ASPETTI TERRITORIALI DELLA DEMOGRAFIA D IMPRESA IN ITALIA

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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PALERMO FACOLTÀ DI ECONOMIA

Corso di Laurea in

Economia e gestione del territorio e del turismo Indirizzo Territorio

ASPETTI TERRITORIALI DELLA DEMOGRAFIA D’IMPRESA IN ITALIA

Tesi di Laurea di:

Pietro Bologna

Relatore: Dott. Giuseppe Notarstefano

Anno Accademico 2007/2008

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INDICE

PREMESSA………...……

pag. 4

1. LE FONTI SULLA DEMOGRAFIA D’IMPRESA

1.1 DEFINIZIONE E STRUMENTI D’ANALISI DELLA

DEMOGRAFIA D’IMPRESA...

………...

pag

.

6 1.2 LA BANCA DATI MOVIMPRESE E L’ATTIVITA’

DELL’OSSERVATORIO UNIONCAMERE………..…….pag. 9 1.3 L’ARCHIVIO STATISTICO DELLE IMPRESE

ATTIVE (ASIA)………...…….…...pag. 11 1.4 MISURE DELLA FORMAZIONE INDUSTRIALE...…...pag. 15

2. LA DEMOGRAFIA D’IMPRESA

2.1 DEFINIZIONE D’IMPRESA E D’IMPRENDITORE.………pag. 22 2.2 LA STRUTTURA INDUSTRIALE ITALIANA..………pag. 24 2.3 L’IMPORTANZA DELLE NUOVE IMPRESE……….……..pag. 26 2.4 DETERMINANTI DELLA NASCITA DI NUOVE

IMPRESE ………...pag. 29 2.5 ORGANIZZAZIONI INCUBATRICI E FENOMENI

DI SPIN-OFF………..………….pag. 31 2.6 DETERMINANTI DELLA SOPRAVVIVENZA..…..…...pag. 33

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2.7 LE DIFFICOLTA’ CONNESSE ALL’AVVIO E ALLO

SVILUPPO DI UNA IMPRESA………...pag. 35 2.8 LEGAMI TRA NASCITA, CRESCITA D’IMPRESA E

DINAMICA OCCUPAZIONALE………...pag. 40 2.9 ESPERIENZE DI POLITICHE SULLA FORMAZIONE

DI NUOVE IMPRESE………pag. 45 2.10 VALUTAZIONI NORMATIVE SU POSSIBILI

INTERVENTI DI POLICY………..…...pag. 48

3. ANALISI DEGLI ASPETTI TERRITORIALI DELLA DEMOGRAFIA D’IMPRESA IN ITALIA

3.1 LA SCELTA DEGLI INDICATORI E L’ANALISI

DESCRITTIVA.………..pag. 51 3.2 ANALISI DELLA DEMOGRAFIA D’IMPRESA PER GLI

ANNI 1998-2007...………...pag. 53 3.2.1 L’ANDAMENTO DEL TASSO DI NATALITA’…….pag. 53 3.2.2 L’ANDAMENTO DEL TASSO DI MORTALITA’...pag. 55 3.2.3 L’ANDAMENTO DEL TASSO DI CREAZIONE…....pag. 57 3.3 CONSIDERAZIONI COMPLESSIVE……….……pag. 58 3.4 UN CASO PARTICOLARE: LA LOCALIZZAZIONE

DELLE NUOVE IMPRESE ICT………pag. 59

APPENDICE

………pag. 61

CONCLUSIONI……….

pag.123

BIBLIOGRAFIA……….…...

pag. 129

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PREMESSA

Incrementare i livelli d’imprenditorialità rappresenta, oggi, una importante fonte di crescita economica riconosciuta non solo dalla letteratura più recente, ma anche dalla classe politica mondiale e non ultima dall’Unione Europea che la indica tra i suoi obiettivi per il rilancio della politica economica.

E’, di fatti, cresciuta la consapevolezza che esiste una relazione stretta tra sviluppo economico regionale ed imprenditorialità. Tale relazione ha ricevuto, negli ultimi decenni, un apporto rilevante dalla diffusione delle tecnologie ICT (information and communication technology) e dalla globalizzazione dei mercati che aprono opportunità per le imprese di competere a livello internazionale.

L’analisi dell’imprenditorialità rappresenta un corpo di studi multidisciplinare, grazie ai contributi provenienti dall’economia industriale, dall’organizzazione aziendale, dalla politica economica, dalla sociologia e dalla psicologia. Questa eterogeneità di approcci è spiegata dall’oggetto principale del fenomeno in questione, che si sostanzia nelle dinamiche demografiche delle nuove imprese.

Lo scopo di questo elaborato è proprio lo studio della demografia d’impresa. Si comincerà, pertanto, dalla presentazione delle fonti che forniscono informazioni rilevanti sugli andamenti demografici; si passerà all’esposizione dei fattori che spiegano la nascita e lo sviluppo di nuove imprese; si proverà a fornire delle indicazioni di policy a sostegno

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dell’imprenditorialità che meglio si adattano al sistema economico italiano.

Infine, nell’ultima parte del presente lavoro sarà analizzato il legame tra territorio e dinamiche demografiche servendoci dello strumento cartografico. Le evidenze estrapolate da tale strumento, nel periodo preso a riferimento ovvero gli anni compresi fra il 1998 e il 2007, mostrano una certa variabilità nel manifestarsi del fenomeno della creazione d’impresa sul territorio nazionale.

Per concludere questa premessa alla tesi, appare opportuno citare Shumpeter il quale così scriveva: «gli imprenditori sono allenati a lavorare per il futuro e, pur con un minor grado di enfasi, è da ritenersi che la costruzione di un sistema economico che elimini progressivamente le disuguaglianze, progredendo compitamente nella realizzazione di livelli di benessere sempre più ampiamente condivisi, debba passare attraverso uno stimolo della formazione imprenditoriale e della qualità formativa delle persone (Shumpeter op. cit.).

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CAPITOLO 1

LE FONTI SULLA DEMOGRAFIA D’IMPRESA

1.1 DEFINIZIONE E STRUMENTI D’ANALISI DELLA DEMOGRAFIA D’IMPRESA

L’obiettivo della tesi è lo studio della demografia d’impresa con particolare attenzione agli aspetti territoriali delle dinamiche connesse al fenomeno di enterprise creation in Italia.

La demografia d’impresa, in linea generale, si occupa dei processi di nascita e cessazione d’impresa, delle determinanti della creazione e della sopravvivenza di nuove imprese, delle cause di cessazione, della crescita della nuova impresa, degli interventi di policy a sostegno della creazione ed all’avvio dell’impresa: tutti aspetti che hanno un imprescindibile rapporto con lo spazio e con il settore d’appartenenza dell’impresa.

Essa rappresenta, inoltre, un corpo di studi multidisciplinari con radici nell’organizzazione aziendale, nell’economia industriale, nella psicologia, nella politica economica e nell’economia regionale (Torrisi, 2002). E’ sorta soltanto di recente nel corso degli anni settanta quando il fenomeno della creazione d’impresa ha cominciato a destare l’attenzione degli studiosi, dei governi nazionali e sopranazionali, come strumento di sviluppo economico territoriale, di trasformazione e modernizzazione dei sistemi economici.

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Nonostante tale fenomeno anche in Italia abbia assunto ed assuma grande importanza, non sono particolarmente numerose le fonti informative sulle dinamiche relative alla nati-mortalità imprenditoriale.

