PAERP Piano delle Attività Estrattive, di Recupero delle aree escavate e Riutilizzo dei residui recuperabili della Provincia di Pisa

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del 04/12/2012 -

Allegato 9

P R O V I N C I A D I P I S A

S

ERVIZIO

D

IFESADEL

S

UOLO

U.O. Georisorse

PAERP

Piano delle Attività Estrattive, di Recupero delle aree escavate e Riutilizzo dei residui recuperabili della Provincia

di Pisa

3° stralcio territoriale: Comuni di Buti, Calci, Cascina, Pisa, San Giuliano Terme, Vecchiano, Vicopisano

D

OCUMENTO APPROVATO

DOCUMENTO DI VALUTAZIONE AMBIENTALE STRATEGICA

Rapporto ambientale

Ai sensi dell’art. 24 L.R. 10 del 12 febbraio 2010

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Indice

1. PREMESSA ...3

2. IL RAPPORTO AMBIENTALE ...5

2.1. Illustrazione dei contenuti del piano...5

2.2. Illustrazione degli obiettivi del Piano e rapporto con altri pertinenti piani o programmi...5

2.3. Stato attuale dell'ambiente ...7

2.3.1.Morfologia...7

2.3.2.Geologia ...10

2.3.3.Caratteristiche vegetazionali generali dell’area ...10

2.3.4. Caratteristiche ambientali - vegetazionali...13

2.3.5. I problemi del “recupero ambientale” - La colonizzazione naturale delle cave dismesse....14

2.4. Evoluzione dell'ambiente in assenza del Piano ...15

2.4.1.Ipotesi legalista ...16

2.4.2.Ipotesi realista...16

2.5. Caratteristiche ambientali delle aree pianificate per l’attività estrattiva ...17

2.2.1.Principali associazioni floristiche ...19

2.6. Problemi relativi ad aree di rilevanza ambientale...21

2.6.1. I problemi del “recupero ambientale” - La colonizzazione naturale delle cave dismesse....21

2.7. Obiettivi di protezione ambientale pertinenti al piano...22

3. ANALISI DEI POTENZIALI IMPATTI...24

3.1. Il ciclo dell’utilizzo della risorsa lapidea...24

3.2. Gli impatti dell’attività di estrazione di inerti...24

3.3. Misure di riduzione degli eventuali effetti negativi sull’ambiente...27

3.2.1. Acqua erogata per uso umano...27

3.2.2. valutazione qualità dell'aria: O3 e PM10...29

3.2.3. Siti da bonificare...29

3.2.4. Superficie di cava...29

3.2.5. Indice di boscosità...30

3.2.6. Consumi elettrici ...30

3.2.7. Consumo suolo ...30

3.7. Motivazione della scelta delle alternative individuate ...30

4. INTERAZIONI CON ALTRI STRUMENTI DI PIANIFICAZIONE...31

4.1. Interazione con i Piani di Assetto Idrogeologico ...31

4.2. Piani di bacino riguardanti la risorsa idrica ...31

4.3. PTC ...31

4.4. Piano della viabilità extra-urbana...32

4.5. Pianificazione urbanistica comunale...32

4.6. Piano provinciale per la gestione dei rifiuti e per la bonifica dei siti inquinati ...33

4.7. I PAERP delle Province limitrofe ...33

6.IL MONITORAGGIO ...36 7.SINTESI NON TECNICA ... Error! Bookmark not defined.

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1. PREMESSA

La L.r. 10/2010 all’art. 24 così definisce il rapporto ambientale:

1. “Il rapporto ambientale è redatto dal proponente e contiene le informazioni di cui all’Allegato 2 alla presente legge. Esso, in particolare:

a. individua, descrive e valuta gli impatti significativi sull’ambiente, sul patrimonio culturale e sulla salute derivanti dall’attuazione del piano o del programma;

b. individua, descrive e valuta le ragionevoli alternative, alla luce degli obiettivi e dell’ambito territoriale del piano o del programma, tenendo conto di quanto emerso dalla consultazione di cui all’articolo 23;

c. concorre alla definizione degli obiettivi e delle strategie del piano o del programma;

d. indica i criteri di compatibilità ambientale, gli indicatori ambientali di riferimento e le modalità per il monitoraggio.

2. Il rapporto ambientale tiene conto del livello delle conoscenze e dei metodi di valutazione attuali, nonché dei contenuti e del livello di dettaglio del piano o del programma; a tal fine possono essere utilizzati i dati e le informazioni del sistema informativo regionale ambientale della Toscana (SIRA).

3. Per la redazione del rapporto ambientale sono utilizzate, ai fini di cui all’articolo 8, le informazioni pertinenti agli impatti ambientali disponibili nell’ambito di piani o programmi sovraordinati, nonché di altri livelli decisionali.

4. Per facilitare l'informazione e la partecipazione del pubblico, il rapporto ambientale è accompagnato da una sintesi non tecnica che illustra con linguaggio non specialistico i contenuti del piano o programma e del rapporto ambientale.”

L’allegato 2 della citata legge così elenca i contenuti che il rapporto ambientale deve avere:

a) illustrazione dei contenuti, degli obiettivi principali del piano o programma e del rapporto con altri pertinenti piani o programmi;

b) aspetti pertinenti dello stato attuale dell’ambiente e sua evoluzione probabile senza l’attuazione del piano o del programma;

c) caratteristiche ambientali, culturali e paesaggistiche delle aree che potrebbero essere significativamente interessate;

d) qualsiasi problema ambientale esistente, pertinente al piano o programma, ivi compresi in particolare quelli relativi ad aree di particolare rilevanza ambientale, culturale e paesaggistica, quali le zone designate come zone di protezione speciale per la conservazione degli uccelli selvatici e quelli classificati come siti di importanza comunitaria per la protezione degli habitat naturali e della flora e della fauna selvatica, nonché i territori con produzioni agricole di particolare qualità e tipicità, di cui all’articolo 21 del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 228;

e) obiettivi di protezione ambientale stabiliti a livello internazionale, comunitario o degli Stati membri, pertinenti al piano o al programma, e il modo in cui, durante la sua preparazione, si è tenuto conto di detti obiettivi ed di ogni considerazione ambientale;

f) possibili impatti significativi sull’ambiente, compresi aspetti quali la biodiversità, la popolazione, la salute umana, la flora e la fauna, il suolo, l’acqua, l’aria, i fattori climatici, i beni materiali, il patrimonio culturale, anche architettonico e archeologico, il paesaggio e l’interrelazione tra i suddetti fattori; devono essere considerati tutti gli impatti significativi, compresi quelli secondari, cumulativi, sinergici, a breve, medio e lungo termine, permanenti e temporanei, positivi e negativi;

g) misure previste per impedire, ridurre e compensare nel modo più completo possibile gli eventuali impatti negativi significativi sull’ambiente dell’attuazione del piano o del programma;

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h) sintesi delle ragioni della scelta delle alternative individuate e una descrizione di come è stata effettuata la valutazione, nonché le eventuali difficoltà incontrate (ad esempio carenze tecniche o difficoltà derivanti dalla novità dei problemi e delle tecniche per risolverli) nella raccolta delle informazioni richieste;

i) descrizione delle misure previste in merito al monitoraggio e controllo degli impatti ambientali significativi derivanti dall’attuazione del piani o del programma proposto definendo, in particolare, le modalità di raccolta dei dati e di elaborazione degli indicatori necessari alla valutazione degli impatti, la periodicità della produzione di un rapporto illustrante i risultati della valutazione degli impatti e le misure correttive da adottare;

j) sintesi non tecnica delle informazioni di cui alle lettere precedenti.

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2. IL RAPPORTO AMBIENTALE 2.1. Illustrazione dei contenuti del piano

Il Piano contiene essenzialmente le prescrizioni localizzative delle aree nelle quali i Comuni potranno autorizzare attività estrattive ai sensi della L.R. 78/1998 previo recepimento di esse nel regolamento urbanistico, e le norme alle quali il Comune ed i soggetti interessati all’attività estrattiva dovranno attenersi nello svolgerla.

Le prescrizioni localizzative derivano dai giacimenti individuati dalla pianificazione di indirizzo regionale e sono state modificate e integrate dalla Provincia al fine di conseguire l’obiettivo di bilancio tra il fabbisogno di materiale inerte di cava e la sua disponibilità stimata da siti inseriti nel Piano. Il Piano contiene quindi anche tutta la illustrazione della metodologia seguita per aggiornare il fabbisogno calcolato dallla Regione nel 2002 nonché la metodologia seguita per individuare nuovi giacimenti e da lì nuove prescrizioni localizzative. Queste metodologie sono state informate dagli obiettivi che il Piano ha per norme vigenti, e che la Provincia, con l’avvio del procedimento ha voluto aggiungere.

