L'onomastica nella narrativa di Lia Levi

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Università di Pisa

Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica

Corso di laurea in Lingua e Letteratura italiana

TESI DI LAUREA

L'onomastica nella narrativa di Lia Levi

Relatore:

Prof.ssa Maria Giovanna Arcamone

Candidato: Michela Capobianco Anno Accademico 2016-2017

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Indice

Introduzione p.3

1. Onomastica letteraria e letteratura per l'infanzia p. 8 1.1 Definizione di Onomastica p. 8 1. 2 Lo sviluppo della letteratura per l'infanzia p. 18 1.3 La letteratura infantile in Italia: gli autori e le opere p. 30 2. Lia Levi e la sua produzione letteraria per l'infanzia p. 45

3. Testi e nomi esaminati p. 61 3.1 Libri per bambini in età prescolare p. 61

Il pappagallo francese p. 62 L'amico del mondo p. 67 La finestra sul bosco p. 70

3.2 Libri per bambini a partire dai sei anni p. 77

La portinaia Apollonia p. 77 La gomma magica p. 82 Un cuore da leone p. 89

3.3 Libri per bambini a partire dai nove anni p. 111

La scala dorata p. 111 Maddalena resta a casa p. 126 Un dono color caffè p. 143

3.4 Libri per bambini a partire dai dieci anni p. 167

Cecilia va alla guerra p. 167 La villa del lago p. 186 La lettera “B”. p. 198

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4. Elenco dei Nomi p. 215 Antroponimi p. 215 Toponimi p. 222 Altri Nomi p. 223 5. Conclusioni p. 226 6. Bibliografia p. 237

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Introduzione

La presente trattazione ha lo scopo di indagare le strategie onomastiche adottate da Lia Levi nei suoi libri per l'infanzia. L'autrice, infatti, pur essendosi dedicata anche alla stesura di romanzi per adulti, ha riscosso un notevole successo soprattutto nel campo della letteratura per ragazzi.

Nata a Pisa nel 1931 da famiglia di origine ebraica, la Levi dovette fare i conti con le leggi razziali promulgate dal governo mussoliniano nel 1938. A causa di questa violenta campagna antisemita la famiglia di Lia, come quelle di molti altri Italiani, dovette sopportare l'umiliazione dell'emarginazione e infine la paura delle persecuzioni.

Le leggi antisemite, insieme alla guerra, resero le vite degli ebrei ancora più insopportabili, e questo solo a causa delle loro origini israelite. Una motivazione davvero irragionevole che in tutta Europa portò allo “sterminio” di milioni di persone innocenti. Lia Levi, nonostante sia stata costretta ad abbandonare la sua casa di Torino e la sua famiglia, è riuscita a salvarsi e per questo si reputa davvero molto fortunata.

Ma in quel periodo di forti tensioni sociali e politiche, in che modo le autorità statali riuscirono ad identificare e a catturare le famiglie di origine ebraiche? Gli Ebrei potevano essere riconosciuti in base alle pratiche religiose e alla cultura, ma spesso fu il cognome a segnare inesorabilmente il loro destino.

Dal cognome, infatti, è possibile ricavare, in alcuni casi, importanti informazioni inerenti la provenienza geografica e lo status sociale delle famiglie. Pertanto, la “caccia all'ebreo” fu agevolata anche dal controllo e dalla valutazione, da parte delle autorità statali, dei cognomi in grado di rivelare con certezza le origini dei cittadini.

Il cognome Levi, per esempio, è un tipico cognome israelita, che in Italia risulta essere particolarmente diffuso nelle regioni del Nord e in Toscana. Con un cognome simile la famiglia dell'autrice non poté facilmente sfuggire alle serrate verifiche delle autorità locali.

Nel suo libro di esordio, Una bambina e basta, l'autrice ricorda di quando, in piena Seconda Guerra Mondiale, per sfuggire ai controlli tedeschi, nel convento in cui lei e le sue sorelle erano state nascoste, dovette assumere l'identità di una collegiale che in quel momento aveva fatto ritorno a casa. Maria Cristina Cataldi fu il nome che le suore le

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assegnarono e che la piccola doveva sempre tenere a mente nel caso di un'irruzione improvvisa dei nazisti nel monastero.

Sapere di avere un nome sbagliato, non degno di essere neppure pronunciato, poteva generare nei più piccoli sentimenti di afflizione e di insicurezza.

Spesso non ci pensiamo, ma il nostro nome e il nostro cognome sono parte di noi, in quanto ci distinguono da tutti gli altri. Dichiarando il nostro nome, possiamo dichiarare, seppur involontariamente, anche le origini dei nostri antenati, nonché la nostra appartenenza ad un determinato gruppo sociale. Il cognome più del nome ci lega alla storia di chi ci ha preceduti, alla storia della nostra famiglia, e il non sentirsi accettati, sulla base di esso, dalla comunità in cui viviamo, vuol dire non sentirsi accettati per ciò che siamo.

In quel preciso periodo storico, ai nomi e ai cognomi tipicamente ebraici fu data una valenza del tutto negativa, al punto che gli stessi portatori cercarono di liberarsene pur di aver salva la vita. Tutto ciò contribuì alla disintegrazione della loro identità, un'identità sempre più fragile, che nei campi di sterminio, per esempio, venne annullata completamente anche attraverso la sostituzione del nome proprio con un semplice numero, una matricola tatuata dai nazisti sulle braccia dei prigionieri per ricordare loro il triste destino che li aspettava.

La scelta di dedicarmi all'analisi delle opere scritte da Lia Levi è stata in parte determinata dalla triste vicenda vissuta dall'autrice durante la sua infanzia. Ho pensato, infatti, che una persona così fortemente provata dalle persecuzioni razziali non potesse non essere in grado di regalare al lettore storie appassionanti e ricche di spunti di riflessione.

Effettivamente molti suoi libri, anche quelli dedicati ai più piccoli, sono ambientati al tempo dell'Italia fascista, il periodo che più di tutti ha segnato la vita della scrittrice. La guerra e le le persecuzioni razziali sono però descritte in modo da non urtare la sensibilità dei più piccoli; i libri della Levi, anche quelli per adulti, sono capaci di trasmettere il dolore provato dalle persone in quegli anni senza bisogno di ricorrere a scene cruente o devastanti. Per i suoi piccoli lettori la Levi progetta storie avvincenti i cui protagonisti sono solitamente bambini coraggiosi, pronti a risollevarsi dalle brutture della guerra. Attraverso trame realistiche, ma intessute, a tratti, di elementi fantastici, Lia levi aiuta i propri fruitori a comprendere meglio le vicende che hanno segnato il passato dell'Italia.

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Anche il ruolo che il nome dell'autrice ha giocato nel corso della sua infanzia mi ha spinto a scegliere i suoi testi come oggetto della mia analisi. Ho pensato, infatti, che a causa del suo cognome, rivelatosi simbolo di un triste destino, l'autrice non poteva non aver prestato attenzione ai nomi da attribuire ai suoi personaggi; soprattutto non poteva aver trascurato l'elemento onomastico nei libri per i più piccoli, dato che essi sono solitamente attratti da antroponimi suggestivi e ricchi di significati espliciti.

Tuttavia, come avrò modo di evidenziare nel corso della mia tesi, l'autrice asseconderà solo in parte la preferenza dei bambini per nomi trasparenti, ossia capaci di rievocare immagini ricollegabili al mondo reale. Ella propenderà, invece, per un maggior uso di nomi correnti, talmente comuni da risultare, in alcuni casi, quasi insignificanti. In realtà dopo un'analisi più attenta e approfondita sarà possibile constatare quanto l'autrice, per la scelta dei suoi nomi, abbia attinto a piene mani dalla propria esperienza personale e dal proprio bagaglio culturale.

Scopo della mia indagine è quello di riuscire a cogliere, al di là delle apparenze, le ragioni che l'hanno portata a compiere determinate scelte onomastiche. Per esempio, nomi tradizionali come Bruno e Giovanni, se indagati all'interno del contesto storico e sociale del libro in cui sono inseriti, riveleranno le tante associazioni di idee che in essi Lia Levi ha deciso di far confluire.

La ricerca, in un testo letterario, di significati ideologici e culturali che vadano oltre la semplice riscoperta etimologica del nome, ci conduce a quello che è il campo d'indagine dell'Onomastica letteraria, una disciplina di recente formazione, ma che sta riscuotendo sempre maggior successo tra gli studiosi.

Da trent'anni a questa parte, infatti, l'indagine onomastica ha acquisito una piena autonomia, e per questo non è più un settore subalterno all'interno della Critica letteraria. Basterà, infatti, consultare il vasto repertorio bibliografico di studi di onomastica letteraria in Italia stilato da Leonardo Terrusi, per verificare quanto la compilazione di articoli, opere monografiche e riviste su tematiche onomastiche sia aumentata nell'ultimo decennio, ossia quello compreso tra il 2006 e il 2015.

