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FOUCAULT - SCHEDA

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Academic year: 2021

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Scheda di lettura

Michel Foucault (1926-1984)

“La filosofia analitica della politica”, estratto da “Archivio Foucault. Interventi,

colloqui, interviste”, vol. 3 (1978-1985), Feltrinelli, Milano 1998, pp. 98-113 (ma studiare da p. 100, primo capoverso, a p. 113).

Nella conferenza tenuta nel 1978 in Giappone, Foucault sintetizza il suo pensiero evidenziando la connessione tra due punti fondamentali:

1. La funzione e la posizione della filosofia rispetto alla politica; 2. Il metodo attraverso il quale va posta la questione del potere.

1. Foucault osserva che, fin dall'Antichità classica, la filosofia occidentale si è proposta di svolgere una funzione di moderazione nei confronti del potere: porre un limite agli eccessi di potere del sovrano.

La posizione del pensiero filosofico rispetto al potere, ha, invece, subìto una variazione nel corso della storia: nell'Antichità classica la filosofia si è mantenuta in una posizione esterna rispetto alla pratica politica, manifestando una propria autonomia; al contrario, dalla Rivoluzione francese, e nel corso del Novecento, la filosofia ha finito per legittimare poteri “senza freno” (come è avvenuto per es. con lo stalinismo e il totalitarismo), senza limiti, facendosi per così dire assorbire dalla riflessione sullo Stato.

2. È proprio dalla presa d'atto di questo problema, inerente al rapporto tra filosofia e politica, che Foucault denuncia la necessità di capovolgere il metodo attraverso il quale, almeno da Hobbes in poi, viene analizzata la questione del potere. Il punto è spostare l'attenzione dalla forma statuale, perché è proprio qui che, secondo Foucault, è rimasta impigliata la riflessione filosofica e, di conseguenza, la vocazione di limite nei confronti del potere che è propria della filosofia.

Foucault propone quindi “un'altra strada” (p.103):

bisogna sganciarsi dalla teoria della sovranità, in quanto questa, concentrandosi sul modello dello Stato e sulla figura del sovrano (il modello del Leviatano, in Hobbes), distoglie lo sguardo dagli effettivi modi di esercizio e di funzionamento del potere. Secondo la teoria della sovranità, il potere è in mano ad un soggetto specifico, un sovrano che, dall'alto verso il basso, impone l'obbligo o il comando ai cosiddetti sudditi.

Per Foucault, al contrario, non bisogna chiedersi “chi esercita il potere” ma piuttosto “come si esercita il potere”: infatti il potere non funziona a partire da un centro unico (un ipotetico sovrano, appunto), ma circola e proviene da più punti.

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Se non c'è un unico centro del potere è perché ogni relazione umana è anche, in un modo o nell'altro, una relazione di potere: ogni contesto sociale è attraversato da una dimensione di potere e di dissimmetria (si pensi alle relazioni d'amore, ai rapporti maestro/allievo, medico/malato).

È per questo che non bisogna parlare di “Potere” in senso stretto: Foucault usa un altro vocabolario, parlando di relazioni di potere, giochi di potere, strategie di potere. Il punto è porre in evidenza il fatto che si tratta di relazioni sempre mobili, mai fisse o determinate una volta per tutte: c'è sempre la possibilità di praticare delle strategie, da una parte e dall'altra, delle forme di resistenza.

Proprio perché le relazioni di potere sono diffuse all'interno di tutto il tessuto sociale, esse possono essere riconosciute e analizzate solo a partire da una visione microfisica, osservando, cioè, i modi in cui il potere funziona innestandosi nelle piccole cose quotidiane, in spazi piccoli, sottili, attinenti direttamente alla vita dei soggetti, come nei comportamenti che diventano automatici.

In questo senso, le relazioni di potere strutturano le soggettività, le producono: piuttosto che reprimere i soggetti, imponendo divieti o obblighi (come afferma la teoria della sovranità), il governo si esercita attraverso la disciplina, andando ad incidere sui corpi, sulla gestione e sul governo dei corpi e delle menti.

La disciplina è individualizzante, perché si indirizza verso il singolo individuo, al fine di dirigere tutti e ciascuno.

Questo tipo di potere che funziona attraverso la disciplina dei soggetti, non fa altro, secondo Foucault, che adottare gli strumenti che la Chiesa ha sempre usato nei confronti dei fedeli: non, quindi, lo strumento della legge (come nella teoria della sovranità), ma strumenti quali l'esame di coscienza e la confessione, che coinvolgono il rapporto con se stessi.

Per questo Foucault usa la metafora del gregge e parla di “potere pastorale” (si guida ciascuna pecora e tutto il gregge), per definire specificamente il modo in cui avviene la direzione dei soggetti.

È da notare, però, che questo metodo di analisi delle forme di governo non serve a Foucault per dire che siamo tutti sempre più assoggettati o che l'unica soluzione sarebbe una “rivoluzione totale”, ma serve piuttosto a riconoscere gli eccessi di potere e le condizioni in cui il potere si esercita: l'obbiettivo è opporre all'eccesso di potere il diritto di “non essere governati in questo modo, a queste condizioni, a questo prezzo”.

Solo in tal modo è possibile recuperare la vocazione tipica della filosofia, nella sua funzione di limite rispetto al potere, funzione che si collega con delle forme di resistenza che attualmente assumono importanza cruciale: Foucault prende ad esempio le lotte per le condizioni di vita nelle prigioni, ma in generale il discorso vale per tutti quei tipi di resistenza che, partendo da una questione specifica e settoriale, vanno ad investire nel contempo dimensioni più ampie, globali (per es. l'ambiente, il reddito di base, etc.) e toccano trasversalmente i punti centrali delle nostre vite.

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