Che cosa è il Buddhismo?

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Che cosa è il Buddhismo?

La seguente è la prima di una serie di conferenze tenute da Thray Sithu Sayagyi U Ba Khin, presidente dell'Associazione Vipassana e fondatore dell'International Meditation Centre.

Le conferenze, tenute quando egli era ragioniere generale dello stato, si svolsero nella chiesa metodista di Rangoon, su richiesta di un gruppo di studiosi di religioni.

Prima conferenza (23 settembre 1951)

Considero un gran privilegio per me essere qui stasera tra di voi per parlare di "Che cosa è il Buddhismo". Voglio subito essere molto franco.

Non ho frequentato alcuna università e mi intendo di cose scientifiche quanto un qualsiasi altro cittadino. Non sono neanche uno studioso di teorie del Buddhismo, né conosco il pali, lingua in cui furono tramandati i Tipiþaka (generalmente conosciuti come i Tre Canestri del Dhamma).

Tuttavia, devo ammettere che ho letto in birmano molti trattati, scritti da noti e sapienti monaci. Dato che il mio approccio al Buddhismo è più pratico che teorico, spero di essere in grado di trasmettervi qualcosa non facilmente reperibile altrove.

Comunque, mi considero ancora uno studente nella pratica del Buddhismo e con l'esperienza sto cercando di imparare la verità sulla natura delle energie. E dato che devo fare tutto ciò quando i miei impegni di padre di famiglia e di funzionario statale me lo permettono, progredisco piuttosto lentamente e non pretendo a tutti i costi che quello che dico sia

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sempre corretto nei dettagli. Posso aver ragione o sbagliare, ma vi assicuro che tutto quello che dico è ispirato dalla massima sincerità d'intenti, e lo espongo con le migliori intenzioni e con assoluta convinzione.

Nel Kálama Sutta Buddha ha detto:

Non credete in quello che udite; non credete alle tradizioni, solo perché esse sono state trasmesse da generazioni e generazioni; non credete in qualcosa solo perché se ne parla ed è stato riportato da molti;

non credete soltanto perché vi mostrano gli scritti di qualche vecchio savio; non credete alle congetture;

non credete che quello a cui vi siete abituati e a cui vi siete attaccati sia la verità; non credete in qualcosa solo sulla base dell'autorità del vostro insegnante o degli anziani. Ma accettate e vivete in conformità a qualche cosa, solo dopo averla osservata e analizzata, quando si accorda con la ragione e conduce al bene e al benessere di tutti.

Vi prego perciò di credere alle mie spiegazioni filosofiche solo se ne sarete convinti a livello logico o attraverso l'approccio pratico.

Astenetevi dal male. Fate il bene. Purificate la mente.

Questi sono gli insegnamenti di ogni Buddha, di ogni persona saggia che ha raggiunto l'ultima verità.

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È facile da comprendere, ma molto difficile da mettere in pratica. Buddha ha detto:

Voi, a cui ho fatto conoscere le verità che ho percepito, siatene certi da voi stessi, praticatele, meditatevi sopra, diffondetele, affinché questa pura religione [nel suo significato di norma di vita, codice di condotta] duri a lungo e sia perpetuata per il bene, il vantaggio e il benessere degli dèi e degli uomini.

Prima di cominciare a considerare gli insegnamenti del Buddha propongo di raccontarvi, prima di tutto, la storia della vita del Buddha. A questo scopo, penso che vi sarà utile conoscere alcuni concetti buddhisti, forse inusuali per alcuni di voi, riguardanti l'universo, il mondo, i vari piani dell'esistenza, eccetera. Certamente troverete che sono argomenti su cui bisogna riflettere, ma vi prego, per ora, di ascoltare soltanto e, per le domande, di aspettare fino al momento della discussione.

L'universo

Il concetto buddhista dell'universo può essere così riassunto:

Vi è Yákasa loka (l'universo dello spazio) che contiene náma e rúpa (mente e materia). In questo universo mondano, predominano náma e rúpa (mente e materia), sotto la legge di causa ed effetto.