In Italia, la fondazione dell'associazione pisana Onomastica e Letteratura, nel 1994, ha donato nuova vitalità al settore. Da allora essa continua ad organizzare convegni incentrati sulla valutazione onomastica dei testi letterari. Gli atti dei convegni vengono

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poi pubblicati sulla rivista il Nome nel testo, alla quale è seguita, nel 2002, la nascita, presso la casa editrice ETS Pisa, della collana Nominatio.

Dunque, oggi abbiamo la possibilità di poter consultare molti articoli rivolti all'analisi onomastica di opere antiche, ma anche contemporanee. Negli ultimi anni i cultori di questa disciplina hanno dimostrato un interesse sempre più forte per i testi di recente formazione. Segno questo di una maggiore intraprendenza degli studiosi nel voler indagare terreni ancora poco battuti. Probabilmente, a questa intraprendenza si unisce la certezza che ogni scrittore riflette più o meno a lungo sui nomi da scegliere per le proprie creature letterarie.

Questa fiducia non deve però spingerci a conclusioni affrettate in merito alle ragioni soggiacenti a determinate scelte onomastiche. Le strategie onomastiche adottate all'interno di un testo, infatti, possono essere della più varia natura e in alcuni casi l'autore può optare per nomi insignificanti, che addirittura non dicono nulla sull'identità del personaggio.

L'analisi onomastica da me intrapresa sui testi di Lia Levi si inserisce nel solco degli studi condotti su opere di autori contemporanei; l'autrice, infatti, ancora oggi scrive e pubblica libri.

L'interesse per la Levi si accompagna all'attrattiva esercitata su di me dalla letteratura per l'infanzia. È per questo che nel primo capitolo della mia tesi esporrò le fasi di maturazione e consolidamento di questo genere durante gli ultimi tre secoli. Una dissertazione, la mia, che punterà a mettere in evidenza anche il sistema dei valori e i modelli di comportamento con cui la letteratura per l'infanzia ha mirato, e mira, a costruire l'identità dell'individuo in formazione.

Lia Levi inizia la sua attività di scrittrice negli anni Novanta, in un periodo in cui, prese le distanze da un cupo moralismo, gli autori per ragazzi avevano già da tempo imboccato la via di una scrittura più sciolta e quotidiana, volta a mettere al centro dei loro lavori il bambino e i suoi bisogni educativi. Non a caso, Lia Levi scrive testi di impegno civile e sociale, con cui far capire ai piccoli i valori più importanti che una società “cosiddetta civile” dovrebbe sempre tenere presente.

Per l'organizzazione del materiale preso in esame nel terzo capitoli, ho optato per una suddivisione dei libri in gruppi a seconda della fascia d'età dei loro fruitori. In questo

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modo è stato possibile notare il cambiamento delle strategie onomastiche adottate dalla Levi a seconda dell'età dei destinatari.

L'indagine onomastica di ciascun libro inizierà con una prima analisi del contesto storico e ideologico nel quale, di volta in volta, l'autrice ha deciso di ambientare le sue storie. Per un orientamento di tipo spazio-temporale è stato necessario porre attenzione anche ai toponimi e agli “Altri nomi” inseriti nei libri; gli antroponimi utilizzati dalla Levi, infatti, rispecchiano spesso gli usi onomastici della zona geografica in cui sono inseriti i personaggi. In altri casi, invece, gli antroponimi, in particolare i nomi individuali, descrivono le caratteristiche psicologiche e comportamentali degli individui così denominati.

Inoltre, per ciascun libro saranno stilati gli elenchi dei nomi che esso contiene, suddivisi in: Antroponimi (nomi, cognomi, soprannomi, pseudonimi), Toponimi (città, stati, regioni, laghi) e Altri nomi (titoli di libri, film, canzoni e nomi di istituzioni).

Infine, un capitolo conclusivo richiamerà il metodo di analisi impiegato nel mio lavoro di analisi onomastica e i risultati più importanti che da esso sono emersi.

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1. Onomastica letteraria e letteratura per l'infanzia

1.1 Definizione di onomastica

Prima di iniziare con l'analisi onomastica dei testi da me presi in considerazione, vorrei fornire ai potenziali lettori della mia trattazione, soprattutto ai meno esperti, una definizione del termine onomastica. Per fare ciò mi sono avvalsa degli studi di più autori in modo da poter cogliere alcuni degli aspetti più importanti da tenere in considerazione ogni volta che ci avviciniamo ad un testo letterario con l'intento di indagarlo a livello onomastico.

Una prima definizione di onomastica la possiamo ricavare da Carla Marcato nel suo libro

Nomi di persona, nomi di luogo. Introduzione all'onomastica italiana.1 Nel suddetto libro possiamo leggere: “Onomastica è parola che deriva dal greco onomastike [téchne] ossia “arte del denominare”, presente nel latino tardo nella forma onomasticon; si tratta dell'arte dell'Ónoma, il nome, che diventa, con Aristotele una parte del discorso poi distinta in appellativo (prosegorikon) e nome proprio (Kyrion). I due principali campi d'indagine dell'onomastica sono la toponomastica che riguarda i nomi propri di luogo (o toponimi) e l'antroponimia che si occupa dei nomi propri di persona (o antroponimi)”.2

A questi campi d'indagine vorrei aggiungere anche quello degli “Altri nomi”, una categoria alla quale appartengono, per esempio: i nomi di animali, i titoli di film e di opere letterarie. Tutte queste tipologie di nomi possono essere analizzate in caso di un'indagine di onomastica letteraria, un'analisi di cui parleremo più avanti.

Dunque, con il termine onomastica ci riferiamo sostanzialmente ai nomi propri, locali ed etnici; anche se, come afferma Migliorini, con il termine onomastica, si è soliti indicare solo i nomi di persona.

Tuttavia, l'onomastica comprende settori più specifici come: la toponomastica o

toponimià e l'antroponomastica, o antroponimìa.

Carla Marcato riporta anche la definizione di onomastica secondo Emidio De Felice:

1 Per una definizione di Onomastica e di Onomastica letteraria da qui fino alla fine del paragrafo: Marcato C., Nomi di persona, nomi di luogo. Introduzione all'onomastica italiana, il Mulino, Bologna, 2009, pp. 9-28.

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“onomastica è la scienza che studia i nomi propri: l'appartenenza linguistica, l'etimo e il significato, la tipologia, l'insorgenza e la diffusione e distribuzione […] si articola in due settori fondamentali, l'antroponimia e la toponomastica: il primo ha per oggetto lo studio dei nomi di persona, distinti in nomi individuali (nome personale e anche semplicemente

nome o prenome, e soprannome) e nomi familiari (nome di famiglia o cognome); il

secondo i nomi di luogo (toponimi), comprensivi dei nomi di elementi geografici […] e dei nomi di Stati e regioni, di città, paesi e abitati minori, di località, e anche di strade, piazze e altri elementi urbani.”3

Oggi, però, si è più precisi e con antroponimia e toponimia si indica il complesso di nomi propri di persona e di luogo, mentre con antroponomastica e toponomastica si indicano gli studi intorno ai nomi di persona e ai nomi di luogo.

Carla Marcato, sempre nel suo libro, si pone il problema di riuscire a distinguere un sistema di nomi propri rispetto ad un sistema di nomi comuni, anche se, stabilire un confine preciso fra i due gruppi non è semplice, in quanto uno stesso nome può essere considerato come proprio o comune a seconda del periodo e del luogo nel quale viene usato.

Per quanto riguarda i nomi propri, essi sono studiati dall'onomastica che è una branca della linguistica, anche se quasi sempre il nome proprio, a causa della mancanza o della debolezza del suo significato, non è considerato appieno un segno linguistico. In alcuni casi, però, un nome proprio può essere anche “trasparente”, ossia può mantenere in sé un qualche significato ancora oggi comprensibile.

Solitamente un nome personale risulta “opaco” proprio perché il parlante di oggi non riesce a ricavarne più alcun significato. Dunque, il motivo per il quale attualmente molti nomi di luogo e di persona non risultano più trasparenti è dovuto alla perdita del loro significato originario. Tuttavia, ancora oggi da alcuni nomi e cognomi possono trasparire informazioni sulla zona di residenza o sulle condizioni socioeconomiche di coloro che sono così denominati.

Il soprannome, invece, è solitamente “trasparente” proprio perché di formazione recente; questo è un elemento onomastico con il quale una certa comunità decide di identificare

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una determinata persona per mezzo di un nome capace di ricordare caratteristiche fisiche o caratteriali.

Dopo aver definito cosa sia esattamente l'onomastica, vorrei parlare della relazione che sussiste tra questa disciplina e il mondo letterario. La stessa Carla Marcato, sempre nel suo libro Nomi di persona, nomi di luogo, dedica un capitolo a questo ambito disciplinare chiamato “Onomastica letteraria”, uno studio che in Italia si è sviluppato soprattutto grazie all'associazione Onomastica e Letteratura fondata a Pisa nel 1994, all'interno della quale Bruno Porcelli ha prodotto lavori fondamentali.

