1 Il fiume Serchio

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1 Il fiume Serchio

Il fiume Serchio nasce nell’alta Garfagnana da due rami, uno che scende dalle Alpi Apuane e l’altro dagli Appennini. Il ramo che nasce dalle Alpi Apuane ha alcune sorgenti tra la cima del monte Pisanino (m 1947) e quella del Pizzo d’Uccello (m 1718) all’interno della conca di Orto di Donna e altre oltre la piana di Gorfigliano sul versante opposto del monte Pisanino. Da queste sorgenti si origina il cosiddetto Serchio di Gramolazzo, che oggi è sbarrato da una diga e forma un lago assai esteso; il Serchio di Gramolazzo è detto anche “il Fiume di San Michele” dal nome della chiesa di Sant’Angelo situata lungo il suo corso. Il ramo che nasce dagli Appennini, invece, ha le sue origini sia nella vallata di Soraggio “Serchio di Soraggio”, dove sono identificabili più sorgenti perenni, sia nei boschi di Dalli sotto il Passo di Pradarena (m. 1579), fra la cima Belfiore (m.1810) ed il monte Sillano (m. 1847) “Serchio di Sillano”. Questi due corsi d’acqua scendono insieme dopo essersi riuniti verso Piazza del Serchio. In realtà, tra tutte le sorgenti nessuna di queste può essere ritenuta la vera sorgente del fiume, in quanto esso nasce da una fitta ragnatela di sorgenti e di infiltrazioni subalvee e non c’è una sorgente particolarmente importante o più ricca delle altre; infatti soltanto dopo che tutti i rami e i corsi si sono riuniti in uno solo oltre Piazza al Serchio, sotto le gole di San Donnino, si forma veramente il fiume. Da qui scende verso Castelnuovo e poi verso la piana di Lucca, scorrendo in direzione da Nord-Ovest a Sud-Est e segnando con il suo corso la naturale divisione fra il massiccio delle Apuane e la catena degli Appennini. Oltrepassato Castelnuovo, il fiume è costretto a compiere una grande curva per superare le rocce di Monte Perpoli e raggiunge, quindi. il Ponte di Campia attraverso una strettissima gola incassata fra i monti. La valle si apre nuovamente ed il fiume lambisce, sulla sinistra, i pianori e colline di Barga, di Coreglia e di Ghivizzano, fino ad incontrare la gola di Calavorno, dove la valle stessa si restringe nuovamente. Quindi, il Serchio, va a sfociare nell’ampio pianoro di Fornoli dove incontra la Lima, il suo maggiore affluente proveniente dai monti dell’Abetone, e forse per effetto della sua confluenza cambia direzione da Sud-Est in Sud.

La vallata si apre di nuovo ed il Serchio, oltrepassate le arcate del ponte del Diavolo, lambisce sulla destra le colline di Borgo a Mozzano, il piano di Decimo e la conca di Valdottavo. Poi supera le ripide strette di Rivangaglio e si affaccia a Sesto di Moriano, nella pianura di Lucca, dove termina il suo corso libero. Il fiume scorre da qui in avanti in un alveo artificiale e pensile sulla piana dove sorge Lucca e si dirige verso la foce in direzione Sud Ovest.Dopo aver costeggiato le colline di Moriano, di San Quirico e di Sant’Alessio, il

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Serchio raggiunge il Ponte San Pietro e quindi Montuoso. Poi supera la stretta di Ripafratta e piega bruscamente verso Nord Ovest, passa da Vecchiano e si getta nel mar Ligure, con una foce situata pochi chilometri a nord rispetto a quella dell’Arno. A valle di Ripafratta, in estate, il fiume resta quasi asciutto perché le sue acque sono utilizzate per l’irrigazione dal Canale Macinante; dopo Vecchiano si riempie nuovamente di acqua perché l’abbassamento del fondale provoca un fenomeno di rincollo dal mare.

