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Plinio, all’interno della sua Naturalis Historia, cita numerose meraviglie e storie favolose che caratterizzerebbero principalmente l’Oriente:

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L’incontro con l’altro: riconoscimento o assimilazione?

Con la testa ancora piena di fantasie medievali e con la ferma convinzione della superiorità culturale dell’Occidente, gli Europei arrivano impreparati all’incontro con l’altro e non sono in grado né di comprendere né, tantomeno, di rispettare la diversità che si trovano di fronte.

Infatti, lo sguardo con cui essi si rivolgono al Nuovo Mondo è ancora fortemente legato al modello della cultura classica e biblica.

La tradizione letteraria di mirabilia e prodigia, ereditata dal Medioevo, influenzerà l’immaginario collettivo europeo ben oltre il XVI° secolo, popolando cronache, trattati, enciclopedie e resoconti di viaggi di mostri e uomini dall’aspetto belluino che vivono ai confini del mondo.

Plinio, all’interno della sua Naturalis Historia, cita numerose meraviglie e storie favolose che caratterizzerebbero principalmente l’Oriente:

“Soprattutto l’India e il territorio degli Etiopi pullulano di meraviglie.

In India nascono gli animali più grandi: lo dimostrano i cani, che sono in quella terra più grossi che altrove. Gli alberi poi si dice che raggiungano tali altezze, da non poter essere superati dal lancio di una freccia (…). [...] Secondo Megastene, su un monte chiamato Nulo ci sono uomini con le piante dei piedi rivolte all’indietro e con otto dita per piede.

Su molti altri monti si trovano invece uomini con la testa di cane, vestiti di pelli di fiere, che emettono solo latrati e che vivono di caccia e uccellagione, procurandosi la preda con l’arma delle unghie (…).

Lo stesso Ctesia parla di una stirpe di uomini –i Monocòli- che hanno una gamba sola e sono straordinariamente agili nel saltare (…) e, continuando verso occidente, c’è una popolazione priva di collo, con gli occhi piantati sulle spalle. (…) Taurone chiama Coromandi una popolazione selvatica, senza voce che emette strida paurose, ha corpi setolosi, gli occhi glauchi, i denti di cane”.

1

Come sottolinea Guidorizzi, “esiste un vero e proprio repertorio di popoli fantastici, più o meno mostruosi, abitatori delle ἐσχατιαί [estremità del mondo] che possono occupare nei vari autori posizioni geografiche diverse (…)”.

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Parallelamente l’attenzione degli antichi si orienta anche verso popolazioni con cui si stabiliscono dei contatti reali e che sono osservati a partire dai valori della propria cultura di riferimento. Ma, se la tradizione geografica dell’antichità è caratterizzata da modelli etnocentrici che pongono una netta distinzione tra popoli civili e barbari, contemporaneamente, presenta un certo interesse e una curiosità, spesso ai limiti dell’ammirazione, per usi e costumi di popoli lontani.

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1

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, VII, 21-24, (trad.it. A. Borghini, E. Giannarelli, A. Marcone, G. Ranucci, Einaudi, Torino, 1983,vol. II°, pp. 21-23).

2

Giulio Guidorizzi, Letteratura e civiltà della Grecia antica, Milano, Einaudi scuola, 1998, p. 659.

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Erodoto, infatti, non nasconde la sua approvazione per la legge babilonese che, un tempo, regolava il matrimonio

tramite la pubblica compravendita delle fanciulle o la pratica, in uso presso i Persiani, di non condannare nessun

uomo, neppure uno schiavo, sulla base di un’unica accusa. Come ricorda Guidorizzi, proprio l’ interesse nei

confronti di alcuni aspetti di culture non assimilabili a quella greca sarà motivo, per Plutarco, di criticare lo storico

di Alicarnasso, accusandolo, nel De Herodoti malignitate, di ‘filobarbarismo’, a riprova della presenza di una più

generale percezione ostile nei confronti del mondo non ellenico.

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Basti pensare ad Erodoto, considerato padre dell’etnografia, che, nelle sue Storie, dedica pagine di indagine e di ricerca proprio a questi temi, analizzando le consuetudini di Lidi, Persiani, Babilonesi, Sciti, Egiziani ecc.

Egli insisterà in particolare sulle terre d’Egitto che rappresentano il contraltare perfetto del mondo greco e, a suo giudizio, sono ricche di meraviglie:

“Mi dilungo a raccontare dell’Egitto, perché vi sono numerosissime cose che fan meraviglia, e presenta opere, più che ogni altro paese, meritevoli di menzione; perciò ne parlerò più a lungo.