Oggi l'onomastica letteraria si è svincolata dalla critica letteraria, occupandosi in modo autonomo e specifico della funzione che ciascun nome ha all'interno di un'opera o di un genere letterario, dato che la scelta dei nomi da parte di un autore non è quasi mai casuale. Un autore, quando decide di prestare particolare attenzione alla scelta dei nomi, può anche cimentarsi nella creazione di nomi partendo da forme dialettali. A tal proposito possiamo citare i Malavoglia di Verga in cui si ha mastro Turi Zuppiddo o il compare

Tino Piedipapera.

Un'opera letteraria può rivelare molte informazioni grazie all'impiego di nomi individuali e cognomi, ma ancora di più attraverso particolari forme linguistiche legate a usi locali altrimenti non ricavabili.

In molti casi, sono state proprio le opere letterarie a determinare il successo dei nomi in esse impiegati; basti pensare al personaggio di Perpetua, la governante di Don Abbondio, nei Promessi Sposi, da cui è derivato il nome comune perpetua con il significato di “domestica di un sacerdote”.

Come accennato precedentemente, nel 1994 è nata a Pisa l'associazione Onomastica &

Letteratura4 ad opera di Maria Giovanna Arcamone, Valeria Bertolucci Pizzorusso, Donatella Bremer, Francesco Maria Casotti, Davide De Camilli, Emanuella Scarano e

4 Porcelli B., Terrusi L., L'onomastica letteraria in Italia dal 1980 al 2005. Repertorio bibliografico con

abstracts, Edizioni ETS, Pisa 2006, p. 122. (Il testo offre un repertorio bibliografico degli studi di

onomastica letteraria svolti in Italia. Ciascuna opera menzionata attraverso il titolo e un abstract nel quale sono inseriti: contenuto, metodologie impiegate nell'analisi onomastica e i relativi risultati). Cfr., Terrusi L.,

L'onomastica letteraria in Italia dal 2006 al 2015: Repertorio e bilancio critico e bibliografico, Edizioni

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Mirko Tavoni. Questa associazione promuove continuamente ricerche di tipo onomastico attraverso giornate di studi, convegni e pubblicazioni dei relativi atti e saggi. In concomitanza con la nascita di questa associazione sono nate anche due importanti riviste di onomastica italiana: “RIOn” e “il Nome nel testo” che dal 1999 pubblica con regolarità gli Atti dei Convegni di Onomastica. Nel 1995 la rivista di studi letterari “Italianistica” inserisce al suo interno una sezione di Onomastica e Letteratura, mentre nel 2002, esce, presso la casa editrice ETS di Pisa, la collana Nominatio.

Un contributo di Enzo Caffarelli dal titolo Autore e nome: percorsi di ricerca, presente negli Atti del II incontro di studio di Onomastica &Letteratura,5 ci illustra le varie funzioni che un nome può avere all'interno di un testo e con quale criterio gli autori possono scegliere di nominare i propri personaggi.

Egli afferma che, spesso, la ricerca onomastica all'interno delle opere letterarie è stata condotta cercando a tutti i costi una corrispondenza semantica tra nome e personaggio, cioè si è cercato di ricollegare il nome ai caratteri fisici e psichici, nonché agli atteggiamenti o al destino del personaggio al quale l'antroponimo è attribuito. Tuttavia, questo tipo di approccio può dare esiti banali, in quanto si rischia di ricondurre il nome a un particolare minore del personaggio senza prestare attenzione al contesto in cui si svolge la vicenda.

Per prima cosa è importante notare se l'autore di cui ci stiamo occupando nomini oppure no i propri personaggi. Egli, infatti, può decidere di celare il nome di tutti oppure solo quello di alcuni dei suoi personaggi. In altri casi l'autore può alternare l'uso del nome a quello del cognome e viceversa. Lo scrittore, a volte, può optare per l'uso di varianti e ipocoristici, oppure ricorrere a forme lessicali rare o curiose. In alcuni casi può ispirarsi ai nomi di amici e famigliari a lui particolarmente cari, oppure può scegliere di lasciarsi influenzare dalle mode onomastiche di un dato periodo storico.

L'autore ha a disposizione tanti tipi di nomi attraverso i quali far emergere le informazioni che del suo personaggio vuol trasmettere al lettore. Inoltre, dalla scelta dei nomi più o meno realistici possiamo intuire anche le intenzioni stilistiche dello scrittore in questione.

5 Caffarelli E., Autore e nome: percorsi di ricerca, in «RIOn» vol.III -nº1 anno III- semestre-marzo 1997, Stilgraf, Roma, Atti del II incontro di studi di Onomastica & Letteratura, a cura di M.G Arcamone, F.M. Casotti, D. De Camilli, Pisa, 1-2 marzo 1996, pp. 47-58.

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Spesso l'autore può far uso di forme base, di alterati e di diminutivi al fine di fornirci informazioni sull'età e sulla collocazione socioculturale dei personaggi inseriti nelle proprie opere. Tuttavia, può anche succedere che un autore attribuisca al proprio personaggio caratteristiche del tutto contrarie al significato trasparente del nome che gli ha imposto.

Come ho già scritto, in alcuni casi l'autore può decidere di celare il nome di un personaggio per tutto il periodo della narrazione, oppure dotarlo di uno soprannome. Per rendere più avvincente il racconto può scegliere anche di far comparire il nome del protagonista solo a metà o alla fine della storia, contribuendo così ad aumentare l'effetto sorpresa.

Non sono poi rari i casi in cui al personaggio venga imposto un nome comune, utilizzato come proprio, in grado di alludere alla natura fisica o alla condizione sociale del personaggio. Tra questi possiamo trovare: il Gatto, la Volpe, il Delfino,il Tonno, il Conte,

il Povero.

Può succedere anche che un autore scelga di “ribattezzare” il proprio personaggio concedendogli anche la possibilità di scegliersi uno pseudonimo o un nome di battaglia. Un esempio eclatante di questo tipo è quello di Mattia Pascal, che sceglie il nome di

Adriano Meis per la sua seconda vita.

Le scelte onomastiche operate da un autore possono riflettere le tradizioni e le ideologie tipiche della società nella quale egli ha deciso di inserire i suoi personaggi.

Non è insolito poi trovare un autore che, nel proprio testo, decida di spiegare e quindi giustificare le scelte onomastiche da lui compiute.

Infine, porre attenzione alle forme onomastiche, ossia considerare la loro ricercatezza piuttosto che la loro origine dialettale, può farci capire quale registro linguistico l'autore in questione ha utilizzato nel suo scritto. Non possiamo però generalizzare, in quanto non sempre un determinato scrittore decide di far coincidere perfettamente le scelte onomastiche con quelle stilistiche.

Alla luce di queste considerazioni risulta evidente che non è semplice sbilanciarsi sulle ragioni che possono aver favorito, in un determinato autore, particolari scelte onomastiche. Caffarelli insiste sul fatto che, prima di arrivare a qualsiasi conclusione, è opportuno leggere, di un determinato autore, un numero sufficiente di opere facendo

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attenzione al contesto storico e sociale nel quale sono inseriti i nomi, soprattutto i nomi propri. Solo in questo modo è possibile giungere ad una conclusione in merito alle ragioni culturali, ideologiche o emotive che hanno spinto un determinato autore verso specifiche scelte onomastiche.

Dopo aver appreso la vasta gamma di espedienti che ciascun autore può utilizzare durante il processo di denominazione dei propri personaggi, vorrei menzionare alcuni lavori di onomastica letteraria su racconti e romanzi indirizzati ad un pubblico giovanile.

Ritengo necessario soffermarmi su questo tipo di indagine, in quanto gli articoli presi ora in esame sono ricollegabili al lavoro da me svolto sui libri di Lia Levi. Un collegamento dovuto principalmente al fatto di aver preso in considerazione testi appartenenti alla letteratura per l'infanzia. Inoltre, le conclusioni alle quali sono pervenuti gli autori di questi articoli, non si discostano, in alcuni casi, dai risultati da me ottenuti nel corso dell'indagine onomastica.

Premettendo che ogni testo letterario può nascondere al suo interno significati onomastici importanti, in questa sede, sarà interessante notare come anche i testi per ragazzi, ancora poco studiati dal punto di vista onomastico, possono rivelarsi ricchi di significati e di riferimenti culturali.