Poi vi è il saòkhára loka (l'universo delle energie

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mentali) che crea o è creato. É questo un piano mentale che sorge dalle energie creative della mente attraverso le azioni fisiche, le parole e i pensieri. Il terzo e ultimo è il sutta loka (l'universo degli esseri senzienti) visibile o invisibile, prodotto dalle energie mentali. Sarebbe forse meglio chiamarli 'tre universi in uno', poiché uno è inseparabile dall'altro. Essi si intrecciano e si penetrano a vicenda.

Quelli che ora ci interessano di più sono i cakkavála o sistemi mondani, ognuno dei quali ha trentuno piani di esistenza. Ogni sistema mondano corrisponde al mondo umano con il suo sistema solare e gli altri piani di esistenza. Vi sono milioni e milioni di sistemi mondani. I diecimila più vicini a noi, si trovano all'interno del játi-khetta (campo d'origine) di un Buddha. Infatti, quando il Buddha pronunciò, nella foresta di Mahávana presso Kapilavatthu, il celebre sermone Mahá Samaya, che significa la Grande Occasione, ad ascoltare i suoi insegnamenti non c'erano solo i brahma e i deva del nostro mondo (esseri che vivono nelle sfere immate- riali), ma anche quelli dei diecimila sistemi mondani.

Il Buddha può inviare le sue energie mentali cariche di immenso amore e compassione a tutti gli esseri senzienti di questi milioni di mondi, all'interno del suo campo di influenza. I rimanenti sistemi mondani sono nel visaya khetta (spazio infinito), al di là della sfera raggiungibile dalle onde mentali del Buddha. Da questi concetti buddhisti, potete rendervi conto della grandezza dell'intero universo. L'irrilevanza materiale del nostro mondo all'interno dell'akasa loka (universo dello spazio) è

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semplicemente terrificante. Il mondo umano è solo un granello minuscolo nello spazio.

I piani di esistenza

Ora vi darò un'idea dei trentuno piani di esistenza del nostro mondo, che naturalmente corrispondono a tutti gli altri sistemi mondani esistenti. Essi sono:

Arúpa loka, mondo immateriale dei brahma.

Rúpa loka, mondo sottile materiale dei brahma.

Káma loka, mondo sensuale dei deva, degli esseri umani e degli esseri inferiori.

L'arúpa loka comprende i quattro mondi dei brahma nello stato immateriale, cioè senza materia.

Rúpa loka comprende sedici mondi dei brahma in uno stato materiale sottile.

Il káma loka comprende:

Sei deva loka (mondi celesti), chiamati catu Mahárájika, távatiísa, yáma, tusita, nimmána-rati, paranimmita-vasavatti.

Il mondo umano.

I quattro mondi di livello inferiore, che sono niraya (inferno), tiracchána (mondo animale), peta (mondo dei fantasmi), asura (mondo dei demoni).

Questi piani di esistenza sono puri o impuri, freddi o caldi, luminosi o oscuri, leggeri o pesanti, piacevoli o brutti, a seconda del tipo di energie mentali generate dalla mente nella volizione di una serie di azioni, parole o pensieri. Per esempio, prendiamo il caso di un uomo santo che diffonde, nell'intero universo degli esseri, infinito amore e compassione. Le forze da lui generate saranno pure,

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fresche, luminose, leggere e piacevoli e apparterranno ai mondi dei brahma. Prendiamo ora il caso contrario di un uomo che è insoddisfatto o irato. E come dice il detto "il viso riflette la mente", così si potranno vedere riflessi sulla sua persona l'impurità, il calore, il buio, la pesantezza e la bruttezza della sua mente, anche a occhio nudo. Ciò è dovuto alle cattive energie mentali dell'ira, che appartengono ai più bassi strati dell'esistenza. Lo stesso accade con le forze mentali che si sviluppano in conseguenza dell'avidità o dell'illusione. Nel caso di azioni meritorie, quali atti devoti, morali o caritatevoli che hanno alla base l'attaccamento a un futuro benessere, esse produrranno energie mentali che si situeranno nei piani sensuali degli esseri celestiali e degli esseri umani. Questi, signore e signori, sono alcuni dei concetti buddhisti, importanti per comprendere la vita del Buddha che ora vi presenterò.