Tra esse risulta di notevole interesse statistico la costituzione, nel 1982, dell’archivio Movimprese, gestito da InfoCamere per conto dell’Unioncamere1, che raccoglie i movimenti di iscrizione e cancellazione presso il Registro delle Imprese2 di tutte le Camere di Commercio italiane. Di fatti, quando un’impresa nasce o cessa di esistere, si deve adempiere ad una registrazione di natura amministrativa presso le Camere di Commercio.

Bisogna, però, dire che tali dati amministrativi presentavano problemi di validità ed uniformità per cui molti economisti rifiutavano di adoperarli ed i soggetti istituzionali interessati al monitoraggio dei fenomeni economici ne facevano uso con le dovute cautele ed in mancanza di informazioni più accurate (Bonaccorsi, 2005).

A tale lacuna ha supplito la creazione nel 1998 dell’Osservatorio Unioncamere sulla Demografia delle imprese da parte dell’Ufficio studi di Unioncamere, fornendo dati di migliore qualità sulla base sia di criteri statistici nazionali ed internazionali (Istat, Eurostat) sia di requisiti di validità a fini scientifici (Bonaccorsi, 2005).

1 InfoCamere, Società Consortile per Azioni delle Camere di Commercio Italiane, assicura la realizzazione e gestione delle applicazioni necessarie al funzionamento del sistema camerale e al suo dialogo con la Pubblica Amministrazione, le imprese e i cittadini per conto dell’Unione delle Camere di commercio (Unioncamere, 2005).

2 Il Registro delle Imprese, previsto dal Codice civile del 1942, è stato costituito con la legge n. 580 del 29 dicembre 1993, che prevede il riordino delle Camere di Commercio, come un registro informatico, gestito dalle Camere di Commercio. Tutti i soggetti che svolgono un’attività economica sono tenuti all’iscrizione nel Registro o ad essere annotati in apposite sezioni speciali di esso, come delle successive variazioni o deposito di atti o documenti. Data la natura informatica del R.I., l’iscrizione genera le previste conseguenze legali (es.: esistenza giuridica dell’impresa iscritta;

opponibilità ai terzi delle informazioni depositate presso il R.I.), nel momento stesso in cui le prescritte informazioni vengono inserite nella memoria dei sistemi informativi in cui si articola il R.I..

Da tale momento, per le caratteristiche proprie di tali sistemi, le informazioni diventano anche fruibili per via telematica da chiunque abbia interesse a conoscerle (Unioncamere, 2005).

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L’Osservatorio, attraverso un’attività di monitoraggio sulle dinamiche demografiche delle aziende italiane, ha l'obiettivo di analizzare i flussi di natura amministrativa del Registro Imprese, resi disponibili da Movimprese, per ricavare informazioni utili all'analisi dell'evoluzione del sistema economico tramite l’osservazione delle principali tendenze territoriali e settoriali dell’imprenditorialità (Unioncamere, 2005).

Un’altra importante banca dati per analizzare e valutare i flussi di formazione imprenditoriale è l’Archivio Statistico delle Imprese Attive (ASIA), istituito dall’Istat più di un decennio fa e di cui Movimprese costituisce una delle fonti utilizzate per l’elaborazione. La banca dati ASIA contempla le imprese che nel corso dell’anno sono rimaste attive3 sul territorio nazionale e permette di diffondere dati sull’evoluzione della demografia d’impresa in Italia, grazie al periodico aggiornamento dell’archivio da parte dell’Istat. I dati sono presentati a livello di settore di attività economica e di ripartizione territoriale (Istat, 2008).

Un’ulteriore informazione d’interesse statistico sulle principali tendenze demografiche deriva, poi, dal ricorso a varie misure della formazione industriale (o meglio imprenditoriale), di cui le più note sono il tasso di formazione netto o tasso di creazione d’impresa, il tasso di natalità e di mortalità, che verranno trattate nell’ultimo paragrafo di questo capitolo.

Infine, occorre menzionare l’informazione derivante dalle indagini campionarie d’approfondimento su aspetti della demografia d’impresa come la sopravvivenza, le difficoltà incontrate e le strategie adottate nella fase di avvio dell’impresa, il profilo dei “nuovi imprenditori”.

Circa le indagini condotte sui “nuovi imprenditori” sia l’Osservatorio

3 Per impresa attiva si intende un’impresa iscritta al Registro delle Imprese che esercita l’attività e non risulta avere procedure concorsuali in corso (Unioncamere, 2005).

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Unioncamere sulla demografia d’impresa sia l’Istat forniscono due banche dati. Le considerazioni relative a tali indagini vengono affrontate all’interno dei rispettivi paragrafi.

1.2 LA BANCA DATI MOVIMPRESE E L’ATTIVITA’

DELL’OSSERVATORIO UNIONCAMERE

Movimprese rappresenta la fonte più completa ed aggiornata sulla demografia economica del Paese. Essa rileva la numerosità e la distribuzione sul territorio provinciale, regionale e nazionale di tutti i soggetti economici tenuti all'iscrizione presso il Registro delle Imprese delle Camere di Commercio, analizzando i fenomeni demografici per settore di attività economica e per tipologia di forma giuridica dell'impresa (Unioncamere, 2005).

L’Osservatorio, a sua volta, attraverso un’attività di monitoraggio sulle dinamiche demografiche ha l'obiettivo di analizzare in modo più dettagliato i flussi di natura amministrativa del Registro Imprese, resi disponibili da Movimprese, per ricavare informazioni utili all'analisi dell'evoluzione del sistema economico. In particolare i compiti dell'Osservatorio sono:

1. la classificazione delle nuove iscrizioni al Registro Imprese in base alla tipologia di evento che le ha determinate (iscrizione determinata da una "vera" nuova impresa, iscrizione determinata da una trasformazione giuridica, iscrizione determinata dallo

"spin-off" da attività preesistenti);

2. la determinazione di informazioni relative ai nuovi imprenditori (quali attività intraprendono, età, sesso ecc…), l'impatto

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occupazionale delle nuove iniziative imprenditoriali e dei fenomeni di trasformazione d'impresa.

Circa il primo punto, l’Osservatorio applica all’archivio delle imprese tecniche di depurazione dei dati da registrazioni spurie (“false nascite”), in modo da distinguere le “vere” nuove imprese dai casi di scorporo e trasformazione (cambiamento della forma giuridica, di ragione sociale, di localizzazione) a partire da imprese pre-esistenti (Bonaccorsi, 2005).

Il prodotto di questa attività dell’Osservatorio è la “ricostruzione dell’universo delle vere nuove imprese” che consente di chiarire l’effettiva consistenza del fenomeno della natalità imprenditoriale in Italia, offrendo uno spaccato settoriale e territoriale (a livello regionale e provinciale). Il lavoro ha permesso di quantificare in circa 230000 unità la numerosità delle imprese effettivamente create in media ogni anno tra il 1998 e il 2002, per un tasso medio di natalità di poco superiore al 5%

(Sangalli, 2005, pag. 17).

Per il secondo punto, tra le attività che l’Osservatorio svolge per arricchire i dati sulla demografia d’impresa, bisogna menzionare le indagini campionarie condotte attraverso la somministrazione di un questionario strutturato, aventi come riferimento l’universo delle “vere”

nuove imprese (Sangalli, op. cit.). Notevole interesse destano le indagini sul profilo e sulle motivazioni del “fondatore d’impresa” dato che l’analisi del fenomeno della nascita di nuove aziende non può prescindere dall’esame del profilo del neo-imprenditore.

A tal proposito il Centro studi Unioncamere ha svolto un indagine4 su un campione di 2000 “vere” nuove imprese sorte nel corso del 2000,

4 L’indagine è stata effettuata attraverso un campionamento stratificato secondo un criterio settoriale e territoriale (7 macrosettori e 4 grandi ripartizioni). La numerosità campionaria è stata poi determinata applicando a tutti gli strati la stessa frazione di campionamento.

