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La controversa interazione fra neuroscienze e diritto penale in materia di imputabilità.

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UNIVERSITÀ DI PISA

Dipartimento di Giurisprudenza

Corso di Laurea Magistrale in Giurisprudenza

Tesi di Laurea

La controversa interazione fra neuroscienze

e diritto penale

in materia di imputabilità.

Candidato: Relatore:

Felice Caruso Chiar.mo Prof. Alberto Gargani

(2)

INTRODUZIONE. ... 6

CAPITOLO I ... 9

LE NEUROSCIENZE E IL DIRITTO. ... 9

1. PREMESSA. ... 9

2. LE NEUROSCIENZE, OBIETTIVI PREFISSATI E AMBITI DI RICERCA. ... 10

3. NEUROSCIENZE E COMPORTAMENTO, INTRODUZIONE AL TEMA. ... 13

3.1. Dal neurone alle tecniche di neuroimaging. ... 16

4. NEUROSCIENZE E SCIENZE UMANE: QUALE RAPPORTO? ... 24

4.1. Neuroscienze e psicologia. ... 24

4.2. Filosofia e neuroscienze. ... 28

5. SCIENZA E DIRITTO.PRIMA INTRODUZIONE AL TEMA ... 33

5.1. Neurodiritto e diritto delle neuroscienze: Un breve spunto di riflessione per la filosofia del diritto: verso un “neurogiusnaturalismo?” ... 37

5.2. Neuroscienze fra biodiritto e diritto privato. Alcune questioni di diritto delle neuroscienze. ... 42

5.2.1 robot e androidi, il problema della soggettività. ... 42

5.2.2 il mercato dell’Io e diritto di proprietà. ... 48

5.2.3. La mente farmacologicamente potenziata. ... 53

6.DIRITTO PENALE E NEUROSCIENZE: LE QUESTIONI SUL TAPPETO. ... 57

6.1 Tra programma forte e programma moderato ... 57

6.1.1. Il programma rifondativo. ... 58

6.1.2. Il programma moderato. ... 63

6.2 Rivalutare il ruolo delle emozioni. Una prima introduzione ... 65

6.3 Collaborazione in sede di accertamento della in- imputabilità. ... 66

6.4 Neuroscienze ed accertamento dell’elemento soggettivo del reato, con particolare attenzione al dolo. ... 71

6.5. Le neuroscienze e la valutazione dell’attendibilità delle dichiarazioni. 73 6.6. Le neuroscienze e il giurista, un rapporto diffidente. Alcune considerazioni. ... 76

CAPITOLO II ... 80

NEUROSCIENZE E LIBERTA’. LE PREMESSE EMPIRICO-FILOSICHE DELL’APPROCCIO RIFONDATIVO ... 80

1.TRA APPROCCIO LOGICO-CONCETTUALE E ANALISI EMPIRICA DEL TEMA DELLA LIBERTÀ. ... 80

(3)

2.FILOSOFIA E LIBERO ARBITRIO.LE PREMESSE CONCETTUALI

DELL’APPROCCIO RIFONDATIVO. ... 84

2.1 I caratteri essenziali della libertà e le teorie sul mondo fisico. ... 88

2.2 La prima dicotomia: determinismo e indeterminismo. ... 90

2.3 La diversa e più esaustiva dicotomia: compatibilismo e incompatibilismo. ... 92

2.3.1.il compatibilismo ... 92

2.3.2 L’incompatibilismo. ... 95

3.LE PREMESSE EMPIRICHE DEL PROGRAMMA RIFONDATIVO: GLI ESPERIMENTI DI BENJAMIN LIBET E IL DETERMINISMO NEUROSCIENTIFICO. ... 98

3.1 Azioni volontarie, azioni involontarie. ... 98

3.2. Libet e il potenziale di prontezza. ... 101

3.3 John-Dylan Haynes e la previsione dell’azione. L’esperimento di Libet modificato. ... 105

4.IL SECONDO FONDAMENTO EMPIRICO DEL PROGRAMMA RIFONDATIVO DEL DIRITTO PENALE: IL DETERMINISMO GENETICO. ... 107

4.1 L’approccio osservazionale: gemelli e fratelli comuni. Quanto conta la genetica? ... 110

4.2 Il gene MAOA: le varianti genetiche e il comportamento aggressivo, uno studio di genetica molecolare. ... 113

5.LA PRETESA RIFONDAZIONE DEL DIRITTO PENALE E LA COLPEVOLEZZA. ... 118

5.1. “L’illusione della volontà cosciente: Daniel Wegner e la negazione di un ruolo causale per la mente”. ... 120

5.2 Le conseguenze giuridiche del programma rifondativo. ... 125

5.3Il programma rifondativo e la concezione retributiva della pena intesa quale fondamento della colpevolezza. ... 128

5.4. La colpevolezza intesa in chiave normativa: brevi accenni. ... 135

6.VERSO L’ELABORAZIONE DEL PROGRAMMA MODERATO.LA NEGAZIONE DEGLI ASSUNTI DEL PROGRAMMA RIFONDATIVO DEL DIRITTO PENALE. ... 139

6.1.Cosa ci dice in realtà la scienza? Il concetto di free won’t di Libet e altre considerazioni in ordine al suo esperimento. Contro un determinismo neuroscientifico. ... 139

6.2.Non siamo geneticamente determinati: lo dice la scienza. ... 146

7.IL DIRITTO E IL CONCETTO DI LIBERTÀ: DA ILLUSIONE A NECESSITÀ. ... 151

7.1 È necessario credersi liberi. ... 151

7.2. il diritto non assume un concetto di libertà assoluta. Le possibili valorizzazioni delle prove neuroscientifiche. ... 155

(4)

CAPITOLO III ... 160 LE EVIDENZE NEUROSCENTIFICHE E L’ESPERIENZA DELLA COMMON LAW

STATUNITENSE. ... 160 1.LA VALORIZZAZIONE DELLE EVIDENZE NEUROSCIENTIFICHE NEL PROCESSO PENALE AMERICANO, CON PARTICOLARE ATTENZIONE ALLA PROVA DELLA CD.

INSANITY DEFENSE. ... 160

1.1 L’insanity defense nella legislazione statela e federale e nella

giurisprudenza delle corti degli Stati Uniti d’America. ... 163 1.2. Il contenuto dell’insanity negli Stati Uniti e la valorizzazione delle neurobiological evidence. ... 168 1.3 Il caso Hinckley e la prova neuroscientifica nel giudizio relativo all’ insanity defense. ... 175 1.4 L’abbandono dell’ALI test. Le ragioni del declino dell’utilizzo delle prove neuroscientifiche nel giudizio relativo all’insanity defense. ... 177

2.LA DIVERSA VALORIZZAZIONE DEL VIZIO DI MENTE E DELLE PROVE NEUROSCIENTIFICHE NEL PROCESSO AMERICANO E GLI ORIENTAMENTI GIURISPRUDENZIALI IN ORDINE ALL’AMMISSIBILITÀ DELLE SUDDETTE PROVE.

... 181 2.1 La sentenza Roper v. Simmons: le neuroscienze e la fase del sentencing: l’esclusione dell’applicazione della pena capitale nei confronti degli imputati minorenni. ... 181 2.2 Le neuroscienze e il processo americano: una relazione ancora

complicata. ... 186 2.2.1. Il problema delle c.d. nuove prove scientifiche. I criteri individuati dalla giurisprudenza americana per distinguere la scienza della junk science. ... 189 2.2.2. Dalla pronuncia Frye ai criteri Daubert. ... 195 2.3. Gli orientamenti giurisprudenziali relativi alle neurobiological evidence: dalla mancata ammissibilità nel caso Mezvinsky alla produzione di effetti tangibili nel processo. ... 200

CAPITOLO IV ... 206 LE NEUROSCIENZE E IL GIUDIZIO DI IMPUTABILITA’ NELL’ORDINAMENTO ITALIANO ... 206 1.L’IMPUTABILITÀ È IL VIZIO DI MENTE NELLA SISTEMATICA DEL REATO. .... 206

1.1. L’imputabilità intesa come capacità di diritto penale. ... 208 1.2. L’imputabilità e colpevolezza. ... 210

(5)

2.LA CAPACITÀ DI INTENDERE E DI VOLERE: IL CONTENUTO E LA STRUTTURA DEL GIUDIZIO DI IMPUTABILITÀ.CENNI AL VIZIO DI MENTE E AI DIVERSI PARADIGMI ESPLICATIVI DELLA MALATTIA MENTALE: UN’INTRODUZIONE PER