2.2. Illustrazione degli obiettivi del Piano e rapporto con altri pertinenti piani o programmi Gli obiettivi di protezione ambientale che occorre tener presenti nel PAERP devono confrontarsi con evidenze e caratteri emergenti, ben documentati nell’ampia letteratura disponibile:

 la ricchezza e la varietà delle risorse naturalistiche e l’assoluta singolarità di quelle paesistiche della collina tipica toscana, anche riferibili alla collocazione nodale di un’area di particolare tensione tra l’ambiente mediterraneo e l’ambiente continentale;

 un intreccio particolarmente stringente tra i problemi e le prospettive delle attività economiche come quella estrattive e la tutela paesistica ed ambientale;

 una forte esposizione alle pressioni derivanti dal contesto economico-territoriale, diffusamente urbanizzata e ricca di infrastrutture che necessita dell’approvvigionamento dei materiali estratti;

 la tutela dei valori naturalistici, paesaggistici, ambientali; il restauro dell’ambiente naturale e storico;

il recupero degli assetti alterati in funzione del loro uso sociale;

 la realizzazione di un rapporto equilibrato tra attività economiche ed ecosistema, problematica che si incrocia peraltro con quelli del declino economico e sociale e dei processi d’abbandono di alcune aree collinari - montane interne.

La finalità del miglioramento delle condizioni di vita, mette in particolare evidenza la necessità basilare di individuare forme specifiche di sviluppo sostenibile delle attività che caratterizzano il profilo socioeconomico del contesto locale, coniugandole con le azioni volte alla conservazione attiva di un ineguagliabile compendio di risorse naturali-culturali.

Questa necessità, che rappresenta ormai la sfida centrale delle politiche ambientali a livello europeo, si confronta nel caso di alcune aree provinciali sottoposte ad un lento declino economico (Val di Cecina) con una situazione problematica del tutto specifica, anche se non infrequente in altre zone italiane e toscane.

Un primo aspetto, che le indagini in corso hanno messo progressivamente a fuoco, concerne la rilevanza dei fenomeni d’abbandono nel determinare od aggravare i processi di degrado e la destabilizzazione degli equilibri ambientali. Molti problemi ambientali discendono dal decadimento delle attività produttive agricole e agro-pastorali tradizionali, dall’abbandono dei versanti acclivi, dall’abbandono di alcune aree coltivabili oggi sempre più marginali, del degrado di parte del patrimonio forestale a causa di una gestione improntata allo sfruttamento della risorsa legno, dei castagneti e dei pascoli e dal declino delle

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secolari pratiche manutentive del suolo, ed infrastrutturale (problematica rilevante in Val di Cecina ma anche nel Monte Pisano).

È con queste domande che debbono confrontarsi gli obbiettivi specifici di gestione da perseguire col Piano.

Partendo da e tenendo conto dell’orientamento a livello internazionale dall’Unione Mondiale per la Natura (peraltro non vincolante per l’Europa, ma rappresentante una utile base per orientarsi in materia ambientale), tali obbiettivi possono essere così sinteticamente definiti:

 preservazione della biodiversità e del patrimonio genetico, tutela o ricostituzione della continuità delle matrici ambientali, formazione di una rete ecologica di connessione;

 stabilizzazione idrogeologica, difesa del suolo, prevenzione di dissesti e calamità;

 tutela delle risorse idriche, prevenzione dell’inquinamento, razionalizzazione della gestione delle acque;

 riqualificazione del patrimonio forestale, tutela della vegetazione caratterizzante;

 manutenzione paesistica (caso tipico il paesaggio agricolo toscano), preservazione della diversità paesistica e dei caratteri culturali tradizionali, salvaguardia dei valori panoramici e della leggibilità del paesaggio;

 protezione di biotopi, habitat ed aree sensibili di specifico interesse geomorfologico, naturalistico, paleontologico, speleologico, archeologico, storico e culturale;

 razionalizzazione e reintegrazione paesistica-ambientale delle attività estrattive, recupero ambientale e paesistico dei siti estrattivi, eliminazione delle attività improprie (per esempio manufatti inutilizzati a servizio dell’attività estrattiva) e degli elementi di degrado;

 restauro degli ambienti storici e naturali degradati, recupero e riuso di quelli irreversibilmente alterati o abbandonati;

In quest’ottica ripercorriamo sinteticamente nella seguente tabella gli obiettivi del PAERP, già ampiamente discussi nel Documento di Avvio del Procedimento, associandovi le attività con cui interagiscono.

Obiettivi derivano

da: interagiscono con:

Autosufficienza dei territori; PRAER trasporti - viabilità

Priorità nell’uso di materiale derivante da riciclo; PRAER edilizia; risparmio energetico;

risparmio di risorsa litica Restituzione di vecchie cave dismesse senza ripristino al paesaggio; PRAER paesaggio

Minimizzazione dei costi sociali ed in particolare di impatto paesaggistico, interferenza sulla risorsa idrica, depauperamento delle biocenosi,

congestione ed usura della viabilità, emissioni in atmosfera; PRAER

paesaggio; trasporti-viabilità; tutela della risorsa idrica; tutela delle biocenosi e della biodiversità Incentivazione delle migliori pratiche estrattive, PRAER risparmio energetico; paesaggio Particolare cura nel programmare i ripristini delle aree interessati da

estrazione PRAER

paesaggio; trasporti-viabilità; tutela della risorsa idrica; tutela delle biocenosi e della biodiversità Salvaguardia delle risorse idriche e mitigazione delle criticità quali-

quantitive della risorsa idrica in Val di Cecina, indotta anche

dall'escavazione d'inerti nell' ambito della pianura alluvionale, PTC tutela della risorsa idrica; tutela del trasporto solido dei corsi d'acqua

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Definizione di criteri progettuali di dettaglio sulle modalità di escavazione e di risistemazione paesaggistica ed ambientale, strettamente correlati alle

caratteristiche dei luoghi in cui insistono le attività estrattive. PTC

paesaggio; trasporti-viabilità; tutela della risorsa idrica; tutela delle biocenosi e della biodiversità Previsione di riuso naturalistico e didattico delle aree di cava dismesse e

recuperate, poste in prossimità di Aree Protette o di S.I.R. o di G.I.R. o

soggetti ad allagamenti e situati lungo rotte migratorie o corridoi ecologici. PTC

paesaggio; trasporti-viabilità; tutela della risorsa idrica; tutela delle biocenosi e della biodiversità Definizione di criteri che favoriscano un’integrazione con il Piano di

smaltimento dei rifiuti, per l'utilizzo come inerti dei materiali di risulta

delle attività di scavo e delle attività edilizie. PTC smaltimento dei rifiuti Pianificazione del riutilizzo delle terre di scavo. Specifico

PAERP smaltimento dei rifiuti

Individuazione di siti da utilizzare per cave di prestito. Specifico PAERP

paesaggio; trasporti-viabilità; tutela della risorsa idrica; tutela delle biocenosi e della biodiversità Priorità del recupero di cave dismesse senza ripristino per il

soddisfacimento della domanda di materiale inerte, su nuovi siti. Specifico

PAERP paesaggio

Da questa schematica disamina ricaviamo ed elenchiamo per chiarezza le attività con le quali gli obiettivi del PAERP interagiscono:

1. sfruttamento della risorsa litica 2. paesaggio

3. trasporti-viabilità 4. edilizia

5. risparmio energetico 6. tutela della risorsa idrica

7. tutela delle biocenosi e della biodiversità 8. smaltimento dei rifiuti

9. tutela del trasporto solido dei corsi d'acqua

In sintesi possiamo strutturare il rapporto ambientale come segue. Dopo una disamina delle caratteristiche geologiche, geomorfologiche e vegetazionali generali di tutta l’area interessata, finalizzata a giustificare le scelte dei giacimenti, si passa ad approfondire queste caratteristiche nelle aree di giacimento.

In relazione alle caratteristiche ambientali generali dell’area di piano e specifiche delle aree di giacimenti ed alle potenzialità di sviluppo della attività estrattiva dai giacimenti individuati si passa a valutare le interazioni con le attività di cui alla lista precedente ed ai documenti di pianificazione eventualmente collegati.

2.3. Stato attuale dell'ambiente 2.3.1.Morfologia

Il territorio della provincia di Pisa interessato da questo terzo stralcio del PAERP si sviluppa nelle porzioni terminali dei bacini idrografici dei fiumi Arno e Serchio. La morfologia è caratterizzata dal netto contrasto tra la piana terminale di Arno e Serchio ed i rilievi spesso fortemente acclivi anche se non sempre di cospicua elevazione dei Monti Pisani e dei Monti d’Oltreserchio.