Per esempio, Francesco Sestito nel suo articolo “Realismo e invenzione personale della

letteratura fiabesca toscana del secondo Ottocento: La novellaja fiorentina di Vittorio

Imbriani e Le novelle della nonna di Emma Parodi”6 accenna al fatto che la letteratura fiabesca è stata poco studiata a livello onomastico, nonostante essa sia in grado di offrire molto ad una ricerca di questo tipo. Questa ricchezza onomastica è data dal fatto, che chi scrive fiabe si sente solitamente meno costretto all'interno dei limiti del reale. Di conseguenza l'autore potrà scegliere per i suoi personaggi nomi totalmente fantastici, parlanti e addirittura ridicoli, cosa solitamente non ammessa negli altri generi letterari. L'autore dell'articolo afferma che spesso le raccolte di fiabe sono rielaborazioni di racconti popolari trasmessi oralmente e tra queste come non ricordare quella effettuata da Calvino su decine di storielle orali di stampo regionale. L'autore le ha inserite all'interno

6 Sestito F., Realismo e invenzione nell'onomastica personale della letteratura fiabesca toscana del

secondo Ottocento: La novellaja fiorentina di Vittorio Imbriani e Le novelle della nonna di Emma Perodi ,

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di una raccolta dal titolo Fiabe italiane e una delle modifiche da lui apportate a queste fiabe è stata quella della italianizzazione delle forme onomastiche dialettali. In alcuni casi, però, Calvino si è dilettato anche ad inserire nomi fantastici di sua invenzione. Sempre nello stesso articolo si prendono in esame altre due raccolte di novelle tardo-ottocentesche. La prima delle due è la Novellaja fiorentina di Vittorio Imbriani. In questa i personaggi non sono, nella maggior parte dei casi, identificati mediante nomi propri. Essi presentano nomi comuni riguardanti il loro ruolo sociale (il dottore, la madre, il padre). Tuttavia, non tutti i personaggi sono anonimi, in quanto spesso è possibile trovare anche nomi tradizionalmente legati all'onomastica italiana come: Caterina, Giovanni,

Luisa e Antonio.

Non mancano, però, anche nomi appartenenti alla tradizione fiabesca come Prezzemolina o Cenerentola.

Per quanto riguarda il nome Cenerentola,7 esso lo ritroviamo anche nei famosi Racconti di Mamma Oca di Perrault. Esso è un classico esempio di quanto gli autori di fiabe, nel

corso dei secoli, si siano avvalsi di nomi parlanti in grado di esprimere le caratteristiche fisiche, i comportamenti o le abitudini dei loro personaggio. Il nome Cenerentola rimanda al latino cinerentus, ossia “finire in cenere”, un nome, o meglio un soprannome che secondo l'autrice dell'articolo ha la capacità di anticipare la cattiva sorte che la giovane dovrà subire con l'entrata in scena della matrigna. Tuttavia, ci viene anche detto che il soprannome non rispecchia le caratteristiche psico-fisiche della protagonista.

Sempre secondo Sestito, nelle Novelle della nonna di Emma Perodi molti sono i nomi propri tipici del territorio toscano, poiché la nonna che racconta le novelle appartiene ad una famiglia casentinese. Anche il nome Regina, attribuito alla nonna, era un nome abbastanza comune nella Toscana della prima metà dell'Ottocento, epoca in cui scrive la Perodi. Tuttavia, il nome Regina potrebbe essere stato scelto dalla Perodi anche per la funzione centrale che la donna riveste all'interno del nucleo famigliare. Nel testo ci sono anche altri nomi tipici dell'Ottocento. Tra questi figurano: Cecco, Mario, Luigi, Fazio,

Caterina, Chiara.

7 Per il nome Cenerentola si rimanda a: Pastore A., Onomastica e Cenerentola, in L'incanto del nome, Atti del III Convegno di Onomastica letteraria, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, 10 maggio 2001, a cura di M.G.Arcamone, G.Baroni, D.Bremer, Edizioni ETS, Pisa, 2002, pp. 108-15.

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Questa tipologia di nomi è stata impiegata dalla Perodi per i personaggi della cornice. Al contrario, per i personaggi menzionati nelle novelle raccontate dalla nonna e ambientate in un Medioevo fantastico, l'autrice ha utilizzato nomi di matrice letteraria: Matelda,

Sigismondo, Valfredo. Non mancano anche qui, come nelle fiabe raccolte da Imbriani,

personaggi privi di nome. Tra questi compaiono anche i nobili chiamati spesso solo con l'appellativo di “conte”, in quanto, di loro, nelle novelle, interessa solo la posizione sociale. Tuttavia, le novelle della Perodi sono più ricche di elementi onomastici rispetto a quelle di Imbriani, più legate alla realtà popolare.

Interessante risulta essere anche l'articolo Nomi da favola nei racconti delle Alpi Apuane8 di Giovanni Martini. L'autore prende in esame alcuni libri che raccolgono antichi racconti popolari provenienti dalle montagne di Massa e Carrara. In questi racconti, nati dall'oralità popolare, molti personaggi vengono identificati attraverso il loro ruolo sociale o familiare: “il vicino”, “il prete”, “il pastore” o “la madre”, “il padre”, “il marito”. Compaiono anche personaggi legati alle credenze religiose che presentano nomi come: “Belzebù”, “un Angelo”, “Linchetto”. I nomi più tradizionali come Concetta, Domenico,

Mario sono in netta minoranza e nella maggior parte dei casi essi non sono volti a

rappresentare gli usi onomastici e la cultura del luogo nel quale sono nati questi racconti. Molto interessante è ciò che viene affermato alla fine dell'articolo in merito all'utilizzo dei nomi propri nelle favole: “La ricerca onomastica ha da tempo verificato che il nome proprio rappresenta un aspetto secondario nella struttura della fiaba (così, per tutti V.J. PROPP, Morfologia della fiaba, Torino 1966) e la circostanza è stata variamente spiegata. In alcuni casi la si fa dipendere dalla immediatezza ed emotività di questo tipo di produzione letteraria, caratteristiche che spingono l'autore a “spersonalizzare” il personaggio, puntando l'attenzione prevalentemente sulla vicenda. In altri casi si è cercato di spiegarla facendo riferimento ai significati magici dei racconti. Proprio la paura o, meglio, il “timor” di fronte a certe realtà suggeriva di non collegarle a nomi capaci di identificare persone reali, le quali, da tale collegamento, avrebbero potuto subire non meglio precisati “malefici”. Altra possibile spiegazione è che il creatore o narratore della

8 Martini G., Nomi da favola nei racconti delle Alpi Apuane, in «Il nome nel testo. Rivista internazionale di onomastica letteraria», I-II, (2001), pp. 302, 303, 307, 308, (pp. 301-308).

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favola non si cura affatto di creare una qualche parvenza di verosimiglianza (esigenza invece non secondaria in altri generi letterari), cosicché non avverte il bisogno di attingere a nomi effettivamente esistenti nel patrimonio onomastico della cultura di riferimento”.9

Anche in alcuni dei libri per bambini molto piccoli scritti da Lia Levi, i personaggi dotati di nomi propri sono pochi, mentre per il resto usa nomi riferibili a particolari ruoli sociali, come la mamma e il papà. In questi brevi racconti è poi possibile trovare animali parlanti e strane creature boschive tipici del mondo fiabesco e favolistico. La cosa cambia nei libri scritti per bambini più grandi nei quali nessun personaggio è privo di nome proprio. Non sempre però i racconti fantastici presentano un numero esiguo di nomi propri; a tal proposito possiamo prendere come esempio le Favole al telefono di Gianni Rodari. L'articolo L'Onimizzazione rodariana,10 ovvero la fantasia addomesticata di Aleksandra Proninska ci fornisce un quadro esaustivo sugli usi onomastici dell'autore. I nomi propri rintracciati nel testo sono più di duecento e appartengono a un repertorio di tipo realistico, ma anche di tipo fantastico.

Per quanto riguarda la creazione di nomi fantastici, essa è stata regolata dall'autore in modo razionale seguendo delle precise regole grammaticali. I suoi procedimenti d'invenzione onomastica sono molti e uno di questi si avvale di composizioni verbo-nominali o verbo-aggettivali, come: Giovannino Perdigiorno o il toponimo Bevibuoni. Soprannomi come Cotoletta alla parmigiana o Crosta di formaggio sono, invece, il frutto di combinazioni sintagmatiche. In tutti questi casi si tratta di nomi trasparenti, ossia in grado di far emergere le motivazioni che hanno portato alla loro creazione, al contrario, nomi come Beh, Bih, Mun e Muri non hanno senso all'interno del linguaggio comunemente utilizzato dai parlanti in Italia; in questo caso si tratta di nomi completamente inventati.

L'autrice afferma che, nel processo di creazione onomastica, Rodari ha fatto spesso appello alla ragione al fine di ideare nomi ricollegabili a precisi significati.

Nel libro La gomma magica di Lia Levi, per esempio, oltre a mettere l'accento su desideri utopici tipici dell'infanzia come quello di poter ottenere la facoltà di cancellare ciò che

9 Martini G., cit, pp. 307-308.

10 Proninska A., L'Onimizzazione rodariana, ovvero la fantasia “addomesticata”, in «Il nome nel testo. Rivista internazionale di onomastica letteraria», XV, (2013), pp. 354, 357, 359, (pp. 351-360).

