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Roma. L'arco quadrifronte del Foro Boario: il cosiddetto Giano.

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Academic year: 2021

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CONCLUSIONE

L’Arco quadrifronte del Foro Boario, giuntoci quasi integro in tutta la sua imponenza, è sicuramente un buon esempio di reimpiego di materiali preesistenti in un contesto ornamentale particolarmente vivace, quale quello dell’architettura e dell’ornato tardo imperiale, considerando l’attribuzione a Costantino la più probabile e, di conseguenza, accettando la datazione tra il III e il IV sec. d.C.

La denominazione di arco di Giano potrebbe essere, invece, il risultato di una sovrapposizione etimologica più che urbanistica, laddove l’identificazione dell’arco con un tempio dedicato al dio è risultata infondata: il collegamento rimane per lo più legato, allora, alla memoria del tempio di Giano e, soprattutto, all’etimologia stessa degli archi con la loro carica simbolica legata, appunto, al dio bifronte.

La forza della semantica etimologica ha portato, negli anni passati gli studiosi ad identificare l’arco qui osservato con il tempio di Giano al Velabro, ma i rilievi archeologici ed architettonici hanno ben smentito una tale, sia pure suggestiva ipotesi.

La varietà degli ordini e dell’ornato ci danno la misura di un amore per la varietà, più che per l’armonia in sé, con alcune soluzioni visive non prive di fascino, come le nicchie incomplete in cui il Richardson riconosceva un motivo ornamentale, eseguito con minor cura nei lati secondari (meridionale e settentrionale) secondo il Lugli ed il Nibby.

La presenza di statue entro le nicchie attestata (o ipotizzata?) dal Rossini ci porta ad immaginare un arco la cui ricchezza supera di molto quella oggi visibile, non solo nel rivestimento, ma anche nell’apparato iconografico, testimoniato oggi soltanto dalle quattro figure (o ciò che resta di esse) delle chiavi di volta dei quattro architravi. Tutto ciò porterebbe ad ipotizzare una eguale continuità figurativa in tutto l’ornato, ormai perduto.

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La struttura massiccia attualmente visibile non rende però totalmente giustizia ad un monumento armoniosamente proporzionato e dotato, in origine, di un attico di un certo rilievo, la cui distruzione ci impedisce di formulare ipotesi. Di certo, l’uso a scopo difensivo di quest’ultimo se, da un lato, ha sicuramente nuociuto all’ornato originale, ne ha mantenuto la struttura architettonica.

La presenza dell’attico, stando alle testimonianze iconografiche esaminate, relativamente al periodo immediatamente precedente il restauro del Valadier che lo distrusse, ci restituisce un monumento di una certa imponenza, il che va sicuramente a favore della sua destinazione celebrativa.

La perdita degli elementi statuari ornamentali ci impedisce di studiare a fondo la possibile semantica trionfale e questo, in assenza di iscrizioni significative, lascia sicuramente un vuoto non indifferente. I resti delle quattro statue poste sulle chiavi di volta esterne si riferiscono a divinità femminili protettrici e propiziatrici: Roma e Giunone, Minerva e Cerere. La presenza della personificazione di Roma potrebbe far pensare ad una celebrazione delle glorie dell’urbe, mentre le altre divinità farebbero pensare a funzioni specifiche collegate al cuore dell’impero, sulla base del loro essere rivolte agli altri tre lati dell’arco quadrifronte come ad altrettanti edifici o aree di interesse, ma si ripete, siamo nel campo delle pure ipotesi.

La posizione su un quadrivio ci fa, inoltre, propendere per una duplice funzione, trionfale e urbanistica. L’arco tetrapilo, abbiamo visto, non è del tutto infrequente nella penisola, ma di sicuro è molto più diffuso nelle province e il suo uso rivela una preoccupazione, ancorché trionfale, urbanistica, testimoniando la polifunzionalità di questa soluzione architettonica, a differenza dell’ arco onorario la cui funzione simbolica (trionfale o di ingresso monumentale) rimaneva di certo maggiormente esplicita. Il fatto che l’arco sia quadrifronte lo eleggerebbe a delimitare non semplicemente un confine, ma uno

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spazio vero e proprio, entro il quale sostare e rispetto al quale valutare l’intera area circostante. Proprio questa sua enorme mole, rispondente, come abbiamo visto, sia ad esigenze urbanistiche che monumentali ne determinò un uso di fortificazione nelle epoche successive, come accade ben più radicalmente per l’arco tetrapilo di Malborghetto e proprio ciò determinò con buone probabilità l’errata convinzione che l’attico in muratura fosse un’aggiunta fortilizia medioevale. Più probabile, invece, che in epoca medioevale vi fosse stato tolto il rivestimento marmoreo per reimpiegarlo altrove e che l’interno in muratura fosse stato adattato a costituire le merlature che compaiono nelle raffigurazioni giunteci. Di certo la sua “nuova funzione” ce lo ha preservato più di quanto si potesse sperare.

Fino ad oggi l’unico intervento di restauro di un certo rilievo sull’arco è quello operato nell’ultimo decennio del Novecento dall’architetto Tedone: la ricchezza delle informazioni forniteci lascia ben sperare su ulteriori studi che possano offrirci maggiore luce sulle tecniche architettoniche romane di quell’epoca.

La provenienza del materiale di reimpiego resta ignota, non potendo andare più in là dell’ipotesi della possibile esistenza di un precedente cantiere o di altro monumento ormai non più utilizzabile; del resto l’idea, plausibile ma poco probabile, di due diversi cantieri dello stesso arco, con il materiale di reimpiego tratto dal primo di essi, ovvero di una sua erezione in due tempi, porterebbe ad una difficoltà. Come ben illustrato dagli studi della Tedone e di Pensabene e Panella, i materiali di reimpiego sono stati utilizzati in soluzioni diverse da quelle per le quali erano stati inizialmente scolpiti ed usati, il che porterebbe a dover ipotizzare l’esistenza di due diversi progetti architettonici: il primo interrotto dopo un certo periodo ed il secondo, diverso dal primo, come soluzione alternativa che utilizzò i materiali già presenti ma con ben diverso

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scopo. Ipotesi plausibile, ma poco probabile se ci si affida alla logica secondo la quale l’ipotesi più semplice è, più probabilmente, quella vera.

Resta affascinante, e appena più probabile, l’ipotesi della preesistenza di un altro arco, seguendo il ragionamento del Richardson, forse identificabile con lo ianus primus. Così si spiegherebbe l’uso di precedente materiale disponibile sul posto e l’esistenza di due monumenti del tutto diversi renderebbe più plausibile l’avvicendarsi di due progetti. Questa ipotesi è stata però, per il momento, smentita dagli scavi che non hanno rilevato nessuna traccia che testimoni l’esistenza di un precedente arco, sia di altro genere che tetrapilo.

L’ipotesi più semplice resta, allora, quella dell’impiego di materiale proveniente da un altro monumento (o da altri), del quale (o dei quali) non ci è possibile ricostruire destinazione ed uso né, tantomeno, la collocazione, non essendo possibile rinvenire alcuna coerenza specifica nei frammenti reimpiegati, per la maggior parte identificati da Pensabene e Panella.

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