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attraverso intervista con tecnica CATI (computer aided telephone interviews), e sulla base di un questionario strutturato per aree tematiche.

Dall’indagine è emerso che il tipico “fondatore d’impresa”ha circa 35 anni, è di genere maschile ed è diplomato. La sua età media potrebbe suggerire che il desiderio di “fare impresa” non sia dettato dall’improvvisazione o dallo stimolo al guadagno immediato dopo aver terminato l’iter scolastico o formativo. Il possesso di un titolo universitario, inoltre, non caratterizza il neo-imprenditore dato che il titolo di studio predominante è il diploma di scuola media superiore.

Tra le motivazioni personali che hanno determinato la nascita dell’azienda, sono prevalenti quelle del successo personale ed economico (37%) e la necessità di trovare uno sbocco lavorativo (16%), rispetto alle motivazioni legate ad un’idea innovativa e alle opportunità di mercato (che insieme raccolgono il 14% degli intervistati). L’esperienza precedente, nello stesso settore o in un altro, gioca un ruolo non indifferente nella decisione di costituire una nuova azienda grazie alle competenze ed alle conoscenze maturate (13%), mentre le imprese sorte tramite agevolazioni (0,4%) o per continuare una tradizione familiare (6%) costituiscono una quota marginale. Infine, è da rilevare lo scarso apporto delle donne al fenomeno della creazione d’impresa (Gagliardi e Mauriello, 2005).

1.3 L’ARCHIVIO STATISTICO DELLE IMPRESE ATTIVE (ASIA)

L’archivio statistico delle imprese attive (ASIA) è una banca dati creata dall’Istat, in ottemperanza ai riferimenti normativi relativi all’armonizzazione statistica, introdotti dall’Eurostat, l’Ufficio statistico

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della Comunità europea (art. 1 e 7 del Regolamento n. 2186/93 del Consiglio dell’Unione Europea) e in attuazione del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 26 febbraio 1994, che incaricava l’Istat di istituire un gruppo di lavoro avente l’incarico di progettare e realizzare il nuovo registro statistico delle imprese sulla base delle informazioni disponibili in ambienti di tipo amministrativo (Istat, 1998).

Le fonti utilizzate nell’impianto e nell’aggiornamento di ASIA appartengono a tre diverse tipologie (al fine di verificare la sussistenza dell’azienda). La prima tipologia è rappresentata dall’insieme delle informazioni che provengono dai grandi archivi amministrativi gestiti da differenti Enti:

• l’Anagrafe tributaria, gestito dal Ministero delle finanze che raccoglie informazioni su tutte le persone, fisiche e giuridiche, tenute alla presentazione della dichiarazione per il pagamento delle imposte dirette o indirette;

• il Registro delle imprese, gestito dalle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, provinciali, che raccolgono le dichiarazioni dei soggetti che vogliono intraprendere una qualsiasi attività economica produttiva (ad esclusione dei liberi professionisti);

• l’Archivio INPS, che registra le imprese che occupano persone per le quali è obbligatorio il pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali;

• l’Archivio INAIL, che registra le imprese che occupano persone per le quali è obbligatorio il pagamento dei premi per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro;

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• l’Archivio delle utenze elettriche della Società per l’energia elettrica (ENEL), con esclusione delle utenze "domestiche".

La seconda tipologia di fonti è costituita dalle informazioni che provengono dagli Enti pubblici e privati che gestiscono sub-archivi inerenti a specifici settori come l’ABI e la Banca d’Italia per gli Istituti di credito, l’ANIA per gli Istituti assicurativi, il Ministero delle attività produttive e la Soc. Nielsen per la grande distribuzione commerciale.

Il terzo livello di fonti è costituito da tutte le indagini statistiche che l’Istat effettua sulle imprese (sistema dei conti delle imprese, indagine sul prodotto lordo delle piccole imprese, indagini sul settore dei servizi ecc..) (Istat, 1998).

L’archivio statistico delle imprese attive rappresenta una fonte di primaria importanza che permette di monitorare con continuità l’evoluzione della struttura produttiva. I dati dell’archivio vengono diffusi dall’Istat periodicamente attraverso gli aggiornamenti dell’archivio stesso che consentono di sviluppare una analisi di tipo demografico del fenomeno imprenditoriale (Istat, 2008).

Degna di nota è l’indagine che l’Italia ha condotto insieme a 15 Paesi dell’UE su un campione di imprese appartenenti ad una popolazione di riferimento costituita da tutte le imprese “reali” nate nel 2002 e sopravviventi a 3 anni dalla nascita5. Allo scopo di ottenere dati confrontabili a livello europeo è stata progettata, infatti, un’indagine denominata “Factors of Business Success” (FOBS), basata sull’adozione di definizioni condivise e sull’utilizzo di un questionario comune tra i Paesi partecipanti (Istat, 2006).

5 L’indagine consente di approfondire le determinanti del successo, con riferimento alle caratteristiche demo-sociali e motivazionali del fondatore oltre alle determinanti economiche. Per impresa reale si intende una attività i cui fattori produttivi non sono collegati ad imprese già esistenti (Istat, 2006).

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Da tale indagine sono emerse le caratteristiche che consentono di tracciare il profilo del neoimprenditore italiano che prevalentemente è maschio, ha un’età compresa tra 30 e 39 anni (tavola 1, pag. 17) e possiede un diploma di scuola media superiore. Di fatti, su quattro imprenditori che avviano una nuova attività tre sono uomini (tavola 2, pag. 18); il 70% circa di imprenditori che danno vita a una nuova impresa ha meno di 40 anni, il 29,9% ne ha meno di 30 e il 10,9%, più di 49; il livello di istruzione (tavola 3, pag. 19) più diffuso è il diploma di scuola media superiore (46,3%), seguono i livelli d’istruzione inferiori (32,2%), e la laurea (21,5%). E’ emerso, inoltre, che l’area nord- orientale presenta livelli di scolarizzazione più bassi con il 37,2% dei neoimprenditori che raggiunge soltanto la scuola media inferiore; al Centro si ritrova la più elevata percentuale di laureati (25,5%) mentre al Sud e nelle Isole quella di diplomati (49%).

Altri aspetti riguardano il fatto che la maggioranza dei nuovi imprenditori (61,3%) ha maturato una precedente esperienza lavorativa nello stesso settore di attività in cui opera (tavola 5, pag. 21). Prima di avviare la nuova impresa, infatti, il 42,8% dei neoimprenditori si trovava nella condizione di lavoratore dipendente, il 24,8% dichiara di essere stato imprenditore o libero professionista mentre il 14,7% era disoccupato. Infine, gli studenti che sono entrati nel mercato del lavoro, costituendo direttamente una nuova impresa, rappresentano l’11,9% del totale (tavola 4, pag. 20).

Infine, tra le motivazioni alla base di “fare impresa” prevale il desiderio di mettersi in proprio e di affrontare nuove sfide (figura 1, pag. 21). Il desiderio di mettersi in proprio rappresenta, infatti, la motivazione che molto od in parte ha caratterizzato l’81,1% dei fondatori d’impresa con il

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50% degli stessi che la indica molto importante6. Bassa è la percentuale, invece, di imprenditori che scelgono la propria attività per proseguire una tradizione familiare, mentre ancora elevata è la motivazione relativa alla necessità di “evitare la disoccupazione” che riguarda circa trenta intervistati su cento (Istat, 2006).