Per effettuare un esame analitico possiamo quindi individuare dal punto di vista morfologico 3 settori pricipali in questa porzione di territorio della Provincia. Un settore montano, un settore di pianura

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alluvionale ed un settore di pianura costiera. Con l’aiuto dell’immagine satellitare seguente cerchiamo di descrivere a grandi linee gli elementi morfologici salienti di ciascun settore.

Pianura alluvionale

La pianura presenta elevazione leggermente maggiore lungo le fasce di sovralluvionamento adiacenti ai maggiori corsi d’acqua e zone progressivamente più basse allontanandosi da essi. In particolare nel caso dell’Arno questo si verifica soprattutto in sinistra, nel territorio di Cascina, dato che in destra scorre in prossimità del piede dei Monti Pisani. In generale quindi, allontanandosi dai corsi d’acqua, la pianura risulta più bassa, tanto da aver costituito in passato ampie zone palustri se non decisamente lagunari. Il deflusso delle acque da queste zone verso il mare è infatti impedito dalle fasce dunarie parallele alla costa, che nel loro complesso raggiungono una profondità di 5 km. Queste zone sono quindi sede di bonifiche meccaniche intraprese negli anni ’30 del ‘900. Nella piana a sud di Pisa le terre basse sono interrotte dall’alto morfologico, e molto probabilmente anche strutturale, di Coltano, che costituisce una pianura alluvionale debolmente modellata, persistente almeno dal Pleistocene Superiore.

La porzione di pianura sovralluvionata è ben distinguibile nell’immagine satellitare dalla tessitura più fine degli appezzamenti agricoli e dalla maggiore densità di edificato. Procedendo poi nella pianura bassa da est a ovest si osserva un ulteriore ampliamento degli appezzamenti ed un cambiamento di colore verso i toni del bruno. Ciò corrisponde al passaggio da zone di antica bonifica per gravità a recenti zone di bonifica meccanica nelle quali i terreni sono ricchi di torbe. Lo stesso si osserva allontanadosi dal Serchio verso nord e nella zona compresa tra Arno e Serchio.

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Pianura costiera

È la porzione di pianura costruita dall’interazione del sistema fluviale e dall’azione delle correnti marine costiere e del vento. È costituita dai cordoni dunari sabbiosi (tomboli o “cotoni”) disposti parallelamente alla costa e alternati a fasce depresse, sede talora di specchi d’acqua residui (“lame”). Questa porzione di pianura è ben riconoscibile nell’immagine satellitare in quanto è in gran prevalenza ricoperta da bosco e vi sono spesso riconoscibili le alternanze tra “cotoni” e “lame”. Proprio questa geometria che in destra d’Arno è disposta obliquamente rispetto alla linea di costa attuale evidenzia la erosione costiera che negli ultimi decenni ha cancellato tratti della costa per una profondità di alcune centinaia di metri.

Il Monte Pisano e i Monti d’oltreserchio

Il Monte Pisano è un massiccio orografico grossolanamente allungato in direzione NO-SE e circondato su tre lati da pianure alluvionali alle quali si raccorda bruscamente. L’elevazione è limitata a circa 900 m s.l.m. ma l’acclività media si aggira sul 25%. Il crinale principale, lungo il quale corre il confine provinciale, non presenta brusche variazioni di quota. Piuttosto si osserva una netta diminuzione delle quote passando dal settore centrale del Monte, al settore nordoccidentale, quello che si sviluppa a nordovest della valle del Torrente Guappero. In questo settore le quote non arrivano a 500 m, pur mantenedosi l’acclività sugli stessi valori.

Le principali lineazioni morfologiche del Monte sono segnate dall’idrografia che si sviluppa essenzialmente ortogonalmente allo sviluppo del crinale. Prevalgono dunque sul versante sudoccidentale le incisioni vallive orientate NE-SO e, sul versante sudorientale, quello che affaccia sulla piana di Bientina, quelle O-E o NO-SE. Le incisioni vallive maggiori sono, nella Provincia di Pisa, la valle di Calci, solcata dal

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Torrente Zambra, ultimo affluente di destra dell’Arno, la valle di Vicopisano, solcata dal Rio Grande, e la Valle di Buti, solcata dal Rio Magno. Le incisioni vallive sono sede di depositi colluviali e, nei tratti in cui si aprono di depositi alluvionali, strutturati prevalentemente come conoidi che si aprono a ventaglio sula pianura. Sono questi gli unici tratti nei quali il raccordo tra pianura e monte è addolcito da bassa acclività e nei quali conseguentemente si sono sviluppati i principali insediamenti.

Le pendici della porzione centro-meridionale del Monte Pisano sono fittamente ricoperte da depositi di versante. Un particolare rilievo assumono tra di essi le “sassaie”: coltri di blocchi di roccia che raggiungono parecchi ettari di estensione.

Nelle porzioni calcaree del Monte Pisano e nei Monti d’oltresecrchio sono sviluppati fenomeni carsici, spesso intensi.

2.3.2.Geologia

Il Monte Pisano rappresenta uno dei settori strutturalmente più profondi dell’edificio a falde appenninico. Le unità geologiche che lo costituiscono sono infatti riferite alla Unità di Massa, un’unità strutturale di basso grado metamorfico interposta tra la “Falda Toscana” e l’Unità delle Alpi Apuane.

I Monti d’oltreserchio sono invece costituiti dalla porzione calcarea della “Falda Toscana”.

Tutto il settore centro-meridionale del Monte, è costituito dal cosiddetto “Verrucano” e dal suo basamento paleozoico. Il “Verrucano”, che appunto dal Monte Verruca (cima del Monte Pisano, immediatamente incombente sulla piana d’Arno all’altezza di Cascina) prende nome, si è formato nel Triassico medio superiore come successione di conglomerati, areniti e peliti di ambiente deltizio e costiero che durante l’orogenesi appenninica, nel Miocene Inferiore-Medio ha subito metamorfismo di basso grado.

Le Formazioni più diffuse risultate da questa genesi sono le “anageniti” (conglomerati molto saldati, al punto da essere cavati in passato come pietra da macina), le quarziti, che hanno costituito il materiale più diffuso nell’edilizia medievale di Pisa e dei centri contermini, e gli scisti.

Nella zona immediatamente a monte di Uliveto e in tutto il settore nordoccidentale a partire da Asciano affiorano unità sempre di basso grado metamorfico, ma di età più giovane (dal Trias Superiore al Cretaceo Inferiore) e di litologia prevalentemente calcarea. È da una di queste formazioni, i Marmi Ceroidi, affiorante prevalentemente attorno a San Giuliano Terme, che provenivano nel medievo i marmi dei monumenti pisani. Altra formazione molto sfruttata come pietra da taglio è il Calcare cavernoso o calcare

“a cellette”, una formazione del Trias Superiore originatasi a partire da un alternanza di calcari e gessi e trasformata dalla diagenesi prima in dolomie e anidriti, poi in una breccia di collasso della quale siè conservato prevalentemente il cemento calcitico. Le altre formazioni calcaree, in prevalenza calcari a liste e noduni di selce sono stati nellultimo secolo intensamente cavati per produzione di calce e come inerte da costruzione.

La pianura è costituita da depositi sabbiosi, limosi e limoso argillosi. Generalmente, come accennato nel paragrafo descrittivo della morfologia, i depositi sabbiosi prevalgono in prossimità dei corsi d’acqua, mentre allontanandosi da essi si passa a depositi prima prevalentemente limosi, poi argillosi, fino ai depositi torbosi di ambiente palustre. In realtà la distribuzione in superficie ed in profondità dei depositi alluvionali è più complessa a causa del divagare dei principali corsi d’acqua, soprattutto in epoca pre-storica, e delle oscillazioni anche forti del livello del mare connesse alle varie fasi glaciali delle ultime centinaia di migliaia di anni.

2.3.3.Caratteristiche vegetazionali generali dell’area

Il Monte Pisano è caratterizzato dalla presenza di una variegata vegetazione che solo in parte accomuna l'area montuosa alle colline costiere della regione. La vegetazione ha visto profondi

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cambiamenti causati dall'azione dell'uomo, sia a causa dello sfruttamento ai fini della produzione del legname sia per i frequenti incendi che hanno colpito l'area.

L’azione continua dell’uomo ha modificato il complesso vegetazionale del comprensorio dei Monti Pisani: questa azione modificatrice è iniziata sin dalla comparsa dell'uomo, quando i Monti Pisani erano per lo più occupati da fitocenosi a dominanza di leccio nelle zone più termofile e a complessi boschivi di caducifoglie nelle zone più mesofile.