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non ci piace, l'autrice inserisce anche due nomi fantastici, ossia quelli di Tuli e Pano; l'unione di questi nomi genera la parola tulipano. Una creazione onomastica basata su una parola già esistente che in certo senso ci riporta ai giochi linguistici di Rodari. C'è da dire, che nel caso di Lia Levi, anche nei libri per i piccolissimi non si arriva mai ad un uso eccessivo del nome completamente fantastico. Nei libri per i bambini delle ultime classi delle elementari e per quelli delle medie, la Levi predilige un realismo fantastico, ovvero un stile in grado di coniugare l'attenzione per il reale e la voglia di evasione in un mondo parallelo a quello comunemente conosciuto.

Altri autori, invece, hanno optato per l'impiego di un'onomastica fantasiosa anche nei libri dedicati alle fasce d'età più alte. L'articolo I nomi magici nella saga di Fairy Oak11di Maria Caroselle, sottolinea il legame tra narrativa fantastica e nomi fantastici. Nella saga di Fairy Oak di Elisabetta Gnone ad essere denominati con nomi trasparenti e facili da memorizzare, sono per l'appunto le creature di pura invenzione come maghi e streghe. Questi presentano nomi di piante e di fiori, come nel caso delle streghe: Vaniglia,

Margherita, Violetta e Mentafiorita. I nomi possono anche essere fonosimbolici, ossia

riprodurre con il loro suono l'idea di qualcosa di arcigno o di spiacevole. La trasparenza è sicuramente un elemento importante nei racconti dei più piccoli, ma anche in questo caso l'autrice non manca di inserire nomi verisimili, ossia aventi caratteristiche simili a quelli effettivamente esistenti. Tra questi troviamo nomi come: Jim Buriim, Sophie Littelwalton, Elsa Marsilake, ma anche nomi di luogo come Rocca di Arrochar, la Valle di Aberdur e lo Stato di Maltelia.

Nell'articolo di Sara Silvia Piras Harry Potter:l'onomastica nei romanzi di Joanne

Kathleen Rowling12 viene messo in evidenza quanto, in questa saga dalla fama mondiale, i nomi e cognomi dei “babbani”, ossia quelli di persone prive di poteri magici, siano nomi normali, in quanto appartenenti al repertorio onomastico proprio dell'Inghilterra. Ma anche i maghi, in alcuni casi, presentano nomi in grado di ricollegarli al loro paese d'origine, come ad esempio il francese Olympe Maxime. La saga, dunque, pur essendo

11 Carosella M., I nomi magici della saga di Fairy Oak, in «RIOn», XV, (2009) 1, pp. 114, 115, 118, 120, (pp. 113-23).

12 Piras S.S., Harry Potter: L'onomastica nei romanzi di Joanne Kathleen Rowling, in « il Nome nel testo. Rivista internazionale di onomastica letteraria», XII, (2010), pp. 248, 249, (pp. 247-54).

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basata su elementi fantastici, impiega un folto numero di nomi esistenti anche se ovviamente non mancano nomi stravaganti e spesso latinizzati. Tra questi ultimi molti sono quelli riferibili alla sfera mitologica, astronomica e botanica, come: Sirius. Narcissa,

Albus (a proposito di quest'ultimo nome la studiosa afferma che esso ha una funzione

descrittiva in quanto rimanda alla bianca barba del personaggio così denominato). Tra le categorie onomastiche evidenziate dall'articolo compare anche quella comprendente nomi riferibili al carattere o alle origini di un determinato personaggio come nel caso di Remus

John Lupin Quest'ultimo, infatti, afferma di appartenere ad una specie di licantropi,

oppure nel caso Severus Snape, il cognome richiama sia il termine snake “serpente”simbolo appunto di doppiezza, sia il verbo snap “parlare seccamente”.

Questa breve rassegna su alcuni articoli concernenti testi fantastici ha lo scopo di anticipare quello che sarà la mia analisi sui libri di Lia Levi. Un'analisi, incentrata sull'individuazione delle varie tipologie onomastiche adottate dall'autrice che, come avremo modo di osservare, in parte si avvicinano e in parte si discostano da quelle presenti nelle opere analizzate negli articoli sopracitati.

Prima di addentrarmi nella vera e propria valutazione dei nomi propri utilizzati dalla Levi, vorrei dedicare il secondo capitolo all'esposizione di quello che è stato il percorso di evoluzione e di affermazione della letteratura per l'infanzia in Italia e nel resto del mondo. 1.2 Lo sviluppo della letteratura per l'infanzia

Dopo aver chiarito quali sono i campi d'indagine dell'onomastica letteraria vorrei soffermarmi sulla letteratura per l'infanzia, il genere che ho deciso di indagare a livello onomastico attraverso le opere di Lia Levi. Ovviamente, essendomi basata sui testi di una sola autrice, la mia ricerca non fornirà risultati onnicomprensivi di tutta l'onomastica impiegata nei libri per i più piccoli. Alla fine del mio lavoro, infatti, potrò trarre delle conclusioni per quanto riguarda i soli usi onomastici di Lia Levi senza pretendere di considerare tali scelte alla stregua di regole valide per tutti gli autori di libri per bambini. Ciascun autore, infatti, ha una propria personalità e degli intenti di scrittura specifici che non possono essere generalizzati, ma piuttosto analizzati con cura attraverso un'indagine mirata e personalizzata.

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Tuttavia, credo che ciascuno di noi pensando alla letteratura per l'infanzia si aspetti di ritrovare all'interno di questi libri nomi semplici, ma anche eufonici. Effettivamente, analizzando i libri di Lia Levi avremo modo di trovare nomi tradizionali, ma anche divertenti soprattutto in quei testi dedicati a bambini in età prescolare. Tuttavia, nel suo caso troveremo pochi nomi fantasiosi, soprattutto nei libri rivolti ai bambini più grandi. Non credo si possano ricercare, anche nel caso della letteratura per l'infanzia, regole precise per quanto riguarda le scelte onomastiche operate dagli autori. Tuttavia, ancora oggi questo genere è considerato, in molti casi, un sistema a sé stante con caratteristiche molto diverse da quelle presenti nella letteratura per adulti.

In realtà, la scrittura è qualcosa di estremamente soggettivo e nessun autore, compreso quello di libri per bambini, può sentirsi costretto a seguire determinate regole; egli, al contrario, deve sentirsi libero di esprimere le proprie idee soprattutto in campo onomastico. Credo inoltre che non si debba applicare una rigida separazione tra i vari tipi di letteratura: molti testi per ragazzi sono infatti usufruibili anche da parte di un pubblico più maturo. Tuttavia, è anche vero che un libro per adulti difficilmente si adatterà alle esigenze e alle competenze, in senso lato, di un giovanissimo lettore.

A questo proposito ritengo i libri scritti da Lia Levi adatti anche ad un pubblico più maturo, in quanto in questi l'autrice non manca di affrontare tematiche forti e di grande attualità.

Ciò che mi ha spinto ad occuparmi di letteratura per l'infanzia è stato il fatto di non essermi mai imbattuta, durante il mio percorso di studi, in un corso universitario che trattasse in modo specifico questo genere letterario. Non è facile affermare se questa lacuna sia stata determinata dal caso oppure da una, più o meno generalizzata, scarsa attenzione, in ambito accademico, per questa disciplina. Fatto sta che anche per quanto riguarda l'onomastica, non sono molti i lavori svolti su testi per l'infanzia, soprattutto sui testi di narrativa italiana. Motivo in più questo per decidere di occuparmi dell'onomastica impiegata nella letteratura giovanile, prendendo come riferimento un autore in particolare. Oggi però il mercato del libro, anche per quanto riguarda la letteratura dell'infanzia, offre davvero una vasta gamma di titoli e un numero sempre maggiore di autori. Per questo motivo non è stato semplice scegliere uno scrittore al quale potermi dedicare in modo specifico ed elitario. La scelta finale è ricaduta su Lia Levi, un'autrice che a mio avviso

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offre, in tutti i suoi scritti, ottimi spunti sui quali riflettere. Inoltre, il repertorio onomastico da lei utilizzato si è rivelato molto prolifico e per questo particolarmente adatto per il tipo di ricerca da me intrapresa. Infine, ho pensato che analizzare i libri scritti da un'autrice contemporanea potesse fornirmi indicazioni preziose, anche se non pienamente esaustive, su quelle che sono le tendenze attuali in merito all'onomastica impiegata dagli scrittori in testi narrativi per ragazzi.

In molti casi, infatti, Lia Levi ha utilizzato nomi di stampo tradizionale, che non facciamo fatica a ritrovare anche in libri di altri autori. Questo perché diversi scrittori possono arrivare a considerare uno stesso nome particolarmente attraente per un giovanissimo lettore, oppure possono decidere di seguire i gusti onomastici vigenti nella società in cui vivono.