1.4 MISURE DELLA FORMAZIONE INDUSTRIALE

Nello studio della demografia d’impresa un’importante fonte di informazione statistica è offerta dalle misure della formazione industriale. Tali misure si manifestano nella forma d’indicatori utili a valutare ed arricchire le analisi empiriche sulla creazione di nuove attività imprenditoriali.

Nel panorama delle varie tipologie d’indicatori, si può operare una distinzione tra le misure offerte dalla demografia industriale da quelle che derivano dagli studi di economia regionale (Notarstefano, 2002).

All’interno degli indicatori demoindustriali i più utilizzati sono:

• il tasso di creazione (o di formazione netta), dato dal rapporto tra il saldo delle imprese iscritte con le cancellate al tempo t e le imprese registrate7 (oppure le attive) nello stesso periodo;

• il tasso di natalità, dato dal rapporto tra le imprese iscritte al tempo t e le imprese registrate (o attive) al tempo t;

• il tasso di mortalità, dato dal rapporto tra le imprese cessate al tempo t e le imprese registrate (o attive) al tempo t;

6 Nel questionario alle diverse motivazioni è associato un diverso livello di importanza: molto, in parte, per niente, non so.

7 Ai fini di Movimprese si definisce registrata una impresa presente in archivio e non cessata, indipendentemente dallo stato di attività assunto (attiva, inattiva, sospesa, in liquidazione, fallita).

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• il tasso di sopravvivenza, dato dal rapporto tra il numero di imprese iscritte in t e sopravvissute in t+n e il numero di imprese iscritte in t;

• il tasso netto di turnover d’impresa, dato dalla differenza tra il tasso di natalità e il tasso di mortalità;

• il tasso di ricambio imprenditoriale, dato dal rapporto tra le iscritte e le cessate al tempo t;

• il coefficiente di densità imprenditoriale, dato dal numero delle imprese in rapporto alla superficie su cui insistono;

• il tasso d’imprenditorialità, dato dal rapporto tra imprese e popolazione di una determinata area.

Tali indicatori se da un lato offrono importanti spunti di riflessione, dall’altro andrebbero presi con le dovute cautele. Infatti, queste misure presentano dei limiti derivanti dal fatto che non tengono conto delle differenze strutturali fra le nuove imprese e le imprese già esistenti e dalla tendenza ad esaltare le performance di aree depresse con una dotazione imprenditoriale carente.

Gli indicatori ricavati, invece, dalla letteratura dell’economia regionale, dove si pone l’accento sull’influenza della struttura produttiva, della struttura sociale e del territorio sulla nascita di una nuova impresa, si fondano sul rapporto tra le imprese iscritte e le variabili legate all’offerta di lavoro. Tra le misure più utilizzate si rileva il rapporto tra le imprese iscritte e gli occupati (o addetti), intendendo così identificare nei lavoratori una sorta di bacino ideale d’imprenditorialità a disposizione del territorio in cui operano (Notarstefano, op. cit.).

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Fonte: Istat, Archivio Statistico delle Imprese Attive (Asia), 2005.

Tavola 1 - Età dell'imprenditore alla nascita dell'impresa per regione Anno 2005 (valori percentuali)

Età dell'imprenditore alla nascita dell'impresa REGIONI

<30 30-39 40-49 50+ Totale Piemonte e Valle d Aosta 34,0 40,6 17,4 8,0 100,0

Lombardia 24,8 41,4 21,7 12,1 100,0

Bolzano 21,9 42,6 23,7 11,8 100,0

Trento 31,9 42,1 19,9 6,1 100,0

Veneto 25,8 40,2 20,6 13,4 100,0

Friuli Venezia Giulia 30,8 41,1 17,8 10,3 100,0

Liguria 26,7 36,2 20,4 16,7 100,0

Emilia Romagna 24,4 38,6 22,4 14,6 100,0

Toscana 28,1 39,2 20,7 12,0 100,0

Umbria 29,1 43,1 17,8 10,0 100,0

Marche 35,4 37,7 19,2 7,7 100,0

Lazio 20,9 42,3 21,2 15,6 100,0

Abruzzo 33,8 35,0 22,6 8,6 100,0

Molise 28,8 45,1 19,9 6,2 100,0

Campania 40,7 36,4 14,9 8,0 100,0

Puglia 39,3 38,4 14,9 7,4 100,0

Basilicata 35,4 42,6 11,3 10,7 100,0

Calabria 41,8 38,6 9,6 10,0 100,0

Sicilia 33,8 41,4 19,0 5,8 100,0

Sardegna 27,0 46,7 20,1 6,2 100,0

Italia 29,9 40,0 19,2 10,9 100,0

Nord-ovest 27,5 40,6 20,4 11,5 100,0

Nord-est 25,8 39,8 21,1 13,3 100,0

Centro 25,7 40,8 20,5 13,0 100,0

Sud e Isole 37,2 39,1 16,2 7,5 100,0

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Fonte: Istat, Archivio Statistico delle Imprese Attive (Asia), 2005.

Tavola 2 - Sesso dell'imprenditore per regione - Anno 2005 (valori percentuali)

REGIONI

Maschi Femmine Totale

Piemonte e Valle d Aosta 71,9 28,1 100,0

Lombardia 75,4 24,6 100,0

Bolzano 74,7 25,3 100,0

Trento 80,6 19,4 100,0

Veneto 82,5 17,5 100,0

Friuli Venezia Giulia 71,6 28,4 100,0

Liguria 71,4 28,6 100,0

Emilia Romagna 73,7 26,3 100,0

Toscana 78,9 21,1 100,0

Umbria 71,6 28,4 100,0

Marche 83,1 16,9 100,0

Lazio 71,7 28,3 100,0

Abruzzo 71,5 28,5 100,0

Molise 73,5 26,5 100,0

Campania 71,1 28,9 100,0

Puglia 71,2 28,8 100,0

Basilicata 77,0 23,0 100,0

Calabria 72,9 27,1 100,0

Sicilia 76,5 23,5 100,0

Sardegna 75,8 24,2 100,0

Italia 74,8 25,2 100,0

Nord-ovest 74,0 26,0 100,0

Nord-est 77,6 22,4 100,0

Centro 75,6 24,4 100,0

Sud e Isole 73,0 27,0 100,0

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Fonte: Istat, Archivio Statistico delle Imprese Attive (Asia), 2005.

Tavola 3 - Titolo di studio dell'imprenditore alla nascita dell'impresa per regione Anno 2005 (valori percentuali)

Titolo di studio REGIONI

Nessuno/Elementare Media Inf. Media Sup. Dipl.laurea/Laurea Totale

Piemonte e Valle d Aosta 2,7 27,3 45,5 24,5 100,0

Lombardia 4,7 27,9 45,5 21,9 100,0

Bolzano 1,4 33,4 38,6 26,6 100,0

Trento 2,4 28,4 50,0 19,2 100,0

Veneto 3,9 34,5 44,6 17,0 100,0

Friuli Venezia Giulia 5,9 29,4 43,2 21,5 100,0

Liguria 6,0 28,3 48,0 17,7 100,0

Emilia Romagna 4,3 32,7 40,6 22,4 100,0

Toscana 1,6 36,3 41,2 20,9 100,0

Umbria 0,4 21,0 59,1 19,5 100,0

Marche 5,0 29,1 45,2 20,7 100,0

Lazio 3,5 18,3 47,3 30,9 100,0

Abruzzo 3,8 31,2 46,3 18,7 100,0

Molise 5,0 28,5 49,1 17,4 100,0

Campania 3,4 26,0 50,6 20,0 100,0

Puglia 2,0 32,4 48,6 17,0 100,0

Basilicata 4,9 28,6 44,6 21,9 100,0

Calabria 2,4 20,0 57,2 20,4 100,0

Sicilia 4,5 28,4 47,3 19,8 100,0

Sardegna 2,1 35,5 42,9 19,5 100,0

Italia 3,5 28,7 46,3 21,5 100,0

Nord-ovest 4,3 27,8 45,8 22,1 100,0

Nord-est 4,1 33,1 42,9 19,9 100,0

Centro 2,8 25,9 45,8 25,5 100,0

Sud e Isole 3,2 28,5 49,0 19,3 100,0

(20)

Fonte: Istat, Archivio Statistico delle Imprese Attive (Asia), 2005.