Attualmente gli ambienti caratteristici del comprensorio risultano caratterizzati da una copertura vegetazionale rappresentata a seconda del grado di occupazione umana da boschi o garighe di sclerofille, a dominanza di leccio (Quercus ilex), boschi a castagno, pinete a pino marittimo, boschi misti di latifoglie, aree destinate a oliveti. Mentre le aree occupate da boschi di leccio sono estremamente ridotte e spesso costituite ormai per lo più da individui ridotti a cespugli o comunque di ridotte dimensioni, più estese in zone a rocce calcaree (prevalentemente sul versante meridionale del comprensorio) sono le garighe. Di aspetto assai brullo, queste formazioni vegetazionali hanno sostituto i precedenti complessi boschivi a sclerofille (come le leccete, appunto) a seguito di fenomeni di successione ecologica, spesso dopo ripetuti incendi boschivi.

Sui versanti settentrionali del comprensorio si rinvengono boschi di castagno da frutto estesi in aree più fresche e piovose e ben noti a quanti vi accedono per la raccolta di castagne: qui si ha un esempio della maggiore diversità strutturale dovuta alla presenza di alberi di dimensioni anche ragguardevoli e perciò di nicchie ecologiche del tutto diverse da quelle presenti nelle garighe del versante pisano. Il Castagno ha rappresentato una fonte economica importante, sia per la produzione di “paleria” sia per la produzione di castagne; queste venivano raccolte e portate nei cannicci, piccole case in pietra situate nel bosco tipiche del Monte. Negli ultimi decenni la pianta è soggetta ad un serie di fitopatie, tra le quali il “male dell’inchiostro”

che in pochi anni ha colpito un gran numero di piante ed il “cancro corticale”.

Tra le zone coltivate sono da segnalare prevalentemente gli oliveti, appezzamenti più o meno estesi e che trovano spazi utili nel sistema dei muri a secco, spesso situati negli immediati dintorni degli insediamenti umani, sparsi in molti punti soprattutto del versante pisano. La creazione di questi ambienti è avvenuta per lo più a spese dei boschi di leccio, presenti soprattutto sui versanti esposti a Sud e al sole. La presenza dell’ulivo è attestata fin dal primo medioevo, inizialmente coltivato nella parte pianeggiante dei paesi, in seguito vennero terrazzate alcune zone del monte, con muri realizzati in pietra locale, senza muratura, che permettevano di ricavare un pianoro dove venivano piantati le piante.

La vegetazione dei Monti Pisani presenta caratteristiche diverse anche in base alla esposizione. Dalla parte lucchese e a a N/E si trova un sottobosco ed un microclima più umido, invece dalla parte pisana a S/O, influenzata anche dalla vicinanza del mare, abbiamo un ambiente più assolato e secco. Nelle zone di bassa quota di tutta la catena montuosa si trovano diffusi terrazzamenti di olivi, e nelle quote più alte si trovano estesi castagneti prevalentemente gestiti a ceduo ed in larga parte degradati, quercete, alternati ad estese pinete nate dall'azione di rimboschimento dell'uomo.

Dove sono presenti spazi aperti s’insediano numerose specie arbustive ed erbacee che poi si troveranno abbondanti nei settori maggiormente assolati e con terreno più ricco di scheletro; ricordiamo i cisti, le ginestre e le euforbie.

Sul versante occidentale del Monte Pisano, prevalentemente nella zona posta tra San Giuliano e Asciano, si ritrovano poi diversi individui di leccio sughera, nei secoli passati probabilmente erano più numerosi e si presentavano con esemplari di dimensioni notevoli.

Caratterizzante del Monte Pisano è il Pino fin dal medioevo, i pini erano di proprietà della Repubblica Pisana, dai quali si ricavava legname per la cantieristica navale. A seguito dell'intenso sfruttamento il Monte è andato progressivamente impoverendosi di boschi di buona qualità, successivamente grazie all'azione di

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rimboschimento avvenuta a partire dal secondo dopoguerra il Monte si è progressivamente coperto di Pino marittimo. Oggi tale pianta rappresenta un grande problema sia nel caso di incendi boschivi essendo una essenza resinosa sia perchè è sottoposto ai forti attacchi dell'insetto Matsucoccus feytaudi che determina il rapido disseccamento delle piante.

Il paesaggio vegetazionale dell’area, ricadendo univocamente in un contesto temperato-caldo di tipo mediterraneo, con locali caratterizzazioni in funzione della morfologia, dell’esposizione, della pedologia e della disponibilità idrica presenta la seguente caratterizzazione - fitocenosi :

 Querceto misto a Quercus cerris prevalente: aspetto di transizione tra le leccete e le associazioni di altitudine, con specie predominante il cerro, cui si accompagna il carpino;

 Querceto misto a Quercus pubescens: boschi decidui di tipo submmediterraneo, con specie arborea dominante la roverella;

 Boschi di sclerofille sempreverdi: comunità di tipo mediterraneo diffusa in aree caratterizzate da carenza d’acqua, con specie dominante il leccio e sottobosco ricco;

 Formazioni riferibili genericamente alla macchia mediterranea che si caratterizza come un’associazione floristica complessa in cui la vegetazione si stratifica su tre livelli: un livello superiore formato dalle chiome di piante a portamento arboreo, uno intermedio formato dalla vegetazione di piante a portamento arbustivo o cespuglioso e uno basale formato dalla vegetazione erbacea e dai frutici. Questa stratificazione si ottimizza negli equilibri naturali permettendo il massimo grado di sfruttamento della luce incidente sui tre livelli. In relazione alla composizione floristica e allo sviluppo in altezza della vegetazione, si distinguono due tipi di macchia:

o Macchia alta. La vegetazione dello strato superiore è prevalentemente composta da specie a portamento arboreo, con chiome che raggiungono i 4 metri d'altezza. In questa macchia sono rappresentative le specie arboree del genere Quercus sezione suber (leccio e sughera), quelle del genere Phyllirea (ilatro e ilatro sottile), il corbezzolo, alcune specie del genere Juniperus (in particolare Ginepro rosso), il lentisco e altre di minore diffusione. Questa macchia si estende nelle migliori condizioni pedoclimatiche, evolvendo verso il climax del leccio o foresta mediterranea sempreverde.

o Macchia bassa. La vegetazione dello strato superiore è prevalentemente composta da specie a portamento arbustivo, con chiome che raggiungono al massimo i 2-3 metri d'altezza. In questa macchia sono rappresentative specie arbustive come il lentisco, l'erica, il corbezzolo, il mirto, l'euforbia arborea, le ginestre e altre cespugliose quali i cisti e il rosmarino. Questa macchia si estende in condizioni pedoclimatiche più difficili e involve naturalmente verso il climax delle specie termoxerofile nelle aree più aride.

 Formazioni della gariga: associazione fitoclimatica caratteristica e molto diffusa nell'ambiente mediterraneo, nella maggior parte dei casi la gariga è una formazione floristica secondaria e rappresenti uno stadio involutivo derivato dalla degradazione delle macchie in seguito ai seguenti fattori:

o aridità

o rocciosità del suolo o erosione del suolo;

o pascolo con carichi eccessivi;

o incendi;

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o disboscamento.

La gariga rappresenta uno stadio involutivo delle associazioni fitoclimatiche e la sua presenza diffusa può essere un indice della desertificazione in ambiente mediterraneo.

2.3.4. Caratteristiche ambientali - vegetazionali

L’individuazione dei fattori strutturanti non può evitare di far riferimento a concetti e metodologie consolidate, in particolare quelli adottati per la redazione dalla Carta della Natura (delib. 2/12/96 Comitato aree protette del Ministero dell’ambiente) e più precisamente quello di “ambito territoriale omogeneo”.

In armonia con tali concetti, i fattori strutturanti dell’assetto ecologico sono stati individuati in base alla litologia dei substrati pedogenetici ed alle fasce climatiche vegetazionali (Ferrarini, 1972) come nella griglia di seguito illustrata. La griglia individua situazioni assai differenziate e pur tuttavia ulteriormente diversificabili al proprio interno; ed è in relazione a questa più spinta diversificazione che si può tentare una prima attribuzione del valore complessivo di biodiversità, naturalità e rarità. L’approccio metodologico consiste nel riconoscimento dei fattori caratterizzanti dell’ambiente vegetazionale, col ricorso al concetto di

“unità ambientale”.

