Un codice della "Tebaide" fra Boccaccio, Petrarca e Francesco Nelli

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STUDI SUL BOCCACCIO

FONDATI E GIÀ DIRETTI DA VITTORE BRANCA

DIREZIONE: GINETTAAUZZAS, CARLODELCORNO,

MANLIOPASTORESTOCCHI

Volume quarantacinquesimo

Editi sotto gli auspici

dell’Ente Nazionale Giovanni Boccaccio

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Copyright 2017 by Editoriale Le Lettere – Firenze Si ringrazia per la concessione delle immagini: Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Firenze, Archivio di Stato.

Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana - su concessione del M. BACT. È vietata ogni ulteriore riproduzione con qualsiasi mezzo.

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FRA BOCCACCIO, PETRARCA E FRANCESCO NELLI*

I. Introduzione

Di Francesco Nelli sappiamo ancora molto poco. Nasce a Firen-ze all’inizio del Trecento, dopo il 1304, come si ricava da una lettera in cui Petrarca scrive che Nelli sarebbe dovuto morire dopo di lui per-ché era più giovane di lui1. La famiglia di origine apparteneva a una

nobile casata fiorentina: sia il nonno Nello di Rinuccio che il padre Niccolò di Nello furono priori della città2. Intraprende prima la

car-riera notarile e poi quella ecclesiastica. Dal 6 aprile del 1351, ma for-se anche da prima, è priore della chiesa dei Santi Apostoli nella sua città natale, da cui si allontanò di rado. A parte un paio di viaggi in Ro-magna per motivi ignoti3, nella primavera del 1357 va ad Avignone per

* Ringrazio Marco Petoletti, Michael D. Reeve e Silvia Rizzo per la lettura e i pre-ziosi consigli.

1Si tratta della Sen. XVII 2 a Boccaccio del 28 aprile 1372, in cui Petrarca esclama a proposito del fatto che il Certaldese, come già Nelli, aveva espresso il desiderio di mo-rire prima di lui: «Heu michi, hoc et Simonides noster (scil. Nelli) optaverat, heu iterum, voto nimium efficaci! cum ipse michi, siquis humanis ordo foret in rebus, superstes esse debuerit» (§ 111); per testo e paragrafatura di questo epistolario il rinvio è qui e sempre a FRANCESCOPETRARCA, Res seniles, a cura di S. Rizzo, con la collaborazione di M. Berté,

Firenze, Le Lettere, 2006-, 4 voll. (l’ultimo, con i ll. XIII-XVII, i.c.s.).

2Per le notizie biografiche vd. H. COCHIN, Un amico di Petrarca: lettere del Nelli al

Petrarca pubblicate di su un manoscritto della Nazionale di Parigi. Edizione italiana

auto-rizzata dall’autore, Firenze, Le Monnier, 1901 [I ed. ID., Un ami de Pétrarque: lettres de Francesco Nelli à Pétrarque, Paris, H. Champion, 1892], pp. I-LVII; F. NOVATI, rec. a H. CO

-CHIN, Un ami de Pétrarque…, cit., in «Giornale storico della letteratura italiana», XXI,

1893, pp. 400-406, con ulteriori dati biografici ed emendamenti testuali, di cui Cochin ha tenuto conto nella sua riedizione del 1901 in traduzione italiana a cura di G.L. Passerini; P. GARBINI, Nelli, Francesco, in Dizionario biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell’En-ciclopedia Italiana, vol. LXXVIII, 2013, p. 190, che rimanda alla voce consultabile solo on line: www.treccani.it.

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cre-un’ambasceria presso la curia al fine di caldeggiare la nomina di un amico ad abate del monastero di San Salvi nel suburbio di Firenze. In Provenza si trattiene per circa un anno; lì segue l’educazione del figlio di Petrarca, Giovanni, e in occasione di un pellegrinaggio a Valchiusa incontra gli amici d’infanzia del poeta (Guido Sette, Lello Tosetti, il prevosto di Saint-Omer Stefano Colonna e Ludovico Santo di Berin-gen). Nel novembre del 1358 risulta nuovamente a Firenze e probabil-mente l’anno seguente diventa segretario privato e collaboratore del vescovo fiorentino Filippo Dell’Antella. Nel corso del 1361 sostituisce Zanobi da Strada, scomparso nell’estate di quell’anno, nel ruolo di spenditore del gran siniscalco Niccolò Acciaiuoli e si trasferisce a Na-poli, dove muore di peste nell’estate del 1363 e dove viene sepolto.

È principalmente noto per i suoi rapporti d’amicizia con il vesco-vo Angelo Acciaiuoli, Boccaccio e Petrarca. Il legame, strettissimo, con quest’ultimo è documentato dalla loro fitta corrispondenza epi-stolare, che si distende cronologicamente dal 1350 fino al 1362 e con-siste in 30 lettere di Nelli e 44 di Petrarca4. È da questo loro scambio

do che il Boccaccio si incontrasse col Nelli in Romagna nel ’53 […]; e il Nelli stesso ci di-ce che traversò la Romagna tornando da Avignone nel ’58»; vd. anche ivi, pp. 12-16 e 134 n. 175 e A. FORESTI, Aneddoti della vita di Francesco Petrarca, nuova edizione corretta e ampliata dall’autore, a cura di A. Tissoni Benvenuti, con una premessa di G. Billanovich, Padova, Antenore, 1977, p. 244 n. 8, dove si legge che a Ravenna Nelli aveva conferma-to a Boccaccio la notizia del trasferimenconferma-to di Petrarca a Milano presso i Visconti, mostran-dogli una lettera del poeta.

4Tutte le epistole di Nelli sono tramandate da un unico manoscritto non autografo, il Par. Lat. 8631, sono state edite da H. COCHIN, Un amico di Petrarca…, cit., pp. 47-152, e poi ristampate con qualche correzione in Lettere a Petrarca, traduzione e note a cura di U. Dotti, Torino, Aragno, 2012, pp. 3-221. Diversamente da Cochin che rispetta l’ordi-namento del manoscritto, Dotti ripristina quello cronologico, per il quale vd. A. FORESTI, Aneddoti…, cit., pp. 301-313 e E.H. WILKINS, A Survey of the Correspondence between

Petrarch and Francesco Nelli, in Studies on Petrarch and Boccaccio, a cura di A.S.

Bernar-do, Padova, Antenore, 1978, pp. 89-94. D’ora in avanti do per prima la numerazione ara-ba di Dotti, cui rimando anche per la paragrafatura, e fra parentesi quadre, in numeri ro-mani, quella corrispondente di Cochin. Le epistole petrarchesche sono così suddivise: 29

Familiari, 6 Sine nomine, 3 Epystole, 3 Varie e altrettante Senili; queste ultime, però,

so-no così poche soltanto perché due anni dopo l’inizio della raccolta Nelli muore. La pri-ma lettera è datata 19 novembre 1350 ed è scritta da Nelli nell’intervallo dei loro due in-contri (vd. infra, n. 6); l’ultima è del 21 dicembre 1362 e risponde a una missiva di Petrar-ca perduta. Il loro dialogo epistolare fu sicuramente più nutrito: dalle lettere sopravvis-sute si desume l’esistenza di varie altre che non si sono conservate. Non abbiamo episto-le di Nelli ad altri (ma vd. infra, n. 60) e nessuna di quelepisto-le a Petrarca risulta avere avuto una circolazione indipendente dalla silloge parigina.

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che si ricavano le principali notizie su di lui, fra cui quella dei loro due incontri. Il primo avviene nell’ottobre del 1350, quando, nel corso del suo viaggio giubilare a Roma, Petrarca trascorre qualche giorno a Fi-renze accolto calorosamente dalla cerchia dei suoi ammiratori: Boc-caccio, Lapo da Castiglionchio, Forese Donati e appunto Nelli. Il se-condo si colloca nel dicembre dello stesso anno, al ritorno di Petrar-ca da Roma. Rimasto colpito dall’ingombrante breviario che questi portava con sé nel suo pellegrinaggio, Nelli decide di mandargliene uno di formato più maneggevole rifiutandosi di essere pagato per il suo dono librario5.

Sebbene non sia il primo della legio devota fiorentina a entrare in contatto con il poeta e, quando prende il coraggio di scrivergli in pri-ma persona, metta subito avanti il nome di Boccaccio come una «sor-ta di lasciapassare esibito all’ingresso del cenacolo da un mittente an-cora incerto dell’accoglienza», rapidamente si guadagna il ruolo di portavoce e di interlocutore privilegiato6. A lui infatti Petrarca

con-fida i suoi pensieri più intimi e gli afcon-fida il compito di restituire a La-po il preziosissimo codice con quattro orazioni di Cicerone che si era tenuto più di un quadriennio7, ma soprattutto gli dedica i Rerum se-nilium libri, con il nome di Simonide in quanto sacerdote e vate8.

Pe-5Vd. Epist. 3 [XII], 2, scritta da Firenze il 30 gennaio 1351. Petrarca gli risponde con la Var. XXIX (= Disp. XIII); vd. A. FORESTI, Aneddoti…, cit., p. 256.

6G. CHIECCHI, Il tema consolatorio nell’epistolario tra Francesco Nelli e Petrarca, in «Studi petrarcheschi», XVI, 2003, pp. 149-195: 151. Si tratta della già ricordata prima let-tera di Nelli a Petrarca (vd. supra, n. 4), scritta per comunicargli che aveva saputo dell’in-cidente a cavallo avvenuto il 17 o 18 ottobre del 1350 a Bolsena, a causa del quale il poe-ta era spoe-tato costretto dai medici a due settimane di convalescenza. Dell’accaduto Petrar-ca aveva dato notizia a BocPetrar-caccio nella Fam. XI 1 del 3 novembre, che l’aveva riferito ai suoi sodali fiorentini, come Nelli infatti non manca di precisare: «Illos (scil. amorem et do-lorem) pulsantes in mente sentio et quasi loquentes audio: "scribe, arripe calamum, edis-sere quantum amare perceperis expressi casus sinistri seriem in literis nostro Iohanni Boc-caccio directis"» (Epist. 1 [I], 1). L’espressione «legio devota» è dello stesso Nelli: vd.

