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Academic year: 2021

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REMESSA

Il confronto tra libertà e diritto, tra autodeterminazione e regole imposte, raramente è stato affrontato, in passato, nella prospettiva del superamento dialettico dei due poli concettuali in una superiore sintesi. L’atteggiamento più diffuso ha mostrato scarsa propensione per l’hegeliano “immanente oltrepassare” , indulgendo piuttosto nella definizione e nella protezione dei rispettivi spazi, concettuali e applicativi. Questa impostazione è stata sovente ispirata e motivata da ragioni alte e condivisibili, che hanno ciò nondimeno ridotto le potenzialità vuoi della scelta libera, privata, vuoi della nobile applicazione del diritto.

Oggi non è più pensabile un confronto che si fermi a esaltare il contrasto tra i due poli concettuali. Ciascun termine è inconcepibile senza l’altro. La libertà e l’autonomia sono concetti che dal confronto con il diritto sono usciti rafforzati, mutuando dalla sfera dei segni giuridici modi di esplicazione, percorsi di legittimazione, spazi di condivisione. Il diritto è intervenuto offrendo le sue garanzie, contribuendo a delimitare il confine di esercizio, il controllo del rispetto o il superamento dello stesso.

Ma il confronto, nella percezione comune, continua a generare tensioni. La dimensione libera e spontanea della scelta privata, la dimensione organizzata e necessitata del diritto ripropongono ruoli distinti, linguaggi diversi: nella società è assegnato alla prima uno spazio circoscritto e alla seconda il privilegio di organizzarla e renderne pacifica l’esistenza.

La priorità è del diritto, non vi sono dubbi. Ed è grazie al suo riconoscimento, che la società ha abbandonato lo stato del conflitto aperto, violento.

È altrettanto evidente che se la volontà privata promana dalla persona che è insieme ragione ed emozioni, il diritto sceglie la prima, la ragione, ed è su questa che costruisce, elabora, detta le sue regole. Lo spazio del diritto è continuamente rimarcato come spazio della razionalità divisa fra produzione e applicazione, dalla fattispecie astratta alla fattispecie concreta, dal precetto al caso. Così la distanza aumenta, e nel rapporto fra autonomia e regole si genera uno strappo irriducibile fra l’essere persona e l’essere individuo nella collettività, ovvero parte, contraente, soggetto secondo diritto.

Lo strappo si palesa ogni volta che la relazione fra le persone si presenta dinnanzi al giudice: l’una ha torto e l’altra ha ragione, per la inevitabile e logica coerenza immanente all’applicazione della regola. Origina dalla incomunicabilità fra le rispettive ragioni: il fatto è che la determinazione della persona in una posizione giudicata di torto non significa di per sé volontà di violare la legge (o

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mero recupero di uno spazio di libertà) ma, a seconda dei casi, è una volontà che conduce ad approfittare, avere bisogno, affermare la propria forza, non sapere, non conoscere, non comprendere. Ma il diritto è sordo alle ragioni del torto e deve mirare a proteggere la posizione che è conforme alla regola.

È il prezzo che va pagato perché la convivenza sia realmente possibile, si direbbe. Un sistema di regole valido per tutti, un regime di corrispondenza o meno delle situazioni concrete ai precetti, una soluzione in termini di torto o ragione.

Tuttavia la persona - anche quella cui è stata riconosciuta la ragione - ne esce impoverita. Perché si tratta di un confronto, con il diritto, sì maturo, ma pur sempre non pienamente soddisfacente. Il diritto, rimedio all’incapacità di affrontare e gestire pacificamente una possibile crisi nel rapporto con l’altro, lascia l’individuo incapace di costruire la soluzione e trovare la strada per realizzarla, perché la soluzione è la regola data e la strada è quella dell’applicazione della stessa da parte del giudice.

C’è un modo, tuttavia, per evitare che l’individuo rimanga bambino, che il processo di delega della soluzione lo releghi in tale stato. È un modo che riguarda all’origine il rapporto appunto fra autonomia e diritto che non assegna spazi e disegna confini, ma che genera la crescita sia dell’una che dell’altro. È un confronto generativo, dunque, fra i due. La soluzione privata, per volere del singolo, se alimentata e valorizzata è un potente mezzo di successo ed effettività del diritto che è regime residuale - astrattamente sempre presente - rispetto alla volontà, ma soprattutto pienamente efficiente negli ambiti e nelle situazioni che richiedono la sua concreta applicazione. D’altra parte, il diritto può fare molto di più rispetto all’applicazione di una regola, può perfino penetrare la sfera privata suggerendo e attivando un processo di educazione della capacità della persona.