Rinviando agli studi di settore per ogni approfondimento, basti qui ricordare che con tale concetto, seguendo le impostazioni metodologiche di Forman e Godron, 1986 e Zonneveld, 1989, si intende un’area relativamente omogenea sotto il profilo macro-litologico e bioclimatico (fascia di vegetazione), caratterizzata da più unità (patch) di vegetazione interagenti, dall’azione antropica o dalla morfologia.

Nell’area in esame, possono essere riconosciute – in linea generale - i seguenti “tipi di unità ambientali”, raggruppabili nei seguenti gruppi, come nella lista seguente:

a. Aree di crinale e di alto versante ad elevata naturalità:

b. Crinali e versanti acclivi con litosuoli con copertura vegetale con formazioni prevalentemente erbacee ed arbustive. Presentano valori elevati di biodiversità ed un buon contingente di specie tipiche, oltre ad ospitare zoocenosi di notevole importanza;

c. Falde detritiche con vegetazione erbacea discontinua colonizzate da vegetazione discontinua con specie vegetali e faunistiche di notevole interesse scientifico; di valore medio alto;

d. Aree extrasilvatiche di degradazione forestale, aree con pascolo intenso e di abbandono agro- silvopastorale

e. Medi e bassi versanti, non o poco acclivi, con copertura continua erbacea, che in seguito a pascolo intenso (ovini e caprini) e incendi hanno sostituito la vegetazione originaria (praterie primarie o, più spesso, foreste di valore medio-basso;

f. Medi e bassi versanti, su suoli con arbusteti di degradazione forestale per incendi o di ricostituzione su ex coltivi e pascoli, cenosi vegetali secondarie, la cui presenza è prevalentemente legata a degradazione della vegetazione originaria causata da ripetuti incendi;

g. Aree con boschi spontanei del piano basale a composizione mista e variabile

h. Medi e bassi versanti, posti prevalentemente nei versanti marittimi, spesso su substrato carbonatico, con boschi misti termofili di caducifoglie; si tratta di boschi anche di alto fusto misti di caducifoglie con netta prevalenza di roverella e orniello.

i. Versanti marittimi e fondovalli del primo entroterra, rivestiti da boschi e macchie di sclerofille sempreverdi e macchia mediterranea, è diffusa per lo più nella parte più bassa delle colline costiere, in particolare su calcare.

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j. Aree boscate a castagneto e forme di degradazione/sostituzione a Pinus Pinaster

k. Medi e bassi versanti, su substrato acido siliceo, con castagneti da frutto o cedui in aree spesso completamente terrazzate, rappresentano una tipologia forestale diffusa in molte aree collinari;

occupano prevalentemente i terreni derivati da rocce silicee, ma in alcuni casi anche in quelli calcarei fortemente dilavati. Si presentano come cedui coetanei, selve da frutto molto spesso abbandonate.

l. Bassi versanti e rilievi modesti della parte marittima, con boschi semi-naturali di conifere (pinete a Pinus pinaster), presente sui terreni delle colline costiere. Spesso il pino marittimo si è diffuso negli ultimi decenni nei terrazzamenti coltivati e poi abbandonati;

m. Aree boscate artificialmente per impianto o neoformazione;

n. Margini pedecollinari, impluvi ed aree prossime a vie di penetrazione e a centri abitati, anche sparsi, colonizzati da boschi di robinia, la diffusione della robinia è molto marcata anche lungo le fasce pedemontane;

o. Aree con risorse idriche e boschi igrofili;

p. Aree coltivate;

q. Aree di contorno ai nuclei abitati stabili, su superfici spianate di modellamento fluviale, con prati, seminativi ed ex coltivi (“casale”), progressiva riduzione della superficie utilizzata, con ricolonizzazione delle aree incolte;

r. Bassi versanti terrazzati e coltivati ad olivo, su sponde esposte a solatìo diffusa soprattutto nelle colline del versante marittimo, di rilevante valore paesaggistico.

La varietà dei tipi ora indicate, e la loro articolata mosaicatura osservabile sulle carte offrono una prova eloquente dell’estrema varietà del paesaggio dei Monti Pisani. Le unità caratterizzate dalla copertura boschiva costituiscono una ampia porzione della superficie complessiva dell’area in esame, ma non va certo dimenticato quella parte costituita da unità “antropizzate” che includono le aree interessate dalle attività umane, in primis l’attività agricola (olivicoltura prevalentemente). Ma, nell’insieme, l’area presenta buoni esempi di quei territori a “naturalità diffusa” che rappresentano una delle maggiori ricchezze del nostro paese. Ai fini della gestione del territorio, tuttavia, è necessario distinguere accuratamente i valori e le criticità con cui bisogna fare i conti e che nell'ottica di ogni azione di progettazione e di realizzazione di interventi di “ripristino ambientale” dei siti estrattivi va tenuta in considerazione.

A tale secondo riguardo occorre rimarcare che il Monte Pisano presenta delle emergenze floristiche (con particolare riferimento alle “specie guida” inserite nella Direttiva Habitat e negli elenchi integrativi e diversi, nonché alle specie di particolare significato fitogeografico).

2.3.5. I problemi del “recupero ambientale” - La colonizzazione naturale delle cave dismesse Si tratta della diffusione spontanea delle specie arboree e arbustive nelle aree delle cave abbandonate o dismesse. La colonizzazione delle cave presenta alcune specificità. Il fronte di cava, infatti, è in genere subverticale o a gradoni e privo di significativi tratti con terriccio o materiale frantumato. Il piazzale sottostante, invece, è pianeggiante, ma il suolo è notevolmente alterato dal frequente e diffuso transito degli automezzi. Le condizioni per la vita della vegetazione forestale risultano, quindi, ancor meno favorevoli di quelle presenti nei corpi franosi. Si può, di conseguenza, ipotizzare un processo di colonizzazione autonomo, peraltro, ancora poco conosciuto. La presenza delle cave nel territorio del Monte presenta certamente un aspetto di degradazione del paesaggio anche a causa del loro impatto visivo, talvolta

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rilevante. Tuttavia, l'impatto delle cave (anche visivo – estetico) potrebbe essere parzialmente attenuato dal ricoprimento e/o mascheramento da parte della vegetazione arborea e arbustiva che s'insedia spontaneamente dopo la cessazione o la dismissione della cava e con azioni mirate di ripristino. La sua conoscenza dei processi di colonizzazione da parte della vegetazione delle vecchie cave potrebbe risultare utile, ad esempio, per stabilire un ordine di priorità negli interventi di recupero e la messa a punto di una metodologia e di prtocolli di progetto.

Dall’analisi dei dati raccolti nei fronti di cava appare che le differenze di composizione delle specie arboree e arbustive presenti nei diversi siti sono dovute soprattutto all'epoca d'abbandono. Un'ulteriore elemento di differenziazione è dovuto alla combinazione del settore territoriale (fattore macroclimatico) con l'esposizione (fattore microclimatico). La natura del materiale estratto (e quindi del substrato) non sembra, invece, svolgere un ruolo rilevante. Ciò può essere spiegato se si considera che, in queste condizioni in cui il suolo manca o non è strutturato, la presenza delle specie arboree e arbustive è probabilmente condizionata più dalla capacità di captare e usare l'acqua che dal chimismo del suolo. Il numero delle specie presenti è, in genere, maggiore, nelle cave di ambienti più freschi (esposizione nord o intermedie verso ovest o est) e, fra queste, in quelle abbandonate da più tempo.

Fra le specie arboree e arbustive colonizzatrici si può certamente annoverare l'orniello e la robinia, presenti ovunque. Nelle cave abbandonate da più tempo sono presenti anche il rovo (Rubus sp.), che in realtà manca in quelle delle esposizioni calde, e l'ailanto. Altre specie presenti nei fronti delle cave da più tempo abbandonate sono: l'edera e il carpino nero e, fra le sporadiche, l'olmo (Ulmus minor), il castagno (Castanea sativa) l'albero di Giuda (Cercis siliquadrum), e il corniolo (Cornus mas).

Nelle cave abbandonate recentemente è sempre presente l'erica arborea, spesso affiancata dalla roverella. In quelle con esposizioni fresche sono presenti anche il corbezzolo e il castagno, mentre solo in quelle settentrionali compaiono anche il cisto (Cistus salvifolius), il biancospino (Crataegus monogyna) e i salici.

La ginestra (Spartium junceum) è tipica delle cave più soleggiate, mentre l’Oenotera biennis è presente in modo ubiquitario e spesso in quantità abbondante. Tra le specie sporadiche, oltre ai rari terebinto, tiglio e pioppo tremulo (Populus tremula), merita segnalare la presenza dell'esotica Paulownia tomentosa che si va diffondendo spontaneamente.