Epi-st. 17 [XVI], 8 del 10 ottobre 1356 e H. COCHIN, Un amico di Petrarca…, cit., p. LV.

7Vd. Fam. XVIII 11, 3 scritta a Nelli il 14 novembre 1355, che era presente quan-do a Firenze Lapo gli aveva dato in prestito il libello ciceroniano: «Curabis ut ciceronia-nus hic libellus suus, quem ab illo quondam te presente suscepi, ad eundem quam primum perveniat».

8Vd. supra, n. 1; Sen. I 3, 46 dell’8 giugno 1362 in risposta alla consolatoria di Nel-li per la morte del figNel-lio Giovanni e di Ludovico di Beringen, il Socrate dedicatario del-l’altra raccolta di lettere di Petrarca; Sen. III 1, 32 del 7 dicembre 1363 a Boccaccio, con il compianto per la scomparsa di amici cari, fra i quali Nelli.

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trarca ne conserva le lettere ed è probabile che sia stato lui a racco-glierle, se è vera, come credo, l’ipotesi che l’attuale Par. Lat. 8631 di-scenda dallo scrittoio del loro destinatario (unico caso, per altro, fra tutti i suoi corrispondenti)9.

Di una sua pratica poetica, che l’appellativo di Simonide datogli da Petrarca presuppone e che è confermata indirettamente da una let-tera di Salutati10, non è rimasta alcuna traccia, come, del resto,

nep-pure di una sua attività in prosa, fatta eccezione per le lettere a Petrar-ca, che presentano un netto scarto qualitativo rispetto a quelle del cor-rispondente, ma sono comunque apprezzabili. Pur tuttavia il loro primo editore Henri Cochin non ha mancato di rilevarne i barbarismi, i solecismi, il latino contaminato da medievismi o volgarismi; inoltre nel recensirne questa prima edizione, un anno dopo Francesco No-vati ne ha condannato lo stile senza appello:

È molto brutta la prosa del Nelli! Tanto brutta anzi, che di pochi fra i suoi contem-poranei si può dire che scrivessero peggio […]. Forse in Firenze stessa egli attese all’«arte notaria»; e nei tre anni che dedicò a quegli studi non s’abbeverò certo ad al-tre fonti che i formulari non fossero. Forse più tardi, sotto la scorta di Forese Dona-ti, […] si accostò agli autori classici […], a Virgilio, ad Orazio, ad Ovidio, a Teren-zio, a Seneca. Ma il male era fatto11.

Non maggior credito gli ha concesso Remigio Sabbadini, secon-do il quale «la cultura di Nelli si mantiene entro modesti confini»12.

Gli autori citati nelle sue lettere sono ben pochi oltre a quelli

elenca-9Vd. G. BILLANOVICH, Petrarca letterato. I. Lo scrittoio del Petrarca, Roma, Edizio-ni di Storia e Letteratura, 1995 [I ed., ivi, 1947], p. 277 n. 3.

10La lettera è indirizzata proprio a Nelli, che Salutati loda, insieme a Petrarca, per aver sprezzato le cose mondane e aver onorato la poesia: vd. Epistolario di Coluccio

Salu-tati, a cura di F. Novati, Roma, Istituto Storico Italiano, 1905, vol. IV/1, pp. 241-245: 244.

Coluccio gli manda anche una seconda lettera, databile – come la prima – fra il 1351 e il 1363, dove accosta di nuovo il nome di Nelli a quello di Petrarca quali glorie fiorentine nel mondo, gli chiede gli scritti del ‘loro Francesco’ e nella rubrica lo appella così: «Ho-nesto virtuosoque viro d. fratri priori Sanctorum Apostolorum ac alumpno Pyeridum si-bi patri karissimo» (vd. ivi, 1911, vol. IV/2, pp. 619-621: 618).

11F. NOVATI, rec. a H. COCHIN, Un ami de Pétrarque…, cit., pp. 402-403; il giudi-zio di Novati è citato anche da G. ORLANDI, Novati e Petrarca cent’anni dopo, in Petrarca

e la Lombardia. Atti del Convegno di Studi di Milano, 22-23 maggio 2003, a cura di G.

Frasso, G. Velli, M. Vitale, Roma-Padova, Antenore, 2005, pp. 337-355: 352.

12R. SABBADINI, Le scoperte dei codici latini e greci ne’ secoli XIV e XV, Firenze, Le Lettere, 1996 [I ed. Firenze, Sansoni, 1914], vol. II, p. 174.

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ti nel passo di Novati: Persio, Stazio, Giovenale fra i poeti e Cicero-ne, Sallustio, Plinio il giovaCicero-ne, Donato fra i prosatori.

Petrarca però ne loda l’eloquenza e la grafia. In un’epistola a lui indirizzata nel 1359, lamentando il fatto che le lettere di Nelli gli giungono sempre non ‘intatte’, ossia non sigillate, e con grande ritar-do, ne attribuisce la responsabilità a chi le intercetta e ne resta ammi-rato non solo dallo stile ma dalla rara e insolita forma della scrittura:

Nec illud inter pretereunda posuerim, quod sepius questi sumus, epystolis quidem tuis stili decus obstare ne ad me intacte, neve nisi post longum tempus veniant13; nec

stili modo sed apicum14raram et insolitam quandam formam, hinc rerum

ac verborum gratia, ceu nativa specie ingenii, hinc digitorum adventitio orna-tu animum simul oculosque mulcentibus (Fam. XX 6, 4; lo spaziato nelle citazioni qui e sempre è mio).

Con adventitius ornatus, riferito a ingenium e contrapposto a na-tiva species, Petrarca vuol significare che l’ingegno di Nelli ha una bel-lezza innata, per l’eleganza di concetti e di parole, e una esterna, ad opera delle dita che scrivono ciò che l’ingegno detta loro: dunque l’or-namento esteriore della bella scrittura si aggiunge a quello interiore dello stile e il secondo diletta l’animo mentre il primo gli occhi, indu-cendo ad aprire e violare le lettere mandate a lui dall’amico.

Gli unici autografi di Nelli finora identificati non sono epistole ma, in effetti, attestano un’alta qualità grafica. Il primo è stato rico-nosciuto, come meglio si dirà nel paragrafo seguente, da Pierre de Nolhac più di un secolo fa15. Si tratta del Par. Lat. 8061, un

manoscrit-to membranaceo, copiamanoscrit-to da un’unica mano trecentesca, con iniziali

13Anche altrove Petrarca deplora la sottrazione delle epistole da parte dei collezio-nisti; nella sua ultima Senile, la XVII 4 a Boccaccio dell’8 giugno del 1374, precisa che un tempo chi le apriva le tratteneva e le copiava (facendole così arrivare a destinazione post

longum tempus) e che ora invece chi le toglie ai messi non fa neppure quella fatica. Pure

Nelli biasima il fatto che una sua lettera è stata intercettata prima di giungere al poeta; non era bastato che fosse «incompta aut mediocri amictu» a metterla al riparo da un tale ri-schio durante il viaggio: vd. la già citata Epist. 17 [XVI], 8.

14Il senso di apices in questo passo è quello di ‘lettere dell’alfabeto’ e quindi ‘scrit-tura’, frequentissimo nel medioevo e nell’umanesimo: vd. S. RIZZO, Il lessico filologico

de-gli umanisti, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1973, pp. 103-104.

15P. DENOLHAC, Pétrarque et l’humanisme d’après un essai de restitution de sa

bi-bliothèque, Paris, E. Bouillon, 1882, poi riedito con aggiunte e correzioni in Pétrarque et l’humanisme, Paris, H. Champion, 1907 [rist. anast. Paris 1965], vol. I, pp. 196-202.

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filigranate in rosso e in blu, senza titolo e rubriche, contenente i 12 libri della Tebaide di Stazio. Su di esso Nelli ha aggiunto gli argumen-ta e lasciato note di lettura in un’elegante cancelleresca, una delle quali ne ha permesso l’attribuzione (vd. infra, p. 8 di § II). Il Parigi-no ha anche marginalia vergati in una scrittura corsiva a penna rove-sciata, in inchiostro più chiaro e di modulo più piccolo, che ritengo sia sempre da assegnare a lui per ragioni sia paleografiche che di con-tenuto16.

Un altro autografo è conservato a Firenze presso l’Archivio di Stato, Normali, codice identificativo 00047755; l’antica segnatura è 1343 giugno 5. S. Marco di Firenze. Si tratta di un documento verga-to su pergamena in una splendida cancelleresca, della cui segnalazio-ne ringrazio Marco Petoletti. Nella sottoscriziosegnalazio-ne Nelli si presenta co-me notaio del vescovo di Firenze, ovvero Angelo Acciaioli (vd. tav. 1b):

Et ego Franciscus Nicole Nelli de Florentia cl(er)icus imp(er)iali auct(oritat)e nota(r)ius et iudex ordinar(ius) et nu(n)c d(omi)ni ep(iscop)i floren(tini) not(arius) p(re)d(ic)tis interfui et ea de man(da)to ip(s)ius rev(er)endi patris scripsi et publica-vi et meu(m) signu(m) consuetu(m) appo(s)ui17.

