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Il CD30 solubile come marker nel trapianto di rene

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Academic year: 2021

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Riassunto

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Riassunto

Il CD30 è una glicoproteina transmembrana di 120 kD che appartiene alla superfamiglia di recettori del Tumor Necrosis Factor. Originariamente è stato identificato come un antigene di superficie cellulare sulle cellule Reed-Sternberg del linfoma di Hodgkin.

È preferenzialmente espresso sulle cellule T che secernono citochine di tipo Th2 e per questo motivo veniva considerato un marker fisiologico per le cellule TH2 ma recenti studi hanno dimostrato il suo ruolo come marker di una sottopopolazione immunoregolatoria dell’equilibrio tra i due tipi di risposta TH1 e TH2 (Pellegrini et all; 2003)

La forma solubile del CD30 (sCD30) è rilasciata nel circolo sanguigno dopo l’attivazione delle cellule T CD30+. In soggetti sani sono stati riscontrati bassi livelli di CD30s, mentre in malattie nelle quali predomina la risposta immune di tipo Th2, quali ad esempio il lupus eritematoso o le dermatiti atopiche, si osservano alti livelli di sCD30.

Studi recenti (Plat et all 2009) dimostrano che sieri pre-trapianto di pazienti in lista per trapianto di rene presentano livelli di sCD30 più alti rispetto ad una popolazione di controllo e questo può suggerire che ciò possa costituire un fattore di rischio maggiore in termini di rigetto dell'organo trapiantato anche in forma acuta (RA).

Nello studio da me presentato abbiamo analizzato pazienti in lista per trapianto di rene da vivente e/o cadavere e di rene/pancreas da cadavere, valutati e studiati presso il Laboratorio di Immunogenetica dell’UO di Immunoematologia SSN dell’AOU Pisana;

Di questo gruppo abbiamo preso in considerazione i valori del sCD30 pre-trapianto e per i trapiantati anche i valori post, studiando anche lo stato immunologico del siero, ovvero la ricerca di Ab anti-HLA che viene eseguita con una metodica di ultima generazione, molto sensibile, che prevede l'impiego di biglie fluorescenti poste a contatto con il siero dei pazienti e lette mediante un fotometro (Luminex)

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Riassunto

2 Di ogni paziente abbiamo inoltre eseguito la tipizzazione del polimorfismo presente nel gene del CD30 per osservare se vi fosse una qualche correlazione fra gene ed espressione della molecola in forma solubile.

Il gruppo di controllo è costituito da 40 donatori di sangue afferenti all’UO di Immunoematologia SSN dei quali abbiamo studiato sia il polimorfismo del gene CD30 sia i livelli di sCD30 .

L'analisi dei polimorfismi è stata eseguita, dopo estrazione del DNA da sangue venoso periferico con metodica salting-out e/o estrattore automatico, con tecnica di PCR utilizzando un primer marcato in 5' con FAM, con analizzatore ABI PRISM 310 Genetic Analyzer, utilizzando quale software di analisi il Gene Mapper con l'ausilio di un marcatore di peso molecolare (TAMRA/ROX).

L'analisi sierologica della concentrazione della molecola solubile CD30 è stata eseguita con metodica ELISA, utilizzando un kit commerciale ed una strumentazione automatica; la strumentazione fornisce direttamente le densità ottiche, trasformando i valori in concentrazione (UI/ml).

Dalle nostre valutazioni non risulta ci sia correlazione fra gene CD30 e valori di sCD30 ovvero non ci sono valori sierologici di sCD30 associati a polimorfismi particolari.

Nel gruppo dei pazienti trapiantati si osserva che la terapia immunosoppressiva standard (Fase di Induzione: Basiliximab per 4 gg+cortisone 400mg a scalare // Mantenimento: Micofenolato+steroidi+Tacrolimus) tende ad abbassare i livelli di sCD30. Nel gruppo dei pazienti in lista la maggior parte di quelli che presenta uno studio del siero positivo per la ricerca di Ab anti-HLA mostra livelli più elevati di sCD30.

Considerando lo studio effettuato da Kim (2006) che ha osservato come alti livelli pre-trapianto di sCD30 siano associati a più alti valori di creatinina sierica post-trapianto, come ad indicare una correlazione tra il sCD30 pre-trapianto e la funzionalità d’organo, abbiamo anche noi confrontato i livelli pre-trapianto di sCD30 con i livelli di creatinina post-trapianto.

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Riassunto

3 L'analisi dei livelli di sCD30 nei pazienti trapiantati è stata effettuata in tempi molto vicini al trapianto e questo crea sicuramente un limite allo studio in quanto la terapia immunosoppressiva influenza decisamente il valore in esame. Infatti negli studi trovati in letteratura, il follow-up dovrebbe essere decisamente più lungo (6 mesi, 1, 2 fino a 5 anni); lo studio infatti verrà continuato nel tempo.

Pazienti che mostrano livelli di CD30 solubile più elevati sono quelli che risultano, allo studio del siero, con presenza di Ab anti-HLA e questo a testimonianza del fatto che il rischio di rigetto è sicuramente maggiore rispetto a quei pazienti nei quali lo studio ha dato esito negativo (assenza di Ab anti-HLA).

Non possiamo concludere che la molecola sCD30 sia un sicuro marker del rigetto nel trapianto di rene e/o rene pancreas, dato che lo studio è ancora in fase preliminare, ma sicuramente è una valutazione che abbiamo deciso di introdurre nel protocollo di studio dei pazienti in lista, quale informazione aggiuntiva per la valutazione del paziente.

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