UNO STUDIO NEUROSCIENTIFICO. ... 218

2.1. La struttura del giudizio di imputabilità: l’incontro tra il diritto penale e la scienza. Cenni al vizio di mente. ... 220

2.2. La sentenza Raso. Uno spunto di riflessione fra empirismo e normatività. ... 226

3.LE NEUROSCIENZE E LA RICHIESTA DI APPLICAZIONE DEL VIZIO TOTALE O PARZIALE DI MENTE. ... 230

3.1. L’orientamento della Suprema Corte di Cassazione in ordine all’affidabilità delle prove neuroscientifiche. ... 233

3.1.1. Il caso Reggiani: una timida apertura della corte alle nuove evidenze. ... 233

3.1.2. La pretesa oggettività delle tecniche neuroscientifiche: un ritorno al panorama organicistico? ... 237

3.2. La diffidenza della Suprema Corte in merito all’affidabilità delle tecniche neuroscientifiche. ... 243

4.LE NEUROSCIENZE E LA GIURISPRUDENZA DI MERITO: L’ACCERTAMENTO DEL VIZIO (PARZIALE) DI MENTE E GLI STATI DI INCAPACITÀ TRANSITORIA. .. 248

4.1. Il caso di Trieste l’ingresso delle evidenze neuro-biologiche nel processo. ... 248

4.2 Il caso di Como. ... 252

4.3 Le Neuroscienze e l’accertamento dell’infermità transitoria. Gli accertamenti scientifici e i cd. casi difficili. ... 254

5.LE PERSISTENTI CAUTELE DELLA GIURISPRUDENZA DI LEGITTIMITÀ: LA SENTENZA 12GIUGNO 2018 N.26895. ... 256

6.LE NEUROSCIENZE E L’ELEMENTO SOGGETTIVO DEL REATO: NUOVE PROSPETTIVE. ... 259

6.1. Le neuroscienze e la premeditazione: un caso giurisprudenziale. ... 265

BIBLIOGRAFIA. ... 267

SENTENZE. ... 296

(6)

Introduzione.

L’interazione fra neuroscienze e diritto penale rappresenta uno dei temi più controversi del diritto penale contemporaneo. Le recenti acquisizioni neuroscientifiche sono così importanti da aver addirittura suggerito un profondo ripensamento delle regole giuridiche e dell’intera architettura penale.

Il settore maggiormente interessato dall’analisi neurobiologica è sicuramente il giudizio di imputabilità su si concentrà il nostro lavoro. Preliminarmente analizzeremo, nel capitolo primo, dal tenore prettamente introduttivo, alcune delle scoperte neurobiologiche e il tentativo da parte delle neuroscienze di egemonizzare il dibattitto intorno ai temi che trattano. Dopo aver analizzato gli obiettivi prefissati e gli ambiti di ricerca di queste nuove scienze, porremo l’accento, brevemente, sulle innovative metodiche di esplorazione cerebrale, che si presentano, ad oggi, come il contributo più significativo che le neuroscienze possono fornire al processo penale. L’analisi dei termini del rapporto fra neurobiologia e scienze sociali, sarà seguito da un breve

focus sulle ricadute che le recenti scoperte hanno sui settori giuridici

diversi da quello penale. Il capitolo primo si concluderà con l’esposizione dei due approcci nello studio tra scienza e diritto penale che vanno profilandosi: quello rifondativo, dal sapore radicale, e quello moderato.

Il secondo capitolo approfondirà quest’ultimo aspetto, delineando i presupposti empirico-filosofici del programma rifondativo. Al centro della nostra riflessione si porrà l’immagine di uomo delineano dalle neuroscienze, ben più complessa di quella della psicologia comune a cui, a prima vista, il diritto sembrerebbe guardare. Notevole spazio verrà dedicato alla tema della libertà e alla capacità di autodeterminazione

(7)

degli individui, messe in crisi da alcune linee interpretative delle evidenze neurobiologiche afferenti al c.d. neurodeterminismo. Respinte le interpretazioni radicali e ricondotto sul giusto binario il rapporto scienza - diritto, il lavoro si aprirà all’indagine dei contribuiti che le neuroscienze possono fornire in sede di accertamento di alcuni elementi e categorie del diritto penale tra cui spicca l’imputabilità.

L’analisi sarà preceduta dal capitolo terzo, relativo allo studio dell’esperienza giuridica della common law statunitense. L’interesse nei confronti della prassi americana è dettato dal fatto che le corti degli U.S.A., da tempo, hanno affrontato e risolto alcune problematiche sollevate dalle prove cd. neuroscientifiche. Il capitolo affronterà gli obbiettivi perseguiti dalle strategie difensive incentrate sul dato neurobiologico, e gli effetti da queste concretamente ottenuti. Trascendendo dalle riflessioni neuroscientifiche, lo studio della common

law, e segnatamente di alcune pronunce della Corte Suprema Americana

si mostrerà utile nel ricostruire il ruolo che deve essere affidato al giudice al momento dell’ammissione e della valutazione della cd. nuova prova scientifica. si deve infatti, alle corti statunitensi, l’elaborazione di criteri guida per discernere la prova autenticamente scientifica dalla

junke science.

Il capitolo quarto, cuore dell’intero lavoro, si aprirà con una breve ricostruzione dell’istituto dell’imputabilità nell’ordinamento italiano. Verranno infatti analizzati l’iter evolutivo della categoria dogmatica imputabilità e la posizione centrale che questa, oggi ricopre nella sistematica del reato. Successivamente si porrà l’accento sull’accertamento del vizio di mente e sulle capacità euristiche delle moderne tecniche neuroscientifiche e di genetica comportamentale, senza tralasciare i limiti e i rischi che queste comportano. La giurisprudenza italiana è stata la prima in Europa a valorizzare l’immenso patrimonio conoscitivo di queste materie. Nonostante ciò l’orientamento giurisprudenziale prevalente, che analizzeremo, è ancora

(8)

improntato su posizioni di forte diffidenza. Il commento di alcuni casi ci darà modo di sottolineare gli aspetti relativi al contributo di maggiore oggettività che le tecniche neurobiologiche possono forniscono alla diagnosi dell’infermità mentale. Il capito quarto si concluderà con l’accenno all’uso della prova scientifica nella ricostruzione dell’elemento soggettivo del reato.

(9)

CAPITOLO I

LE NEUROSCIENZE E IL DIRITTO.

1. Premessa.

Fin dagli albori della civiltà, l’uomo si interroga sul perché e sull’origine del proprio comportamento. È in questo percorso millenario di comprensione che si innesta la riflessione neuroscientifica. La strada che porta alla comprensione del cervello è sicuramento molto lunga. Gli antichi sono sempre stati affascinati da quella che risultava essere una regione difficilmente esplorabile del corpo umano. Per la prima volta il termine cervello compare in un antichissimo papiro egizio, scritto in ieratico, risalente alla XVI-XVII dinastia del Secondo periodo intermedio dell’Egitto, intorno al 1600 a.C.1 L’antico testo è di

particolare importanza perché l’autore, oltre a descrivere esternamente l’organo, osserva, seppur superficialmente, che le lesioni dello stesso si riverberano sulla funzionalità di altre parti del corpo. Non mancano inoltre bizzarre ricostruzioni. Una di queste è ascrivibile al filosofo greco Aristotele2 che definì l’encefalo nulla più che un radiatore atto a

raffreddare il sangue. Al netto delle differenti ricostruzioni, la riflessione degli studiosi antichi prendeva le mosse da un fondamentale interrogativo: dove sono localizzate le funzioni quali pensiero, memoria e sensazioni? Senza approfondire il tema si fa presente che il contesto medico ed epistemologico del tempo era caratterizzato dal dibattito fra due antitetiche teorie che cercavano di dare una risposta a questo interrogativo. La prima vedeva nel cuore e la sede dell’anima e delle

1 Cfr. BREASTED J.H., The Special Edition Of The Edwin Smith Surgical Papyrus,

Division of Gryphon Edition, Ltd., The Classic of Medicine Library, 1984.