Così dopo 103 km di percorso termina il viaggio del Serchio. Dalle sorgenti fino a Sesto di Moriano il tracciato corrisponde a quello antichissimo, fatta eccezione per i laghi di Castelnuovo e di Barga che esistevano in epoca geologica. Da Sesto di Moriano fino alla foce, invece, ha cambiato completamente il suo tracciato, in quanto prima di essere imbrigliato e incanalato con un lavoro secolare, esso scorreva libero nella pianura lucchese, disegnando una ragnatela di rami e di corsi e aprendosi la strada verso l’Arno e il mare attraverso la depressione di Bientina e la stretta di Ripafratta.

Il bacino idrografico del fiume Serchio è rappresentato in figura 1.1

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1.1 Evoluzione del percorso del fiume Serchio dall’era pliocenica all’età

moderna

1.1.1 Notizie storiche ed evoluzione del nome: dall’Ausar a Serchio

Le più antiche notizie storiche sul fiume Serchio risalgono al geografo greco Strabone (vissuto dal 64 a.C. al 21 circa d.C.), il quale scrive nel suo trattato “Geographica” che Pisa nasce fra due fiumi confluenti, l’Arno e l’Ausar, che provengono uno da Arezzo e l’altro dall’Appennino. Successivamente ne parla lo scrittore latino Plinio il Vecchio (vissuto dal 23-24 al 79 d.C.) nella sua opera “Naturalis Historia”, dove afferma che Pisa è situata fra i fiumi Auser ed Arno. Bisogna attendere la metà del V secolo d.C. per avere altre notizie sul Serchio e ce le fornisce il poeta Claudio Rutilio Namaziano che descrive il suo ritorno in patria, compiuto via mare a causa delle pessime condizioni delle pianure toscane, nel poemetto “De reditu”. Egli scrive che la sua prima tappa è Pisa, città che i fiumi Arno ed Ausur cingono con acque gemelle. Cassiodoro, uomo politico e letterato del VI secolo, in due epistole scritte per conto del re Teodorico, ordina di mantenere navigabili i fiumi Arno ed Anser per il trasporto di legname con cui costruire le navi da guerra. Infine Gregorio Magno, papa dal 590 al 604, racconta, in un brano dei suoi “Dialoghi”, del miracolo compiuto dal vescovo Frediano di Lucca. Quest’ultimo avrebbe cambiato il corso del fiume Ausarit, che scorreva presso le mura della città e che spesso inondava la campagna danneggiando le coltivazioni, con un semplice rastrello.

Tutti questi scrittori ci presentano il fiume con un nome diverso: Ausar (Strabone), Auser (Plinio il Vecchio), Ausur (Rutilio Namaziano), Anser (Cassiodoro), Ausarit (Gregorio Magno) ed il fiume continuerà a cambiare nome nei secoli successivi, come scritto in alcuni documenti altomedievali che riportano il nome del fiume con numerose variazioni grafiche, intorno però a due tempi principali: Auser ed Auserculus. Il corso orientale veniva chiamato Auser (Ausere, Ausare, Ausure, Osare) e quello occidentale Auserculus (Auserculo, Auserclo, Serculo, Serclo, Serchium). Non si sa a quando risale questa doppia denominazione e il motivo che l’ha causata, ma potrebbe risalire al tempo in cui l’Auser era il corso principale e l’Auserculus (piccolo Auser) quello secondario. In seguito, invece, l’Auser sparisce e l’Auserculus (oggi chiamato Serchio) diventa il corso principale.

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1.1.2 Evoluzione geologica

Prima dell’età pliocenica ci fu il sollevamento delle Apuane e degli Appennini e nel mezzo si formarono grandi conche che successivamente si riempirono d’acqua. Vennero a crearsi così una serie di laghi, tra cui i più importanti erano quelli di Castelnuovo e di Barga. Queste conche non erano vallate di erosione e neanche bacini prodotti dalla formazione di argini glaciali e alluvionali, ma sinclinali formatisi durante il sollevamento delle rocce circostanti, nei quali si raccolsero le acque del Serchio e degli altri corsi d’acqua che scorrevano dalle montagne. Durante il Pliocene il Serchio terminava il suo percorso in questi laghi e la sua foce si trovava a Sesto di Moriano, all’inizio dell’altra grande depressione che diverrà poi la piana di Lucca (De Stefani, 1887). I laghi che si trovavano nell’alta valle del Serchio erano disposti a scala, in modo che le acque del fiume, dipartendosi dal più elevato, scendevano via via agli altri, finché traversatili tutti raggiungevano il mare (De Stefani, 1876).