Sulla scorta di quanto mi ha fatto osservare Petoletti ritengo in-vece fortemente dubbia l’autografia del Laur. Acquisti e doni 343, una raccolta di testi per la scuola in pergamena e carta, in cui compaiono tre mani differenti. La principale è anonima, mentre la più tarda (fi-ne Trecento/inizio Quattrocento) è di un certo Salvatore di ser Miche-le Cecchi di Fucecchio. C’è poi una corsiva notariMiche-le alMiche-le cc. 63r-64v,

16Marco Cursi, che ringrazio, ha confermato l’identità di mano. La riproduzione di-gitale a colori del codice è consultabile on line (http://gallica.bnf.fr). Le carte sono nume-rate da 1 a 120; non è numerata la carta compresa fra la numero 63 e la 64 e neppure le due fra la 101 e la 102 (una è bianca, mentre con l’altra riprende regolarmente il testo,

Theb. XI 56). Per una descrizione del Parigino vd. H. ANDERSON, The Manuscripts of

Sta-tius. Revised Edition, Arlington, Virginia, 2009, vol. I, pp. 316-317 (n° 478), con utili

in-dicazioni sul contenuto e sugli argumenta ma con qualche errore, come la datazione al sec. XIIIex. e la collocazione a Pavia, nata presumibilmente dal fatto che il manoscritto è re-gistrato nell’inventario pavese del 1426, su cui vd. infra, § II con n. 36. Inoltre questo e gli altri due volumi di Anderson sulla tradizione di Stazio offrono a colpo d’occhio l’idea dell’imponente fortuna dell’Achilleide e della Tebaide nel medioevo e nell’umanesimo.

17L’intero documento è visibile on line al seguente indirizzo: http://www.archivio-distato.firenze.it.

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75r-76v, 79v, 95v-96r, 97v, che Gabriella Pomaro ha assegnato a Nel-li perché sull’ultima di queste si legge quanto segue (vd. tav. 1c):

MIIIcXLVII

die XVam(en)sis ma(r)çii h(ab)ui ego f(rate)r Fra(n)cischus Nelli p(rim)os IIII°

or-dines minores a d(omi)no ab(a)te de C(re)spino.

It(em) die XXIIam(en)sis madii MIIIcL h(ab)ui a d(omi)no ep(iscop)o fiesolano

sub-diacanatu(m).

It(em) die XVIII set(em)br(is) MIIIcL h(ab)ui a d(ic)to d(omi)no ep(iscop)o

diaca-natu(m).

It(em) die XVIII oct(o)br(is) MIIIcL ha(b)ui a d(ic)to d(omi)no presbit(er)atu(m)18.

Dunque, frater Francischus Nelli dichiara qui di aver ricevuto nel 1347 gli ordini minori dall’abate dell’abbazia di Crespino, che è vallombrosana ed è situata nell’Appennino tosco-emiliano, e poi nel 1350 il diaconato e il presbiterato dal vescovo di Fiesole (non di Fi-renze). Dal documento dell’Archivio di Stato di Firenze risulta, inve-ce, che il nostro Francesco Nelli era già chierico nella sua città nata-le nel 1343. Per di più, se la scrittura del documento dell’Archivio di Stato è perfettamente compatibile con quella dello Stazio parigino, la corsiva dell’Acquisti e doni 343, pur avendo qualche elemento di so-miglianza, non sembra proprio identica alle altre due testimonianze (anche per il sistema di abbreviazioni). Quindi il frater Francischus Nelli dell’Acquisti e doni non deve essere il priore fiorentino, bensì un suo omonimo vallombrosano19.

18Vd. G. POMARO, Una scheda per Francesco Nelli, in Tra libri e carte. Studi in

ono-re di Luciana Mosiici, a cura di T. De Robertis e G. Savino, Fiono-renze, Cesati, 1999, pp.

369-388: 376-377 con la tav. V. Ringrazio Teresa De Robertis per avermi gentilmente messo a disposizione le riproduzioni del codice, compresa quella della tavola qui riprodotta.

19Non è neppure autografo il codice VIII G 7 della Biblioteca Nazionale di Napo-li, a differenza di quanto lascia intendere Dotti, in Lettere a Petrarca…, cit., p. 175 n. 15, secondo cui sarebbe la copia del Bucolicum carmen di Petrarca che Nelli avrebbe avuto da Boccaccio dopo il marzo-aprile del 1359. Dotti rinvia a G. BILLANOVICH, Petrarca let-terato…, cit., p. 214 n. 2, dove però si legge che il codice sarebbe «copia dell’esemplare

posseduto da Nelli, che dopo pochi mesi sarebbe andato a Napoli e che sembra riprodur-re con lievi alterazioni la trascrizione compiuta da Boccaccio a Milano nel 1359». Il ma-noscritto napoletano, che ho esaminato su microfilm, risale alla fine del XIV ed è forse di origine fiorentina; tramanda il Bucolicum carmen in una redazione anteriore e i Rerum

se-nilium libri, copiati rispettivamente alle cc. 1r-34v e 35r-176v da due mani diverse in

mi-nuscola gotica. Fece parte della biblioteca Farnese e per tale tramite giunse a Napoli, dun-que successivamente al soggiorno di Nelli.

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20Hunc librum è correzione inter scribendum dello stesso Nelli in luogo di Hic

li-ber e quam è da lui aggiunto nell’interlinea.

21P. DENOLHAC, Pétrarque et l’humanisme…, cit., vol. I, p. 201.

La cancelleresca dello Stazio parigino e del documento dell’Ar-chivio di Stato di Firenze denuncia la formazione notarile di Nelli e conferma pienamente il giudizio lusinghiero espresso da Petrarca nella Fam. XX 6 sulla sua scrittura. Una nuova ricerca approfondita e mirata su di lui potrebbe far emergere ulteriori autografi, in mano-scritti perfino già studiati, e forse contribuire così a tracciarne un pro-filo culturale e biografico meno evanescente e modesto. L’esame da me condotto sullo Stazio parigino ha offerto, in tal senso, risultati in-coraggianti.

II. Pierre de Nolhac e il Par. Lat. 8061 (= N)

Il riconoscimento della mano di Nelli sul Par. Lat. 8061, d’ora in avanti N, è avvenuto, come si è detto, più di un secolo fa per merito di Pierre de Nolhac nell’ambito della sua ricerca pionieristica sulla bi-blioteca petrarchesca. L’attribuzione si fonda su indizi sia interni sia esterni al codice, che brevemente riassumo.

Nell’ultima carta di N compare la seguente annotazione:

Hu(n)c libr(um) q(uam) diligenti(us) potui co(r)rexi ego p(ri)or S(an)c(t)or(um) Ap(osto)lor(um) adeo ut ip(su)m adp(ri)me co(r)rectum credam bonis h(ab)itis exemplaribus (c. 120r; vd. tav. 1a)20.

Nolhac la trascrive e commenta così:

Cette note, qui est un autographe parfaitment sûr de Nelli, permet de reconnaître, parmi le annotations du manuscrit, celles qui lui appartiennent et dont plusieurs peut-être ont été tirées par lui de l’exemplaire de son ami21.

Lo studioso francese non solo identifica con Nelli il prior Sancto-rum ApostoloSancto-rum che dichiara di aver emendato quanto meglio ha po-tuto il libro e di aver avuto a disposizione dei buoni esemplari per la sua attività di correzione, ma ritiene che le altre annotazioni di sua mano siano copia di quelle del suo ben più illustre amico Petrarca. La

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conferma per Nolhac verrebbe da una lettera del priore a quest’ulti-mo datata Firenze, 18 agosto; l’anno è con ogni probabilità il 135422:

Nelli confessa la sua difficoltà di trovare tempo per curare la corri-spondenza epistolare e la sua agitazione non sentendosi all’altezza del destinatario, di cui legge in pubblico e rilegge in solitudine gli scrit-ti, ammirandone il profumo di antichità23. In realtà – prosegue – il suo

ritardo dipende soprattutto dal fatto che è stato molto occupato nel-la lettura di Stazio e nel correggerne gli errori del copista, tanto più perché ha esaminato un exemplar passato al vaglio degli occhi e del-le dita di Petrarca. Grazie a questo lavoro di revisione Nelli aggiun-ge di aver potuto abbracciare la lira sublime ed eroica di Stazio:

[…] retardavit has literas precipue Tolosanus noster24et, ut aiunt, Maronis scimia gloriosi25, cuius lectioni atque scriptoris correctioni, per tractum non modici tempo-ris, institi curiosus26, eoque magis quia exemplar unum habeo digestum,

22Petrarca dovrebbe averla ricevuta nel settembre dello stesso anno: vd. E.H. WILKINS, Petrarch’s eight years in Milan, Cambridge, Mass., The Mediaeval Academy of

America, 1958, pp. 74-75.

23Era consuetudine del cenacolo fiorentino la lettura corale di opere petrarchesche. In un’altra epistola di qualche anno prima, ottobre 1350, Nelli ricorda una pubblica let-tura (nello specifico di carmina) nella biblioteca di Lapo da Castiglionchio fatta, però, da Petrarca in persona: vd. Epist. 14 [XIII], 7.

24Nel medioevo, prima della scoperta delle Silvae (in cui l’autore afferma di essere nato a Napoli) fatta da Poggio Bracciolini, Stazio era erroneamente ritenuto nativo di To-losa in Francia perché confuso con il retore L. Statius Ursulus (o Surculus), nominato da GIROLAMO, Chron. ad a. 2073. Dante e Boccaccio lo chiamano infatti Tolosanus: vd. ri-spettivamente Purg. XXI 88-89 e Filocolo V 97, nonché De vita et moribus 16, in GIOVAN -NIBOCCACCIO, Vite, a cura di R. Fabbri, in Tutte le opere di G.B., Milano, Mondadori, 1992, vol. V/1, p. 904 con n. 24. Per P. DENOLHAC, Pétrarque et l’humanisme…, cit., vol.