2Cfr MANZONI T., Aristotele e il cervello, le teorie del più grande biologo

(10)

funzioni mentali3, la seconda la contestava apertamente restituendo, o

meglio attribuendo, tali classiche funzioni all’encefalo. Per concludere questa brevissima ricognizione non si può non tenere in cale anche l’altro e fondamentale problema: quello del rapporto fra mente e corpo. Costante era il tentativo di elaborazioni sistemiche che tentavano di operare una distinzione fra tali importanti concetti, incentrato, in sintesi, su un dualismo irriducibile, debitore di una comunità intellettuale particolarmente attenta a non confondere la sfera spirituale con quella materiale. È proprio questa visione dualistica, su cui occorrerà certamente ritornare, a uscire distrutta dall’attacco neuroscientifico.

2. Le neuroscienze, obiettivi prefissati e ambiti di ricerca.

A questo punto si rende necessario definire cosa si intende per neuroscienze4. Al termine “neuroscienze” fanno, infatti, riferimento un

gruppo abbastanza eterogeneo di discipline, tutte però volte a indagare i vari aspetti morfologici e funzionali del sistema nervoso5. Detto

diversamente, esse “studiano le basi biologiche della mente e del

comportamento”6 . Concorrono a tale arduo compito discipline quali la

biologia molecolare e cellulare, la fisiologia, tecniche di neuroradiologia e molte altre. Uno degli aspetti importanti delle neuroscienze

3 Si rammenti che il significato etimologico del verbo latino “recordor”, ricordare,

indicante una delle classiche funzioni mentali, deriva dal sostantivo “cor, cordis” appunto cuore.

4 Il termine “neuroscienze” fu coniato per la prima volta nel 1962 da Francis O. Smith

ideatore di un gruppo di studio interdisciplinare “Neurosciences Research Program” che aveva come obiettivo principe quello di abbattere limiti e barriere nella ricerca, al fine di impostare uno studio autenticamente interdisciplinare.

5 Ed in effetti i livelli su cui si sviluppa l’indagine sono i più vari. Ci limitiamo a

riportarne solo due perché particolarmente interessanti ai fini della nostra analisi. Facciamo riferimento alle cd. Neuroscienze cognitive che si concentrano sollo studio di processi quali azione, ragionamento, linguaggio et cetera; e alle Neuroscienze cd.

comportamentali che, intrecciandosi colle prime, studiano i meccanismi cerebrali

connessi al comportamento degli animali e dell’uomo.

(11)

consisterebbe nell’aver dimostrato empiricamente che “circa un

chilogrammo e mezzo di materia grigia sovraintende a tutto ciò che facciamo: vedere, sentire, toccare, muoverci, parlare, assaggiare, provare emozioni, pensare”7.

In estrema sintesi, le neuroscienze hanno cercato di consegnarci modelli di lettura differenti di ciò che siamo e di come operiamo. Modelli differenti e rispetto a quelli offerti dalle altre branche del sapere e rispetto a quella che Wilfrid Sellars chiamerebbe “l’immagine

manifesta dell’essere umano”8, ovverosia la percezione che noi abbiamo

di noi stessi nel mondo. Per capire meglio il portato delle neuroscienze, basti riflettere sul fatto che solo pochi decenni fa gli studiosi dedicavano tutti i loro sforzi a meglio comprendere i rapporti intercorrenti tra cervello e mente. Oggi invece è ormai pacifico che l’oggetto di studio debba essere diverso: adesso si tratta di capire “come la mente emerga

dal suo substrato biologico, il cervello appunto”9. Si abbandona quella

visione di mente quale “entità” individuabile e diversa dal cervello, e si abbraccia di contro, una visione della stessa quale processo mentale derivante dalla attività cerebrale.

A questo punto inizia ad apparire manifesto l’obiettivo perseguito dalle discipline neuroscientifiche. Anche l’uomo, in quanto parte del cosmo non può che essere studiato alla luce e applicando le leggi della natura: i processi mentali sarebbero spiegabili, in ultima analisi, dalla biologia, dalla chimica e dalla fisica.

Come prima conseguenza di questo cambio di paradigma si registra, prima di tutto, la necessità di unificare i vari ambiti del sapere che fino ad oggi hanno seguito strade in parte diverse. La filosofia novecentesca ci ha abituato ad espressioni quali scienze della natura e

7 Così si esprime RAINE A., L’anatomia della violenza, le basi biologiche del crimine,

Mondadori Università, Milano, 2016, p. 78

8 Così come riportato da LAVAZZA A., & SAMMICHELI L., in Il delitto del cervello,

la mente tra scienza e diritto. Apple Books.

https://books.apple.com/it/book/il-delitto-del-cervello/id573214395 p. 40

9 BIANCHI Angelo, Neuroscienze e diritto: spiegare di più per comprendere meglio,

(12)

scienze dello spirito (o umane). Espressioni che si riferivano a concetti che parevano irriducibili. In effetti, le leggi scientifiche regolerebbero il movimento dei pianeti, il defluire delle acque dei fiumi, la caduta di un masso da un pendio, ma si arresterebbero alle soglie del mentale. Quasi che la scatola cranica preservasse dall’attacco esterno quelle funzioni che distinguerebbero l’essere umano dal resto del pianeta. Questa presunta diversità, che si vuole ontologica, è peraltro ancora corroborata da quella che è la percezione comune che noi abbiamo di noi stessi. Percezione, lo anticipiamo, che sarebbe sbagliato ignorare, limitandosi a bollarla come poco scientifica.

Fin dai primi tentativi di spiegazione dell’esistente l’uomo, infatti, si è rifugiato in teorie che lo dipingono come “altro” rispetto agli altri esseri viventi che lo circondano. Basti pensare ai miti eziologici contenuti dai vari testi sacri sull’origine del mondo per rendersi conto di ciò. Si prenda ad esempio uno dei due racconti della creazione contenuti nella Genesi. L’uomo è qui compimento dell’opera creatrice; l’uomo non è l’unico essere vivente a vedere la luce, ma è solo con riferimento ad esso che si descrive l’atto vivificante da parte del Dio10. Ma, a ben

vedere, “la scienza non considera nulla come speciale. Ogni cosa ha

almeno alcune delle sue caratteristiche che sono diverse da quelle di ogni altra cosa, ma nulla è speciale.”11 Risulterebbe cosi compiuto un

integrale processo di naturalizzazione dell’individuo.

Bisogna, però, operare subito alcune precisazioni. L’aver posto l’accento sulla necessità di indagare scientificamente anche i processi mentali, così da ricondurli ai substrati neuronali, non vuol dire certo aderire automaticamente a visioni deterministiche dell’agire umano. Non si può sottacere che molti scienziati traggono questa conclusione,

10 Per uno sguardo di sintesi sul tema : TOSIO TSUMURA D., The Doctrine of creatio

ex nihilo and the Translation of tohu wabohu in Pentateuchal Traditions in the Late Second Temple Period, Proceedings of the International Workshop in Tokyo, August 28-31 2007 , Supplements to the Journal for the Study of Judaism, 158, Leiden, E.J. Brill, 2012, pp. 3-21, in particolare pp. 13-18.

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ma questa non è conseguenza diretta del metodo di indagine scelto. Sul punto torneremo più approfonditamente nel secondo capitolo.

3. Neuroscienze e comportamento, introduzione al tema.

Emerge, dunque, l’esistenza, che le neuroscienze indagano, di una correlazione fra il funzionamento del cervello di un individuo e il comportamento dello stesso. Ne deriva che le neuroscienze, partendo dallo studio dell’anatomia e del funzionamento del cervello, possono fornire un notevole contributo alla comprensione del perché un soggetto decide di assumere una determinata condotta piuttosto che un’altra. Non si deve però alle discipline neuroscentifiche la scoperta di tale correlazione.

Già i neuropsicologi ottocenteschi avevano osservato, ricevendone conferma empirica, che lesioni più o meno estese di alcune aree cerebrali si accompagnavano a sensibili compromissioni di alcune facoltà mentali e/o a repentini e radicali cambi di personalità.

Celeberrimo è il caso del ferroviere americano Phineas P. Gage12. L’operaio è stato vittima di un incidente il 13 settembre 1848

nella contea di Windsor in Vermont. Una roccia ostacolava il passaggio della ferrovia e andava fatta esplodere. Compito del malcapitato operaio era quello di pressare, con una grossa sbarra metallica13, della sabbia

atta a ricoprire la polvere da sparo collocata in un foro nella roccia. Solo questi precisi passaggi avrebbero garantito una sicura deflagrazione della roccia. A causa di una banale distrazione il Gage inizio la pressatura prima che la sabbia avesse completamente ricoperto la polvere da sparo provocando, a causa delle scintille prodotte dallo sfregamento del metallo sulla roccia, un’incontrollata esplosione. La grossa barra metallica lo colpì al volto penetrando nella guancia sinistra.