Tavola 4 - Condizione lavorativa precedente per regione - Anno 2005 (valori percentuali)

REGIONI

Imp/lib.prof

Lavoratore

dipendente Studente Disoccupato

Altra

condizione Totale

Piemonte e Valle d Aosta 25,7 49,3 15,6 5,2 4,2 100,0

Lombardia 31,2 47,6 10,9 4,2 6,1 100,0

Bolzano 21,1 63,2 8,4 2,3 5,0 100,0

Trento 19,2 67,7 5,7 5,3 2,1 100,0

Veneto 25,9 57,7 8,2 4,2 4,0 100,0

Friuli Venezia Giulia 21,7 54,4 10,2 8,1 5,6 100,0

Liguria 21,6 43,7 10,2 14,8 9,7 100,0

Emilia Romagna 26,9 53,9 5,5 7,7 6,0 100,0

Toscana 28,2 47,0 11,1 8,1 5,6 100,0

Umbria 24,6 44,2 14,0 13,5 3,7 100,0

Marche 26,1 53,2 8,9 5,9 5,9 100,0

Lazio 28,8 34,2 14,3 14,9 7,8 100,0

Abruzzo 22,6 38,2 11,9 20,7 6,6 100,0

Molise 17,1 38,0 10,7 30,3 3,9 100,0

Campania 19,0 26,7 14,4 33,0 6,9 100,0

Puglia 23,7 28,2 14,3 28,6 5,2 100,0

Basilicata 19,2 33,0 10,3 30,3 7,2 100,0

Calabria 14,1 28,3 17,1 33,4 7,1 100,0

Sicilia 16,2 32,6 14,7 31,8 4,7 100,0

Sardegna 21,0 44,5 12,1 19,0 3,4 100,0

Italia 24,8 42,8 11,9 14,7 5,8 100,0

Nord-ovest 28,6 47,6 12,1 5,7 6,0 100,0

Nord-est 25,5 56,5 7,2 5,9 4,9 100,0

Centro 28,0 41,7 12,5 11,3 6,5 100,0

Sud e Isole 19,3 31,0 14,1 29,8 5,8 100,0

(21)

m mm m

0 10 20 30 40 50 60 70 80 90

in parte

Fonte: Istat, Archivio Statistico delle Imprese Attive (Asia), 2005.

Figura 1 – Motivazioni all’avvio di una impresa – Anno 2005 (valori percentuali)

Fonte: Istat, Archivio Statistico delle Imprese Attive (Asia), 2005.

Tavola 5 - Esperienza precedente nello stesso settore per regione - Anno 2005 (valori percentuali)

REGIONI

Si No Totale

Piemonte e Valle d Aosta 63,2 36,8 100,0

Lombardia 63,1 36,9 100,0

Bolzano 68,1 31,9 100,0

Trento 72,6 27,4 100,0

Veneto 68,0 32,0 100,0

Friuli Venezia Giulia 69,9 30,1 100,0

Liguria 62,3 37,7 100,0

Emilia Romagna 61,5 38,5 100,0

Toscana 64,7 35,3 100,0

Umbria 57,8 42,2 100,0

Marche 57,2 42,8 100,0

Lazio 60,7 39,3 100,0

Abruzzo 61,8 38,2 100,0

Molise 61,7 38,3 100,0

Campania 57,8 42,2 100,0

Puglia 52,0 48,0 100,0

Basilicata 58,1 41,9 100,0

Calabria 55,2 44,8 100,0

Sicilia 54,8 45,2 100,0

Sardegna 66,5 33,5 100,0

Italia 61,3 38,7 100,0

Nord-ovest 63,0 37,0 100,0

Nord-est 65,8 34,2 100,0

Centro 61,4 38,6 100,0

Sud e Isole 56,9 43,1 100,0

Realizz.ne idea innovativa Sfuggire lavoro insoddisf.

Conciliare lavoro e privato/figli

Evita disoccupazione Tradizione familiare

Prosp.va ult.ri guadagni

molto

Desiderio nuova sfida Desiderio di mettersi in proprio

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CAPITOLO 2

LA DEMOGRAFIA D’IMPRESA

2.1 DEFINIZIONE D’IMPRESA E D’IMPRENDITORE

In questo secondo capitolo s’intende trattare la demografia d’impresa a partire dai concetti d’impresa e d’imprenditore.

Circa il primo concetto, si deve fare riferimento alla definizione giuridica contenuta all’art. 2082 del Codice civile in cui si desume che l’impresa è un’attività economica professionalmente organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni e di servizi. Dalla norma, che in realtà è riferita all’imprenditore e quindi indirettamente all’impresa, si evince che l’impresa è caratterizzata da un oggetto ossia la produzione o lo scambio di beni e servizi e da specifiche modalità di svolgimento (organizzazione, professionalità ed economicità).

Una definizione differente è fornita da Gino Zappa, considerato uno dei padri fondatori dell’economia aziendale (se non il padre fondatore), il quale si riferisce all’impresa come istituto atto a perdurare che, per il soddisfacimento dei bisogni umani, ordina e svolge in continua coordinazione la produzione od il procacciamento e il consumo della ricchezza (Zappa 1956, pag. 37). Questa definizione mette in risalto la connotazione di continuità dell’attività economica nonché l’attività di coordinamento degli accadimenti aziendali.

(23)

Passando al secondo, sul senso e sul ruolo dell’imprenditore, nel tempo, si sono avvicendati diverse visioni, costituendo uno dei temi più dibattuti del pensiero economico (Balducci, 2001).

Una prima concezione d’imprenditore si deve a Leon Walras (che visse nell’ottocento), padre della teoria marginalista, secondo il quale l’arte di intrapresa viene connessa alla capacità di coordinare l’attività produttiva.

L’imprenditore assume la funzione di mero coordinatore di fattori produttivi al fine di ottenere l’output del processo produttivo, assumendo tecnologia e prezzi come dati (Zamagni e Screpanti, 1989).

Un’altra visione d’imprenditore si deve a Richard Chantillon che nel 1755 definì l’imprenditore come colui che si assume il rischio di anticipare il capitale necessario all’acquisto di mezzi di produzione con prezzi certi a fronte di ricavi futuri incerti (Torrisi, 2002). Allo stesso modo, Frank Knight associa l’arte d’intrapresa a soggetti con elevata propensione al rischio e di cui il profitto rappresenta la remunerazione (Knight, 1960).

Una particolare visione d’imprenditore può farsi derivare, poi, dall’opera di Joseph Alois Shumpeter il quale concepisce l’attività imprenditoriale come attività innovativa. Tale attività consiste nell’introduzione di nuovi prodotti, nuovi metodi di produzione, nuovi mercati, nuove tecniche d’organizzazione di cui l’imprenditore si fa promotore. La remunerazione, in questo caso, è associata ad una forma di rischio diversa dal rischio d’impresa visto prima, ovvero dall’attività d’innovazione i cui risultati ed i costi sono aleatori (Torrisi, 2002). In realtà, l’evidenza empirica segnala che le nuove imprese nate per realizzare un’idea innovativa costituiscono una quota intorno al 5%

(come mostrato dall’indagine sui nuovi imprenditori svolta dal centro studi di Unioncamere), mentre gran parte delle nuove imprese nasce in

(24)

settori già esistenti, per realizzare prodotti disponibili attraverso processi imitativi (Bonaccorsi, 2005).