Alla fine del Pliocene, con il progressivo sollevamento delle montagne ed il ritiro del mare, i laghi si svuotarono e le acque della conca di Castelnuovo si aprivano la strada attraverso una gola strettissima e profonda fra le rocce (Masini, 1937). Il Serchio proseguì il suo cammino attraverso gli strati emersi percorrendo in senso longitudinale la valle. Si aprì in questo modo la sua strada fra le montagne, dalle sorgenti fino a Sesto di Moriano, e modellò così quella valle incassata che oggi è la valle del Serchio, mantenendo sostanzialmente lo stesso tracciato, ma abbassando il suo profilo di circa 200 metri (De Stefani, 1887).

Durante il Pliocene, a causa del sollevamento regionale e del progressivo ritiro del mare, la conca passò da un regime marino ad un regime lagunare e lacustre favorito anche dallo svuotamento dei laghi della Garfagnana. La depressione lucchese fu interessata anche in seguito da periodi di sollevamento tettonico e da cicli di sedimentazione lacustre e fluviale. Si formarono così i rilievi delle colline di Montecarlo e delle Cerbaie, che separarono la piana di Lucca da quella della Val di Fievole. Accanto a questi rilievi, in tempi ancora successivi, si formarono le depressioni di Fucecchio ad Est, e quella di Bientina ad Ovest (Nardi et al., 1987).

Il passaggio da un regime lacustre ad un regime fluviale e fluviodelizio provocò il protrarsi della foce del Serchio, che allungo il suo percorso di circa 34 km e arrivò a scaricare le sue acque in Arno nei pressi di Calcinaia (Masini, 1937).

Durante il Pleistocene si ha un progressivo innalzamento del letto dell’Arno, per cui le acque del Serchio furono costrette a cercarsi un altro sbocco. Il fiume si spinse verso Sud

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marino passò a valle incassata. Grazie a questa nuova via, il Serchio raggiunse nuovamente l’Arno ed il mare (Paderi, 1932).

1.1.3 Epoca preistorica

In epoca preistorica l’orografia della piana lucchese era, nei suoi aspetti principali, simile a quella di oggi e cioè chiusa a settentrione dalle Apuane e dalle Pizzorne, col monte Pisano di fronte e con due sbocchi, l’uno sulla depressione di Bientina e l’altro su quella di Ripafratta (Masini, 1956). Nella pianura correvano libere le acque del Serchio, le quali disegnavano una ragnatela di rami principali e di piccoli corsi. I rami più importanti erano due: il primo scorreva ad Est della pianura, confluiva nella depressione di Bientina e poi andava a finire in Arno; il secondo scorreva ad Ovest della pianura, si dirigeva verso la stretta di Ripafratta per poi confluire in Arno e anche nel mar Ligure. Alcuni studiosi ritengono che in questo periodo il Serchio sia stato un affluente dell’Arno presso Pisa. Altri sono dell’opinione che già allora il fiume abbia avuto la sua foce direttamente nel mare Ligure. E’ probabile che il delta dell’Arno e quello del Serchio si confondessero fra di loro, per cui mentre un ramo del Serchio confluiva nell’Arno, un altro scaricava le sue acque in mare (De Navasques, 1899).

Il ramo orientale del fiume formava una zona paludosa o un lago presso Bientina a causa di depositi alluvionali dell’Arno che costituivano un ostacolo al deflusso del Serchio. Questa ipotesi è stata avvalorata dalla scoperta di una piroga nel padule di Bientina, cioè una barca scavata in un tronco d’albero adatta alla navigazione di laghi e usata dai primitivi italici all’età del ferro (Paderi, 1932). Nei secoli successivi continuano a cambiare le condizioni idrografiche della depressione di Bientina. Scompare o diminuisce notevolmente la superficie lacustre o paludosa a causa di una minore alimentazione da parte dell’Auser che ha subito lavori di arginazione. Si pensa anche a uno spostamento dell’Arno a Sud delle sue stesse alluvioni, in modo da poter ricevere più facilmente le acque del Serchio e da consentirne un rapido deflusso.