12 Per un resoconto più dettagliato della vicenda cfr. DAMASIO R. A., L’errore di

Cartesio, Adelphi, Milano 2008 pp. 31 ss.

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Dopo aver forato la base della scatola cranica passò dalla parte frontale del cervello finalmente uscendo dalla testa. Cadde a ben 30 metri dal luogo dell’incidente. Non solo l’operaio non morì all’istante, ma i tempi di guarigione furono relativamente brevi. Riportiamo le parole del medico che per primo lo visitò: “parlava con una tale lucidità ed era

talmente desideroso di rispondere che io rivolsi direttamente a lui le domande sull’accaduto […] posso affermare con sicurezza che né allora né in qualsiasi occasione successiva io lo considerai men che perfettamente razionale”14. Ciò che invece mutò radicalmente fu la

personalità dell’operaio. Dimenticò ogni freno inibitore e divenne improvvisamente “bizzarro, insolente, capace a volte delle più

grossolane implicazioni, da cui in precedenza era stato del tutto alieno […] insofferente dei vincoli o di consigli che contrastassero i suoi desideri […], sempre pronto ad elaborare programmi ed attività future che abbandonava appena li aveva delineati”15. A detta di tutti, Gage

non era più lui. Anche se sopravvisse, la sua vita fu distrutta dall’incidente.

Il caso appena analizzato è particolarmente importante. Abbiamo già avuto modo di constatare precedentemente, che già in epoca ben più antica16 si osservava il collegamento intercorrente fra

lesioni celebrali e alterazioni di alcune facoltà, in ispecie motorie. Ciò che, invece, soprese gli studiosi ottocenteschi fu l’osservazione che esisteva una zona del cervello17 deputata specificatamente a quelle che

potremmo definire attività prettamente umane, quali il pianificare il

14 WILLIAMS E., citato in BIGELOW H.J, Dr. Harlow’s case of recovery from the

passage of an iron bar through the head, in American Journal of the Medical Sciences n 19, 1850, pp. 13-22

15 Cfr nota 13.

16 Ci riferiamo alle osservazioni del medico egizio redattore del papiro di Edwin Smith

cfr. nota 1

17 Per chiarezza espositiva bisogna precisare che la dottrina e gli studi del tempo non

seguivano un chiaro indirizzo sul punto. Erano in molti infatti a pensare che era il cervello nel suo insieme a produrre la mente, concetto già arduo da accettare tempo a dietro. Altri invece, giovandosi di casi come quello del Gage, sostenevano che le varie parti del cervello erano in realtà specializzate. Sul punto ritorneremo in seguito.

(15)

futuro e rispettare norme e valori a noi tramandati dalla società. Questo risulta ancora più evidente se si pensa che che memoria, linguaggio e intelligenza non risultavano, in Gage, in alcun modo alterate. Mancando strumenti di indagine appropriati non si riuscì a spiegare come quei pochi centimetri di materia cerebrale andati persi potessero sovraintendere alla personalità di un individuo. Vedremo, nel secondo capitolo, l’importantissimo ruolo svolto dalla corteccia frontale nel controllo degli impulsi aggressivi e non solo.

Arriviamo così ad analizzare quelli che erano i limiti della scienza neuropsicologica antesignana delle moderne tecniche neuroscientifiche. In primo luogo, tali studiosi potevano semplicemente constatare gli effetti di un cambio repentino di personalità e/o la perdita di altre funzioni mentali a seguito di lesioni cerebrali. Solo dopo la morte del paziente avrebbero potuto, mediante un esame autoptico, cercare di localizzare la regione coinvolta. Mediante un normale procedimento logico ne inferivano che tali mutamenti erano generati, o quanto meno dipendenti, dal danneggiamento di quella specifica area. Quella che mancava era la possibilità di osservare il cervello in opera, capirne i meccanismi. Senza dimenticare che i soggetti analizzati e studiati risultavano essere principalmente quelli che presentavano danni cerebrali. Il funzionamento di un cervello “normale” restava così del tutto sconosciuto.

Per la prima volta, nel 1881, uno studioso italiano, Angelo Mosso, riuscì a osservare, da un punto di vista funzionale il cervello. Ciò non fu reso possibile dal progredire della conoscenza e delle tecniche scientifiche, ma dal fatto che il paziente aveva perso buona parte della teca cranica mostrando così all’esterno il cervello18. Il merito

dello studioso fu però quello di osservare e descrivere e addirittura

18 Per maggiori approfondimenti sul caso di specie si rimanda a PIETRINI Pietro e

BAMBINI Valentina, Homo ferox: il contributo delle neuroscienze alla comprensione

dei comportamenti aggressivi e criminali, in BIANCHI, GULLOTTA, SARTORI (a

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misurare la variazione di flusso ematico che si manifestava a seconda di ciò che il paziente faceva. “Notò che l’attività mentale è legata a

fenomeni fisici che hanno luogo nel cervello e che si possono perfino misurare”19. Questi dati, ottenuti ancora una volta utilizzando un

metodo meramente empirico, forniranno la base teorica ad alcune delle moderne tecniche di esplorazione cerebrale. In questa parte introduttiva ne analizzeremo il funzionamento, non prima, però, di aver accennato ad alcune importantissime scoperte neuroscientifiche del secolo scorso.

3.1. Dal neurone alle tecniche di neuroimaging.

Potrebbe apparire sorprendente ma si deve solo agli studiosi del XX la scoperta che il tessuto nervoso, come tutti gli altri tessuti, è costituito da piccolissime cellule, cellule che verranno chiamate neuroni.20 Le tecniche di colorazione e i microscopi del XIX secolo non

erano in grado di distinguere tali cellule da quelle strutturalmente più semplici di altri tessuti. Scartata la teoria elaborata dal medico italiano Camillo Golgi, la c.d. teoria reticolare21, si sposò la diversa ricostruzione

del neuroanatomista spagnolo Cajal, artefice, insieme allo studioso inglese Sherrigton, della c.d. dottrina del neurone. Si arrivò alla conclusione, confermata successivamente dall’avvento della microscopia elettronica, che i neuroni fossero entità autonome, seppur in comunicazione fra loro mediante le cd. sinapsi22. Infatti, va posto

l’accento sul fatto che queste piccolissime cellule non sono delle monadi care a Leibniz, ma, “sono organizzati in complessi, o circuiti neuronali,

che elaborano specifici tipi di informazioni e sono alla base delle

19 ibidem.

20 Per tratteggiare questa breve descrizione abbiamo preso come base di riferimento

PURVES e altri, Neuroscienze, terza edizione italiana condotta sulla quarta edizione americana, Zannichelli, Bologna, 2009

21 Secondo tale teoria le cellule nervose erano connesse tra di loro tramite ponti

citoplasmatici, i quali formavano, appunto, una sorta di reticolo.

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sensazioni, della percezione e del comportamento”23. Queste

informazioni “codificate dai potenziali d’azione”24 vengono trasmesse

mediante complessi processi elettrici e chimici: “quando gli scienziati

dicono che i neuroni in una particolare regione del cervello sono attivi, significa che i neuroni stanno rilasciando il loro potenziale di azione. Tutto quello che vediamo, tocchiamo, sentiamo e pensiamo inizia con questi piccoli picchi di elettricità che corrono da un’estremità di un neurone a un altro”25 . L’aver scoperto l’esistenza dei circuiti neuronali

e la modalità di trasmissione delle informazioni ci permette di “iniziare

a sondare i misteri del cervello per capire in che modo i circuiti elettrici generano la percezione, la memoria e la coscienza”26.

In particolare, lo schema di funzionamento dei circuiti neuronali, unitamente ad altre evidenze, ha permesso di meglio illuminare il problema della genesi della funzione cerebrale. Una volta sposati gli assunti dell’encefalocentrismo, la domanda che sorge spontanea è la seguente: “i vari aspetti della funzione cerebrale, come

la percezione visiva o il controllo delle emozioni […] sono governati da, e quindi localizzabili in, differenti centri nel cervello” 27? Solo

rispondendo positivamente a questa domanda potremo poi essere autorizzati a dedurre che lesioni e/o malfunzionamenti di quell’area determinano un’alterazione, un affievolimento o addirittura la scomparsa della funzione corrispondente.