Nei piazzali, a differenza di quanto visto per i fronti di cava, i più dotati di specie arboree e arbustive sono quelli abbandonati più di recente e posti nelle esposizioni più calde. In generale, si può segnalare che la vegetazione arborea e arbustiva insediatasi spontaneamente può arrivare a “mascherare” fino al 75% gli effetti dell’estrazione, ma data la caratteristica delle vecchie lavorazioni effettuate nelle cave dell'area, con

“gradoni” molto verticali, tale effetto è difficilmente rilevabile.

Pertanto, ogni azione di “rinaturalizzazione” delle cave dismesse dovrà essere realizzata partendo da uno studio puntuale della vegetazione dei siti e da una razionale oprara di “ripristino ambientale” che necessita – in determinate situazioni – di interventi di modifica e rimodellamento dei vecchi fronti di cava al fine di consentire l'accrescimento della vegetazione.

2.4. Evoluzione dell'ambiente in assenza del Piano

Esaminare che evoluzione avrebbe l’ambiente di quest’area se il Piano non fosse fatto è più un esercizio di stile che un serio contributo alla valutazione ambientale, poiché la cosiddetta opzione zero, cioè la scelta di non fare il piano, non è optabile per legge. Il Piano va fatto e basta.

Cogliamo comunque l’occasione di questa prescrizione della L.R. 10/2010 – allegato 2, per spiegare ancora una volta perché la legge che impone di fare un piano cave è una legge buona e giusta.

Occorre a questo punto dividere lo scenario futuro in due ipotesi:

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 ipotesi legalista: avverrà solo ciò che è perfettamente lecito

 ipotesi realista: avverrà tutto quello che può ragionevolmente avvenire.

Esaminiamo queste due ipotesi partendo da questa prospettiva comune. Il PAERP non viene fatto, quindi resta vigente il vecchio PRAE, e la disponibilità di materiale inerte per i prossimi 10 anni è quella residua di questi siti, cioè, nel caso ottimistico che tutta la risorsa potenzialmente estraibile venga effettivamente estratta è di circa 4.800.000 m3, peraltro in gran prevalenza di argilla. Ciò significa che, stante un fabbisogno annuo di circa 1,3 Mm3, già nei primi mesi di esercizio del piano questo territorio non produrrà più materiale inerte e sarà dipendente da altri territori.

I siti di cava abbandonati nei quali il piano prevede l’attività di ripristino, resterebbero come sono, abbandonati a se stessi, pericolanti e paesaggisticamente dequalificati. L’impatto paesaggistico a breve termine sarebbe forse minore ma alungo termine persisterebbe l’impatto paesaggistico che goà penalizza questo territorio.

2.4.1.Ipotesi legalista

In assenza di materiale in quantità utile a soddisfare il mercato dell’inerte oltre a quello del laterizio dall’unica cava esistente, il mercato si rivolge alle cave più vicine, quindi alle cave del II stralcio ed a quelle delle Provincie di Livorno, Firenze, Massa Carrara e Lucca. Le immediate e certe conseguenze sono da un lato l’aumento del prezzo del materiale vergine di cava in quest’area, dall’altro l’aumento del traffico di mezzi di trasporto pesante sulle principali arterie di collegamento tra le aree di approvvigiovamento e la Piana pisana, in particolare la SGC FI-PI-LI, la SR 439 Sarzanese – Valdera e la SR 68 Volterrana.

L’aumento del traffico pesante soprattutto su queste due ultime causerebbe disagi al traffico locale, particolarmente intenso soprattutto sulla 68 nei periodi di maggior afflusso turistico, avendo così ripercussioni negative sulle attività di un’area molto più vasta.

Inoltre il più lungo percorso che i mezzi di trasporto dovrebbero fare si tradurrebbe in maggiori costi e maggiori emissioni di CO2, che possono essere così stimati. Assumendo che il maggior percorso che i mezzi dovrebbero fare sia mediamente di 2 * 60 km (che è ad esempio la distanza tra Massa e Cascina) e stimando una portata a mezzo di circa 24 m3, poiché il volume che dovrebbe essere trasportato da queste aree sarebbe di circa 10 Mm3, considerando un consumo medio di un mezzo a pieno carico di 2 l/km di gasolio, un prezzo del gasolio di 1,65 €/l ed un valore di emissioni di 2.650 g di CO2 per l di gasolio, nell’opzione “0” otteniamo, a partire dal 2013 un incremento di emissioni di CO2 di circa 6.600 t/anno. Il materiale trasportato avrebbe inoltre un costo maggiore, soltanto in termini di maggiori costi di carburante di circa 4 €/m3. Stimando in altrettanto i costi di ammortamento ed esercizio del mezzo, e considerando un costo medio del materiale di circa 12 €/m3 l’aumento che ne deriverebbe può essere valutato in circa il 65%.

2.4.2.Ipotesi realista

Il sensibile aumento del materiale vergine da cava, comporterebbe la tendenza da parte degli operatori del settore a reperire materiale il più vicino possibile al sito di trasformazione o di utilizzo finale. In questo modo sarebbero sempre più frequenti le cosiddette “bonifiche agrarie” effettuate senza una reale necessità agronomica, ma solo per reperire materiale inerte e come esse tutte le attività di movimento terra dalle quali asportare materiale in modo più o meno lecito. È pur vero che le norme sulle terre e rocce da scavo pongono limiti stretti a queste pratiche, ma è altrettanto vero che il controllo che la pubblica amministrazione deve porre in atto per far rispettare la legge in queste circostanze è molto impegnativo e rischia quindi di essere inefficace.

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Occorre quindi mettere in conto, in caso di opzione “0” un aumento delle estrazioni di materiale inerte abusive e quindi incontrollate, e quindi fortemente impattanti sul territorio.

2.5. Caratteristiche ambientali delle aree pianificate per l’attività estrattiva

L’individuazione dei fattori strutturanti non può evitare di far riferimento a concetti e metodologie consolidate, in particolare quelli adottati per la redazione dalla Carta della Natura (delib. 2/12/96 Comitato aree protette del Ministero dell’ambiente) e più precisamente quello di “ambito territoriale omogeneo”.

In armonia con tali concetti, i fattori strutturanti dell’assetto ecologico sono stati individuati in base alla litologia dei substrati pedogenetici ed alle fasce climatiche vegetazionali (Ferrarini, 1972) come nella griglia di seguito illustrata. La griglia individua situazioni assai differenziate e pur tuttavia ulteriormente diversificabili al proprio interno; ed è in relazione a questa più spinta diversificazione che si può tentare una prima attribuzione del valore complessivo di biodiversità, naturalità e rarità. L’approccio metodologico consiste nel riconoscimento dei fattori caratterizzanti dell’ambiente vegetazionale, col ricorso al concetto di

“unità ambientale”.

Rinviando agli studi di settore per ogni approfondimento, basti qui ricordare che con tale concetto, seguendo le impostazioni metodologiche di Forman e Godron, 1986 e Zonneveld, 1989, si intende un’area relativamente omogenea sotto il profilo macro-litologico e bioclimatico (fascia di vegetazione), caratterizzata da più unità (patch) di vegetazione interagenti, dall’azione antropica o dalla morfologia.

Nell’area in esame, possono essere riconosciute – in linea generale - i seguenti “tipi di unità ambientali”, raggruppabili nei seguenti gruppi, come nella lista seguente:

a. Aree di crinale e di alto versante ad elevata naturalità:

b. Crinali e versanti acclivi con litosuoli con copertura vegetale con formazioni prevalentemente erbacee ed arbustive. Presentano valori elevati di biodiversità ed un buon contingente di specie tipiche, oltre ad ospitare zoocenosi di notevole importanza;

c. Falde detritiche con vegetazione erbacea discontinua colonizzate da vegetazione discontinua con specie vegetali e faunistiche di notevole interesse scientifico; di valore medio alto;

d. Aree extrasilvatiche di degradazione forestale, aree con pascolo intenso e di abbandono agro- silvopastorale

e. Medi e bassi versanti, non o poco acclivi, con copertura continua erbacea, che in seguito a pascolo intenso (ovini e caprini) e incendi hanno sostituito la vegetazione originaria (praterie primarie o, più spesso, foreste di valore medio-basso;

f. Medi e bassi versanti, su suoli con arbusteti di degradazione forestale per incendi o di ricostituzione su ex coltivi e pascoli, cenosi vegetali secondarie, la cui presenza è prevalentemente legata a degradazione della vegetazione originaria causata da ripetuti incendi;

g. Aree con boschi spontanei del piano basale a composizione mista e variabile

h. Medi e bassi versanti, posti prevalentemente nei versanti marittimi, spesso su substrato carbonatico, con boschi misti termofili di caducifoglie; si tratta di boschi anche di alto fusto misti di caducifoglie con netta prevalenza di roverella e orniello.