Prima di addentrarmi in modo specifico nella valutazione onomastica dei libri da me presi in considerazione, ritengo sia utile ripercorrere le tappe più importanti che hanno portato alla formazione di una vera e propria letteratura per l'infanzia.

Ripercorrere queste tappe servirà anche ad inquadrare meglio la narrativa di Lia Levi che sicuramente si discosta, per forma e contenuti, da quella di scrittori per l'infanzia di epoche passate.

A questo genere letterario appartengono tipologie testuali diverse: si passa dalle opere di stampo narrativo o poetico, ai testi scolastici e ai saggi informativi.

Dunque, i testi che il bambino ha a disposizione sono davvero molti, ma quelli narrativi sono in grado, grazie anche a contenuti di tipo fantastico, di offrire al piccolo un momento di svago maggiore. I testi di narrativa sono quelli con cui il bambino dovrebbe entrare in contatto sin da subito e sui quali dovrebbe cercare di perfezionare le sue capacità di lettura.

Ci avviciniamo così all'importanza che la lettura ha nel percorso di crescita e formazione di ogni bambino. A tal proposito vorrei soffermarmi su quanto affermato da Giacomo Cives nel primo capitolo del suo libro Il bambino e la lettura. Testi scolastici e libri per

l'infanzia.13 L'autore si pone il problema della lettura e della promozione educativa che da

13 Cives G., Educare al “piacere di leggere”, in Il bambino e la lettura. Testi scolastici e libri per

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essa trae origine. Dopo aver preso visione dei dati concernenti la quantità di lettori assidui in Italia e aver constatato il loro scarso numero, egli si chiede cosa non stia funzionando all'interno del sistema educativo, dato che, nella maggior parte dei casi, la passione per la lettura nasce fra i banchi di scuola.

L'amore per la lettura e per la conoscenza dipende solitamente da quanto si è letto da piccoli, ma soprattutto da quanto la famiglia e la scuola hanno influito nel consolidare in noi la passione per questa attività. È necessario però che il bambino si avvicini alla lettura spontaneamente e senza forzature da parte degli educatori. Cives menziona Bettelheim per quanto riguarda la necessità che al bambino venga presentata questa attività come un mezzo attraverso cui evadere dalla realtà in modo divertente e gioioso. Ovviamente è importante, almeno inizialmente, offrire loro testi di buona qualità contenutistica, come fiabe, filastrocche e poesie. Spesso, infatti, i continui errori di lettura sono dovuti alla noia che il bambino prova nel leggere testi troppo nozionistici e privi di fantasia.

Secondo quanto sostenuto anche da Pennac, il bambino deve ricevere dalla scuola e dalla famiglia, continui stimoli che lo spingano in modo naturale verso la lettura. Un buon lavoro lo svolgerà quel genitore che deciderà di leggere e commentare storie sempre nuove al proprio figlio. In secondo luogo, offrire ai bambini che si trovino in età prescolare anche solo un libro illustrato è un ottimo modo per avvicinarli al mondo della lettura. Un ruolo decisivo lo svolge anche l'esempio, in quanto vedere un adulto leggere con piacere un libro vale sicuramente più di mille parole; il bambino sarà così spinto ad emulare la figura genitoriale o l'insegnante che lo farà.

È necessario rimarcare, proprio come sosteneva Rodari, l'importanza che riveste l'assidua pratica della lettura ad alta voce da parte dell'adulto soprattutto se egli è una figura essenziale come può esserla quella della madre, del padre o del professore; le loro voci e ciò che esse narrano saranno quelle che resteranno maggiormente impresse nella mente del piccolo ascoltatore.

Ciò che invece impedisce un incontro libero e felice con la lettura, è l'imposizione di domande di comprensione alla fine di un libro. Sarebbe più giusto lasciare al bambino il gusto della semplice lettura senza obbligarlo ad un commento forzato dell'opera. Questo dover assolutamente parlare del testo senza lasciare il tempo quasi di capirlo e farlo proprio, può provocare l'allontanamento progressivo dello studente dalla lettura. Tra una

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lezione e l'altra, la classe dovrebbe dedicarsi ad una lettura scevra da ogni tipo di nozionismo, ma allo stesso tempo capace di far riflettere lo studente su importanti questioni di ordine morale.

Oggi siamo più che mai consapevoli dei benefici che la lettura ha sulle giovani menti, ecco perché negli ultimi anni, autori ed editori si sono dedicati all'ideazione di testi sempre più congeniali alle esigenze dei piccoli lettori.

Ma questa consapevolezza non è stata raggiunta da tutte le società civili nello stesso momento. La letteratura per l'infanzia ha cambiato spesso faccia nell'arco degli ultimi due secoli, al punto che essa, oggi, si presenta in modo molto diverso da come poteva presentarsi all'inizio del Novecento in Italia o nel resto del mondo.

Franco Cambi nel secondo capitolo contenuto nel già menzionato saggio Il bambino e la

lettura. Testi scolastici e libri per l'infanzia,14 afferma che questo tipo di letteratura si è sviluppato nel momento stesso in cui la società ha iniziato a valorizzare la figura del bambino. Da quasi due secoli, nelle società più evolute, la letteratura per l'infanzia ha assunto un ruolo imprescindibile per quanto riguarda la formazione e l'educazione dei più piccoli. A questo proposito possiamo leggere quanto affermato da Cambi: “A tale letteratura viene affidata la formazione della prima visione del mondo, costituita da aspetti molteplici e diversi, ma anche coordinati da una precisa volontà di conformazione, di irretimento e di orientamento della soggettività a partire dall'immaginario”.15

Cambi continua dicendo che la letteratura per l'infanzia ha una doppia funzione e cioè: una di tipo letterario e una di tipo pedagogica. In un testo come Pinocchio o come Alice

nel paese delle meraviglie c'è sempre una costruzione letteraria che nasconde dietro di sé

un progetto educativo. Partendo dall'analisi della prima funzione, e cioè da quella letteraria (connessa all'iniziazione e alla fantasia), Cambi afferma che essa trae origine dalla fiaba di cui oggi abbiamo conoscenze abbastanza precise grazie a Propp, Greims o Bremond. Di questo tipo di racconto, oggi ne conosciamo le strutture narrative, ma anche la funzione mitica, così come le la portata etica e psicoanalitica.

14 Cambi F., La letteratura per l'infanzia tra complessità ed ambiguità. Testo, superficie e profondità, in Il

bambino e la lettura. Testi scolastici e libri per l'infanzia, Cambi F., Cives G., Edizioni ETS, Pisa, 1996, pp

45-84.

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Nella fiaba troviamo, infatti, l'esorcizzazione del male e del tragico, oltre a una forte valorizzazione della speranza. Cambi afferma che la fiaba si compone di narrazione e di educazione. Tuttavia, la letteratura per l'infanzia non è rimasta ancorata alla fiaba, ma si è evoluta divenendo racconto. A differenza della fiaba, il racconto non si situa in un tempo e in uno spazio imprecisato, anzi esso è ben ancorato ad un tempo storico dotato di linguaggi e significati propri. Il racconto può esplicarsi mediante la prosa o mediante la poesia, adottando, a seconda dello stile scelto, linguaggi e tecniche diverse.

Accanto alla funzione letteraria c'è anche quella pedagogica e per questo è importante analizzare, per ciascun libro dedicato all'infanzia, quelli che sono i contenuti educativi. In particolare, le famiglie e la scuola dovrebbero sempre valutare il tipo di opere che si ripropongono di sottoporre ai loro ragazzi. Analizzare il piano educativo di un testo, vuol dire arrivare a coglierne anche la portata ideologica dato che ciascun testo rispecchia le idee dell'epoca e del luogo in cui è stato scritto.

Alle due funzioni appena elencate, Cambi ne aggiunge ancora un'altra e cioè quella che questo tipo di letteratura svolge sull'immaginario del lettore. Leggere sviluppa l'immaginazione, ossia la mente del lettore cerca di ricostruire a livello di immagine mentale le scene e i personaggi descritti nel libro. In questo modo, soprattutto attraverso una lettura silenziosa il bambino riesce ad interiorizzare perfettamente i messaggi educativi e culturali che la pagina scritta gli trasmette.

Nel corso della lettura, la mente va alla ricerca di un'immagine nella quale fissarsi; durante questa attività, fatta di continui scambi tra logica e immaginazione, nel soggetto iniziano a depositarsi materiali del testo. Dunque, la lettura alimenta l'immaginario ma anche il pensiero utopico dato che in molti casi ripropone ambientazioni fantastiche e meravigliose che accrescono nel lettore la gioia nel dover ricostruire mentalmente le meravigliose scene descritte nei libri. Il bisogno di utopia tipico dell'età adulta deriva in parte anche dalle letture fantastiche fatte durante la nostra giovinezza.