È quanto sembra essere avvenuto con la normativa recente sulla mediazione civile e commerciale contenuta nel d.lgs. 28/2010, che ha acceso un processo culturale che coinvolge il giurista, certamente, ma soprattutto la persona.

È così che si può leggere il tentativo obbligatorio della mediazione voluto dal legislatore in un nuovo confronto fra autonomia e diritto: finalmente questo indica una strada, obbligata in principio, quella dell’individuo che entra nella sua volontà e nelle sue capacità, troppo a lungo dimenticate, per affrontare il conflitto con l’altro. Un metodo educativo, indubbiamente, a favore dell’esercizio dell’autonomia. Un diritto che, non rinunciando alla sua portata, genera una crescita,

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chiede alla persona di fare uso maturo della sua adultità: le chiede di imparare a cercare, trovare con l’altro la soluzione. È un diritto che accende la responsabilità dell’individuo.

Un potente acceleratore della crescita dell’uomo nella società che non può che porsi come obiettivo quello di abbandonare la scelta dell’obbligatorietà del tentativo di mediazione una volta che la strada privata risulti ben tracciata e illuminata. Il percorso naturale della vita del tentativo obbligatorio di mediazione come strumento educativo dell’esercizio dell’autonomia, si è peraltro interrotto prima del tempo in occasione della pronuncia della Corte Costituzionale che dichiara illegittima per eccesso di delega la scelta dell’obbligatorietà operata nel d.lgs. 28/2010. Solo recentemente la cultura della mediazione nel senso più genuino del termine, ovvero la conoscenza consapevole attraverso l’esperienza che rende possibile all’utente la percezione dei benefici che lo strumento produce, aveva cominciato a diffondersi proprio grazie alla previsione dell’obbligatorietà.

Come in ogni processo di evoluzione culturale, affinché muti il rapporto fra determinazione privata e regola applicata è indispensabile che le scienze dell’uomo siano tutte, ciascuna per il proprio ruolo, coinvolte. Ancor più nel contesto che ci riguarda, ove la persona è al centro, spinta dal dovere e potere di affrontare il conflitto con l’altro, secondo modi e forme compatibili con una pacifica convivenza.

Lo studio del conflitto nella sua storia filosofica e antropologica, fra istituzionalizzazione e poi de-istituzionalizzazione della delega giudiziale, mette in luce gli effetti di un processo che lascia l'uomo nudo - senza maschera - di fronte all'altro nella realtà, non più parte in un teatro di deleghe e ruoli. Al bivio fra ripiegarsi sulla sua incapacità e inesperienza e la possibilità, invece, di appropriarsi di strumenti per la crescita. Strumenti che dalla psicologia e più generalmente dalla scienza umanistica sono forgiati per l’acquisizione della consapevolezza di sé, per la pratica del dialogo con noi stessi e dell’ascolto dell’altro; per la competenza a leggere le emozioni e confrontarsi empaticamente con esse. Un laboratorio - dove si dialoga in modalità transdisciplinare - che sembra molto distante rispetto alla tradizione del giurista, il quale, se non intende rimanere ai margini della evoluzione culturale che si va delineando, è costretto a visitarlo. Sia quando accompagni il suo cliente verso la scelta di una strada adeguata di gestione del conflitto, sia quando assista e faciliti su un piano di equidistanza la comunicazione generativa della soluzione, sia quando - dovendo giudicare – si trovi a valutare la possibilità di non farlo sollecitando la pratica dell’autonomia.

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Diviene, dunque, evidente come il giurista debba confrontarsi con le scienze dell’uomo, quelle che si alimentano di una visione sociale dello stesso, della sua psicologia, della formazione utile per la sua crescita, delle più significative esplicazioni di se stesso, nella professione, nel lavoro, nell’impresa.

Questa l’idea al fondo del volume che ha raccolto l’adesione immediata degli Autori ai quali riserviamo un sentito ringraziamento per un confronto tanto generoso e produttivo.

Una prospettiva di lavoro indubbiamente intrisa di ottimismo, che senza difficoltà può essere allontanata da chi invece preferisca negare all’uomo la speranza di crescere. Tuttavia, anche alla visione più pessimistica non rimane che condividere la improrogabile urgenza di apprestare una giustizia efficiente e ammettere, dunque, quanto sia inevitabile l’estremo tentativo di allargare lo spazio della negoziazione privata del conflitto laddove possibile, al fine di ridurre quello della giustizia pubblica per renderla effettiva.

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