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Spazi viventi, vissuti e... pensati

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Academic year: 2021

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7 Febbraio

2015 pag. 10

a

partire dagli ultimi decen-ni, lo spazio ha riconqui-stato un ruolo preminente negli studi letterari e sembrano ormai lontane le affermazioni di Gerard Genette che, in “Figures III”, quasi lo ponevano in suddi-tanza verso l’elemento tempora-le: «posso benissimo raccontare una storia senza precisare il luogo in cui si svolge, […] mentre mi è quasi impossibile non situarla nel tempo rispetto al mio atto narrativo». Ma la parola, in opposizione all’asse verticale del tempo, si articola e si struttura anche nell’orizzonte dello spazio, dove trascende la mera determi-nazione di luogo per giungere a una visione del mondo, in nome di un rapporto che Roman Ja-kobson aveva definito ‘contiguo’. Un legame, questo, che non può non far pensare al concetto di ‘Spazio-Tempo’, elaborato da Al-bert Einstein nei primi anni del Novecento, poi mutuato dalla critica letteraria nell’accezione di ‘cronotopo’, generatore – per Michail Bachtin – della forma testuale stessa.

Questi brevi accenni illustrano lo “Spatial Turn”, ovverosia l’atten-zione critica riservata all’ele-mento spaziale nei testi letterari. E se Agostino – in un celebre

suggerire un paritetico fronteg-giarsi di sguardi, dove uomo e natura diventano l’uno parte attiva dell’altra. Per certi aspetti, la biosfera si fa creativa e la paro-la – quasi filtrata dall’elemento naturale – istituisce un habitat ulteriore, dove il testo chiama, anticipa e ri-scrive il mondo in nome di una “ecologia della mente”. L’espressione – coniata dall’antropologo inglese Gregory Bateson – estende l’idea stessa di ‘ecosistema’ dalla sfera natu-rale all’intelletto umano, dove quest’ultimo occupa un ruolo cruciale sugli equilibri stessi della natura: va da sé che la mente ces-si di essere uno spazio astratto, euclideo, per diventare anch’essa luogo abitato (come suggerito dal suffisso “eco”: “oikos-casa”). E se il testo – ovverosia l’opera letteraria – è frutto della mente creatrice, va da sé che l’ambiente (sia esso naturale, paesaggistico o urbano) intrattenga con la pagina scritta un legame forte, di osmosi, dove la permeabilità fra due o più esistenze (umana e non) è rivelata dalla forza evocativa della parola. Il «lievito poetico», per dirlo con le parole di Luigi Meneghello, è sempre in continuo fermento, come i processi della natura che, dentro e intorno a noi, portano avanti le loro narrazioni semisegrete.t

foto di Maurizio Berlincioni

passo delle “Confessiones” – si domandava «che cosa è dunque il tempo?», il quesito potreb-be essere adesso riformulato e

coinvolgere la nozione di ‘spazio’, declinabile in un ampio ventaglio di formule e opposi-zioni binarie (aperto/ chiuso; naturale/artefat-to; reale/astratto e via dicendo), ma in ogni modo legate al rapporto tra uomo e mondo. E l’ecocritica, nel prediligere i luoghi, s’inserisce in questo nuovo orizzonte: la parola ‘ambiente’, già di per sé, evoca un muo-versi in cerchio – come suggerito dall’etimo latino “ambīre”: andare intorno; girovagare; cingere; circondare – entro uno spazio che, quasi sempre, è accompagnato dall’ag-gettivo ‘circostante’, pronto a

Spazi

viventi,

vissuti

e...

pensati

di diEgo salvadori diego.salvadori@unifi.it

Altro oggetto artistico, altra profes-sione antica e abbastanza in disuso. Statuetta di bronzo, senza firma, 1920/30. Un uomo, a cavalcioni di un blocco di pietra serena, alza il braccio armato di mazzuolo per colpire lo scalpello con cui lo “sca-va” per formare un abbeveratoio o, forse, una fontana. Gli scalpellini erano e operai specializzati nel segnare e squadrare pietre e marmi per trarli dalle cave e, anche, arti-giani più raffinati in grado di ese-guire figure, sagome e decorazioni su disegno. Malpagati e preda di malattie professionali devastanti, dalle deformazioni artrosiche di dita, polsi e spalla, alla “soffocazio-ne” dovuta alla silicosi, microparti-celle di polvere invadevano i loro polmoni riducendone progressiva-mente la capacità respiratoria. Per questo lavoro sono richieste calma, precisione e pignoleria. La pietra serena decora e abbellisce Firenze e

caratterizza l’architettura Toscana, rinascimentale e non solo, colon-nati, volte, archi, balaustre, cornici intorno a portoni e finestre, leoni, stemmi. Le varie cave della perife-ria fiorentina, Fiesole, Vincigliata, Maiano non sono più attive e oggi la pietra serena della Regione proviene quasi tutta da Firenzuo-la. E’, Firenzuola, un paese non grande, con case di pietra e poderi sparpagliati fra valli e monti dalla vista mozzafiato dell’Appennino

...“il bel paese che il Santerno bagna ove si parla tosco in terra di Roma-gna..

Costruito nel 1332, quasi completamente distrutto dai bombardamenti Alleati in quanto proprio lungo la “linea gotica”,

risorto dalle sue macerie, ha nelle vicinanze due cimiteri di guerra, quello “Germanico”, bellissimo, in cima alla Futa , 31.000 morti sotto prati e tombe di pietra tutte uguali, l’altro a Coniale, più piccolo, per 300 alleati. Nei sotterranei scoperti sotto la sua Rocca è allestito un bel “Museo della pietra”, con opere di artisti contemporanei, percorsi che mostrano cavatura e attrezzi usati da cavatori e scalpellini, manufatti del vivere quotidiano popolare e contadino, acquai, fornelli, abbeveratoi, trogoli e decorativi, stemmi, fontane, camini. Ogni anno c’è, a ottobre, una festa “Dal bosco e dalla pietra” che permette, oltre che mangiare e comprare ot-timi marroni e loro derivati, anche di vedere all’opera gli scalpellini e magari provare l’ebbrezza , sotto la loro accorta guida, di dare qualche piccolo colpo che scalfisca e incida una pietra.

eco

lette

ratura

aCuradi CrisTina puCCi chiccopucci19@libero.it

Dalla collezione di Rossano

Bizzarria

degli oggetti

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