I, p. 197, anche Petrarca era di questa opinione, mentre in FRANCESCOPETRARCA, Laurea

occidens. Bucolicum carmen X, testo traduzione e commento a cura di G. Martellotti,

Ro-ma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1968, p. 82, si legge in nota a Buc. carm. X 341-344 che lui probabilmente dubitava che Stazio fosse di Tolosa, ma che comunque lo conside-rava della Gallia Narbonense; vd. anche, sempre in Petrarca, Rem. II 125, 14 e V. DEAN

-GELIS, Scritti di filologia medievale e umanistica, a cura di F. Bognini e M.P. Bologna,

Na-poli, M. D’Auria Editore, 2011 [I ed. EAD., Petrarca, i suoi libri e i commenti medievali ai

classici, in «Acme», LII, 1999, pp. 49-82], pp. 232-269: 246-248.

25La metafora di simia passa progressivamente nel medioevo da un valore negati-vo a uno positinegati-vo per poi riacquisire quello originario nel tardo umanesimo; e in senso non dispregiativo Stazio veniva comunemente appellato come ‘simia Maronis’ al tempo di Nel-li; vd. V. DEANGELIS, Magna questio preposita coram Dante et domino Francisco Petrarca et Virgiliano, in «Studi petrarcheschi», I, 1984, pp. 103-209: 167-69, con la bibliografia

di n. 119.

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tuorum oculorum digitorumque subiectum examini, puntatum, signa-tum atque paucis admodum glosulis in dubiis de manu tua propria exornatum27. Ille me totum tunc Statius habebat illectum quia, etsi alias

perfunc-torie, nunc triti ac confricati piperis fragrantis suavius sentiebam odorem et grandi-loquam atque heroycam liram illam libentissime complectebar (Epist. 13 [XIV], 9-10).

Dunque a Firenze nella prima metà degli anni Cinquanta Nelli ha fra le mani un codice di Stazio con interventi autografi di Petrarca. Stando a quanto scrive, il volume dell’amico doveva essere ornato da poche postille in corrispondenza dei luoghi dubbi del testo e forse do-veva anche avere segni di punteggiatura e di scansione in capitoli (puntatum), nonché segni d’attenzione (signatum), tutti di sua mano28.

Non dice né come né da chi l’ha ottenuto, ma, se fosse stato diretta-mente Petrarca a mandarglielo, forse l’avrebbe specificato e avrebbe ringraziato il destinatario; di contro, va però osservato che il discor-so sull’esemplare digestum è introdotto in modo tale da sembrare che stia parlando di cosa ben nota e condivisa dai due

corrisponden-da unire a institi. Ho controllato il passo sul Par. Lat. 8631, cc. 18r-v, e coincide con quel-la delle moderne edizioni; fra l’altro con curiosius viene meno quel-la cquel-lausoquel-la di cursus velox. 27Nelli loda la scrittura di Petrarca in Epyst. 15 [XVII], 12 (Firenze, 3 febbraio 1356): «Dic, queso, quibus malleis quibusque incudibus atteris verba omnia, immo ca-ratheres literarum, ut illorum fragantia totus fere orbis redoleat, et tutus potest merito re-dolere». Si osservi la metafora olfattiva, che ricorre anche nel passo della lettera che ho ri-portato nel testo, in cui il nostro scrive appunto che, come quando si pesta il pepe nel mor-taio questo sprigiona più profumo, così il lavoro su Stazio glielo fa apprezzare di più, men-tre prima lo aveva apprezzato perfunctorie.

28Rispetto all’interpunzione dei precedenti editori credo (come già P. DENOLHAC,

Pétrarque et l’humanisme…, cit., vol. I, p. 199) che sia necessaria una virgola fra puntatum

e signatum. Questi due participi formano con exornatum tre membri paralleli, che forse sono stati collocati in un ordine crescente di importanza rispetto alla tipologia degli inter-venti: interpunzione, segni d’attenzione e postille. Sono tuttavia incerta sul valore dei pri-mi due participi: nel contesto puntatum non può indicare l’operazione di inserimento dei forellini col compasso per tracciare la rigatura sulla pergamena, un significato che è atte-stato in età umanistica (vd. S. RIZZO, Il lessico…, cit., pp. 15-16), ma potrebbe far riferi-mento all’inseririferi-mento della punteggiatura e/o dei capitula. Quanto a signatum, Nolhac lo intende con il senso consueto di ‘sottoscritto’, ‘firmato’ («dont le texte avait été revu, ponctué et s o u s c r i t par Pétrarque»: ivi, p. 200); per me invece potrebbe forse avere il valore di ‘recante signa’, ovvero segni d’attenzione. E così pare intenderlo Dotti nella sua traduzione, che però lega erroneamente, come ho detto, puntatum a signatum: «Ho infat-ti trascorso parecchio tempo nella sua lettura (scil. di Stazio), attento anche a correggere gli errori dell’amanuense, tanto più che ho potuto servirmi di un buon esemplare passa-to sotpassa-to l’esame dei tuoi occhi e delle tue dita, d a t e p o s t i l l a t o e, nei casi dubbi, chia-rito da poche glosse della tua stessa mano» (Lettere a Petrarca…, cit., p. 93).

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ti. Il priore non esplicita neppure di quale opera si tratti, se della Te-baide o dell’Achilleide.

Della prima non ci sono manoscritti posseduti da Petrarca, men-tre della seconda ne esiste uno, vale a dire il Virgilio Ambrosiano (Mi-lano, Biblioteca Ambrosiana, A 79 inf.). Copiato nel primo quarto del sec. XIV in Francia meridionale, trasmette tutte le opere virgiliane ac-compagnate dal commento tardo antico di Servio, più in coda alcu-ne odi oraziaalcu-ne, testi grammaticali e appunto l’Achilleide con acces-sus e commento29. Non è certamente questo l’exemplar staziano che

Nelli dichiara di aver consultato, dato che fra l’altro ha non poche bensì pochissime note di Petrarca (appena ventidue), ma, d’altra par-te, è possibile che l’Ambrosiano non fosse l’unica copia dell’Achillei-de presente nella biblioteca petrarchesca30.

Dal canto suo Nelli mostra di conoscere entrambi i poemi, come testimoniano le sue lettere. In una, Epist. 29 [XXVIII], interroga Pe-trarca sulla compiutezza o meno dell’Achilleide dichiarandosi non d’accordo con l’opinione diffusa nel medioevo e condivisa anche da Dante, Forese Donati e altri31. La lettera viene inviata il 16 marzo del

1362, ma era stata scritta cinque anni prima, ossia nel 1357, e non contiene alcun cenno a codici contenenti l’opera in questione32.

Quanto alla Tebaide, non mi sembra casuale che la corrisponden-za fra Nelli e Petrarca si apra con una duplice citazione proprio di

29Vd. FRANCESCOPETRARCA, Le postille del Virgilio Ambrosiano, a cura di M. Ba-glio-A. Nebuloni Testa-M. Petoletti, Padova-Roma, Antenore, 2006; le postille

all’Achil-leide, che nel codice sono alle cc. 233v-248v, sono edite da Marco Baglio alle pp. 451-457.

Il codice è stato forse portato da Petrarca in Italia nel 1347, lo segue a Padova e a Parma nel 1349, è con lui a Milano nel 1357 e nel 1359 e quindi a Padova nel 1361; non risulta essere mai stato a Firenze.

30Vd. V. DEANGELIS, Magna questio…, cit., pp. 177-178.

31Vd. Purg. XXI 92-93: «cantai di Tebe e poi del grande Achille, / ma caddi in via con la seconda soma». Ricordo che l’Achilleide si interrompe al v. 167 del II libro.

32La risposta petrarchesca è perduta e il suo contenuto ignoto, anche se dall’ultima missiva di Nelli (Epist. 30 [XXX]), datata 21 dicembre 1362, sappiamo che gli giunse a Napoli, dove fu letta pubblicamente al cospetto del gran siniscalco. Quale fosse, tuttavia, l’idea di Petrarca sull’Achilleide si può desumere da una serie di riferimenti indiretti, il più esplicito dei quali consiste nell’esclusione di Stazio dalla lista di autori morti senza aver compiuto la loro opera della Sen. XI 17 a Urbano V dell’8 maggio del 1370: «His poetam vestrum, nescio an vobis cognitum, carum nobis, Statium Pampinium addunt quidam, sed falluntur: opus enim hic utrumque perfecit» (§ 16; il papa era nato in Francia). Sul pro-blema vd. V. DEANGELIS, Magna questio…, cit., pp. 169-178 ed EAD., Scritti di filologia

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33A quanto mi risulta l’emistichio è citato da Petrarca solo nella Fam. VII 12 a Gio-vanni dell’Incisa (Parma, 11 maggio 1348).

34Vd. c. 27v di N: «nota. ‘Primus in orbe deos fecit timor’» (= Theb. III 661); il ver-so è citato in FRANCESCOPETRARCA, De viris illustribus. Adam-Hercules, a cura di C.

Mal-ta, Messina, CISU, 2008, IV 8 (vita di Nino). E in margine a SERVIO, in Aen. XII 139 «[…] inde deus dictus est, quod omnis religio sit timori (timoris ed.)» Petrarca glossa sul Vir-gilio Ambrosiano un rinvio a questo verso di Stazio: «ad hoc Statius Thebaydos 3°»: vd. F. PETRARCA, Le postille del Virgilio Ambrosiano…, cit., p. 959 (n° 1821).