1.1.4 Età romana

I corsi del Serchio che attraversavano la piana rappresentarono un problema per l’insediamento delle popolazioni, ma al tempo stesso contribuirono al sorgere del centro abitato, infatti le acque del fiume furono molto importanti per le coltivazioni agricole,

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l’allevamento del bestiame, la pesca. I corsi d’acqua furono anche utilizzati come vie di comunicazione e consentirono il commercio e lo scambio dei prodotti agricoli.

Il toponimo Lucca, da una radice “luk”, luogo paludoso, di origine celto-ligure, ci fa capire che si tratta di un villaggio, e in seguito di una città, fondato in vicinanza delle acque. L’antico piano della città, ricostruito dagli storici e dagli archeologi, ricorda quello di un “castrum” di forma quadrata. Il lato Nord delle mura romane ha però un orientamento irregolare, mentre gli altri tre lati sono tendenzialmente rettilinei ed ortogonali, la costruzione e l’orientamento di questo lato fu condizionato dalla presenza del fiume e dalle sue pericolose piene (Sommella e Giuliani, 1974).

Nel primo secolo a.C. i nuovi insediamenti nel territorio di Lucca e la costruzione di strade resero necessarie ingenti opere di canalizzazione e di arginatura dei rami del fiume, al quale fu impedito di correre libero attraverso la campagna, evitando così di danneggiare le coltivazioni e di ostacolare il transito nelle strade. Anche la depressione del Bientina fu bonificata per consentire intensi e stabili insediamenti umani. Per quel che riguarda il ramo occidentale del fiume, dopo aver superato la stretta di Ripafratta, esso doveva confluire nell’Arno presso Pisa, come risulta dalle testimonianze di Strabone (“Pisa giace fra due fiumi confluenti: l’Arno e l’Ausar”), di Plinio il Vecchio (“Pisa è situata fra i fiumi Auser ed Arno”), di Claudio Rutilio Namaziano (“l’Arno e l’Ausur cingono Pisa con acque gemelle”). La testimonianza di questi scrittori, relativa alla confluenza dei due fiumi, può essere difficilmente contraddetta anche se non esistono prove geografiche a dimostrarne il vero e quindi può essere considerata abbastanza precisa (Masini, 1956). Bisogna anche tenere conto del fatto che in epoca romana la costa marina era più arretrata di quella attuale di circa 5 km, quindi fino a San Pietro a Grado, e che il corso finale dell’Arno prima della sua rettifica, avvenuta nel 1340-1341, era alquanto tortuoso.

Un documento antichissimo, la Tavola Peutingeriana, una carta disegnata da anonimo nel II secolo d.C., sembrerebbe avvalorare la tesi di una foce diretta in mare, contraddicendo Strabone e gli altri scrittori su una confluenza del Serchio in Arno presso Pisa. Bisogna tener presente però che la tavola che oggi possediamo è una copia eseguita nei secoli successivi, quando la foce del Serchio era già sicuramente in mare. Questo fatto potrebbe avere influenzato l’anonimo copista.

Nel V secolo, col decadere della potenza romana e l’arrivo delle invasioni barbariche, la pianura lucchese subì un brusco peggioramento, cessarono i lavori di bonifica e di sistemazione dei corsi d’acqua, la cura e la vigilanza delle strade e dei ponti. Il fiume

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1932). Questa ipotesi è confermata dal poeta Claudio Rutilio Namaziano, il quale nel 1416 d.C. fu costretto a compiere via mare il viaggio da Roma a Pisa per ritornare nella Gallia a causa delle pessime condizioni della campagna toscana.