Una prospettiva interessante è quella mostrata da Klepper secondo cui l’attività imprenditoriale è influenzata dall’esperienza lavorativa precedente, dalla competenze maturate nel tempo come dipendente (Bonaccorsi, op. cit.). Si può ipotizzare, allora che chiunque abbia una qualche esperienza di lavoro è un potenziale imprenditore.

Per Michal Kalecki, invece, la costituzione di un’impresa dipende dalla disponibilità di capitale. L’imprenditore, quindi, è chi ha la proprietà del capitale con ciò contraddicendo le teorie economiche precedenti le quali supponevano che chiunque poteva farsi imprenditore, ottenendo il capitale necessario a svolgere un’attività rischiosa (Balducci, op. cit.).

Per ultima, ma non per livello d’importanza, dobbiamo citare la tradizione austriaca che vede nell’imprenditore chi svolge funzioni di coordinamento e di arbitraggio ossia di ricerca di profitto (imprenditori- opportunisti) (Torrisi, op. cit.). La scelta di diventare imprenditore deriva da una decisione razionale dovuta alla presenza di occasioni di profitto.

Nell’ambito di tale tradizione Kirzner affida all’imprenditore un ruolo attivo consistente nella ricerca di informazioni che gli permettono di scoprire le opportunità di mercato esistenti; diversamente dalla scuola neoclassica che attribuisce un ruolo passivo alla figura dell’imprenditore date le ipotesi di razionalità illimitata e di perfetta informazione del mercato degli agenti economici (Terrasi, 1990).

2.2 LA STRUTTURA INDUSTRIALE ITALIANA

La struttura industriale italiana si caratterizza, in generale, dalla prevalenza delle imprese di dimensioni piccole, che mostrano una

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spiccata dinamicità di natalità e mortalità, dalla specializzazione in settori tradizionali (come abbigliamento e tessile) e dalla carenza di settori a tecnologia avanzata.

L’Italia è un paese in cui prevalgono da sempre le piccole imprese, come dimostra il fatto che circa il 99% delle imprese attive nel periodo 1998- 2002 occupava meno di 50 addetti (Santarelli, 2005). Ciò se da un lato, soprattutto in passato, ha rappresentato un vantaggio in termini di maggiore flessibilità delle piccole rispetto alle grandi imprese mostrando una maggiore reattività ai mutamenti della domanda e delle condizioni di costo nel settore d’appartenenza, dall’altro oggi non è più così. Si rileva, infatti, un aumento della flessibilità delle imprese di grandi dimensioni che possono fare uso delle moderne tecnologie informatiche (CAD/CAM) e di nuove forme di organizzazione della produzione (just in time) (Capello, 2004).

Inoltre, le piccole imprese appaiono svantaggiate rispetto alle grandi in materia di capacità innovativa, dato che hanno risorse molto ridotte da destinare all’attività di ricerca; in termini di potere contrattuale sul mercato e per il fatto che debbono fare un maggiore ricorso al mercato stesso per tutti i servizi che non vengono svolti all’interno (Gallo e Berghini, 1990). Questi motivi insieme ad altri, che vedremo nel prosieguo della trattazione, spiegano la tendenza a registrare tassi di mortalità elevati che si acuiscono nei periodi di crisi economica.

Le analisi di demografia imprenditoriale condotte dall’Osservatorio Unioncamere mostrano delle regolarità empiriche importanti per l’Italia ovvero: le imprese nascono molto piccole; hanno un’elevata probabilità di uscita dal mercato con il 50% delle nuove imprese che cessa l’attività entro il sesto anno di vita; un basso tasso di crescita delle imprese sopravvissute dato che la maggior parte delle nuove imprese a tre anni

(26)

dalla nascita non ha assunto personale; la scarsa incidenza delle imprese innovative sul fenomeno della creazione d’impresa (Santarelli, 2005).

Esiste, pertanto, una correlazione positiva tra piccole imprese e nuove imprese, poiché queste ultime nascono piccole e rimangono tali per tutta la loro vita. Come, pure, esiste una relazione diretta tra le ridotte dimensioni medie dell’impresa italiana e la carente attività di ricerca e sviluppo. Questa problematica è associata, come si è detto, alla scarsità delle risorse impiegate nella ricerca. Rispetto ai principali paesi Ocse l’Italia, infatti, presenta una percentuale delle risorse investite in ricerca e sviluppo sul Pil pari alla metà (Berghini, 1990).

In considerazione delle osservazioni sin qui fatte sulle caratteristiche della struttura industriale italiana emerge di conseguenza una dipendenza tecnologica nei confronti delle nazioni più avanzate data l’assenza o la debolezza della produzione nazionale in settori strategici come la microelettronica. D’altro canto la specializzazione produttiva in settori tradizionali di tipo labour intensive comporta l’esposizione alla concorrenza dei paesi in via di sviluppo caratterizzati da un basso costo del lavoro (Berghini, 1990).

Appare evidente, per concludere, l’importanza della formazione di nuove imprese in settori nuovi, magari ad alta tecnologia, per diversificare ed arricchire la struttura industriale italiana.

2.3 L’IMPORTANZA DELLE NUOVE IMPRESE

Al fine di delimitare il fenomeno delle nuove imprese, nello studio della demografia d’impresa si è spesso fatto ricorso per definire tale fenomeno al concetto d’indipendenza ovvero ci si è riferiti ad un’impresa che non

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avesse legami di dipendenza da altre già operanti. L’Istat, non a caso, utilizza nelle sue analisi demografiche l’espressione “imprese reali”

definendole attività i cui fattori produttivi non sono collegati ad imprese esistenti (Istat, 2006).

Questi legami possono essere riconducibili o al mercato od alla proprietà. Per legame di mercato intendiamo la dipendenza da un ristretto numero di clienti o da un particolare fornitore senza i quali l’impresa avrebbe difficoltà a sopravvivere. Per legame di proprietà ci riferiamo, invece, ad un imprenditore che possiede più imprese, alle partecipazioni incrociate, a legami di gruppo od alla presenza in più consigli di amministrazione delle stesse persone (Gallo e Berghini, 1990).

Questa definizione di nuova impresa se valida per valutare il fenomeno della creazione d’impresa può costituire una strozzatura, allorquando vogliamo conoscere l’apporto delle stesse alla diversificazione del tessuto produttivo, il contenuto tecnologico delle nuove iniziative. Una completa indipendenza in questo caso rischia, infatti, di essere un fattore controproducente in termini di minore forza contrattuale e di minori risorse da impiegare per lo sviluppo delle proprie attività (Gallo e Berghini, op. cit.). Inoltre, eliminare dall’analisi le imprese che presentano dei collegamenti con realtà già esistenti, significherebbe non tenere conto di fenomeni di spin-off alla base della nascita di molte aziende.

Una nuova impresa, a prescindere di come si voglia interpretare, rimane comunque un evento innovativo, una manifestazione di ciò che è stato variamente definito come animal spirits, come capacità di stare nel cambiamento e di esserne fautore e che in definitiva è l’imprenditorialità.

(28)

A sostegno di questa tesi Leibenstein sostiene che fondare un’impresa è un atto imprenditoriale anche se la nuova impresa è molto simile ad una esistente o è solo lievemente diversa sul piano dei costi o del disegno del prodotto o del controllo della qualità (Leibenstein, 1987, pag. 199)

Essa è individuata dall’Unione Europea come un fattore importante, trasversale e qualificante per una crescita moderna ed innovativa (Commissione europea, 2003).

