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Per Claude Lévi-Strauss

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Academic year: 2021

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ISSN 2039-2281 | CC BY 3.0 | DOI 10.6092/issn.2039-2281/10091

Per Claude Lévi-Strauss

Nel corso delle mie ricerche sui teatri dell’Asia ho incontrato molt atori e musicist, che ho sempre ritenuto maestri del mio sapere, perché senza di loro le mie ricerche di campo, come antropologo dello spetacolo, non avrebbero potuto svilupparsi, nel tentatvo di comprendere un mondo lontano dalla mia cultura occidentale. Lontananza che gli studi hanno dimostrato essere probabilmente solo nominale, come sostene Said, nella consapevolezza che le diverse culture si esprimono in maniere diferent ma al tempo stesso compresent nel pensiero universale, nella consapevolezza, sostene Lévi-Strauss, che la loro diversità sia un fenomeno naturale “risultante dai rapport diret o indiret fra le società” (cfr. Razza e storia e altri studi di antropologia).

I maestri sono stat molt, ma due sopratuto mi hanno segnato in maniera indelebile e ineludibile, Sadanam Kṛṣnakūt Nair, mirabile atore katakali, e Ichikwa Ennosuke III (oggi Enō II), straordinario atore e meteur en scène kabuki. In Oriente l’insegnamento è esclusivamente pratco, il maestro esegue e l’allievo pedissequamente copia il suo actng fnché non sia divenuto padrone della tecnica e possa proporsi secondo le proprie capacità. Con malizia, mi permeto di dire, i maestri non insegnano tuto il loro sapere, manca sempre qualche cosa, un piccolo segno, un cenno, una postura, una intonazione, perché l’allievo, aggiungendo la sua sapienza, non possa superarli. Solamente l’allievo dotato può diventare maestro e donare a sua volta il suo sapere. È questa la parola giusta: l’insegnamento non è mai dovuto, è un dono che il maestro concede spontaneamente. Tra maestro e allievo si crea un legame indissolubile, che non può essere spezzato dal passare degli anni, l’allievo è sempre debitore, anche se a sua volta è diventato un maestro. È questo un trato imprescindibile che in Oriente lega l’allievo al suo maestro, quasi un secondo padre.

In Occidente ho incontrato un altro straordinario maestro, Claude Lévi-Strauss, ma l’ho incontrato nei suoi scrit, nei suoi libri, e quindi il suo insegnamento è stato esclusivamente teorico e la mia ricerca di campo si è svolta in biblioteca. Lévi-Strauss ha dato un senso ai miei studi, li ha orientat e struturat, e mi ha spinto a contnuare a ricercare soluzioni e spiegazioni. Nelle mie visioni, I

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Antropologia e Teatro - Rivista di studi | Numero Speciale 2019 Logiche del concreto: le eredità variabili del magistero di Claude Lévi-Strauss

l’antropologia non è stato solamente il rimorso dell’Occidente, come mirabilmente ha scrito in

Trist tropici, ma ha funzionato come il grimaldello che mi ha permesso di accedere ai fondament

del teatro orientale, da interpretare sempre in funzione delle culture che lo hanno originato e sviluppato. Le sue teorizzazioni mitopoietche, tese a intessere una ragnatela di signifcat che interrelandosi simbiotcamente consentono di leggere i mit nel loro originarsi e divenire, sono state la chiave che mi ha permesso di comprendere come il mito che si fa teatro non sia solamente una soluzione tecnica ma al contrario il teatro rappresent lo strumento perfeto per la rappresentazione dei mit di ieri e di oggi. In Oriente, nel teatro classico, il mito e il teatro sono inseparabili. Le ragioni del mito sono profonde, l’uomo ne ha necessità, atnge a valori universali per esistere ed esprimersi.

Ho pensato, visto e studiato il teatro in Asia come una strutura che present il caratere di un sistema, costtuito da element struturat in modo che alla modifcazione di uno di essi consegua la modifcazione di tut gli altri, ogni modello fa parte di un gruppo di trasformazioni che singolarmente corrispondono a un modello della stessa famiglia e costtuiscono un gruppo di modelli; questa teoria consente di prevedere come il modello si comporterà in caso di modifcazione di uno dei suoi element, inoltre il modello deve essere costtuito in modo che il suo funzionamento possa spiegare tut i fat osservat (cfr. Antropologia struturale). Qualora si meta al posto del vocabolo “modello” la parola “teatro”, l’equazione, a mio avviso, è assolutamente paradigmatca. Per fare solo un esempio citerò la nascita del teatro classico indiano, voluta dal dio Indra e chiesta al saggio Bharata, come è narrato nel Nāṭyaśāstra, che lo creò assegnando ai suoi cento fgli, espressione della totalità, la cura delle sue cento forme o struture o situazioni o necessità o possibilità o manifestazioni, da studiarsi sempre ineludibilmente nella singolarità e nella totalità.

Con queste poche righe non ho inteso tessere un panegirico per Lévi-Strauss, ho solo cercato di signifcare perché mi sia parso necessario e doveroso ricordarlo, in occasione del decimo anniversario della sua scomparsa, con un Numero Speciale di “Antropologia e Teatro – Rivista di Studi”, pensato e realizzato con membri del Comitato scientfco e della Segreteria di redazione, che con capacità scientfca e entusiasmo lo hanno reso possibile, così come tut i colleghi e studiosi che hanno contribuito con i loro saggi.

In conclusione mi sia concesso ringraziare Claude Lévi-Strauss per tuto quello che mi ha insegnato II

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e contnua a insegnarmi atngendo a una formula del mondo del kabuki, che ho a lungo frequentato. Al temine di ogni rappresentazione tut coloro che vi hanno preso parte, atori, musicist, parrucchieri, costumist, atrezzist si salutano ritualmente, un tempo osservando una rigida scala gerontocratca, oggi sosttuita da una più moderna visione fondata sui valori, con

otsukare sama deshita, modulato dagli atori seconda il tpo di personaggio interpretato, che può

essere liberamente tradoto con “Ti ringrazio per tuto quello che mi hai insegnato, maestro”. Giovanni Azzaroni

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