Gli anni 570-580 furono caratterizzati da una piovosità eccezionale e vi furono inondazioni ed allagamenti causati dalle piene del Serchio. Il vescovo di Lucca, Frediano, vide i danni arrecati alle campagne e decise di porvi rimedio. Gregorio Magno descrive la miracolosa deviazione del fiume, costretto a seguire il rastrello del santo, ma è probabile che il vescovo abbia posto fine agli allagamenti facendo costruire una solida arginatura che impedisse al fiume di recare altro danno (Donati, 1784).

Dopo l’intervento del vescovo Frediano, non abbiamo notizia di altri lavori eseguiti sui rami del fiume nel periodo longobardo e, successivamente in quello carolingio. In quel tempo deve essere stata data particolare attenzione al Serchio per assicurare, soprattutto, la transitabilità delle strade, visto che Lucca era diventata in quel periodo un importante centro stradale per le comunicazioni tra Nord e Sud (Natali, 1994).

1.1.5 Periodo altomedievale

Grazie a documenti storici, all’ausilio della toponomastica, alla fotografia aerea, allo studio dei sedimenti e dei depositi alluvionali e all’esame dei dati rilevabili dalla carta ipsometrica è possibile ricostruire, con buona approssimazione, il tracciato dei corsi del fiume che in quel periodo attraversavano la pianura lucchese. Sono stati rintracciati un corso orientale, uno occidentale e altri rami che si dipartivano da quelli intrecciandosi fra loro disegnando una fitta ragnatela di corsi d’acqua.

Il Serchio una volta entrato nelle pianura lucchese bagnava innanzitutto alcuni terreni della Brancoleria e poi la Pieve di Sesto di Moriano (Barsocchini, 1853). Da Sesto il fiume si dirigeva verso Est gettandosi su Saltocchio (Guidi e Parenti, 1910), lambisce Marlia e prima di San Pietro a Vico il fiume si suddivide in due grandi rami:

? Il corso occidentale (Auserculus) era spostato verso Est rispetto al corso attuale del Serchio (Barsocchini, 1853), costeggiava la piana morianese, la collina di Monte San Quirico e la piana di Sant’Alessio. Presentava un corso tortuoso, non rettilineo come ora, e un alveo continuamente modificato dalle piene. Anche nei pressi di Monte San Quirico la riva sinistra del fiume era spostata più ad Est rispetto all’attuale, mentre la riva destra lambiva la base della collina di San Quirico. Nella piana di Sant’Alessio,

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raggiunta Nave, il Ponte del Marchese e quello di San Pietro, Montuoso e quindi Ripafratta, Vecchiano, l’Arno ed il mare. Dopo San Pietro A Vico si distaccava un ramo del fiume che si dirigeva verso l’Acquacalda e poi verso la località detta “Tumba”. Da qui piegava verso occidente e poi verso mezzogiorno costeggiando la cinta delle mura romane di Lucca (Mencacci e Zecchini, 1982). Questo ramo si riunisce al Serchio nei pressi di Montuolo (Paderi, 1932).

? Il corso orientale (Auser) era il ramo del fiume che dopo Marlia si dirigeva verso Lammari (Ambrosiani, 1980). Probabilmente era il ramo più antico, quello che proprio per questo è stato chiamato anche Paleoserchio, il quale dopo avere attraversato la pianura ad Est di Lucca, riempiva la depressione del Bientina formando un lago e poi scaricava le sue acque in Arno mediante un emissario detto Serezza (Nardi, 1987). Da Lammari il fiume descriveva un grande arco a falce di luna e raggiungeva Lunata, poi veniva il villaggio di Antraccoli, così chiamato per essere posto in mezzo ai rami del fiume, e poi quello di Gurgite. Da qui scendeva verso Capannori e Tassignano, bagnando la località detta Quarto o Canubbia, continuava verso il padule di Bientina, seguendo in gran parte il percorso dell’attuale corso Rogio. Nei pressi di Antraccoli e di Gurgite (Pieve San Paolo) si distaccava un ramo dell’Auser che andava verso occidente scorrendo a poca distanza a sud di Lucca e bagnava le località di Toringo, Mugnano, Sorbano, Berciano, Ronco, Salissimo, Pontetetto, Vicopelago, Fagnano, Meati, Gattaiola, Montuoso, dove confluiva nel Serchio (Castagnoli, 1948).