L’interesse per l’imprenditorialità è giustificato dal fatto che le nuove imprese costituiscono una fonte di crescita dell’occupazione, una fonte di diversificazione ed arricchimento del tessuto produttivo, uno stimolo alla concorrenza ed in particolare ad un comportamento improntato a maggiore efficienza produttiva e dinamica. Si è, di conseguenza, diffusa la consapevolezza di una relazione positiva e virtuosa tra imprenditorialità e sviluppo economico regionale.

In Italia il fenomeno della creazione d’impresa è stato affrontato, a livello politico, nella mera ricerca di sbocchi occupazionali attraverso iniziative che hanno avuto come obiettivo lo stimolo e il supporto alla nascita di nuove imprese da parte di disoccupati e giovani in cerca di prima occupazione (a tal prosito si veda il par. 2.9) (Gallo e Berghini, op.

cit.). Secondo tale prospettiva la vivacità della natalità d’impresa è interpretata come sinonimo di vitalità economica di un territorio.

Va osservato, però, che uno sviluppo occupazionale basato sulla formazione di nuove imprese si rileva alquanto precario, per l’incertezza che un tale trend di nascita si perpetui nel tempo e perché fondato su iniziative che nascono già fragili e con prospettive di crescita ridotte (Gallo e Berghini op. cit., pag. 34). Molte di queste iniziative sorgono, infatti, come forme di autoimpiego a causa della minaccia della

(29)

disoccupazione (“escape from unemployment”) con scarse capacità imprenditoriali, scarse conoscenze del mercato, scarso capitale iniziale.

E’ rimasto estraneo, invece, al dibattito economico e politico la possibilità di diversificare la struttura economica tramite il sostegno alla creazione d’impresa in settori cruciali per la crescita e la competitività del sistema produttivo nazionale. Come rilevato nel corso del precedente paragrafo, l’entrata di nuove imprese in settori ad alta tecnologia assume un’importanza strategica giacché l’Italia è un paese con una struttura industriale orientata verso produzioni più esposte alla concorrenza di Paesi di nuova industrializzazione (Gallo e Berghini, op. cit.).

2.4 DETERMINANTI DELLA NASCITA DI NUOVE IMPRESE

La letteratura disponibile sulla demografia d’impresa individua le possibili determinanti della nascita di nuove imprese in una molteplicità di fattori generalmente riconducibili a due approcci a secondo che vengano enfatizzate variabili individuali del neoimprenditore od, al contrario, variabili ambientali connesse al contesto economico.

E’ possibile, poi, individuare un terzo approccio, a metà strada tra i due sopraccitati, in cui si pone l’accento sull’influenza delle organizzazioni incubatrici ed in particolare dell’esperienza lavorativa maturata dai neoimprenditori sulla formazione di nuove imprese (Torrisi, op. cit.). A quest’ultimo approccio sarà dedicato il prossimo paragrafo, mentre in questo ci si soffermerà sulle categorie di fattori individuali ed ambientali.

L’approccio che attribuisce un ruolo prioritario all’ambiente esterno sottolinea l’importanza dell’andamento del ciclo economico, del livello

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di infrastrutturazione, delle politiche sull’imprenditorialità delle autorità statali sia dirette (tramite incentivi) che indirette (agendo sulla fiscalità), delle condizioni di accesso al capitale, della disponibilità di manodopera qualificata e di servizi avanzati, nella determinazione di nuove imprese.

Per quanto riguarda il ciclo economico, si sostiene che quando si attraversa una fase di espansione è elevata la possibilità di creare imprese grazie alla maggiore domanda aggregata e quindi grazie alle maggiori opportunità di mercato. Tuttavia, in momenti di recessione si verifica una spinta alle iniziative imprenditoriali, soprattutto nella forma dell’autoimpiego, dovuta alla carenza di opportunità occupazionali (Gagliardi e Mauriello, 2005).

Per quanto riguarda i fattori riconducibili alla sfera personale del neoimprenditore entriamo in un campo di analisi che non è proprio dell’economia ma della sociologia e della psicologia. Nell’ambito delle analisi sociologiche si pone l’accento sull’influenza di fattori sociali quali l’età, la famiglia d’origine, il livello d’istruzione, la classe sociale ed altri ancora nella formazione di nuove imprese. Per quanto concerne le analisi psicologiche s’indagano, invece, le motivazioni alla base della nascita di una nuova iniziativa economica. Le motivazioni che frequentemente ricorrono e di cui abbiamo avuto già modo di parlare, nelle indagini condotte dall’Istat e dall’Unioncamere sul neoimprenditore, si riferiscono al desiderio di mettersi in proprio, di affrontare nuove sfide, di avere successo economico e personale, all’insoddisfazione verso l’attività lavorativa svolta, alla realizzazione di una idea innovativa, alla continuazione di una tradizione familiare.

Per finire, bisogna dire che queste due tipologie di fattori non andrebbero visti come se l’uno escludesse l’altro, anzi come due aspetti che congiuntamente possono determinare la nascita di un’impresa.

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2.5 ORGANIZZAZIONI INCUBATRICI E FENOMENI DI SPIN-OFF

Oltre ai due approcci visti prima ve n’è un terzo che mette in evidenza come il processo di formazione di nuove imprese è spesso condizionato dall’esperienza di lavoro passata del futuro imprenditore.

In tale approccio ci si riferisce al fenomeno dello spin-off, termine anglosassone che indica la creazione di una nuova unità economica, ad opera di alcuni soggetti, che abbandonano una precedente attività svolta all’interno di una istituzione incubatrice (Capello, op. cit.). Questa ultima può essere rappresentata sia da un’impresa, sia da un centro di ricerca che da un’università.

Ciò che contraddistingue il fenomeno dello spin-off risiede nella novità ed autonomia della nuova azienda rispetto all’istituzione incubatrice con la quale comunque continua a mantenere dei rapporti.

L’importanza di tale fenomeno è emersa dalle indagini esaminate nel corso del capitolo precedente, in cui abbiamo rilevato come l’esperienza lavorativa passata gioca un ruolo non indifferente nella decisione di costituire una nuova azienda e nel successo della stessa. Infatti, le imprese con maggiori possibilità di sopravvivenza sembrano proprio quelle riconducibili a fenomeni di spin-off (Gagliardi e Mauriello, op.

cit.).

Nell’ambito dello spin-off da impresa si contrappongono due filoni di studi che fanno dipendere la nascita della nuova azienda in un caso da problemi di asimmetria informativa e da inerzia organizzativa all’interno di un’impresa burocratica, mentre nell’altro caso dalle conoscenze ereditate dalle imprese incubatrici.

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Circa i problemi di asimmetria informativa, la teoria dei costi di transazione sostiene che individui dotati di elevate capacità possono decidere di abbandonare un’impresa che non possiede un sistema di monitoraggio ed incentivazione capaci di valutare e remunerare adeguatamente il contributo apportato dai propri dipendenti anche in termini di idee innovative (Torrisi op. cit., pag. 28).

Secondo, invece, la teoria dell’eredità, la formazione di nuove imprese dipende dalle conoscenze ereditate dalle imprese incubatrici. Gli studi alla base di tale teoria rendono evidente la presenza di una forte complementarietà tra imprese nuove ed affermate soprattutto nelle fasi iniziali. Le imprese spin-off, di fatti, cominciano producendo prodotti molto simili a quelli dell’impresa incubatrice che spesso ne costituisce il primo cliente e un ponte verso altri potenziali clienti (Torrisi, op. cit.).