i. Versanti marittimi e fondovalli del primo entroterra, rivestiti da boschi e macchie di sclerofille sempreverdi e macchia mediterranea, è diffusa per lo più nella parte più bassa delle colline costiere, in particolare su calcare.

j. Aree boscate a castagneto e forme di degradazione/sostituzione a Pinus Pinaster

(18)

k. Medi e bassi versanti, su substrato acido siliceo, con castagneti da frutto o cedui in aree spesso completamente terrazzate, rappresentano una tipologia forestale diffusa in molte aree collinari;

occupano prevalentemente i terreni derivati da rocce silicee, ma in alcuni casi anche in quelli calcarei fortemente dilavati. Si presentano come cedui coetanei, selve da frutto (cultivar da farina) molto spesso abbandonate.

l. Bassi versanti e rilievi modesti della parte marittima della catena, con boschi semi-naturali di conifere (pinete a Pinus pinaster), presente sui terreni delle colline costiere. Spesso il pino marittimo si è diffuso negli ultimi decenni nei terrazzamenti coltivati e poi abbandonati (Monte Pisano, colline della bassa Val di Cecina, ecc.);

m. Aree boscate artificialmente per impianto o neoformazione

n. Versanti collinari con boschi artificiali di conifere, diffusa in alcune aree interne appartenenti soprattutto all’orizzonte submontano, in seguito ad interventi di rimboschimento con finalità prevalentemente idrogeologica, condotti nel corso di questo secolo. Le specie principali sono, il pino silvestre, cipresso, ecc;

o. Margini pedecollinari, impluvi ed aree prossime a vie di penetrazione e a centri abitati, anche sparsi, colonizzati da boschi di robinia, la diffusione della robinia è molto marcata anche lungo le fasce pedemontane;

p. Aree con risorse idriche e boschi igrofili

q. Ripe fluviali e margini di torrenti con boschi ed arbusteti igrofili di estensione significativa solo ai margini dell’area in esame e lungo alcuni affluenti del Fiume Cecina, Serchio, Arno;

r. Aree coltivate

s. Aree di contorno ai nuclei abitati stabili, su superfici spianate di modellamento fluviale, con prati, seminativi ed ex coltivi (“casale”), progressiva riduzione della superficie utilizzata, con ricolonizzazione delle aree incolte;

t. Bassi versanti terrazzati e coltivati ad olivo, su sponde esposte a solatìo diffusa soprattutto nelle colline del versante marittimo, di rilevante valore paesaggistico;

u. Aree collinari coltivate a vite, nelle aree collinari più vocate, unità presente con estensioni significative in aree limitate del territorio considerato; inoltre parcelle modestissime di vigneto si riscontrano frequentemente anche nelle aree di contorno ai nuclei abitati;

v. Altre aree coltivate (prevalentemente a cereali quali il grano duro e il grano tenero, oppure colture oleaginose quali il girasole) della fascia collinare e dei fondovalle (prevalentemente in Val di Cecina);

La varietà dei tipi ora indicate, e la loro articolata mosaicatura osservabile sulle carte offrono una prova eloquente dell’estrema varietà del paesaggio della provincia pisana. Le unità caratterizzate dalla copertura boschiva costituiscono una ampia porzione della superficie complessiva dell’area in esame, ma non va certo dimenticato quella parte costituita da unità “antropizzate” che includono le aree interessate dalle attività umane, in primis l’attività agricola. Ma, nell’insieme, l’area provinciale presenta buoni esempi di quei territori a “naturalità diffusa” che rappresentano una delle maggiori ricchezze del nostro paese. Ai fini della gestione del territorio, tuttavia, è necessario distinguere accuratamente i valori e le criticità con cui bisogna fare i conti. Ciò ha comportato da un lato, l’attribuzione di un giudizio sintetico di valore naturalistico (basato sui valori riferibili alla biodiversità, alla naturalità ed alla rarità) a ciascun tipo di unità ambientale, dall’altro, l’individuazione di specifici fattori di qualificazione e di criticità, espressamente cartografabili.

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Spe cie Arboree

Fam. Ace race ae

Acer opalus Willd. (Loppo) Fam. Corilacae

Ostrya carpinìfolia Scop. (C arpino nero) Fam. Cupre ss aceae

Cupressus semperv irens L. (C ipresso com une) Fam Fagacae

Quercus cerris L. (C erro) Quercus ilex L. (Leccio) Quercus pubescens Willd. (Roverella) Quercus robur L. (Farnia) Quercus sem previrens L. (Quercia) Fam. Leguminosae

Robinia pseudoacacia L. (Acacia) Fam. Pinacae

Pinus pinaster Aiton (Pino m arittimo) Pinus pinea L. (Pino da pinoli) Fam. Salicace ae

Populus alba L. (Pioppo bianco) Populus nigra L. (Pioppo nero) Salix alba L. (Salice bianco) Sahx cinerea L. (Salice cenerino) S alix purpurea L. (Salice rosso)

A tale secondo riguardo nelle schede dei siti sono state evidenziate le emergenze floristiche (con particolare riferimento alle “specie guida” inserite nella Direttiva Habitat e negli elenchi integrativi e diversi, nonché alle specie di particolare significato fitogeografico). Sono state altresì evidenziate le aree di maggior criticità, per esposizione alle pressioni antropiche ed ai fattori di degrado.

2.2.1.Principali associazioni floristiche

Al fine di orientarsi nella consultazione delle schede floristiche dei siti di giacimento è stata redatta una sintetica guida alle principali associazioni floristiche rilevate.

La seguente tabella elenca le principali specie arboree rilevate nei siti esaminati suddivise per famiglie.

Specie arboree tipiche della macchia mediterranea

Gli alberi devono far fronte a lunghi periodi di aridità del terreno, per questo sono di solito sempreverdi oppure arbusti e piante aromatiche.

Leccio Quercus ilex

Quercia da sughero Quercus suber

Carrubo

Ceratonia siliqua

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Le seguenti tabelle elencano le principali specie arbustive rilevate nei siti esaminati suddivise per famiglie.

Specie arbustive tipiche della macchia mediterranea

Fanno parte della macchia mediterranea diverse specie accomunate da alcune caratteristiche (crescita bassa, fusti resistenti, foglie rigide e coriacee) che le rendono capaci di tollerare i venti salmastri che soffiano dal mare.

Erica arborea Erica arborea

Euforbia arborea Euphorbia dendroides

Lentisco

Pistacia lentiscus

Cisto villoso Cistus incanus

Cisto marino Cistus

monspeliensis

Cisto femmina Cistus salviifolius

Alloro

Laurus nobilis

Corbezzolo Arbutus unedo

Mirto

Myrtus communis

Rosmarino Rosmarinus officinalis

Cappero

Capparis spinosa

Palma nana

Chamaerops humilis

Ginepro rosso Juniperus oxycedrus

Ginepro licio Juniperus phoenicea

Alaterno

Rhamnus alaternus

Orniello Fraxinus ornus

Olivastro (oleastro, olivo selvatico) Olea europaea var.

sylvestris

Ilatro

Phillyrea latifolia

Ilatro sottile Phillyrea angustifolia

Ginestra dei Carbonai

Cytisus scoparius

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Ginestra odorosa Spartium junceum

Ginestra spinosa Calycotome spinosa

Sparzio villoso Calycotome villosa

Caprifoglio mediterraneo

Lonicera implexa Stracciabraghe Smilax aspera

Oleandro

Nerium oleander

Pungitopo Ruscus aculeatus

Specie rappresentative di formazioni a gariga

Helichrysum italicum Lavandula stoechas Rosmarinus officinalis

2.6. Problemi relativi ad aree di rilevanza ambientale

2.6.1. I problemi del “recupero ambientale” - La colonizzazione naturale delle cave dismesse Si tratta della diffusione spontanea delle specie arboree e arbustive nelle aree delle cave abbandonate o dismesse. La colonizzazione delle cave presenta alcune specificità. Il fronte di cava, infatti, è in genere subverticale o a gradoni e privo di significativi tratti con terriccio o materiale frantumato. Il piazzale sottostante, invece, è pianeggiante, ma il suolo è notevolmente alterato dal frequente e diffuso transito degli automezzi. Le condizioni per la vita della vegetazione forestale risultano, quindi, ancor meno favorevoli di quelle presenti nei corpi franosi. Si può, di conseguenza, ipotizzare un processo di colonizzazione autonomo, peraltro, ancora poco conosciuto.