Ricapitolando, sulla fiaba si fonda gran parte della letteratura per l'infanzia: il racconto fiabesco originariamente indirizzato al popolo e in un secondo momento ai bambini, è stato da sempre preso in considerazione per i suoi significati morali. La fiaba non propone al bambino solo luoghi meravigliosi abitati da principi e principesse, ma fa emergere anche gli elementi più turpi dell'esistenza, con i suoi traumi, paure, desideri e attese

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mancate. Le fiabe affascinano i bambini proprio perché gli ripropongono storie serie e non sempre idilliache.

Nonostante le sue molte qualità, questa letteratura è stata a lungo considerata un genere minore, tanto che lo stesso Benedetto Croce ha affermato che la funzione educativa presente nei testi per ragazzi mal si concilia con la vera arte, la quale è sostanzialmente priva di intenti didascalici.

In anni più recenti però, grazie a personalità come Propp, Bettelheim, Calvino, Rodari e Faeti è stata data la giusta importanza al libro per l'infanzia.

È l'età moderna a dar vita ad una prima letteratura per l'infanzia dai chiari intenti educativi. La funzione pedagogica di questo genere viene sin da subito utilizzata da varie società al fine di plasmare, secondo le loro necessità, i cittadini a partire dall'infanzia. Cambi afferma che ciascun libro per l'infanzia presenta un aspetto superficiale chiamato “scorza” e uno più profondo chiamato “polpa”. La “scorza” è la parte più esterna e superficiale, costituita dalla narrativa e dalla pedagogia, mentre “la polpa” è costituita dall'ideologia, a sua volta direttamente connessa alla storia sociale e politica di un determinato paese. Dunque, i testi per l'infanzia sotto le loro storie fantastiche e leggere, possono nascondere messaggi ideologici molto complessi. Per esempio, il romanzo

Pinocchio appare ad una lettura superficiale un testo tipicamente ottocentesco, dal forte

legame con l'ambiente borghese dell'epoca. È la storia di un burattino che attraversa una serie di prove al fine di raggiunge la tanto attesa maturità psicologica. A tal proposito possiamo leggere quanto affermato nel saggio preso ora in considerazione: “Sotto, però, questa “scorza” sta un universo di più ampi significati: quello antropologico-culturale del viaggio iniziatico, quello meta-pedagogico della formazione come conflitto tra autonomia, rivolta, socializzazione e conformazione, quello antropologico dell'infanzia come tragedia e sconfitta”.16

Alla luce di quanto sopra affermato possiamo concludere che il libro per l'infanzia non è un oggetto povero di contenuti e messaggi culturali, ma un prodotto che richiede un'analisi accurata dato che in esso confluiscono componenti come: la narrazione, l'educazione, l'ideologia, il gioco e l'utopia.

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In Occidente una prima letteratura per l'infanzia sorge in un arco di tempo posto a cavallo fra Medioevo ed età moderna. Essa attinge, almeno inizialmente, da forme e contenuti presenti nei racconti mitologici delle culture arcaiche. La fiaba è sicuramente la narrazione popolare che più di tutte ha influenzato la letteratura per l'infanzia e questo perché, come abbiamo già detto, attraverso le sue trame fantastiche riesce a toccare i bisogni inconsci del piccolo lettore.

“L'atto di nascita della letteratura infantile, va collocata nel Seicento, in Francia, e poi nel Settecento, in Inghilterra: tra Perrault e Defoe, tra la fiaba e l'avventura, passando per la favola (La Fontaine), per il viaggio fantastico (Swift), per la poesia infantile (le nursery

rhymes raccolte nel 1774), per i racconti morali (Edgewort)”.17 Così Franco Cambi

esordisce nella sua dissertazione su quelli che sono stati i punti chiave nello sviluppo del genere preso ora in esame.

La nascita della letteratura per l'infanzia in età moderna è dovuta principalmente alla rivalutazione dell'infanzia come momento cruciale nella formazione della personalità adulta. Il nuovo genere, però, appare fin da subito un po' ambiguo a causa, come abbiamo già detto, della sua multifunzionalità e della sua intrinseca complessità.

Tuttavia, nonostante le numerose critiche di cui è stato vittima, questo genere ha continuato a diffondersi in tutto il mondo subendo di volta in volta, a seconda delle aree nazionali e delle epoche, cambiamenti a livello di stile e di contenuto.

Solo nel Novecento la letteratura per l'infanzia riesce a coniugare le diverse tradizioni dando vita a un prodotto più omogeneo a livello di contenuti ed intenti educativi.

Facendo nuovamente un passo indietro, possiamo notare che con l'Illuminismo si passa da testi di tipo fantastico a racconti ricchi di messaggi morali, più realistici e allo stesso tempo più avventurosi. Col Romanticismo il genere è destinato a cambiare nuovamente e si assiste al ritorno di temi popolari e fantastici in grado di sottolineare il bisogno di affetto e creatività tipico dell'infanzia. In Europa il Realismo e il Decadentismo finiscono per influenzare anche la letteratura giovanile nella quale confluiscono storie reali o romanzi tesi all'evasione in mondi lontani.

Dopo aver illustrato le influenze esercitate dalle varie correnti culturali nel corso dei

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secoli sulla letteratura per l'infanzia, mi soffermerò adesso su quelle opere e su quegli autori che, a partire dal Seicento in Europa, hanno arricchito il repertorio di questo “nuovo genere”. In un secondo momento mi dedicherò con maggior attenzione alla situazione di questo tipo di letteratura in Italia dove, soprattutto nel corso del Novecento, è andato incontro a molti cambiamenti.

Nel saggio Letteratura per l'infanzia e l'adolescenza,18possiamo leggere che il primo libro dedicato ad un pubblico giovanile risale al IV secolo. L'opera anonima si intitola

Pancatantra e parla di un savio bramino di nome Visnusaram che, attraverso favole e

racconti meravigliosi, istruisce tre principini al modo più giusto di utilizzare l'intelligenza in campo politico e sociale. Questo libro appartiene all'epica popolare indiana e nel corso dei secoli è stata tradotta in siriano, arabo, ebraico per poi passare al castigliano e al latino.

A distanza di qualche secolo, e precisamente nel XIV secolo, fioriscono in Europa una serie di narrazioni epiche e romanzesche. In Gran Bretagna, per esempio, abbiamo l'opera di Geoffrey Chaucer (1345-1400), una raccolta di più racconti conosciuta con il nome di

Canterbury Tales.

Come ho già scritto, con la fine del Medioevo e l'inizio dell'età moderna, la fiaba, fino ad allora trasmessa solo oralmente, inizia a riscuotere un grande successo soprattutto in Francia e in Germania. Questo tipo di racconto sembra essere l'erede diretto dei racconti mitologici greci e latini: l'antropomorfismo degli animali ricorda quello già a suo tempo presente nelle opere di Esopo e di Fedro, mentre le principesse e i re delle fiabe moderne sembrano ricordare i mitici sovrani greci. Come gli dei e le dee influivano sui processi naturali, anche le fate, i maghi e le streghe presenti nel racconto fiabesco interagiscono con i personaggi umani influenzandone più o meno positivamente le loro vite. Mito e fiaba hanno in comune il fatto di contenere precetti morali universali, cioè validi nelle società di qualsiasi tempo e di qualsiasi luogo.

In Europa l'universo fiabesco viene rappresentato da due delle più importanti raccolte di fiabe di tradizione popolare come: i Contes de ma mère l'oye di Perrault e i Kinder-und

18 Nobile A., Giancane D., Marini C., Letteratura per l'infanzia e l'adolescenza, Editrice La Scuola, Brescia, 2011, pp. 27-31.

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Hausmärchen dei fratelli Grimm.

A partire dalla fine del Seicento, oltre a Perrault, si cimentano nella raccolta e nella rielaborazione di fiabe anche autrici francesi come Madame D'Aulnoy e Madame Le Prince De Beaumont. Oltre alla Francia anche il popolo irlandese conserva un grande patrimonio fiabesco popolato di folletti, gnomi, sirene e fate. Nel XIX secolo anche Russia e Norvegia si adoperano per la raccolta delle fiabe popolari più rappresentative della loro identità culturale e territoriale.

In Italia, nel 1550, G.F. Straparola da Caravaggio dà vita a Le piacevoli notti, una raccolta di settantacinque racconti tra fiabe e novelle. Un'opera che successivamente ispirerà autori come Basile che, nel 1634, scriverà Lo cunto de li cunti o Pentamerone, con il sottotitolo Lo trattenimento de' Peccerille. Quest'opera è costituita da quarantanove novelle raccontate da dieci vecchie in cinque giorni e l'ultima novella fa da cornice al tutto. Il testo però viene inizialmente diffuso solo all'interno degli ambienti colti, per poi trovare una nuova rivalutazione da parte dei fratelli Grimm solo nell'Ottocento.