Questo aspetto è avvalorato dalle evidenze rilevate dall’Osservatorio Unioncamere, che dimostrano come tra le imprese che sopravvivono a tre anni dalla nascita una quota elevata di queste (circa una su due) consegue metà del suo fatturato da un solo committente (fatto che potrebbe essere ricondotto a realtà nate o controllate da aziende preesistenti) (Gagliardi e Mauriello, op. cit.).

Un ultimo filone di studi rileva l’importanza delle università e dei centri di ricerca come fonti di spin-off, prevalentemente nei settori ad alta tecnologia. Questa tipologia di spin-off, che può essere definita come spin-off di ricerca, ha in comune la nascita di una nuova impresa a partire da un’invenzione potenziale o da particolari competenze tecnologiche elaborate in collaborazione ad un’organizzazione di ricerca (Torrisi, op. cit.).

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2.6 DETERMINANTI DELLA SOPRAVVIVENZA

Dopo aver esposto le possibili determinanti dell’entrata di nuove imprese nel mercato, un tema connesso ed altrettanto importante riguarda i fattori che influiscono sulla sopravvivenza di queste stesse imprese.

A tal proposito, si suole distinguere le determinanti della sopravvivenza in: fattori a livello di industria, fattori firm-specific e fattori ambientali (Bonaccorsi, 2005).

Tra i fattori a livello di industria, l’andamento della domanda di settore svolge un ruolo importante nella permanenza in vita di una nuova impresa. Si può ritenere, infatti, che un’azienda nata da poco non abbia rapporti commerciali e flussi di entrate consolidati rispetto ad una impresa affermata a tal punto che una crisi della domanda potrebbe minarne la sopravvivenza (Bonaccorsi, op. cit.).

Altri fattori degni di nota riguardano la posizione dell’industria all’interno del ciclo di vita e il settore in cui la nuova impresa entra.

Il contributo principale al primo aspetto deriva dalla teoria del ciclo di vita dell’industria che, però, ha il limite di proporre un processo di sviluppo industriale meccanicistico che lascia poco spazio alla varietà dei percorsi osservabili nella realtà (Torrisi op. cit., pag. 51). Anche se risulta difficile definire la fase del ciclo di vita in cui si trova un determinato settore, è possibile distinguere teoricamente uno stadio iniziale di decollo caratterizzato da una natalità crescente, uno stadio di maturità in cui la natalità e la numerosità delle imprese di settore tendono a stabilizzarsi ed infine una fase di declino in cui la mortalità supera la natalità causando nel tempo una riduzione della consistenza delle imprese. L’entrata è quindi più elevata e di successo nelle fasi iniziali della vita di un’industria (Bonaccorsi, op. cit.).

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Allo stesso tempo è chiaro che anche le potenzialità e le caratteristiche strutturali del settore giocano un ruolo non indifferente nella performance post-entry della nuova impresa. Infatti, la probabilità di sopravvivenza dovrebbe essere minore in industrie con elevate economie di scala e maggiore in industrie caratterizzate da elevati tassi di crescita (Torrisi, op. cit.).

Un’ulteriore considerazione va fatta circa il capitale iniziale investito e la quota di sunk costs (costi irrecuperabili). Bisogna supporre che maggiore è l’investimento iniziale e la quota di capitale non recuperabile, più accurata sarà la preparazione del piano di impresa, più alto l’incentivo a non uscire dal mercato. Secondo tale ragionamento le forme di impresa più fragili sono le ditte individuali rispetto alle società di persona ed alle società di capitali, così come a livello di settore quelli a basso investimento di capitale (settore dei servizi) rispetto ai settori a più alto investimento (settori high tech) (Bonaccorsi, op. cit.).

Un’ultima tipologia di fattori a livello d’industria, che condiziona la sopravvivenza delle nuove imprese, è dovuta al grado di concentrazione di imprese appartenente allo stesso settore e al livello di differenziazione dei prodotti.

Tra i fattori concernenti la singola impresa le caratteristiche e la qualità del nucleo imprenditoriale assumono una valenza importante sulla permanenza della nuova entrante sul mercato. Le capacità personali dell’imprenditore come leadership, persuasione, capacità di adattamento, innovatività, nonché l’esperienza, il livello di istruzione e il background familiare rappresentano aspetti condizionanti del successo delle nuove imprese (Torrisi, op. cit.).

A livello d’impresa bisogna, poi, citare la solidità della struttura finanziaria e la diversificazione del portafoglio clienti quali elementi che

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influiscono sulla probabilità di sopravvivenza di una nuova azienda (Bonaccorsi, op. cit.).

Infine, le determinanti ambientali riguardano la possibile presenza di effetti (o economie) di agglomerazione e di un ambiente sociale favorevole.

Per quanto riguarda le economie di agglomerazione, ci riferiamo ai vantaggi che derivano da una localizzazione concentrata di attività economiche appartenenti a settori diversi (cosiddette economie di urbanizzazione) in termini di disponibilità di manodopera qualificata, riduzione di costi di trasporto grazie alla prossimità geografica, fenomeni di spillover di conoscenza grazie alla mobilità intraindustriale di tecnici, manager, consulenti, possibilità di esternalizzare fasi del processo produttivo che risultano costosi, presenza di un mercato ampio e diversificato (Capello, op. cit.).

Circa il secondo aspetto, un ambiente sociale favorevole può aumentare la probabilità di sopravvivenza di un’impresa. Ciò si concreta nella presenza di servizi di supporto, di forme organizzative di tipo cooperativo, di minori difficoltà nel reperimento di capitale e di risorse fondamentali all’attività produttiva.

2.7 LE DIFFICOLTA’ CONNESSE ALL’AVVIO E ALLO SVILUPPO DI UNA IMPRESA

Dalle analisi7 effettuate dall’Osservatorio Unioncamere e dall’Istat emerge che le nuove imprese nascono piccole (e questo già lo sapevamo) ed anche sottocapitalizzate con circa l’80% di esse che presenta un capitale inferiore ai 25.000 euro (Gagliardi e Mauriello, op. cit.).

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Una caratteristica comune ad imprese di ridotte dimensioni e con capitali limitati è rappresentata dalle difficoltà nel reperire finanziamenti e risorse fondamentali come personale qualificato e materie prime (tavola 6, pag. 37). Nella maggior parte dei casi tali problematiche sono connesse alla mancanza di informazioni oggettive sulle prospettive di profitto futuro, poiché la nuova impresa, dati i vincoli di capitale e dimensioni, difficilmente sosterrà elevati costi ex ante per analisi di ricerca sulle opportunità presenti e future (Torrisi, op. cit.).

Nella fase di avvio dell’impresa i nuovi imprenditori si trovano ad affrontare anche altre problematiche. Le difficoltà maggiori si registrano in corrispondenza di temi quali l’affrontare i diversi e complicati adempimenti amministrativi necessari per avviare una nuova attività; le lentezze burocratiche; la commercializzazione del prodotto, e quindi la concorrenza esercitata dalle aziende già operanti sul mercato e la visibilità presso la clientela (Gagliardi e Mauriello, op. cit.).

Ancora, si sottolinea la difficoltà nel decidere da soli nella fase iniziale della conduzione della nuova impresa e la bassa percentuale di coloro che non hanno incontrato problemi all’avvio (Istat, 2006).

A livello territoriale la difficoltà nel reperire i finanziamenti (21,5% nel complesso) è maggiore per i nuovi imprenditori del Sud e delle Isole (29,7%) rispetto a quelli del Nord-est (15,2%) (tavola 6, pag. 37).

7 Ci riferiamo all’indagine curata dall’Osservatorio Unioncamere e dall’Istat di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo.

figura

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