La presenza delle cave nel territorio della Provincia certamente un aspetto di degradazione del paesaggio anche a causa del loro impatto visivo, talvolta rilevante. Tuttavia, con una certa frequenza l'impatto visivo delle cave è parzialmente attenuato dal ricoprimento e/o mascheramento da parte della vegetazione arborea e arbustiva che s'insedia spontaneamente dopo la cessazione o la dismissione della cava. Non è certamente su questo processo che si può fondare un razionale recupero dei siti estrattivi abbandonati. Tuttavia, la sua conoscenza potrebbe risultare utile, ad esempio, per stabilire un ordine di

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priorità negli interventi di recupero. Le cave già parzialmente ricoperte di vegetazione potrebbero, infatti, essere recuperate in un momento successivo rispetto a quelle ancora completamente spoglie.

Dall’analisi dei dati raccolti nei fronti di cava appare che le differenze di composizione delle specie arboree e arbustive presenti nei diversi siti sono dovute soprattutto all'epoca d'abbandono. Un'ulteriore elemento di differenziazione è dovuto alla combinazione del settore territoriale (fattore macroclimatico) con l'esposizione (fattore microclimatico). La natura del materiale estratto (e quindi del substrato) non sembra, invece, svolgere un ruolo rilevante. Ciò può essere spiegato se si considera che, in queste condizioni in cui il suolo manca o non è strutturato, la presenza delle specie arboree e arbustive è probabilmente condizionata più dalla capacità di captare e usare l'acqua che dal chimismo del suolo. Il numero delle specie presenti è, in genere, maggiore, nelle cave di ambienti più freschi (esposizione nord o intermedie verso ovest o est) e, fra queste, in quelle abbandonate da più tempo.

Fra le specie arboree e arbustive colonizzatrici si può certamente annoverare l'orniello e la robinia, presenti ovunque. Nelle cave abbandonate da più tempo sono presenti anche il rovo (Rubus sp.), che in realtà manca in quelle delle esposizioni calde, e l'ailanto. Altre specie presenti nei fronti delle cave da più tempo abbandonate sono: l'edera e il carpino nero e, fra le sporadiche, l'olmo (Ulmus minor), il castagno (Castanea sativa) l'albero di Giuda (Cercis siliquadrum), e il corniolo (Cornus mas).

Nelle cave abbandonate recentemente è sempre presente l'erica arborea, spesso affiancata dalla roverella. In quelle con esposizioni fresche sono presenti anche il corbezzolo e il castagno, mentre solo in quelle settentrionali compaiono anche il cisto (Cistus salvifolius), il biancospino (Crataegus monogyna) e i salici.

La ginestra (Spartium junceum) è tipica delle cave più soleggiate, mentre l’Oenotera biennis è presente in modo ubiquitario e spesso in quantità abbondante. Tra le specie sporadiche, oltre ai rari terebinto, tiglio e pioppo tremulo (Populus tremula), merita segnalare la presenza dell'esotica Paulownia tomentosa che si va diffondendo spontaneamente.

Nei piazzali, a differenza di quanto visto per i fronti di cava, i più dotati di specie arboree e arbustive sono quelli abbandonati più di recente e posti nelle esposizioni più calde.

In generale, si può segnalare che la vegetazione arborea e arbustiva insediatasi spontaneamente può arrivare a “mascherare” fino al 75% gli effetti dell’estrazione.

2.7. Obiettivi di protezione ambientale pertinenti al piano

Riprendendo la disamina di obiettivi di piano enunciata al paragrafo 2.1., selezioniamo quelli che hanno valenza di protezione ambientale. Poiché molti tra gli obiettivi generali di piano hanno comunque almeno una ricaduta sulle matrici ambientale, li dividiamo tra quelli che hanno una valenza diretta e quelli che hanno una valenza indiretta.

Obiettivi di piano con valenza di protezione ambientale diretta

1. Restituzione di vecchie cave dismesse senza ripristino al paesaggio;

2. Minimizzazione dei costi sociali ed in particolare di impatto paesaggistico, interferenza sulla risorsa idrica, depauperamento delle biocenosi, congestione ed usura della viabilità, emissioni in atmosfera;

3. Particolare cura nel programmare i ripristini delle aree interessati da estrazione

4. Salvaguardia delle risorse idriche e mitigazione delle criticità quali-quantitive della risorsa idrica in Val d’Era, indotta anche dall'escavazione d'inerti nell' ambito della pianura alluvionale,

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5. Definizione di criteri progettuali di dettaglio sulle modalità di escavazione e di risistemazione paesaggistica ed ambientale, strettamente correlati alle caratteristiche dei luoghi in cui insistono le attività estrattive.

6. Previsione di riuso naturalistico e didattico delle aree di cava dismesse e recuperate, poste in prossimità di Aree Protette o di S.I.R. o di G.I.R. o soggetti ad allagamenti e situati lungo rotte migratorie o corridoi ecologici.

Obiettivi di piano con valenza di protezione ambientale indiretta 7. Autosufficienza dei territori;

8. Priorità nell’uso di materiale derivante da riciclo;

9. Incentivazione delle migliori pratiche estrattive,

10. Definizione di criteri che favoriscano un’integrazione con il Piano di smaltimento dei rifiuti, per l'utilizzo come inerti dei materiali di risulta delle attività di scavo e delle attività edilizie.

11. Pianificazione del riutilizzo delle terre di scavo.

12. Individuazione di siti da utilizzare per cave di prestito.

13. Priorità del recupero di cave dismesse senza ripristino per il soddisfacimento della domanda di materiale inerte, su nuovi siti.

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3. ANALISI DEI POTENZIALI IMPATTI

In una VAS si valutano gli impatti che possono prevedibilmente essere conseguenza dell’atto di pianificazione. Nel nostro caso dunque esamineremo gli impatti complessivi che la previsione di attività estrattive sul territorio potrà ragionevolmente provocare.

Descriviamo anzitutto per sommi capi un’attività estrattiva al fine di focalizzare i principali impatti sulle matrici ambientali.

3.1. Il ciclo dell’utilizzo della risorsa lapidea

La risorsa lapidea si trova nel sottosuolo. Anche se esistono cave ottenute scavando a fossa in zone di pianura, i casi più frequenti sono di cave in collina o montagna. Nel territorio della Provincia di Pisa le rocce sono quasi ovunque ricoperte da suolo vegetale, e quindi il primo passo nello sfruttamento della risorsa consiste nella rimozione della copertura vegetale e del suolo. Si procede quindi a scavare sul versante con mezzi meccanici ed eventualmente con esplosivi, formando dei terrazzamenti separati da gradoni molto acclivi. Spesso, per garantire l’accesso dei mezzi meccanici ai vari settori della cava e per collegare la stessa alla viabilità principale occorre aprire nuove strade. La gestione del materiale cavato necessita di uno o più piazzali di stoccaggio temporaneo, sufficientemente ampi da consentire comodi movimenti dei mezzi di carico e trasporto del materiale. I piazzali vengono generalmente realizzati nel terrazzamento più basso, o comunque nel più ampio.

Quando non sono ospitati direttamente dai piazzali di cava gli impianti di frantumazione, lavaggio e vaglio del materiale di cava sono comunque a breve distanza dalla cava. Gli impianti necessitano di acqua per il lavaggio e vasche di sedimentazione dei fanghi di risulta.

Gli impianti devono essere a portata di una viabilità camionabile.

3.2. Gli impatti dell’attività di estrazione di inerti

Dalla sintetica analisi condotta nel paragrafo precedente possiamo ricavare il seguente elenco di impatti primari:

1. sottrazione di copertura vegetale 2. sottrazione di suolo

3. modifica del paesaggio 4. emissione di polveri 5. emissione di CO2

6. emissione di rumore 7. prelievi idrici

8. scarichi in corpi idrici superficiali 9. aumento del traffico pesante

Da questi impatti primari è possibile derivare gli impatti secondari indicati nella tabella seguente. In essa è riportata anche una colonna che indica il grado di permanenza dell’impatto. I valori previsti sono:

“breve”, in caso di impatto dovuto ad eventi transitori contemplati dall’attività pianificata, “medio” in caso di impatto dovuto a specifiche fasi dell’attività, e “lungo” in caso di impatto legato all’insieme dell’attività, che, lo ricordiamo è qui pianificata su di un arco temporale di 10 anni. Poiché gli impatti sono generati a partire dai singoli sito di previsione dell’attività estrattiva, i quali non saranno attivati tutti in contemporanea, gli impatti saranno, localmente di medio termine. Poiché però, gli impatti delle singole attività estrattive sono valutati in sede di VIA, in questa sede si valuta l’impatto complessivo, e quindi la durata attribuita è lunga.

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