un teste in aula, ciò che interpreta quelle informazioni è il suo Me, non il suo Io.

Il diritto deve cominciare a prendere in considerazione questi aspetti della psicologia, ormai noti da decenni, invece di fare finta che non esistano, e relegare il funzionamento

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dell’essere umano a delle perizie. Il diritto deve cominciare a prendere in considerazione la quantità di consapevolezza del giudice nel momento della sua decisione, perché è molto probabile che non ce ne sia stata alcuna: è stato il Me a decidere la conclusione e magari anche il Me a elaborare l’argomentazione “logica” a suo sostegno, e ovviamente il Me a convincere l’Io che era tutta farina del sacco dell’Io82.

Questo è ciò che succede per tutte le decisioni in uno stato ordinario di coscienza… ma quando a “cantarsele e suonarsele” è un magistrato giudicante, la faccenda assume tutto un altro aspetto.

Esploreremo nel dettaglio le implicazioni del reale funzionamento dell’essere umano rispetto al suo creduto funzionamento sulle teorie dell’interpretazione giuridica nella seconda parte di questa tesi. Per ora “limitiamoci” a questa fondamentale domanda:

Se possiamo e non possiamo fidarci del Me, se dobbiamo e non dobbiamo seguire il Me, come fare per decidere, ma soprattutto, come rendersi conto di chi decide e perché ha preso quella decisione?

Iniziamo dall’ultima domanda.

La proiezione

Perché il Me ci fa percepire proprio quello che ci fa percepire, e perché ci dà proprio quegli impulsi ad agire e non altri? Quali sono i principi che regolano la percezione del Me?

In psicologia è noto il fenomeno della proiezione. Una persona percepisce negli eventi che vive e in coloro con cui ha rapporti tre tipi di caratteristiche che ha in sé stesso: ciò che vorrebbe avere, ciò che detesta e ciò che ha, sia caratteristiche che egli giudicate positive, sia

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che giudica negative83. Ad esempio, se sono una persona rabbiosa o anche una persona che

reprime la sua rabbia, vedrò rabbia nelle azioni o nelle parole delle altre persone84.

La reale esistenza di queste caratteristiche nella persona “esterna” potrebbe esserci come potrebbe non esserci. In che modo possiamo avere accesso all’altra persona per avere la certezza che ha agito con rabbia, o con malizia, o con una certa intenzione? Che l’abbia fatto o no è innanzitutto una nostra interpretazione. Un’interpretazione del Me.

Può sembrare difficile da credere, ma anche le azioni che a noi paiono chiaramente animate da una certa intenzione o da una certa emozione, possono essere percepite in modo anche radicalmente diverso, se fossimo un’altra persona, o in un altro stato mentale.

Le scuole di psicologia dibattono sulla portata della proiezione. Tuttavia, in base a quanto scoperto finora sul funzionamento del Me, appare sensato concludere che la proiezione sia un fenomeno a cui tutti sono sottoposti e in modo molto marcato, molto più marcato di quanto normalmente chiunque ammetta, psicologi compresi.

Se percepiamo il comportamento degli altri filtrato dalle nostre strutture mentali, dai nostri sistemi di credenza e di valutazione, allora significa che tutto quello che percepiamo nel comportamento di un altro in realtà nasce in noi. Dov’è che proviamo una certa emozione, abbiamo un certo pensiero o esprimiamo un certo giudizio? Non nell’altro, ma all’interno della nostra coscienza.

Se percepiamo qualcosa in conseguenza del comportamento di un altro, significa sicuramente che quella cosa è in noi. Quella cosa fa parte della nostra struttura psicologica, altrimenti non la proveremmo, e questo è un fatto. Mentre paradossalmente non c’è alcuna garanzia che quella cosa sia anche nell’altro85.

83 Carl Gustav Jung, Psicologia dell’inconscio, Torino, Bollati Boringhieri, 2012. 84 Ivi.

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