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600.000 e altre azioni teatrali per Giuliano Scabia, di Stefano Casi

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Academic year: 2021

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RECENSIONE

Stefano Casi, 600.000 e altre azioni teatrali per Giuliano Scabia,

Pisa, Ets, 2012, pp.284.

di Massimo Marino

È un libro denso quello che Stefano Casi ha dedicato alle azioni di decentramento guidate da Giuliano Scabia nei quartieri periferici della Torino della Fiat e delle ribellioni sociali tra il 1969 e il 1970. Multiplo già nel titolo, 600.000 e altre azioni teatrali per Giuliano Scabia, dove quell’imponente numero sta a indicare la partecipazione massiccia della città cresciuta all’ombra della Grande Fabbrica all’“autunno caldo”, che ebbe il suo culmine negli scontri di Corso Traiano del luglio 1969. Il libro analizza – inserendola in quel momento storico di particolare effervescenza – l’esplorazione di nuove strade per il teatro politico, segnate dalle sperimentazioni del Nuovo Teatro che già aveva serrato i suoi ranghi a Ivrea nel 1967 per provare (senza riuscirvi) a darsi una configurazione e una poetica condivise. Ma soprattutto coglie un momento di svolta nell’opera artistica (non solo teatrale) di Giuliano Scabia.

Poeta cresciuto intorno alla Nuova Musica e al Gruppo 63, egli esplora la scena alla ricerca di una nuova lingua dell’immaginario, portando proprio grazie all’esperienza di Torino a definitiva consapevolezza la necessità di dilatare il teatro per renderlo sonda della società e dell’interiorità, paesaggio comunitario mobile intessuto di artigianalità, capacità dialogica, scavo della psiche profonda e delle sue figure, entro il quale interpretare e ricostruire il presente. La formula che più di ogni altra Scabia ripeterà nel racconto conclusivo dell’esperienza è “teatro è… teatro è anche…”, rompendo i confini del palcoscenico (delimitato o meno dalla quarta parte), portando la relazione teatrale nelle assemblee di quartiere, nel rapporto faccia a faccia, nelle strade, nell’incontro con i bambini (poi sarebbero venuti i “matti”, le memorie dell’Italia contadina e di molti altri gruppi più o meno marginali).

Casi sottolinea come in quegli anni la centralità della cultura esploda verso un “decentramento” ancora guidato dai centri; ma soprattutto in direzione dell’“eccentrico” e dell’“acentrico”, preparando la scena degli anni Settanta, che si muoverà verso l’esplorazione di ogni tipo di diversità e molteplicità, fino a fare del “gruppo di base”, dell’“animazione”, del “lavoro con” uno degli orizzonti di ricerca più fertili. L’autore racconta

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con accurata e ampia documentazione i mesi cruciali di quel particolare esperimento torinese che cambierà le regole del gioco, pur tra mille difficoltà avanzate dello stesso ente promotore: il Teatro Stabile di Torino si ritroverà tra le mani, anche per l’esplosiva situazione sociale e politica della città, una vera e propria bomba che cercherà più volte di disinnescare.

Scabia, con alcuni collaboratori, fonda gruppi di lavoro alla Falchera, a Corso Taranto, a Mirafiori Sud, a Le Vallette, in collegamento con situazioni sociali presenti nei quartieri (comitati, gruppi di parrocchia, centri sociali, scuole), per costruire la drammaturgia con gli abitanti e creare spettacoli che interpretino la situazione di vita e i problemi principali dei luoghi. Lunga è soprattutto l’opera di tessitura per rendere operanti luoghi d’incontro e per trovare spazi dove far crescere e rappresentare gli spettacoli, con continui conflitti con la stessa committenza e con vari altri soggetti, con una costante opera di travisamento da parte dei media. Il lavoro viene svolto saltando da un punto periferico della città all’altro, sempre in zone dormitorio dove la fabbrica ha concentrato esseri umani senza fornire i servizi elementari per una vita decente.

Scabia mette a punto un suo metodo di resoconto scritto proprio qui a Torino: prima del teatro c’è un canovaccio (lo schema vuoto), che via via acquista parole e echi di corpi, diventando a posteriori una sorta di “romanzo teatrale”, dopo essere stato agito su palcoscenici che spesso corrispondono a un’ampia zona geografica e umana. Nel racconto/diario del decentramento di Torino, pubblicato in Teatro nello spazio degli scontri (Bulzoni 1973), punta l’attenzione soprattutto sul processo di composizione di un “teatro a partecipazione”. Casi ne rievoca tutti i passaggi, ricostruendo abilmente il contesto, i presupposti, il metodo (che peraltro si precisa secondo un procedimento di ipotesi-prova-errore-trasformazione), i risultati spettacolari. Ripercorre azioni che guardano al teatro popolare e a quello politico, che usano attori, burattini e pupazzoni, inserti documentari, testimonianze tratte dai giornali e invenzioni fantastiche, che affrontano affrontando temi come gli scontri di Corso Taranto ma anche la situazione di discriminazione nella scuola utilizzando la famosa Lettera a una professoressa di don Milani e i dati di un libro inchiesta sui lavoratori studenti.

Sottolinea la novità dell’uso del teatro-giornale e di un’azione non stop di 33 ore (Sistema di

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reparto chiuso) realizzata dall’allora nascente gruppo di Assemblea Teatro sulla reclusione

manicomiale. Alla fine si contano quattro spettacoli La linea di condotta, 600.000, Un nome

così grande, L’alienante rapporto di potere rappresentato dall’autobus di linea n. 59 dell’Atm nei confronti del quartiere Le Vallette di Torino, l’installazione Sistema chiuso, un’azione di

strada (La casa del giovane operaio), un film (Cinegiornale di Corso Taranto), un progetto di spettacolo con i bambini (Teatrino di Corso Taranto).

Interessanti sono le conclusioni di Casi, che vede in questo lavoro di Scabia un affinamento di idee precedenti, variamente sperimentate in ambito teatrale dal 1965, quando con la scrittura “in scena” di Zip per Carlo Quartucci e un gruppo di attori aveva iniziato a lavorare all’ipotesi di una lingua teatrale radicata nel presente. Lo studioso bolognese avanza l’idea che il metodo assembleare di Torino rappresenti la realizzazione di quel dialogo di verifica con gli spettatori che avrebbe dovuto accompagnare la forma aperta e assembleare di

Scontri generali, il suo testo in forma di test sulle contraddizioni della sinistra bloccato dalla

miopia politica dei produttori (l’Associazione dei Teatri dell’Emilia Romagna), impauriti da ipotesi di contestazione all’ortodossia. Casi ipotizza, giustamente, che a Torino Scabia metta a punto strumenti che poi perfezionerà in altri viaggi teatrali, come le azioni con il drago in Abruzzo (Forse un drago nascerà), come quelle con i bambini a Sissa (tra le origini nobili dell’animazione teatrale), come Marco Cavallo nell’ospedale psichiatrico di Trieste diretto da Franco Basaglia, come le ricerche sulle radici culturali del Gorilla Quadrumàno sull’Appennino Reggiano e in altri luoghi e di Storia vera a Mira. Un teatro provocato da una poesia in cerca di una lingua all’altezza dei tempi (delle contraddizioni, degli scontri, dei desideri, delle visioni dei tempi), per riformulare il concetto stesso di comunità. Un teatro che punta sul processo di ricerca più che sul prodotto spettacolare, creando soprattutto

teatri mentali che pongono la questione fondamentale della natura – della composizione,

estensione, materia, delicatezza – dell’immaginario di un’epoca. E, di conseguenza, dei possibili modi di vivere e di sognare in una società.

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