Come il loro clima è diverso, e il loro fiume presenta un carattere contrastante con quello degli altri fiumi, così gli Egiziani hanno per lo più usanze e leggi contrarie a quelle degli altri uomini; per esempio: le donne frequentano il mercato e commerciano, mentre gli uomini a casa tessono; tessendo poi gli altri spingono la trama in su, gli Egiziani invece in giù. [...]

I sacerdoti degli dèi, che altrove hanno i capelli lunghi, in Egitto si radono (…).

Gli altri conducono la loro vita separati dagli animali, gli Egiziani assieme con essi. (…) Gli anelli e le fune delle vele, che gli altri fissano all’esterno, sono da loro attaccati all’interno.

Mentre gli Elleni scrivono e fanno i conti spostando la mano da sinistra a destra, essi vanno da destra a sinistra (…)”.

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Gli Egiziani sono l’esempio perfetto di alterità, perché in Egitto tutto è diverso: il clima, il fiume e, naturalmente, anche gli uomini. Ma diversi rispetto a chi?

Per Erodoto, il confronto è sempre con i Greci, come ben esplicitato in chiusura di paragrafo a proposito del sistema di scrittura.

“I costumi dei popoli barbari, pur in una descrizione che parte dal presupposto della relatività dei νόµοι e cerca l’obiettività, sono per lo più visti e presentati come deviazioni (non però in termini negativi) rispetto alla normalità greca.

Gli Egiziani, dice Erodoto (II, 35) fanno l’esatto contrario di quello che fanno tutti gli altri uomini, vale a dire l’esatto contrario di quel che fanno i Greci”.

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Lo stesso Tacito, a proposito dei Germani, popolo rozzo e barbaro, nota, soprattutto inizialmente, tutto ciò che li separa dai Romani, sia dal punto di vista fisico sia comportamentale:

“Quanto ai Germani sono propenso a credere che siano autoctoni, e che non abbiano subito mescolanze in seguito a movimenti migratori o a relazioni pacifiche con altre stirpi (…).

[...] D’altronde chi mai, a prescindere dai pericoli del mare tempestoso e sconosciuto, lascerebbe l’Asia, l’Africa o l’Italia, per recarsi in Germania, una regione dal suolo squallido, dal clima rigido, triste ad abitarsi e a vedersi, se non chi la riconosca come la propria patria? [...]

Io, personalmente, condivido l’opinione di chi ritiene che le popolazioni della Germania non si siano mescolate con altre genti tramite matrimoni, e che quindi siano una stirpe a sé stante e pura, con una conformazione fisica propria.

Da ciò deriva un aspetto pressoché simile in tutti, nonostante il gran numero di individui: occhi azzurri e torvi, capelli biondo-rossastri, corpi saldi e robusti, in grado però di costituire soltanto una massa d’urto: la loro capacità di sopportare prestazioni faticose è di gran lunga inferiore, e non sono avvezzi a tollerare la sete e il caldo; il clima e la configurazione del territorio li abituano ad adattarsi al freddo e

4

Erodoto, Storie, II, 35- 36, (trad.it. di Giuseppe Metri, Storie, Novara, Istituto geografico De Agostini, 1959, pp.

135-136. Corsivo mio).

5

G. Guidorizzi, op.cit., p. 651. Corsivo mio.

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alla fame. [...] Nei periodi in cui non sono in guerra, trascorrono poco tempo in attività venatorie, molto di più nell’ozio, dedicandosi al sonno e al cibo; chi tra loro è più forte e possiede le più spiccate virtù guerresche non fa nulla (…). [...] Quasi tutti sanno che le popolazioni germaniche non vivono in città, e neppure sopportano dimore tra loro vicine. (…)

Non edificano villaggi - così come facciamo noi – con case affiancate tra loro e che aderiscono le une alle altre (…). Non conoscono infatti l’uso di pietre lavorate né di mattoni: per ogni tipo di costruzione si servono di legname grezzo, senza alcuna ricercatezza estetica o artistica”.

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Tacito, in linea con le pubblicazioni monografiche di argomento geografico, si sofferma prima ad analizzare il territorio e poi passa in esame le caratteristiche delle popolazioni che lo abitano e che da esso direttamente influenzati.

Egli insiste sul fatto che i Germani si somigliano tutti molto, perché “Germaniae populus nullis aliis aliarum nationum conubiis infectos propriam et sinceram (…) gentem extitisse arbitrantur”.