Dunque, dopo l'uscita delle Piacevoli notti, in Italia la raccolta di fiabe si arresta bruscamente per poi ricominciare solo negli anni sessanta dell'Ottocento, con un ritardo di ben cinquant'anni rispetto, per esempio, a Francia e a Inghilterra.

“Un ritardo dovuto alla vocazione didattica e moralistica della nostra prima letteratura per l'infanzia che non sembra ben accordarsi con il senso di fantastica evasione tipica della fiaba. Ecco perché Lo cunto de li cunti, fino al 1870, non è stato inserito in nessun manuale di storia della letteratura italiana”.19

Una prima traduzione del testo di Perrault in Italia, si ha ad opera di Carlo Collodi su richiesta di Alessandro e Felice Paggi, editori della “Biblioteca scolastica”. La traduzione uscita nel 1875 e intitolata I racconti delle fate riflette in pieno lo stile di Collodi. L'autore, infatti, non manca di inserire all'interno della traduzione termini tipicamente toscani, come non manca di mettere in campo un'ironia tesa a ridicolizzare i preziosismi lessicali del testo francese, nonché gli insegnamenti morali in esso contenuti. 20

Un vero e proprio successo del genere fiabesco21 si ha nel Seicento in Francia, dove i

19 Boero P., De Luca C., La letteratura per l'infanzia, Editori Laterza, Urbino, 2010, p.36. 20 Boero P., De Luca C., cit, pp. 26-27.

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racconti fantasiosi attraggono grandi e piccini. Sempre in Francia viene tradotta per la prima volta da A.Galland la raccolta di novelle Le mille e una notte; un'opera anonima del X secolo nella quale si esalta la pazienza e l'ingegno come uniche qualità in grado di risollevare gli uomini da situazioni difficili.

Tra i fiabisti più importanti ricordiamo ancora una volta Charles Perrault (1628-1703) che, nei Racconti di mamma oca o Contes de ma mère l'oye, ha raccolto ed elaborato antichi materiali fiabeschi tramandati fino a quel momento solo oralmente.

Sempre nel Seicento e sempre in Francia, accanto all'interesse per la fiaba emerge tra gli aristocratici quello per il racconto di fate. La grande passione per le storie di magie stupefacenti ad opera di creature meravigliose fa sì che molti di questi racconti siano raccolti, fra il 1785 e il 1789, ad Amsterdam e a Ginevra, con il titolo di Cabinet des Fées

ou Collection choissie des contes des Fées at autres contes merveilleux (Lo scrigno delle

Fate o Collezione scelta di racconti di Fate e altri racconti meravigliosi).

Con il consolidarsi in Europa della cultura illuministica, basata come sappiamo sul razionalismo, la fiaba perde repentinamente la sua importanza. Ad essa il nuovo movimento culturale sostituisce la favola considerata la legittima erede del genere ideato da Esopo. A partire dal Seicento questo genere si diffonde in tutta Europa e molti sono gli autori che contribuiscono ad arricchirlo di elementi avventurosi.

Ancora nell'Ottocento la letteratura favolistica, costituita da brevi e facili racconti, viene utilizzata per educare il popolo. Anche in Italia, la letteratura per l'infanzia acquista nuovo vigore attraverso gli scherzi di Giuseppe Giusti, Ippolito Nievo e Carlo Gozzi. Tra i favolisti italiani più importanti, come non ricordare la figura di Giovanni Pascoli, traduttore e compositore di tre favole originali: Il marrello e la vanga, L'incenso e Il cane

e la scodella.

Tornando all'Illuminismo, in quest'epoca, diventa sempre più forte il bisogno di dare dignità ad una letteratura dedicata in modo specifico ai bambini e ai ragazzi. Le opere considerate più adatte al pubblico giovanile restano le fiabe, le favole e i racconti morali, ma ciò che segna una svolta decisiva nella produzione di libri per bambini è l'apertura in Inghilterra, nel 1774, della prima casa editrice per ragazzi, la Juvenile Library, curata da John Newbury.

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la storia della letteratura per l'infanzia -quella della Francia, dell'Inghilterra, della Germania e dell'Italia- che tra Seicento e Ottocento hanno scandito la successione di modelli e di orientamenti di gusto, edificando il corpus più forte e stabile della tradizione di tale letteratura. Ad esse si sono poi accompagnate l'area americana, quella russa, quella scandinava, quella mitteleuropea, per poi espandere l'azione della letteratura infantile anche ai paesi non europei e non investiti dalle lingue europee, assumendo nel Novecento un volto decisamente planetario”. 22

Nell'Ottocento, oltre a un recupero dell'emotività e della creatività si sviluppa anche una corrente realistica di tipo sociale che in Francia può benissimo essere rappresentato dal romanzo Senza famiglia di Hector Malot. Attraverso la rappresentazione delle ingiustizie sociali, l'autore vuol rendere i lettori più consapevoli della realtà che li circonda.

Nei testi inglesi troviamo invece più creatività, più avventura, ma soprattutto una maggiore sperimentazione linguistica. Nel Settecento la società inglese incentiva nei giovani la lettura di testi in grado di esaltare lo spirito di impresa e l'avventura. Fra i testi inglesi più famosi che ancora oggi continuano ad essere letti dai più giovani e non solo, ricordiamo: Gulliver di Swift, il Robinson di Defoe, Dickens e il suo Oliver Twist, Stevenson con il suo L'isola del tesoro. In ciascuno di questi libri il messaggio finale rivolto al lettore è quello di non arrendersi neppure davanti alle situazioni più difficili e pericolose.

Sempre in Inghilterra, troviamo un chiaro esempio di romanzo nonsense in Alice nel

paese delle meraviglie. L'autore del libro, il reverendo inglese Lewis Carroll, attraverso la

scrittura dà libero sfogo alla fantasia, arrivando a sfidare la struttura del linguaggio e della percezione sensoriale.

Ad un tipo di fantasia più tradizionale guardano invece Oscar Wild con il Principe felice e il Gigante egoista, e James M.Baratarrie con Peter Pan; in quest'ultimo testo l'infanzia è vista come il periodo dei desideri e delle grandi aspettative. Possiamo affermare che la tradizione inglese, grazie a testi essenziali, ma anche capaci di affascinare il pubblico più giovane, ha segnato a livello internazionale la letteratura per l'infanzia.

22 Da questo punto fino alla fine del seguente paragrafo: Cambi F., La letteratura per l'infanzia tra

complessità ed ambiguità. Testo, superficie e profondità, in Il bambino e la lettura. Testi scolastici e libri per l'infanzia di Cambi F., Cives G.,pp.57-6.

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Nello stesso periodo, in Germania, si ha invece un repertorio di testi per l'infanzia basato sulle fiabe popolari raccolte dai fratelli Grimm. Tra le più famose ricordiamo:

Biancaneve, Pollicino, Cenerentola, Hansel e Gretel, Rosaspina e Ammazzasette.

Tuttavia, nell'Ottocento in Germania come in altri paesi del Nord inizia a svilupparsi una fiaba di tipo moderno il cui più importante esponente lo ritroviamo nel danese Hans Christian Andersen. Nelle sue fiabe Andersen inserisce un senso di meditazione quasi malinconica che spinge inevitabilmente qualsiasi lettore a riflettere sul senso della vita e su quello della morte. Tra i suoi racconti più famosi ricordiamo: La sirenetta, La piccola

fiammiferaia, Il soldatino di stagno e I vestiti dell'imperatore.

Ancora nell'Ottocento ci sono nazioni come la Spagna, il Portogallo e l'America, dove una scarsa attenzione per il bambino ha impedito lo sviluppo di una letteratura a lui dedicata; tale situazione si è mantenuta a lungo, nonostante l'ampio sviluppo ottenuto dal genere in molti altri paesi del mondo.

Dopo aver fornito una panoramica sulla situazione della letteratura per l'infanzia a livello internazionale, vorrei soffermarmi in modo più accurato sullo sviluppo di questo genere letterario in Italia.

1.3 La letteratura infantile in Italia: gli autori e le opere

A partire dal Settecento, in Italia, la letteratura per l'infanzia si sviluppa in senso moralistico e pedagogico tanto che, fino ai primi decenni del Novecento ci troviamo ancora di fronte ad una letteratura intrisa di uno spirito austero e autoritario.

Lo spirito moraleggiante si fa più forte nel periodo immediatamente successivo all'Unità d'Italia: in quegli anni, caratterizzati da entusiasmi e ideali patriottici, viene rivalutata anche l'istruzione pubblica vista come mezzo di aggregazione e propagazione di una cultura unitaria. Tra i più importanti autori di questo periodo spiccano Alessandro Parravicini e Cesare Cantù. Nel primo caso, si tratta dell'autore del libro di testo il

Giannetto,23 un testo considerato per molto tempo particolarmente adatto ai più piccoli. Il protagonista Giannetto è il figlio di un onesto commerciante che crescendo diventa un

figura

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