I primi studiosi ad aderire alle tesi della localizzazione furono i frenologi. La scuola frenologica fu fondata dall’anatomista austriaco Franz Josef Gall. Osservando il cranio, a detta di tali studiosi, si potevano scorgere delle protuberanze in corrispondenza alle aree che funzionavano maggiormente. La letteratura seguente non ha mancato di

23 PURVES e altri, Op.cit. p. 10. 24 Op.cit.

25 KANDEL E. R. La mente alterata, cosa dicono di noi le anomalie del cervello,

Raffaello Cortina Editore 2018, p. 31.

26 KANDEL, Op. cit. p. 34.

27 POSTLE Bradley R. Neuroscienze cognitive: l’essenziale. Edizione italiana a cura

(18)

far notare che tale scuola peccava di poca scientificità. I metodi di indagine successivi- segnatamente quella della neuropsicologia- hanno evidenziato l’infondatezza della costruzione teorica di Gall, ma ne hanno salvato l’intuizione di fondo: il cervello non opera come un tutto indistinto.

La neuropsicologia può a tutti gli effetti considerarsi la prima pietra della cattedrale, ancora in costruzione, delle neuroscienze. Ne abbiamo già tracciato i limiti, soffermiamoci brevemente sui meriti.

Importantissimi gli esperimenti condotti sugli animali dai neuropsicologi. Su questi esseri viventi era infatti possibile operare con metodiche particolarmente invasive come la craniotomia atta a danneggiare volutamente alcune aree del cervello per osservare la risposta dell’animale28. Si trattava di osservazioni meramente empiriche

che permisero però il trarre prime conclusioni sul tema29 .

Anche la neurofisiologia fece da apripista. Uno studio condotto in Germania dal medico Gustav Fritsch e dallo studioso Eduard Hitzig “dimostrò che la stimolazione elettrica di porzioni anteriori della

corteccia cerebrale del cane, situate nel lobo frontale, producevano movimenti sul lato opposto del corpo”30. Osserviamo che l’ultimo

esempio è tanto più importante nella misura in cui si riferisce a un esperimento condotto su un animale del tutto sano e che, quindi, non presentava alcuna lesione al cervello. Bisogna però evitare di formulare conclusioni affrettate. Osservare che una determinata area è coinvolta in una determinata attività non ci autorizza a concludere che quella attività è prodotta esclusivamente dall’area esaminata. Cautela ancora maggiore è richiesta quando si analizzano tali dati in soggetti che presentano danni

28 In particolare, lo studioso che più si occupò di questo aspetto fu il fisiologo francese

Marie-Jean-Pierre Flourens. Bisogna però precisare che l’autore, non riuscendo a localizzare aree cerebrali da cui sorgessero le cd. capacità superiori, come la cognizione, ne dedusse che queste fossero distribuite nel cervello. Elaborò così la superata teoria del campo aggregato.

29 Sul punto cfr. GAZZANIGA M. S., IVRY R. B., MANGUN G. R. Neuroscienze

cognitive, Zannichelli 2015, Bologna p. 3 ss.

(19)

provocati da trauma cranici o malattie degenerative. Infatti, “quando le

lesioni sono estese, c’è un’intrinseca difficoltà nel determinare quale

delle strutture danneggiate sia responsabile del deficit

comportamentale riscontrato”31. Lo studio sul funzionamento delle aree

cerebrali quindi non può dirsi arrestato, ma procede essenzialmente lungo due direttive. La prima si focalizza sullo studio dei sistemi neuronali da cui originano le funzioni. La seconda pone l’accento su “come il comportamento è organizzato e su come il funzionamento del

cervello produce tale organizzazione”32

È sulla seconda direttiva che le moderne neuroscienze hanno particolarmente polarizzato la loro attenzione. Ci riferiamo all’elaborazione di tecniche di esplorazione cerebrale, meglio note come tecniche di brain images. Tali strumenti permettono di osservare, con metodiche non invasive, o scarsamente invasive, il funzionamento del cervello e segnatamente quello delle singole parti dello stesso. In altre parole, permettono di osservare in vivo ciò che prima poteva essere osservato solo in vitro, post mortem.

Ancora una volta l’elaborazione di tali strumenti si inserisce, in

primis, in un percorso di comprensione di quelle che sono le malattie

mentali. Infatti “le ricerche di neuroimaging “sono oggi centrali nella

gestione dei pazienti e permettono di studiare aspetti diversi- morfologico o funzionale- dell’organo interessato, attraverso la valutazione di immagini scintigrafiche”33. Appurato che esiste una

lesione organica possiamo osservare come funziona (rectius, non funziona) una determinata area cerebrale e le conseguenze che tal mal funzionamento potrebbe comportare.

Analizzando di contro il funzionamento di un cervello “normale”, l’osservazione si sposta sulla “indagine delle reti neuronali

31 POSTLE, Op.cit. p. 15 32 POSTLE, Op.cit. p.19.

33 BORRI M., Neuroimaging: Continuità e innovazione, in Humana. Mente, 2008 n.5,

(20)

e dei grandi aggregati neuronali – regioni- che risultano attivarsi in relazione a compiti cognitivi”34.

Le tecniche di esplorazione cerebrale però sono le più varie e possono essere classificate obbedendo a più criteri. Tralasciamo, in questa parte della trattazione, la classificazione incentrata sul contributo probatorio che tali tecniche possono apportare al processo e concentriamoci invece su ciò che permettono di analizzare, convinti del fatto che i due profili siano interdipendenti.

Da quanto osservato discende una summa divisio: da un lato, abbiamo tecniche di esplorazione della morfologia cerebrale, dall’altro, metodiche di esplorazione della funzionalità del cervello. Le prime si prestano particolarmente a fotografare35 la struttura dell’organo. Sono

queste tecniche che permettono un confronto fra un cervello malato e uno sano al fine di individuare “le varianti strutturali associata alle

singole patologie”36. Le più famose sono la imaging a risonanza

magnetica (Magnetic Resonance Imaging, MRI), e la tomografia assiale computerizzata (TAC). Entrambe forniscono una ricostruzione grafica operata da un computer servendosi dei dati raccolti applicando però diversi metodi. La TAC infatti raccoglie dati servendosi delle caratteristiche dei cd. Raggi X. Vediamo come: “il tubo per i raggi X e

dei rilevatori ruotano attorno alla testa per raccogliere le informazioni riguardanti la densità radiologica da ogni punto esaminato all’interno di una sezione trasversale. Un programma provvede a calcolare la densità radiologica producendo l’immagine tomografica (tomo significa parte tagliata)”37

La MRI utilizza, invece, alcuni scanner che si servono di

“rilevatori sintonizzati sulla radiofrequenza della rotazione degli atomi

34 BORRI M., ibidem.

35 Il termine non va inteso nel senso comune. Non si tratta di vere e proprie fotografie,

ma di ricostruzioni grafiche.

36GRANDI C., Neuroscienze e responsabilità penale, nuove soluzioni per problemi

antichi? Giappichelli editore, Torino, 2016 p. 6.

(21)

di idrogeno nelle molecole d’acqua, creando in questo modo immagini basate sulla distribuzione dell’acqua nei diversi tessuti”38. Questa

tecnica permette una ricostruzione ancor più dettagliata dell’encefalo e, soprattutto, da ogni angolazione. A questo dato va aggiunto il fatto che viene preferita anche per la scarsissima sua invasività. Infatti, il forte campo magnetico che si crea non nuoce alla saluta umana, a differenza delle radiazioni prodotte dalla TAC.

Coll’avvento delle tecniche di esplorazione della funzionalità cerebrale si sono sicuramente aperte nuove prospettive. Per prima cosa, viene introdotta una variabile prima non contemplata ovverosia la dimensione temporale, che ci permette di scandagliare il comportamento dinamico dell’encefalo. È ora possibile osservare in tempo reale il cervello operare e rispondere agli stimoli che provengono dal mondo esterno; mapparlo mentre il soggetto compie le più svariate attività. Questo non è un profilo di poco conto.

Non dimentichiamo, infatti che della regione cerebrale potevamo solo intuire il funzionamento che ora è, invece, osservabile. Grazie alle tecniche di esplorazione cerebrale possiamo, infatti, ottenere delle immagini rappresentanti la struttura e il funzionamento delle singole aree cerebrali. Tali immagini sono particolarmente espressive, perché capaci di mettere in evidenza le differenze anatomiche fra un cervello normale e uno che presenta, invece, una struttura alterata. La malformazione risulta così immediatamente evidente.

Vedremo appunto che, al di la del loro contributo scientifico, assume un valore in sé la forte forza suggestiva che tali evidenze esercitano sui suoi fruitori, in ispecie sugli organi giudicanti.