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Ma oltre ad essere rozzi, pigri, del tutto privi di qualsiasi senso artistico e a passare il loro tempo libero nell’ozio, i Germani hanno anche delle qualità che Tacito non manca di riportare:

“Ciononostante, nei rapporti matrimoniali vige una austerità che costituisce l’aspetto più encomiabile dei loro costumi. Infatti, quasi unici tra le stirpi barbare, i Germani si accontentano di una sola moglie (…). [...] Nessun altro popolo si dedica più smodatamente a banchetti e cerimonie di ospitalità; non è lecito escludere chicchessia dalla propria casa: secondo i mezzi a disposizione, ciascuno, preparato il banchetto, accoglie l’ospite. (…) Nessuno sta a discriminare tra sconosciuti e conoscenti quando si tratta del dovere di offrire ospitalità. [...]

Inoltre questa gente, non astuta d’indole né accorta, scopre i più riposti segreti nella libertà dell’occasione conviviale: perciò il pensiero di ognuno è come svelato e messo a nudo.

Il giorno seguente la questione è rimediata (…) discutono quando non sono in grado di fingere, ma decidono quando non possono sbagliare. (…)

Il loro cibo è semplice: frutti selvatici, selvaggina appena cacciata, latte cagliato; riescono a soddisfare la fame senza elaborati preparativi e senza ghiottonerie.

Nei confronti del bere non sono ugualmente temperanti: se li si asseconda nella loro propensione ad ubriacarsi offrendo loro quanto vino vogliono, si lasceranno vincere più facilmente dal vizio che dalle armi”.

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Agli occhi di Tacito, che vi rivede le antiche virtù proprie dell’antica latinità, i Germani sono un popolo integro, semplice e incorrotto, vivono di pasti frugali e, a parte la smodatezza del bere e alcuni episodi di violenza, non conoscono né lusso né eccessi.

Se lo sguardo antico sottolinea la differenza dell’altro, anche in maniera significativa, riconosce però, a questa differenza, una specificità e una particolarità che non vengono messe in discussione.

Le differenze tra gli uomini esistono e rimangono tali: non si assiste al tentativo di una volontà prevaricatrice di annullarle sistematicamente, piegandole ai propri valori e modelli di

6

Tacito, De origine et situ Germanorum liber, (trad.it. di Elisabetta Risari, Germania, Milano, Mondadori, 1991, pp. 2-6; 23). Corsivo mio.

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Lo storico latino utilizza un termine molto forte: questi popoli, a causa delle terre brulle e inospitali e del clima molto freddo, non sono infectos, cioè non sono contaminati dall’unione con altri gruppi etnici e quindi hanno conservato quei tratti che li rendono tutti molto simili all’occhio di un osservatore esterno.

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Tacito, Germania, op.cit., pp. 24-25; 30-33.

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riferimento. Gli Europei dell’età moderna, invece, non sono in grado di cogliere la differenza o, meglio, non la colgono che in apparenza.

Giunti nel Nuovo Mondo, registrano l’incompatibilità della cultura occidentale con la vita che conducono gli indios e cercano di ricondurre la presenza di questi popoli finora sconosciuti all’interno del perimetro delle narrazioni bibliche.

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“L’americano è sempre inserito in un universo biblico, sia per le risonanze del dibattito teologico sul rapporto tra cristianità e infedeli, sia perché la Bibbia è considerata storia universale e quindi le popolazioni americane devono essere là comprese”.

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Gli Europei non sono in grado di misurarsi con uno scenario a loro completamente estraneo:

possono solo o assimilare o distruggere.

L’atteggiamento ambivalente di disprezzo e di difesa che caratterizza la scoperta delle Americhe testimonia queste due modalità di approccio alla diversità: se gli indios sono diversi dagli occidentali, e ciò sembra evidente, non possono che essere inferiori, dato che la società del Vecchio Mondo è colta e progredita. Se, invece, gli indios sono uomini (e non bestie) come stabilito dalla bolla papale Sublimis Deus di Paolo III° e, come tali, hanno diritto alla libertà e al possesso dei propri beni, allora essi devono, in qualche modo, essere uguali, o meglio, essere resi identici agli Europei, di cui possono quindi assorbire la religione e la cultura.

Gli indios sono uomini e, quindi, sono capaci di abbracciare la fede cristiana, così come gli Europei. Il legame tra essere uomini ed essere cristiani è indissolubile.

Il papa è molto chiaro a riguardo, affermando che “gli Indios sono veri uomini e che sono capaci di fede cristiana”. (Summus Pontifex declarat Indos veros homines et fidei christianae capaces esse)

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. Inoltre, sottolinea che essi “non solo sono capaci di esistere nella fede cristiana, ma, come ci è stato segnalato, (sono capaci) di affrettarsi assai manifestamente versa questa stessa fede (…)”.

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Gli indios, infatti, hanno un animo docile e ben disposto alla fede e ciò è testimoniato dal fatto che sono proprio loro stessi a voler conoscere la verità.