35P. DENOLHAC, Pétrarque et l’humanisme…, cit., vol. I, p. 202.

quest’opera. Nella chiusa della già ricordata epistola del novembre del 1350 Nelli riporta infatti il primo emistichio di Theb. V 48 «dulce lo-qui miseris», che dice di aver letto in Petrarca («apud te legi sump-tum de Statio»)33. E poco dopo, in coda alla data, inserisce un

richia-mo al secondo emistichio di Theb. I 692 «iam terichia-mone supino» per in-dicare il rovesciamento del carro dell’Orsa maggiore, ovvero il primo albeggiare. Nello Stazio parigino il secondo luogo è evidenziato dal-la postildal-la «nota» e da una graffa (c. 9v), mentre il primo da una ma-nicula, con l’indice che punta il nostro verso, accompagnata dalla postilla «Amazonum fabula» (c. 39v).

Sebbene non si abbiano sufficienti indizi per decidere se l’esem-plare petrarchesco di Stazio evocato nell’Epist. 13 [XIV] contenesse la Tebaide o l’Achilleide, Nolhac pensa che N conservi annotazioni de-scritte da esso e perciò che tramandasse il primo dei due poemi. Ad-duce come argomenti probatori i rimandi ai loci paralleli di Virgilio e Lucano presenti in N e la ripresa di un verso della Tebaide appunta-to nel margine di N da Nelli in un’opera non precisata di Petrarca34.

Oltre alle note e ai segni d’attenzione, N presenta lezioni alterna-tive e integrazioni sempre di mano del priore, fra cui gli argumenta al-l’inizio di ogni libro (a partire dal secondo, come in tutta la tradizio-ne). Nolhac si chiede se la revisione apportata al testo di base estre-mamente scorretto sia da attribuire all’esemplare di Petrarca o all’at-tività di Nelli e si domanda se essa sia frutto di una collazione di più manoscritti, senza darsi una risposta35.

Per lo studioso, inoltre, lo stemma della famiglia Visconti, che è stato inserito posteriormente nella carta iniziale, dimostrerebbe l’ap-prodo del codice alla collezione di Pavia, dove forse sarebbe finito in-sieme ai manoscritti di Petrarca, il quale potrebbe averlo voluto con-servare come «un souvenir» dopo la morte di Nelli, una sorta di

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omaggio alla sua memoria (vd. tav. 2)36. Per avvalorare la sua ipotesi,

Nolhac rimanda alla già menzionata Sen. III 1 a Boccaccio, nella qua-le il poeta lo esorta a dividersi gli opuscula e qua-le epistolae rimasti incom-piuti del comune amico defunto e a mandargli la propria parte37.

Nolhac, infine, riconduce l’ornamentazione del codice al sud della Francia e il suo luogo di origine ad Avignone. D’altra parte, os-serva, Nelli soggiornò proprio lì nel 1357, qualche anno dopo la par-tenza definitiva di Petrarca:

Il ne serait pas impossible que le Stace de Nelli fût de provenance avignonaise; l’or-nementation du volume pourrait être du midi de la France, et il est curieux d’établir, d’autre part, que l’humaniste florentin a fait un long séjour à la cour pontificale, quel-ques années après le départ définitif de Pétrarque. On devine, en tous cas, l’intérêt spécial qui s’attache pour nous à un manuscrit annoté par un lettré tel que Nelli38.

36Ivi, p. 200 con n. 3, dove è riportata la descrizione del volume n° 93 dell’inven-tario visconteo: «Statius Thebaidos copertus corio rubeo albicato. Incipit in textu

Fra-ternas acies et finitur Occidit et meriti post me referuntur honores». Si osservi che N ha

però nell’ultimo verso occidet e non occidit. Mi sembra, per inciso, che lo stemma viscon-teo ricordi nel disegno quello tracciato a c. 1v del Par. Lat. 5802, una miscellanea scrit-ta da un’unica mano di origine francese, contenente opere di vari autori classici (Sveto-nio, Auso(Sveto-nio, Floro, Frontino, Eutropio, Cicerone), allestita in Francia, forse a Chartres, verso la metà del XII secolo (prima del 1164), annotata da più lettori, fra cui Petrarca, il quale giunse in suo possesso intorno al 1350. Per una riproduzione di questa carta del Par. Lat. 5802 vd. Manuscrits enluminés d’origine italienne, 3. XIVesiècle. I.

Lombardie-Ligurie, par F. Avril, M.Th. Gousset, avec la collaboration de C. Rabel, Paris,

Bibliothè-que Nationale de France, 2005, n. 133, planche 192, tav. 48. Di seguito, nella stessa no-ta, Nolhac registra i nomi di due possessori più tardi «Petrus de Sfondratis» e «Domi-no Iohanni de Rapola«Domi-no»; il cog«Domi-nome de Sfondratis rimanda a Cremona e Giovanni da Rapolano potrebbe essere il legum doctor e vicario di Gian Galeazzo Visconti, su cui vd. D.M. BUENO DEMESQUITA, Giangaleazzo Visconti, duke of Milan (1351-1402). A Study

in the Political Career of an Italian Despot, Cambridge, University Press, 1941, pp.

152-153 e 351-353.

37Vd. supra, n. 8 e P. DENOLHAC, Pétrarque et l’humanisme…, cit., vol. I, p. 200 con n. 4. Si legga il passo di Sen. III 1, 53-55: «Et ego quidem illum ac te, si quid mi-chi humanitus inexpletis operibus accidisset, quasi alterum Varum Tuccamque alterum animo providebam. Nunc, quando hic ordo superis placet, quod illum michi fore de-creveram, id me illi fieri, nisi fallor, equum est. Itaque, si quid opusculorum atque epi-stolarum eius omnis generis imperfectum superest, inter nos viritim divide et, post-quam nos quoque nostra sors dividit, extimatis ingeniis meam michi partem mittito, tuam serva».

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III. La decorazione del Par. Lat. 8061

Nolhac non trae altre conclusioni, ma è implicito che per lui Nelli si procurò durante il soggiorno avignonese lo Stazio parigino, sul quale poi avrebbe trasferito i marginalia e le varianti del perduto esemplare petrarchesco. Ma l’Epist. 13 [XIV], in cui afferma di ave-re a disposizione uno Stazio petrarchesco, è di ben tave-re anni prima del suo viaggio in Francia. Bisognerebbe quindi supporre che esso sia ri-masto nelle mani del priore durante tutto quel triennio (come dono o prestito) oppure che lui ne abbia tratto una copia o che abbia tra-sferito le annotazioni dell’amico su un altro suo codice con la Tebai-de prima di avere N.

In verità, il problema di conciliare le due date (1354 e 1357) non esiste perché l’ipotesi dell’origine francese di N è senz’altro da respin-gere. Sia la scrittura, un’elegante gotica testuale trecentesca, che la de-corazione sono infatti con ogni probabilità italiane. Se la prima non è geograficamente collocabile in un’area precisa della penisola, la se-conda sembra invece riconducibile con un buon margine di sicurez-za all’Italia nord-orientale.

N contiene dodici iniziali filigranate a puzzle, molto diffuse pri-ma in Francia e poi in Italia a partire dal secondo quarto del sec. XIII. Ciascuna si trova all’inizio di ogni libro della Tebaide e preci-samente alle cc. 1r, 10r, 19v, 28v, 39r, 48v, 60r, 69v, 79r, 90v, 101r, 109v; sono tutte prive di miniatura. Una serie di caratteristiche sem-bra avvicinarle a quelle presenti in un celebre gruppo di codici del-la biblioteca di Petrarca: il ms. 552 deldel-la Bibliothèque Municipale di Troyes, un’imponente collezione di testi ciceroniani; il Vat. Lat. 2193 con Apuleio, Frontino, Vegezio e Palladio; il Par. Lat. 8500, una miscellanea di opere ed estratti di autori vari (Fulgenzio, Auso-nio, Prudenzio, Cassiodoro, ecc.); infine il Par. Lat. 5054 con i libri I-XI delle Antiquitates iudaicae e il Contra Apionem di Giuseppe Flavio. Il poeta li ebbe in dono, sicuramente prima del 1341, dagli Scaligeri per i servigi che aveva loro prestato; l’ornamentazione omo-genea delle iniziali maggiori a tablet-flowers, insieme ad altri aspet-ti codicologici, ha portato a concludere che tutaspet-ti e quattro sono sta-ti eseguista-ti nella stessa bottega mantovana o veronese fra il 1330 e il 1340. I due parigini hanno parzialmente in comune anche il copista (quello di una sezione del Par. Lat. 8500 e della seconda unità

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codi-cologica del 5054)39. Il copista di N, invece, non coincide con

nessu-no di quelli dei quattro esemplari petrarcheschi.

Come mi hanno fatto notare Francesca Manzari e Lola Massolo, sono il riempimento a scacchiera e alcuni particolari ornamentali del-le iniziali di N a suggerirne la provenienza. L’iniziadel-le incipitaria è l’u-nica che presenti una decorazione a penna e inchiostro più ampia ed è assai particolare (vd. tav. 2). Il tipo di fiorellino con bottone centra-le e sei petali che termina i sottili tralci in basso ritorna in modo qua-si identico nelle decorazioni marginali dell’Apuleio (per es., nel mar-gine superiore sinistro di c. 4r, per altro agganciato a steli molto simi-li a quelsimi-li di N: vd. tav. 3a). Anche il fiore, una sorta di dasimi-lia circola-re, che si trova in alto sopra la medesima lettera incipitaria dello Sta-zio è motivo ricorrente nel repertorio ornamentale dell’Apuleio, co-me, per es., in alto a c. 3v (vd. tav. 3b). Proprio questi due peculiari elementi floreali paiono un importante indizio di relazione tra i due codici.