Una delle tecniche più utilizzate è sicuramente la Risonanza

magnetica funzionale (fMRI). Cerchiamo di capirne il funzionamento. Il

cervello, come tutti gli altri organi, ha bisogno di energia per operare. Più un’aerea è coinvolta in una determinata funzione più le sue cellule

(22)

necessiteranno di ATP39. Questo provocherà un aumentato del flusso

ematico in entrata in quella specifica regione. La fMRI sfruttando i principi della emodinamica riesce così a “creare mappe che mostrano

quali parti del cervello sono attive durante una varietà di compiti mentali”40. Preziosissime sono le informazioni che ci consegnano

queste nuove tecnologie, con riferimento soprattutto al cattivo funzionamento di intere aree cerebrali e sulle conseguenze da questo generate.41 “Questa informazione è essenziale, - soprattutto ai fini della

nostra analisi- perché la concezione odierna dei disturbi psichiatrici è

che sono anch’essi disturbi dei circuiti neuronali”42.

Anche la PET (Positron Emission Tomography) sfrutta i principi emodinamici. Vieni infatti iniettato nel sangue una traccia radioattiva. È possibile, tracciando la sostanzia radioattiva, osservare precisamente la direzione e l’andamento del flusso sanguigno durante il periodo di osservazione che, di solito, dura 45 minuti. La PET viene usata più raramente vista la sua invasività.

È possibile ora operare, memori della natura introduttiva del presente capitolo, alcune brevissime considerazioni su tali tecniche di accertamento.

Siamo difronte a strumenti altamente complessi. Nonostante il progresso scientifico sia inarrestabile, ad oggi non è ancora possibile “fotografare” realmente le aree attive del cervello. Quello che possiamo fare, come abbiamo sostenuto, è raccogliere molti dati, quali la direzione del flusso ematico. Dati che seppur altamente precisi, non sono di per sé sufficienti a consegnarci la precisa comprensione del funzionamento

39 Adenosina trifosfato. L'ATP è il composto ad alta energia richiesto dalla quasi tutte

le reazioni metaboliche endoergoniche.

40 KANDEL E. R. La mente alterata, cosa dicono di noi le anomalie del cervello,

Raffaello Cortina Editore, Milano, 2018, p. 42

41 Rimandiamo per maggiori approfondimenti sulla genesi delle tecniche di

neuroimmagini, esperimenti su un gatto, a LANDAU, W.M., FREYGANG, W.H.JR., ROLAND, L.P., SOKOLOFF, KEY, S.L. The local circulation of the living brain:

values in the unanesthetized and anesthetized cat. In Transactions of the American neurological association, 80, 1955, p. 125 ss.

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dell’encefalo. Questi dati, infatti, vengono raccolti “attraverso

operazioni piuttosto complesse per ricavare il segnale, che poi deve essere sottoposto ad altre, anche queste molto complesse, operazioni di preprocessamento. Non dovrebbe essere necessario sottolineare che operazione complessa vuol dire operazione altamente soggetta alla possibilità di errore”43.

Solo all’esito di tale elaborazione possiamo ricavare notizie utili alla comprensione delle funzioni mentali. Quello che vogliamo affermare è che non bisogna scadere in una sorta di “adorazione” di tali evidenze, ma approcciarci a queste sempre con quello spirito critico necessario a ogni indagine scientifica. Sottolineare il fatto che è necessaria l’elaborazione da parte degli studiosi dei dati raccolti, e l’eventuale fallacia di tali operazioni, non equivale affatto a sminuirne l’importantissimo contributo, ma ad evitare il recepimento acritico di tali evidenze. Bisogna, per completezza rendere nota anche la presenza di più studi fortemente critici44 nei confronti dell’attendibilità delle

neuroimmagini, le quali, secondo alcuni, non mostrerebbero altro che la probabilità dell’attivazione di determinate aree cerebrali collegata allo svolgimento di alcune attività. A ciò si aggiunge la costatazione che normalmente si attivano, oltre all’area collegata alla funzione indagata, aree cerebrali che presiedono a compiti generici, sostanzialmente sempre attive, e che rendono difficile un’indagine dalle certe conclusioni. Sulla scia della letteratura dominante in materia la conclusione che dovremmo trarre, in fin dei conti, è che “delle

43 UMILTA’ C., Ci si può fidare delle neuroimmagini? in Psicologia Sociale, fascicolo

1° gennaio- aprile 2011, p. 13

44 Per uno studio particolarmente critico sulla PET e in generale sulle neuroimmagini

si veda VAN ORDER G.C., PAAP K.R., Functional Neuroimages Fail to Discover

Pieces of Mind in the parts of the Brain, in Philosophy of science Supplement 64, 1997.

In particolare, gli autori, argomentando sul perché non è possibile ricavare informazioni realmente soddisfacenti dallo studio e dall’osservazione delle singole “parti del cervello”, così si esprimono: “ciascun componente influenza ogni altro

componente, al punto che il loro contributo indipendente non può essere distinto dal comportamento globale” cit. p. 92.

(24)

neuroimmagini ci si può fidare, a condizione, però, di conoscerne, anche, le (molte) debolezze”45.

4. Neuroscienze e scienze umane: quale rapporto?

4.1. Neuroscienze e psicologia.

Dopo aver tratteggiato un breve quadro di sintesi sullo sviluppo e sulle innovazioni delle neuroscienze, dobbiamo esaminare il modo in cui queste dialogano con gli altri rami del sapere.

Il preteso tentativo, da parte delle neuroscienze, di una completa naturalizzazione dell’individuo ha inevitabilmente messo in crisi quella tassonomia che vedeva contrapposte scienze umane e scienze naturali. Anzi, abbiamo notato precedentemente, che è proprio questo uno degli obiettivi che i neuroscienziati, più o meno apertamente, si prefiggono. D’altronde ridurre gli stati mentali al substrato biologico del cervello, per altro con pretesa di accresciuta scientificità46, comporta il confronto,

talora aspro, con quei “saperi” che tradizionalmente si sono occupati delle medesime problematiche da altri punti di vista e con metodiche differenti. In particolare, ci riferiamo alla psicologia, scienza “che studia

i fenomeni psichici in sé stessi e nelle loro reciproche integrazioni, sia che vengano avvertiti dalla coscienza, sia che si svolgano al di sotto di essa, negli stati dell’inconscio”47. Il conflitto che ne può sorgere non è

di poco momento.

Secondo una visione radicale, la psicologia avrebbe esaurito la sua funzione storica, risultando del tutto assorbita dalla riflessione

45 UMILTA’ op.cit. p. 18.

46 Innegabili sono, infatti, i notevoli passi avanti sul cammino della conoscenza della

struttura e del funzionamento del cervello; resi possibili dal continuo perfezionamento delle tecniche di indagine.

(25)

neuroscientifica48. Ovviamente il portato della psicologia non

svanirebbe, ma sfocerebbe, per così dire, nel mare magnum delle neuroscienze. Volendo riportare tutto su basi biologiche, in effetti sembrerebbe che “l’approccio neuroscientifico49 tratti le dimensioni

sociali e culturali della mente in modo riduttivo, considerando l’ambiente come una semplice somma di stimoli elementari, il che non consente di coglierne l’aspetto fondamentale di sistema di conoscenze condivise e continuamente negoziate”50.

Sono proprio tali dimensioni sociali e culturali ad essere messe

in ombra, a dispetto del fondamentale ruolo che sembrerebbero svolgere nella partita educativa, e la cui mancanza si pone alla base di molteplici disturbi psichici51. Ad un’analisi un po’ più attenta però emerge come

siano davvero pochi i neuroscienziati disposti a liquidare in poche righe l’influenza ambientale e delle variabili culturali sullo sviluppo del soggetto52. Avremo modo di tornare ampiamente sul punto nel secondo

Capitolo.

Ci appaiono convincenti quelle riflessioni che insistono sulla necessità di conciliare i portati e i metodi di indagine delle due discipline, al fine di valorizzare uno studio interdisciplinare, l’unico in grado di comprendere la complessità dell’individuo e delle relazioni che lo stesso pone in essere con gli altri. Arroccarsi nelle proprie torri d’avorio o peggio ancora pretendere di ignorare interi settori disciplinari

48 Su questa scia GAZZANIGA, The mind’s past. Los Angeles, CA: University of

California Press (trad. it. La mente inventata. Le basi biologiche dell’identità e della

coscienza, Guerini, Milano, 1999)

49 Aggiungeremmo noi “radicale”.

50 EMILIANI F., MAZZARA B. M. Dalla naturalizzazione delle scienze umane alla

naturalità dell’ovvio. Le ragioni sociali per la quale la mente non è il cervello. In Giornale italiano di psicologia, Fascicolo1-2 marzo-maggio 2015 p. 33.