Ed è così che Paolo III° fissa le libertà giuridiche di cui dovranno, d’ora in poi, godere questi popoli: “in virtù dell’autorità apostolica, per mezzo della seguente lettera, stabiliamo e

9

A questo proposito Giuliano Gliozzi nota che “tra le molte teorie che attribuivano agli americani un’origine biblica, una delle più diffuse fu quella che individuava negli indios i discendenti delle dieci tribù di Israele che l’Antico Testamento dava per disperse”. [GIULIANO GLIOZZI, “Le scoperte geografiche e la coscienza europea”, La Storia.

L’età moderna, vol. IV°, a cura di Nicola Tranfaglia e Massimo Firpo, Torino, UTET, p. 84]

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Stefano Curci, “Il selvaggio tra mito e filosofia. Da Las Casas a Rousseau”, p. 4 (testo dell’intervento tenuto a Roma dal prof. Curci l’8 novembre 2011, nell’aula ‘Juan Vecchi’ dell’Università Pontificia Salesiana, all’interno della Tavola rotonda: Il Ritorno alla mitologia: risorsa e tentazione. Cfr. www.filosofia.unisal.it Sito visitato il 22.11.2012).

11

Paolo III°, Sublimis Deus, 2 giugno, 1537, http://www2.units.it/storia/Docenti/Abbattista/Sublimisdeus.doc., p.

1. Traduzione dal latino mia.

12

Ibid., p. 2.

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proclamiamo che i suddetti Indios e tutti gli altri popoli che per il futuro si volgeranno alla conoscenza dei cristiani, benché vivano fuori della fede cristiana, possono liberamente e legalmente utilizzare e disporre e godere della propria libertà e del possesso dei propri beni e non devono essere ridotti in schiavitù e qualunque cosa sia successa diversamente (è) nulla e priva di valore, e che gli stessi Indios e le altre genti devono essere invitate alla suddetta fede in Cristo con la predicazione della parola di Dio e con l’esempio di una vita virtuosa ”.

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Ma il tentativo di rendere l’altro identico a sé e quello di costruirne l’inferiorità “si fondano entrambe sull’egocentrismo, sull’identificazione dei propri valori con i valori in generale, del proprio io con l’universo: sulla convinzione che il mondo è uno”.

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Infatti, anche coloro che prendono le difese degli indios, che riconducono le loro semplici condizioni di vita al mito della perduta età dell’oro o a quello del ‘buon selvaggio’, in realtà, non riconoscono pienamente la differenza, ma cercano di imbrigliarla di nuovo nelle maglie della razionalità occidentale.

Proprio Todorov pone l’accento sul “disconoscimento degli indiani e il rifiuto di considerarli un soggetto che ha i nostri stessi diritti, ma è diverso da noi.

Colombo ha scoperto l’America, non gli americani. Tutta la storia della scoperta dell’America (…) soffre di questa ambiguità: l’alterità umana è al tempo stesso, rivelata e rifiutata”.

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Come sottolinea Serge Gruzinski, il progetto di uniformazione delle strutture sociali e politiche delle terre conquistate lascia un’impronta indelebile che non si limita alla sottomissione di popoli e terre, ma che investe la concezione del lavoro e della vita, imponendo una nuova lingua, una nuova religione e una nuova sfera di valori, che ricalcano fedelmente il modello europeo:

“A partire dalla fine del secolo XV°, l’area di influenza ispanica vide svilupparsi un gigantesco tentativo di trasformazione degli esseri e delle cose. [...]

La costruzione del territorio e della società coloniale fu effettivamente basata sul criterio della duplicazione. Fu un’operazione di mimesi, di imitazione. [...]

A questa irresistibile espansione si accompagnò un processo di uniformazione linguistica e giuridica.

Dalla Florida al Cile, il castigliano fu lo strumento dell’amministrazione, la lingua dei vincitori, dei meticci, dei negri e dei mulatti e anche la lingua dei notabili indigeni”.

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Il Nuovo Mondo sarà plasmato a immagine e somiglianza del Vecchio, nel tentativo di mutarlo in una propaggine dell’Occidente da sfruttare senza scrupolo alcuno.

13

Ibid., p. 2.

14

T. Todorov, La conquista dell’America, op.cit., p. 51.

15

T. Todorov, La conquista dell’America, op.cit., p. 60. Corsivo mio.

16

Serge Gruzinski, “Le strade dell’acculturazione”, in Storia d’Europa. L’età moderna, (a cura di Maurice

Aymard), vol. IV°, (trad.it. di Duccio Sacchi, Torino, Einaudi, 1995, pp. 93-94).

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