Il repertorio ornamentale usato nelle decorazioni a penna e in-chiostro dell’Apuleio è però certamente molto più ampio di quello, assai circoscritto, impiegato nello Stazio. Tuttavia la decorazione fili-granata di N, pur attingendo a un vocabolario più ridotto, è eseguita in modo molto più fine e forse è più tarda di qualche anno (non mol-to dopo la metà del secolo) rispetmol-to a quella dell’Apuleio, esuberan-te e tracciata con mano decisa. L’esecutore dunque non pare essere lo stesso; tuttavia la particolarità degli elementi decorativi floreali dello Stazio e la presenza del fondo quadrettato (anch’esso qui più fine e più complesso) rimandano a un ambito comune con l’Apuleio e gli

al-39Per maggiori dettagli vd. F. AVRIL, scheda n° 71, in [F. AVRILe altri], Dix siècles

d’enluminure italienne (VIe-XVIesiècles). Catalogue de l’exposition, Paris, Bibliothèque

Nationale 8 mars - 30 mai 1984, Paris, Bibliothèque Nationale de France, 1984, pp. 85-86; Manuscrits enluminés d’origine italienne, 2. XIIIesiècle, par F. Avril, M.Th. Gousset,

avec la collaboration de C. Rabel, Paris, Bibliothèque Nationale de France, 1984, p. 108 (n° 133 e tav. 68), per il solo Par. Lat. 8500; G. BILLANOVICH, Quattro libri del Petrarca e la biblioteca della Cattedrale di Verona, in «Studi petrarcheschi», n.s., VII, 1990 [ma

1994], pp. 234-262; G.Z. ZANICHELLI, ‘Non scripsit set miniavit’: Turinus e i codici del Pe-trarca, in «Studi petrarcheschi», n.s., XI, 1994, pp. 159-181; L. REFE, Le postille del

Pe-trarca a Giuseppe Flavio (Codice Parigino lat. 5054), Firenze, Le Lettere, 2004, pp. 28-39;

S. RIZZO, Un codice veronese del Petrarca, in «L’ellisse», I, 2005, pp. 37-44 per tutti e quat-tro. Il Vat. Lat. 2193 è ora disponibile in un bellissimo formato digitale, a cui rimando per un confronto più esteso: http://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.2193.

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tri tre manoscritti del gruppo situabile in area padana orientale, pro-babilmente mantovana, anche se forse non necessariamente un’iden-tità di bottega40.

Come si spiega una decorazione eseguita nell’Italia nord-orienta-le in un codice postillato dal fiorentino Nelli? Forse il priore se lo pro-curò durante il suo primo viaggio in Romagna nel 1353 o forse lo eb-be in dono o in prestito da qualcuno, magari lo stesso Petrarca, a cui poi, come si è detto, probabilmente il volume ritornò. Ma c’è un’al-tra spiegazione, a mio avviso, più economica. Esaminando la postil-latura di N, ci si accorge che è stata inserita prima delle iniziali e dei segni di capitolo rossi e blu: per es., alle cc. 22v, 26v, 29v, 67v, 68v, 72r, 76v ci sono graffe apposte anteriormente ai segni di capitolo, che in-fatti in parte le coprono e sono collocati in corrispondenza di due trat-tini obliqui paralleli a penna rovesciata messi in precedenza, e così pu-re le annotazioni alle cc. 39r e 101r sono sovrastate dall’iniziale filigra-nata vergata senza dubbio in un momento successivo (vd. tavv. 4a-b). Accertata la seriorità della decorazione rispetto agli interventi di Nel-li (e quindi della legatura originaria), nulla vieta di ipotizzare che es-sa sia stata aggiunta solo quando il codice non era più sul suo scrit-toio e forse si trovava già nella biblioteca di Petrarca, che potrebbe aver deciso di farla inserire secondo il suo gusto, a imitazione di quel-la presente in manoscritti da lui già posseduti.

In altre parole, perciò, quest’ultimo avrebbe fatto decorare un apografo di annotazioni sue e non vi avrebbe apposto alcun nuovo se-gno, forse per rispetto nei confronti di quelli messi dall’amico defun-to. Ma, d’altro canto, proprio l’assenza della mano di Petrarca rappre-senta una difficoltà rispetto all’ipotesi di Nolhac che N sia finito a ca-sa del poeta. E non è, in verità, neppure dimostrabile che esso sia ri-masto presso lo scrittoio di Nelli fino alla sua morte; dove sia stato pri-ma di giungere nella biblioteca viscontea per poi passare, forse insie-me ai libri petrarcheschi, in quella dei re di Francia a Blois e infine a Parigi resta un mistero.

40Insieme alla Provenza e all’Italia centrale (Firenze inclusa), Francesca Manzari escluderebbe anche Milano, perché le iniziali di penna e inchiostro lì utilizzate nel secon-do quarto del XIV secolo, almeno per quel poco che si conosce relativamente a questo pe-riodo, sono del tutto diverse (si veda, ad es., il Liber Pantheon, Par. Lat. 4985). François Avril, che ringrazio, ha confermato la provenienza padana orientale della decorazione di N.

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IV. Il corredo marginale del Par. Lat. 8061

Alcune postille di N vergate da Nelli sono molto simili per Nolhac a quelle lasciate da Petrarca lungo i margini dei suoi libri, in particolare, come si è detto, quelle che accostano Stazio ad altri clas-sici (vd. supra, § II). Tali richiami possono esplicitare il nome dell’au-tore e/o dell’opera oppure contenere solo il nome dell’audell’au-tore o la ci-tazione del luogo parallelo. Vediamo qualche esempio.

A c. 10r, in margine a Theb. II 5 «[…] Styx inde novem circum-flua campis», Nelli verga un rimando a un luogo parallelo riguardan-te il fiume infernale: «Virg(ilius) i(n) VI°: ‘Alligat et novies Stix inriguardan-ter- inter-fusa cohercet’» (vd. tav. 4c)41. Il verso virgiliano, per Nolhac, non

sa-rebbe nel VI ma nel IV libro delle Georgiche (vd. Georg. IV 480) e questo errore, secondo lui, fornirebbe la «preuve paléographique» che la nota è stata copiata: nel trascrivere dal modello Nelli avrebbe per sbaglio trasformato IV in VI. Ma, in realtà, il verso ‘Alligat et no-vies Styx interfusa coercet’ è contenuto anche nel VI libro dell’Enei-de e corrispondell’Enei-de al 439: sarà perciò a questo che la postilla intendell’Enei-de rinviare42.

Alla fine della stessa carta, nel margine opposto, in corrisponden-za di Theb. II 13-14 «[…] ipsaque tellus / miratur patuisse retro, nec livida tabes» si trovano un segno d’attenzione e un altro rinvio virgi-liano: «Virg(ilius) in Geor(gicis): ‘Invidia infelix Stig(em)’ et c(etera)». Il verso tratto da Georg. III 37, come osserva Nolhac, è citato a me-moria in modo inesatto perché la fonte recita: «Invidia infelix Furias amnemque severum / Cocyti metuet […]»43. La postilla mal si

colle-ga al verso accanto a cui è inserita e credo si debba riferire al v. 10

41Qui e sempre il testo di Stazio è quello tràdito da N e, qualora non sia diversa-mente specificato, coincide con quello delle moderne edizioni critiche.

42Vd. P. DENOLHAC, Pétrarque et l’humanisme…, cit., vol. I, p. 201 n. 3. Nel Vir-gilio Ambrosiano non ci sono marginalia di fianco al verso all’Eneide né a quello delle

Georgiche e neppure al rispettivo commento serviano. Si aggiunga, per inciso, che anche

Guido da Pisa accosta il verso di Stazio e quello di Virgilio all’inizio della sua deductio di

Inf. IV: «Istud idem sentit Statius secundo Thebaidos. Stix, inquit, in novem circunflua cam-pos; et vocat hic Statius Infernum ‘Stigem’ quia ponitur pars pro toto. Virgilius etiam no-vies, inquit, Stix interfusa coercet» (vd. GUIDO DAPISA, Expositiones et glose. Declaratio su-per ‘Comediam’ Dantis, a cura di M. Rinaldi. Appendice a cura di P. Locatin, Roma,

Sa-lerno Editrice, 2013, vol. I, p. 309).

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44Analogamente nel codice Oxford, Exeter College, 186, con il De vita Caesarum di Svetonio fittamente postillato da Petrarca, qualche nota pare inserita dopo essere sta-ta scritsta-ta altrove, come, per es., nel caso di quella vergasta-ta per errore nel margine inferio-re di Aug. 17, 5, c. 12v, poi eliminata e messa nella giusta posizione, in margine ad Aug. 19, 1, c. 13r; vd. M. BERTÉ, Petrarca lettore di Svetonio, Messina, CISU, 2011, pp. XLVII,

60-61, 72-74 (ni225, 283, 289 e 295).

«impius (scil. Mercurio) et primas Furiarum pertulit iras», dove ap-punto compaiono le Furie. Questa sua presunta collocazione fuori posto potrebbe essere una spia del fatto che l’annotazione è stata co-piata da un altro manoscritto44. Inoltre, dato che la parola Stig(em) è

aggiunta da Nelli che sovrascrive la S all’abbreviazione 7 per et che poi riscrive, è possibile che tale parola non ci fosse nel modello (vd. tav. 4c). La Fam. VI 1 al cardinale Annibaldo Caetani da Ceccano, senza data ma sicuramente scritta prima del 1350, anno di morte del destinatario, comincia proprio con la citazione di Georg. III 37: «In-felicem invidiam dixit Maro, non immerito». Poiché c’era l’abitu-dine, già nell’antichità e testimoniata anche in Petrarca, di citare ver-si di clasver-sici con le iniziali abbreviate delle ver-singole parole, è anche pos-sibile che la f. puntata di Furias sia stata confusa con una s. e sia ve-nuto fuori un fiume infernale per un altro (invece di Cocito, appun-to Stige, che è poi quello ripetuappun-to nella postilla sopra data che si tro-va poco più in alto nella stessa carta).