51 Bisognerà riflettere nel prosieguo della trattazione sui rapporti intercorrenti fra

ambiente, geni e personalità individuale, punto centrale per spiegare il perché del comportamento.

52 Cfr. AURELI T. Chi ha paura delle neuroscienze? in In Giornale italiano di

psicologia, Fascicolo1-2 marzo-maggio 2015 p. 64. Per una diversa ricostruzione, a

dispetto di ciò che l’autore afferma cfr. RAINE Adrian, L’anatomia della violenza, le

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significa lasciare sul campo un mare preziosissimo di metodiche e di conoscenze. Bisogna in sostanza fuggire dalla tentazione che vuole che “una volta trovata la chiave cerebrale di un fenomeno, esse viene

considerata come esaustiva, da sola sufficiente a spiegare il fenomeno stesso, e pertanto in grado di strutturare in modo diretto le ricadute operative. Con maggiore attenzione e riflessione invece, la conoscenza descrittiva dei processi cerebrali andrebbe inserita in più ampi modelli teorici che interpretano i fatti psichici in quanto eventi mentali, integrando al meglio le nuove prospettive con le acquisizioni ormai consolidate”53.

Così facendo, si mette in guardia dal rischio di appiattire il

concetto di mente su quello di cervello. Se tale rischio va scongiurato, parimenti non bisogna commettere l’errore di aderire alla teoria c.d. dualista, che vede separati mente e cervello: la differenza fra res

cogitans e res extensa54, che a tale teoria si fa risalire, non è, infatti,

supportata dai dati scientifici di cui oggi disponiamo.

Se è vero che la scienza psicologica non può che continuare sul lento cammino della naturalizzazione55, cammino per altro intrapreso da

decenni, è altrettanto vero che non è possibile abbracciate enfaticamente una visione riduzionistica che in fin dei conti peccherebbe di semplicismo56. Siamo invece convinti del fatto che “è impossibile

separare natura ed esperienza anche quando si parla del cervello”. Non

esiste un primato della biologia come non esiste una buona costruzione teorica che possa fare a meno di essa. 57

53 EMILIANI F., MAZZARA B. M. Dalla naturalizzazione delle scienze umane alla

naturalità dell’ovvio. Le ragioni sociali per la quale la mente non è il cervello. In Giornale italiano di psicologia, Fascicolo1-2 marzo-maggio 2015 p. 40.

54 Il concetto di mente viene ricondotto, dai sostenitori del dualismo, alla res cogitans,

quello di cervello alla res extensa.

55 Al fine di ancorare i propri modelli a concetti “più solidi”.

56 O almeno così la pensano in molti. Secondo altri in verità quella riduzionistica è

l’unica via percorribile, quasi come se fosse una vocazione di un metodo di indagine autenticamente scientifico.

57 Per approfondire gli sviluppi della relazione fra neuroscienze e Psicologia, che non

possiamo affrontare in questa sede si rimanda a VIOLA M., “l’agenda ontologica

(27)

Ma non è la sola psicologia a dover fare i conti con quello che, senza dubbi, possiamo definire il fascino delle neuroscienze. Il potere pervasivo delle spiegazioni “neuro” è così forte da imporre la creazione di nuovi settori di indagini, date dall’unione delle neuroscienze con le discipline tradizionali. Non è strano ormai imbattersi in termini di nuovo conio, ai quali corrispondono o dovrebbero corrispondere nuove discipline58, quali neuroeconomia, neuroetica, neurodiritto e così via.

Addirittura, importantissime riviste scientifiche americane hanno dedicato ampio spazio a ricerche volte a dimostrare il diverso funzionamento del cervello di un elettore democratico rispetto a quello di un repubblicano. Persino l’orientamento politico risulterebbe quindi spiegato in termini di maggiore o minore attività di determinate aree cerebrali.59 .

Questa adesione entusiastica alla spiegazione neuro investe ormai ogni settore dello scibile. Non a caso alcuni studiosi parlano esplicitamente di “neuro-mania60”. Il rischio concreto che si corre, o

specularmente l’opportunità, è quello di un ripensamento complessivo dei vari paradigmi e delle varie categorie delle più diverse discipline. A nostro parere però si incorre a volte in un errore di fondo. Quando si tratta di mettere a confronto due discipline diverse, che indagano ambiti non del tutto coincidenti, con metodologie altrettanto diverse, non si dovrebbe in nessun caso ricercare all’interno di una di esse una chiave di lettura e di interpretazione delle altre. Detto diversamente, non siamo affatto certi che le neuroscienze possano vagliare autonomamente, alla psicologiche (e viceversa), in Rivista internazionale di filosofia e psicologia volume 7 2016, n 2, pp. 144-165.

58 Il condizionale è d’obbligo. In effetti il fascino del “neuro” è così diffuso che spesso

impone sì un cambio di denominazione che però non sempre si traduce in una ristrutturazione seria dei concetti portanti delle discipline interessate. Assistiamo più a un restauro di facciata che non a un rifacimento delle travi e delle fondamenta dell’edificio.

59 Si confronti la rivista Nature 2007 pp. 450-457, e Science 2008 volume 320, pp.

412-414.

60 Cfr. LEGRENZI P., UMILTA’ C., Neuromania. Il cervello non spiega chi siamo,

Il Mulino, Bologna,2009. Agli autori rimandiamo, in particolare, per quanto concerne i rischi connessi a una vera e propria idolatria del metodo neuroscientifico.

(28)

luce delle proprie conclusioni, le riflessioni altrui al fine di attribuire una patente di legittimità. Benintesi, ci guardiamo bene dall’affermare che non ci debba essere un “confronto-scontro”, più che idoneo viceversa a indurre una data disciplina o a trovare conferme o a cambiare idea su alcune proprie conclusioni61 che potrebbero apparire non più

sostenibili alla luce dei nuovi contributi. Ciò che si deve scongiurare è pensare che ad una determinata scienza corrisponda la verità universale. L’altro pericolo, altrettanto grave, è però quello insito nel ritenere che le neuroscienze non dicano o non possano dir nulla alle altre aree del sapere. Questo atteggiamento è tipico di colui che non è in grado di affrontare il confronto perché troppo impaurito dalla possibilità di dover mettere in discussione antiche certezze. Eppure, la storia del progresso scientifico, sociale e culturale è disseminata di cambi di paradigma, di rivoluzioni più o meno radicali: come ha osservato il poeta Eduardo Galeano, “il progresso è un viaggio con molti più naufraghi che

naviganti”62.

4.2. Filosofia e neuroscienze.

Prima di passare all’analisi dell’incontro tra le risultanze neuroscientifiche e il diritto, appare in un certo modo pregiudiziale offrire un quadro di sintesi delle problematiche inerenti ai rapporti, sempre più frequenti, fra riflessione filosofica e mondo delle neuroscienze63. Mutatis mutandis, si ripresentano le medesime

61 Per questo motivo il concetto di conclusione non dovrebbe essere sposato in

generale. O se vogliamo adoperarlo lo dobbiamo fare avendo bene a mente la precarietà di ogni punto di arrivo.

62 GALEANO E. Le vene aperte dell’America latina, Sperlink and Kupfer editore,

Milano, 2006. Per precisione v'è da dire che l’autore si riferiva al progresso materiale della sua terra. Ma le medesime conclusioni possono essere tratte anche con riferimento al progresso scientifico e in senso lato culturale.

63 Tentare solamente di rappresentare la bibliografia in materia è impresa titanica.

Suggeriamo solo alcuni dei tantissimi contributi in materia: Cfr ALTER T. HOWELL R.J. Cosciousness and the Mind-Body Problem: A Reader, Oxford-New York 2012; BROOK A. AKINS K., Cognition and the Brain: The Philosophy and Neuroscience

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problematiche che abbiamo già avuto modo di analizzare precedentemente: anche qui ci sembra di assistere a un continuo teatro di guerra con gli eserciti della scienza ad avanzare e le scienze umane a erigere bastioni.

Quando si parla dei rapporti intercorrenti fra neuroscienze e filosofia si è solito operare una summa divisio concettuale al fine di meglio comprendere di cosa siamo parlando. Si tratta di esaminare più da vicino due nuovi settori della ricerca che vanno via via profilandosi:

la filosofia delle neuroscienze e la neurofilosofia64.