1.1.6 Dall’età comunale in poi

Dalla fine del 1100, con l’affermarsi delle istituzioni comunali, la regolazione delle acque del Serchio rappresentò uno dei maggiori problemi per il governo lucchese. Gli impegni erano rivolti soprattutto a liberare la città e la campagna dai pericoli e dai danni causati dalle inondazioni. Il problema principale era quello di riunire in un solo alveo i corsi del fiume e probabilmente il primo lavoro, atto a soddisfare questo scopo, fu la costruzione di un grosso e forte muro a Saltocchio. Questo muro è stato costruito nei primi anni del 1300 a cura di Amedeo Fiadone e doveva impedire alle acque di scorrere verso Sud-Est, interrompendo così il corso orientale (Donati, 1784). I lavori di arginazione non dovettero andare avanti , infatti, lo storico fiorentino Giovanni Villani afferma che nel 1342 la pianura di Lucca era

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da San Pietro a Vico si gettava sulla città). Egli narra nella sua “Cronica” che l’esercito fiorentino, per raggiungere i pisani asserragliati sul colle San Quirico, passò due rami del fiume, ma non riuscì a superare il terzo.

Sul finire del XV secolo si ripresentò il problema di regolare il corso del fiume, che aveva abbandonato il vecchio letto e si era sparso per le campagne di San Pietro a Vico. Si ha così una svolta decisiva per i lavori di arginazione con la costituzione di una speciale magistratura per il fiume, l’ “Offizio sopra il fiume” Serchio, avvenuta nel 1505. Nel 1538 l’Offizio deliberò di riunire in un solo alveo, dal ponte di Moriano fino a quello di San Quirico, i rami del Serchio. L’”argine grande di Saltocchio”, come venne chiamato, fu costruito negli anni 1552-1553, secondo un progetto dell’ingegnere Giovanni Maria Cambi. Il 14 Ottobre 1569 l’Offizio deliberò il prolungamento della nuova arginatura, dal Ponte di San Quirico fino a quello di San Pietro, e i lavori vennero eseguiti da prete Piero della Lena nel 1588. I nuovi margini non bastarono e nel 1623 una grossa piena travolse nuovamente gli argini dalla parte di levante e le acque del Serchio, che allagarono la campagna lucchese, tornarono a scaricarsi nel lago di Bientina. Lo stesso avvenne con la piena del 1695.

Il 20 Agosto 1699 fu decretata la costruzione di un nuovo argine, “argine reale”, che doveva andare dal Ponte di Moriano a quello di San Quirico. L’argine fu costruito nel 1728, purtroppo però, la sua altezza era sempre troppo bassa e non riuscì ad evitare altre inondazioni.

Nel 1761 fu chiamato a far parte della magistratura sul fiume, l’esperto in idraulica e ingegneria, Gian Attilio Arnolfini, il quale cominciò col sostituire le gabbionate di legname ripiene di ghiaia con solidissime scogliere formate da grossi massi di pietra. Vennero costruite 12 miglia di robusti argini che resistettero alla piena del 1772 (Donati, 1784). Dal 1775 al 1785 il governo granducale aveva provveduto a rettificare anche la parte finale del corso del Serchio, da Vecchiano a Migliarino, eliminando le anse e le tortuosità dell’antico alveo (che prese il nome di fiume Morto) e spostando la foce verso Ovest. Tutti i lavori svolti consentirono un deflusso più rapido in mare delle acque del fiume. Nel 1812 una nuova piena dimostrò ancora la pericolosità del Serchio e fu chiamato a far parte della magistratura del fiume l’architetto Lorenzo Nottolini. Egli portò a termine l’arginatura iniziata da Arnolfini, progettò e diresse i lavori di arginazione delle due rive dal ponte di Moriano fino a Ripafratta. Gli argini costruiti da Nottolini costituiscono l’arginatura attuale, e il Serchio, finalmente vinto, scorre dal ponte di Moriano in poi in un letto artificiale e pensile sulla pianura e le piene non sono più riuscite a rompere le rive e a inondare le

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