A c. 29v Tideo con le sue truppe armate pronte a colpire è para-gonato a un serpente che in primavera, mutata la pelle, torna a stri-sciare e ad avvelenare il primo pastore che gli capita a tiro: «[…] ceu lubricus alta / anguis humo verni blanda ad spiramina solis / erigitur liber senio et squalentibus annis / exutus letisque minax interviret herbis: / ha miser! agrestum siquis per gramen hianti / obvius et pri-mo siccaverit (fraudauerit ed.) ora veneno» (Theb. IV 95-100). Nei margini troviamo due note: nel sinistro «co(mparatio)», che ricorre anche altrove nel manoscritto quando Stazio inserisce una compara-zione, mentre nel destro, preceduta dal segno di paragrafo, «‘Q(ua)lis u(b)i i(n) luce(m) colub(er)’ et c(etera)», che è il primo emistichio di Aen. II 471, il verso con cui anche Virgilio paragona Pirro a un ser-pente rinato dopo la muta invernale, col collo eretto al sole e la lin-gua vibrante. Sul già menzionato Virgilio Ambrosiano, a c. 82r, accan-to a quesaccan-to luogo Petrarca appone «Homerici», cioè un rinvio ai vv. 93-96 di Il. XXII (citati anche da Macrobio, Saturn. V 5, 12) e sul suo

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45Vd. F. PETRARCA, Le postille del Virgilio Ambrosiano…, cit., p. 305 (n° 287). 46VALERIOMASSIMO, VI 2, 10: «M. etiam Castricii libertate inflammatus animus. Qui, cum Placentiae magistratum gereret, Cn. Carbone consule iubente decretum fieri, quo sibi obsides a Placentinis darentur, nec summo eius imperio obtemperavit nec maxi-mis viribus cessit: atque etiam dicente multos se gladios habere respondit ‘et ego annos’. obstipuerunt tot legiones tam robustas senectutis reliquias intuentes».

codice Par. Lat. 7880.1, con la traduzione latina dell’Iliade e da lui posseduto dopo la metà degli anni Sessanta, verga pure lui «compa-ratio» a c. 208v, in corrispondenza di tali versi45.

Un altro poeta che è presente nei margini di N è Lucano. A c. 22r, per es., di fianco a Theb. III 199 «Meque ipsum memini, necdum acta (apta ed.) doloribus etas» si incontra il rimando «Luc(anus), 2», preceduto un segno di paragrafo. L’autore della postilla ha collegato il discorso del vecchio Alete che ricorda di esser stato da giovane te-stimone dell’uccisione dei figli di Niobe, evento funesto per la città di Tebe, all’anonimo senex romano della Pharsalia che rammenta le pas-sate guerre civili alla notizia dell’avanzata di Cesare e ha inserito il rin-vio accanto al verso il cui primo emistichio è identico a quello di Lu-cano, II 169: «Meque ipsum memini caesi deformia fratris». Nella stessa carta, al termine del discorso di Alete, che chiama crudele il re Eteocle per la guerra fratricida contro Polinice, Stazio commenta che tale libertà di parola dipende dall’età del vecchio, il quale vuole co-ronare d’onore la sua morte: «Unde ea libertas? Iuxta illi finis et etas / tota retro, sereque velit decus (decus velit ed.) addere morti» (Theb. III 216-17). Di fianco troviamo la postilla, sempre preceduta dal se-gno di paragrafo, «no(ta): etas fac(it) ho(m)i(n)em audacem. iux(ta) illud: ‘Et ego annos’ et c(etera)», che rimanda a un altro auctor, Vale-rio Massimo, il quale racconta che Marco Castricio, magistrato di Pia-cenza, con l’animo infiammato dalla libertà, si rifiutò di consegnare ostaggi al console Papirio Carbone, che si era presentato davanti al-la sua città minacciandolo di avere molte armi e a cui il magistrato aveva appunto fieramente risposto: «et ego annos»46.

Significativa-mente nell’Africa Petrarca mette in bocca ad Asdrubale le seguenti parole: «[…] sed enim me serior etas / fecerat audacem» (VIII 708-09).

Il nome di Valerio Massimo compare esplicitamente più avanti, a c. 105r, in margine a Theb. XI 379-81 («[…] quid crimine solvis / germanum? nempe ille fidem et stata federa rupit, / ille nocens sevus

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-que suis […]»; è Antigone che supplica Polinice perché non combat-ta il fratello). La postilla registra l’inizio dei Faccombat-ta et diccombat-ta memorabi-lia, in cui sono menzionate le cerimonie fisse e solenni degli antichi ro-mani regolate secondo la sapienza religiosa dei pontefici: «no(ta) illud Valerii in p(r)incipio: ‘Maiores statas sole(m)nesque cerimo(n)ias’» (Valerio Massimo, I 1, 1; evidentemente però la postilla riguarda so-lo stata).

Sono citati sempre esplicitamente anche Boezio e Orazio. Il pri-mo si incontra a c. 50r, in margine a Theb. VI 120-22 «cum signum luctus cornu grave mugit adunco / tibia, cui teneros suetum produ-cere manes / lege Frigum mesta […]». Accompagnata da un segno d’attenzione e preceduta da quello di paragrafo, c’è la glossa «no(ta) cantu(m) in exequiis: hos aut(em) v(er)sus Boetius allegat in musicis», che ricorda la presenza di questi versi di Stazio nel libro proemiale del De institutione musica di Boezio come testimonianza dell’uso antico di suonare la tibia durante i riti funebri. Il v. 120 della Tebaide è cita-to per lo stesso motivo anche da Petrarca nel capicita-tolo De cantu et dul-cedine musica del De remediis (I 23, 12).

Nel margine di c. 37r, preceduta da un segno di paragrafo, sopra al secondo dei due vv. 671-72 di Theb. IV «sevum / Argos et indomi-te bellum ciet ira noverce» si legge un’annotazione di tipo linguistico sul genere del sostantivo Argos, maschile al plurale, come insegna Vir-gilio in Aen. II 96, e neutro al singolare, come qui in Stazio e in Ora-zio, Carm. I 7, 9: «Argos masculini g(e)n(er)is inve(n)it(ur) in pl(ur)ali ut Virg(ilius) docet: ‘Si patrios umqu(am) remeass(em) victor ad gos’. In sing(u)lari inve(n)itur neut(r)i g(e)n(er)is, ut hic ‘sevum Ar-gos’ et apud Oratium: ‘Aptum equis ArAr-gos’». Victor è aggiunto in in-terlinea in inchiostro più chiaro e con il calamo a punta rovesciata; manca invece dicit fra aptum ed equis nella citazione oraziana. Si os-servi che lo scolio dello pseudo Acrone commenta: «Argos genere neutro absolutum dixit».

Non ci sono altri auctores richiamati lungo i margini di N e tutti quelli citati hanno goduto di grande fortuna nel medioevo, come del resto i due poemi staziani. L’ipotesi avanzata da Nolhac che le anno-tazioni contenenti tali rimandi non siano di Nelli ma derivino da un antigrafo petrarchesco trova una giustificazione quindi non tanto nel loro contenuto quanto nel loro stile (il modo di rinviare ai luoghi pa-ralleli) e nella loro forma (il segno di paragrafo che li introduce e la disposizione della nota nel margine). Dunque, sebbene non sia

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dimo-47Sui segni d’attenzione, le maniculae e i disegni petrarcheschi vd. M. FIORILLA,

Marginalia figurati nei codici di Petrarca, Firenze, Olschki, 2005, pp. 23-31 con le relative

tavole.

strabile, credo che l’ipotesi dello studioso francese colga nel segno e, in mancanza di altri codici petrarcheschi con la Tebaide, essa risulta ancora più preziosa. Tuttavia, come sempre accade quando l’anti-grafo è perduto, il riconoscimento dei marginalia attribuibili ad esso è un compito delicato e richiede la massima prudenza: chi li ha tra-scritti, oltre a commettere involontari errori di copia, può aver sele-zionato il materiale originale, averlo in parte modificato, aver aggiun-to postille e segni d’attenzione propri o prelevati da altri esemplari. In particolare per i segni d’attenzione (graffe e maniculae) è dif-ficile affermare con sicurezza se siano mutuati o meno dal modello. In N quello più ricorrente è la graffa a forma di ‘fiorellino’, comune-mente usata anche da Petrarca, formata da due, tre o quattro punti-ni seguiti da un tratto discendente dritto o variamente ondulato. Si ve-dano, ad es., quello apposto in margine a c. 5r, formato da tre punti-ni e un tratto sinuoso con uno svolazzo a destra; o quello apposto a c. 5v (vd. tav. 5a), con tre puntini e un tratto lineare terminante con un lieve svolazzo a destra tagliato da una coppia di trattini obliqui; o ancora con un tratto superiore oltre a quello inferiore che si chiude a uncino, come a c. 18v; o infine un fiorellino in forma capovolta, co-me a c. 103r.

Si incontra anche un altro tipo, meno frequente, di graffa petrar-chesca consistente nell’alternanza di tratti lineari ed elementi a con-chiglia, come a c. 62r (vd. tav. 5b); in un paio di casi combinata con il disegno a fiorellino con cui forma un unico segno, come a c. 26v47.