V’è da dire che come tutte le schematizzazioni, anche questa non risulta appieno soddisfacente: tracciare, infatti, un confine invalicabile fra i due settori non è possibile poiché medesime problematiche possono rientrare tanto nel campo di interesse della filosofia delle neuroscienze che in quello della neurofilosofia.

La neurofilosofia studia da vicino le ripercussioni che le scoperte scientifiche comportano sulle categorie tradizionali della filosofia. A essere interessati sono concetti quali quelli di libero arbitrio, coscienza, libertà morale, rapporto mente-corpo, et cetera. Sono proprio questi concetti a essere illuminati di una luce diversa: data la loro rilevanza ai fini della nostra analisi, ne rimandiamo l’esame ad una fase successiva dell’indagine (capitolo II), allorquando esamineremo l’architettura filosofia e teorica dei concetti giuridici della nostra analisi.

Basti qui segnalare che l’interesse per la neurofilosofia apre nuovi scenari anche per la filosofia morale. È proprio con riferimento a quest’ultima che si sviluppa la cd. neuroetica65 che si dimostra sempre

Movement, Cambrigde University Press, Oxford 2010; BICKLE J. Philosophy and Neuroscience: A Ruthlessly Account, Klouwer, Dordrecht 2003.

64 Cfr. BICKLE J:, MANDIK P., LANDRETH A., The Philosophy of Neuroscience,

in Stanford Encyclopedia of Philosophy,

http://plato.stanford.edu/archives/sum2012/entries/neuroscience/.

65 Per approfondirne la nozione e le sue possibili declinazioni si veda: ROSKIES A.,

Neuroethics for the New Millenniu. Neuron 35, 2000. In particolare, la filosofa alle

pagine 21-23 propone una bipartizione dei campi di interesse della neuroetica: l’etica

(30)

più terreno di un incontro fecondo fra sapere scientifico e morale. Felicissima è la definizione che ne viene data dall’enciclopedia filosofica della Stanford University e che ci consegna l’immagine di una reciproca influenza: “the new field of neuroethics combines both interest

in the relevance of neuroscience data for understanding moral cognition and the relevance of moral philosophy for regulating the application of knowledge from neuroscience”66.

Come si intuisce, un ruolo importantissimo è rivestito dalla

riflessione che ruota intorno alla c.d. etica delle neuroscienze. Non bisogna, infatti, dimenticare che il progredire della tecnologia e delle scoperte scientifiche permette interventi prima impensabili e che investono, potenzialmente, gli aspetti più intimi dell’esistenza umana. Pensiamo solamente alle enchancement techonogies che sono ormai realtà e si impongono sempre più sulla scena del dibattito. Su questi ed altri aspetti dovremo soffermarci nel proseguo della trattazione, allorquando saranno analizzati i problemi giuridici sollevati dalle tecniche di potenziamento umano, a partire dal concetto di mente farmacologicamente potenziata.

Ma non serve scomodare temi che in un certo qual modo sono ancora futuribili. Abbiamo già sottocchio tutti i potenziali utilizzi clinici, e problematici, delle tecniche mediche che via via si rendono possibili. Tali tecniche sono state predisposte per operare chirurgicamente e farmacologicamente su menti che si vogliono malate, inclini a comportamenti ritenuti sbagliati (rectius, devianti). Di fatto a volerla dire con Remarque: “niente di nuovo sul fronte occidentale”. Già la lobotomia ci aveva abituati a interventi fortemente invasivi e dagli esiti devastanti che pure venivano spacciati come la soluzione ad alcune malattie psichiche67. Eppure, lo spettro di tale genere di interventi

comunque di una macro-area dai confini particolarmente sfuggenti che sta solo ultimamente costruendo le proprie categorie di riferimento.

66 Op. cit. paragrafo 7

67 Ricordiamo che Antonio Egas Moniz ideatore della lobotomia venne insignito, per

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continua ad aleggiare. Per non dire che oggi può contare su una base teorica e scientifica indubbiamente più solida. Per non parlare di un problema di fondo che svilupperemo successivamente: il concetto di

mente normale.

Sia le tecniche di potenziamento cognitivo che quelle volte alla cura della mente malata, seppur muovendosi in direzioni diverse, partono infatti da questo concetto. Ma quanto è arbitrario il concetto di normalità? Quanto culturalmente orientato quello di malattia? E ancora, è giusto e quindi lecito intervenire con le più svariate tecniche, il più delle volte dagli esiti irreversibili, sulla mente umana al fine di modificare un comportamento ritenuto meritevole di repressione da parte dello Stato?68

Capiamo immediatamente quanto può essere utile il contributo della filosofia, e in particolare dell’etica, nel cercare di fornire linee guida al giurista che si confronti con questioni che esigono una regolamentazione. Questo è facile a dirsi, ma in concreto capire dove porre il limite al progresso tecnologico e al suo utilizzo, è impresa particolarmente ardua69. Proprio i risvolti etici dell’utilizzo di alcune

tecnologie, oggi disponibili, fanno da freno al legislatore. Infatti, stabilire ciò che è lecito con riferimento a profili così delicati non è semplice. La difficoltà di regolamentare fattispecie eticamente sensibili non può, però, essere invocata come alibi per giustificare un vuoto legislativo. La scienza ha bisogno di un quadro normativo chiaro che , se, da un lato, ne permetta il progredire , dall’altro, indichi i limiti che la stessa non deve oltrepassare.

Tutte le riflessioni che abbiamo abbozzato - di interesse della neurofilosofia e di una sua possibile declinazione, la neuroetica - necessitano di essere inserite in una cornice concettuale che ruota

critiche che iniziavano ad esser mosse verso quella che ad oggi non abbiamo remore a definire una brutale pratica.

68 Rimandiamo per un’analisi più completa al capitolo II

69 Interessantissime sul punto le riflessioni proposte da: DI GIOVINE O. Un diritto

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intorno al concetto di filosofia delle neuroscienze. Non ci è possibile in questa sede addentarci in un’approfondita analisi delle varie ricostruzioni teoriche dei rapporti fra scienza e filosofia. Ci limitiamo a constatare che tale incontro: “è stato teorizzato e praticato dentro la

grande casa del naturalismo filosofico”70. È proprio alla filosofia

americana71, di cui il naturalismo è figlio indiscusso, che bisogna

guardare per capire come si è ripensato il ruolo della filosofia nei confronti delle scoperte scientifiche. Non erano infatti più sostenibili, o almeno non a tutti apparivano tali, teorizzazioni metafisiche che tentavano di spiegare il mondo in modo alternativo, o comunque diverso, rispetto alle teorie scientifiche. Ma allora quale spazio resta alla filosofia? Se a questa non spetta più il compito di “spiegare il mondo”, ecco che nasce “l’idea di una trasformazione della filosofia in

epistemologia”72. Per essere accreditata scientificamente, la filosofia

deve naturalizzare il proprio linguaggio e prestarsi a servizio della scienza al fine di ordinare e categorizzare il materiale raccolto da quest’ultima. In definitiva, come è stato osservato, “il lavoro della

ricerca filosofica si giustifica soltanto nella cooperazione colle scienze naturali. Si tratta di una comune impresa epistemologica in cui l’expertise filosofica si traduce nel sorvegliare e discutere i quadri concettuali impiegati dalle scienze neurobiologiche”73.

Anche qui si corre il rischio di assistere a un’opera di egemonizzare del dibattito da parte delle neuroscienze. Rischio che è frutto, a voler essere più precisi, di tesi manifestatamente

70 NUNZIANTE A. M., La naturalizzazione del pensiero come tesi metafilosofica.

Alla radice della relazione epistemica tra filosofia e neuroscienze. In FUSELLI S. (a

cura di), Neuroditto, Mimesis, 2016 p. 19.

71 Gli studiosi continentali, viceversa, appaiono ancora legati a impostazioni in un certo

senso ancora dualistiche o debitrici della scuola filosofica dell’idealismo. La filosofia americana, gettando le basi per la costruzione delle riflessioni naturalistiche ha sicuramente fornito un (uno dei pochi) contributo originale alla storia del pensiero filosofico. V’è da dire, a onor del vero, che gli ultimi anni si caratterizzano per un risvegliarsi dell’interesse per le dottrine continentali da parte dei filosofi statunitensi. Interesse mai del tutto messo da parte.

72 Op. cit. p. 21. 73 Op cit. p. 31

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