C’è poi una ventina di maniculae, non uguali fra loro ma che penso siano tutte di mano di Nelli: alcune sono sicuramente sue (vd. cc. 18v, 19v, 22r, 27v, 39v, 40v, 54r, 68v, 94r), mentre la paternità di altre, vergate a penna rovesciata in inchiostro più chiaro e con mi-nor cura, è più dubbia (vd. cc. 57v, 73v, 74v, 79v, 80r, 95v, 98r, 104v, 108r, 111r, 115v). Nessuna, comunque, è simile a quelle eseguite da Petrarca. Le prime sono caratterizzate dalla presenza di un punto al centro della mano e talora di un polsino con due o tre bottoncini, che si ritrova nelle maniculae di un altro amico di Nelli, Boccaccio (vd. tav. 6a). Si prenda, ad es., quella lasciata dal Certaldese in

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mar-gine a Theb. VI 867 sul Laur. Pluteo 38.6, c. 85r (vd. tav. 6b; in cor-rispondenza dello stesso verso su N, c. 59r, Nelli appone una graffa a forma di fiorellino).

V. Il Laur. Pluteo 38.6 (= M) e il Par. Lat. 8061

Il Laur. Pluteo 38.6, d’ora in avanti M (sigla adottata dalle mo-derne edizioni critiche), è un codice membranaceo scritto nei secc. XII e XIII con la Tebaide e il commento di Lattanzio Placido. Boc-caccio vi inserisce pochi segni d’attenzione, due testine, una postil-la e una variante testuale, che vanno ad aggiungersi a marginalia di precedenti lettori, e trascrive di suo pugno le cc. 43, 100, 111, 169 prese da un esemplare senza il commento di Lattanzio, la cui scoper-ta si deve proprio al Cerscoper-taldese, che lo mise ampiamente a frutto nel-le tarde Genealogie48. Alla fine della sua prima permanenza

napole-tana, fra il 1339 e non più tardi del giugno del 1340, Boccaccio ave-va scritto e copiato sul suo Zibaldone Laurenziano una lettera nella quale chiedeva in prestito all’ignoto destinatario, che si era da poco sposato e aveva combattuto per difendere la patria, un esemplare della Tebaide con il corredo esegetico per trarne una copia che po-tesse aiutarlo nella lettura del poema, dura e difficile in un codice privo di glosse:

Nam cum pridem casu fortuito pervenisset ad manus meas liber pulcerrimus, frater-nas acies et Tebanorum conflictum suis metribus demonstrantem emi pro pretio

com-48Per una descrizione dello Stazio laurenziano vd. M. CURSI- M. FIORILLA,

Giovan-ni Boccaccio, in Autografi dei letterati italiaGiovan-ni. Le OrigiGiovan-ni e il Trecento, a cura di G.

Bru-netti, M. Fiorilla, M. Petoletti, Roma, Salerno Editrice, 2013, vol. I, pp. 43-103: 50, 64-65 (n° 8), con la bibliografia ivi data, e Boccaccio autore e copista. Catalogo della mostra a Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, 11 ottobre 2013 - 11 gennaio 2014, a cura di T. De Robertis, C.M. Monti, M. Petoletti, G. Tanturli, S. Zamponi, Firenze, Mandragora, 2013, pp. 337-339 (scheda descrittiva a cura di M. Cursi). Alle maniculae segnalate in que-sti due contributi si devono aggiungere quella sopra menzionata, a c. 85r, e anche quelle a c. 90r accanto a Theb. VII 131 e a c. 122r in margine a Theb. IX 280, tutte certamente autografe di Boccaccio. Accanto a questi ultimi due versi N non reca alcun segno d’atten-zione o postilla (vd. rispettivamente cc. 62r e 82v). Per Boccaccio e il commento di Lat-tanzio vd. R. SABBADINI, Le scoperte…, cit., vol. I, pp. 28-29 e D. ANDERSON, Boccaccio’s

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petenti: sed cum sine magistro vel glosis intellectum debitum non attingam, recorda-tus tui Tebaydos, proposui eum tibi amicabiliter querere per presentes; quem ut mi-chi prestes affectanter exposco, tantum quod glosas illas in meo breviter redigere fa-ciam et remictam. Erit enim michi obsequium maximum, et tibi ut puto, non erit ad presens incommodum. Servias igitur amico desideranti in tuis beneplacitis fatigari: et quod facis fac cito, cum bis serviat cito serviens (Epist. IV, inc. Sacre famis)49.

Il Laur. Pluteo 38.6 testimonia che il suo desiderio fu esaudito non molto tempo dopo, perché gli interventi autografi di Boccaccio su di esso sono paleograficamente assegnabili alla prima metà degli anni Quaranta. Sappiamo inoltre che ebbe altri due codici con la Te-baide, che non abbiamo ma

la cui esistenza è stata dimostrata con convincenti argomenti di carattere testuale da David Anderson […]: l’uno, giunto tra le mani del Certaldese prima del Laur. 38.6 e impiegato come antigrafo per integrare la porzione di testo caduta, era certamen-te privo del commento di Lattanzio (ma presentava glosse di diversa origine e natu-ra); l’altro, contenente il commento lattanziano, fu più tardi utilizzato per la compi-lazione della Genealogia. Nessuno dei due è identificabile col ms. della Tebaide che in Santo Spirito aveva la segnatura banco II nr. 450.

La somiglianza delle maniculae di Nelli con quelle di Boccaccio mi ha indotto a confrontare tutti i marginalia di N con quelli di M e a scoprire che l’unica postilla autografa del Certaldese si ritrova identica in N. A c. 88r, in margine a Theb. VII 40-42, Boccaccio an-nota «descript(i)o dom(us) Martis» e lo stesso fa il priore a c. 60v in

49Vd. D. ANDERSON, Boccaccio’s glosses…, cit., p. 58 e M. PETOLETTI, Epistole, in

Boccaccio autore e copista…, cit., p. 234. Si noti nel passo citato Tebays al maschile. Per «bis

[…] cito» vd. «bis dat qui cito dat» di PETRUSCANTOR, Verbum abbreviatum. Textus

con-flatus, cura et studio M. Boutry, Turnhout, Brepols, 2004, p. 305, e PETRUSCANTOR,

Ver-bum abbreviatum. Textus prior, cura et studio Ead., ivi, 2012, p. 276; vd. anche s.v. bene-ficium in A. OTTO, Die Sprichwörter und sprichwörtlichen Redensarten der Römer, Leip-zig, Teubner, 1890, p. 55.

50Boccaccio autore e copista…, cit., p. 339. Sono d’accordo con Cursi che trova po-co persuasive le argomentazioni in favore di una datazione più tarda della lettura boccac-ciana della Tebaide (fine anni Quaranta e decennio seguente) avanzate da D. ANDERSON,

Boccaccio’s glosses…, cit., p. 65. Non ha tracce di lettura di Boccaccio il Barb. Lat. 74 di

origine francese, senza gli argumenta, che è stato identificato con l’esemplare citato nel ca-talogo della parva libraria di Santo Spirito da A. PUNZI, I libri del Boccaccio e un nuovo

co-dice di Santo Spirito: il Barberiniano lat. 74, in EAD. e A. MANFREDI, Per le biblioteche del

Boccaccio e del Salutati, in «Italia medioevale e umanistica», XXXVII, 1994, pp. 193-203:

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corrispondenza dei medesimi versi. Entrambe le glosse sono prece-dute da un segno di paragrafo e quella di N è accompagnata da una graffa con l’elemento a conchiglia, che si prolunga fino al v. 46, do-ve continua la descrizione della casa di Marte (vd. tavv. 6c e 7a). Va detto che si tratta di una semplice indicazione di contenuto e che è possibile che la stessa si ritrovi in altri manoscritti staziani (cioè che sia non originale di Boccaccio, bensì da lui desunta dall’esegesi pre-cedente), ma la postilla di N è accostabile a quella di M anche nella disposizione.

Quanto all’unica variante testuale «ditimna» registrata dal Cer-taldese a c. 128r, di fianco a Theb. IX 345 «per te maternos, mitis dictinna (Dictynna ed.), labores», essa non trova riscontro in N, c. 87r, perché qui nel testo c’è l’equivalente dictimna, lezione segnala-ta con quessegnala-ta grafia anche nei moderni apparati. Si osservi che am-bedue i codici hanno la glossa interlineare «ó Diana» e soprattutto che la variante di Boccaccio è in una scrittura più tarda rispetto a quella della postilla di c. 88r (nel testo, inoltre, credo sia lui a cor-reggere la prima n della parola in m, magari proprio sulla scorta del confronto con N).

Ci sono poi casi di coincidenza di segni d’attenzione. In margi-ne a Theb. VIII 421 sia M che N hanno una manicula, rispettivamen-te alle cc. 110v e 74v, come pure accanto a Theb. X 706, rispettiva-mente alle cc. 145v e 98r (in entrambi sopra ille a inizio del verso c’è la glossa esplicativa «Tiresia»). E ancora di fianco a Theb. II 446 il Certaldese inserisce una manina, mentre Nelli una graffa a forma di fiorellino (vd. rispettivamente cc. 22v e 15v) e così anche in margine a Theb. X 333 (vd. cc. 139r e 93v).

I restanti interventi di Boccaccio, che sono una manciata, non hanno riscontro nel margine di N, come, per es., le maniculae alle cc. 75v, 90r, 122r di M, la prima di fianco a Theb. VI 295, la seconda ac-canto a Theb. VIII 131 e la terza in margine a Theb. IX 280 (vd. cc. 52r, 62r, 82v di N). Viceversa Nelli condivide con M anche annota-zioni non autografe del Certaldese ma dello stesso tenore di quella sopra citata e da quest’ultimo vergata a c. 88r; per es., di fianco a Theb. X 67-69 a c. 134v di M si legge «or(ati)o matronar(um) g(re)charu(m)» (prima di ch c’è una g depennata inter scribendum) e a c. 91r di N «or(ati)o mat(ro)nar(um) gregar(um)» (vd. tavv. 7b-c); curiosamente Nelli riproduce la grafia gregarum che il modello ha corretto. O ancora in margine a Theb. X 85-90 a c. 135r di M si

figura

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