La preparazione

Gotama Buddha è il quarto dei cinque Buddha che dovranno sorgere nel ciclo mondano conosciuto come bhadda kappa. I suoi predecessori furono i Buddha Kakusandha, Konagamana e Kassapa. Ci sono stati moltissimi altri Buddha manifestatisi nelle precedenti ere, che hanno predicato lo stesso Dhamma che libera dalla sofferenza e dalla morte tutti gli esseri pronti. Tutti i Buddha sono compassionevoli, gloriosi e illuminati. Un eremita, di nome Sumedha, fu così impressionato dal Buddha Dīpankara, che fece il voto di compiere

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tutte le azioni preparatorie per divenire in futuro anche lui un Buddha. Il Buddha Dīpankara gli dette la sua benedizione e profetizzò che egli sarebbe diventato un Buddha col nome di Gotama. Da quel momento, esistenza dopo esistenza, sviluppò energie mentali dell'ordine più elevato, attraverso la pratica delle dieci páramitá (virtù indirizzate a ottenere la perfezione) e cioè:

1. Dána, virtù della carità;

2. Sìla, moralità;

3. Nekkhamma, rinuncia;

4. Paññá, saggezza;

5. Viriya, sforzo;

6. Khanti, tolleranza;

7. Sacca, verità;

8. Adhiþþhána, determinazione;

9. Mettá, amore universale;

10. Upekkhá, equanimità.

Diventare Buddha è un impegno molto difficile.

Il solo pensarci richiede una grande forza di volontà.

Il periodo preparatorio finì con la vita del re Vesantara che eccelse nella carità, rinunciando al suo regno, a sua moglie, ai suoi figli e a tutto ciò che possedeva per mantenere il solenne voto che aveva pronunciato davanti al Buddha Dìpaòkara. La successiva esistenza fu in tusita (uno dei piani celesti) come Setaketu Deva ; fino a che, liberatosi da questo piano, fu concepito nel ventre di Maya Devi, la regina moglie del re Suddhodana di Kapilavatthu, nell'odierno Nepal. All'avvicinarsi del parto, la regina espresse il desiderio di far nascere il figlio presso i suoi genitori. Il re Suddhodana acconsentì e

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la fece accompagnare da un gran seguito di guardie.

Durante il cammino, fecero una sosta presso la foresta di Lumbini. La regina scese dal palanchino e si espose alla tiepida brezza e alla fragranza dei fiori.

Mentre stava allungando una mano per cogliere un fiore da un arbusto, improvvisamente e senza preavviso partorì un figlio, quello che doveva diventare il Buddha. Nello stesso istante, una rivoluzione scompose l'ordine naturale del cosmo e si verificarono trentadue fenomeni eccezionali.

Tutto il mondo materiale fu scosso dalle fondamenta. Strane luci provennero dal sistema solare. Tutti gli esseri dei piani materiali poterono vedersi a vicenda. I ciechi e i muti guarirono. Si udì ovunque una musica celestiale, e così via.

In quel momento Kája Devila, l'eremita insegnante del re Suddhodana, era a colloquio con gli esseri celesti di Tavatiísa. Era un eremita famoso, che aveva raggiunto i più alti gradi della concentrazione mentale, cosa che gli dava poteri superiori alla norma. Sapendo della nascita del figlio del re e che tutti i mondi di rúpa e káma se ne rallegravano, fece ritorno in fretta al palazzo e si fece portare il neonato. Mentre si accingeva a benedirlo, si accorse che egli era un Buddha in embrione.

Sorrise contento, ma subito dopo cominciò a piangere perché aveva previsto che lui stesso non sarebbe vissuto abbastanza da ascoltare il suo insegnamento, e che dopo la morte avrebbe abitato in arúpa brahma loka (il piano immateriale dei brahma), da cui non avrebbe potuto avere alcun contatto con i piani materiali. Non avrebbe potuto ascoltare il Buddha e i suoi insegnamenti.

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Dopo cinque giorni al bimbo fu dato il nome di Siddhattha alla presenza di famosi astrologi e chiromanti, che furono d'accordo nell'ammettere che il neonato aveva tutte le caratteristiche di un futuro Buddha. La regina morì dopo una settimana dal parto e del bimbo si prese cura la zia materna, Pajapati Gotami. Siddhattha passò i primi anni della sua vita in un ambiente raffinato, tra agi e lussi. Era ritenuto un prodigio d'intelligenza e di forza. Il re non risparmiava nulla per rendergli la vita facile:

furono costruiti tre palazzi per ognuna delle tre stagioni, ricolmi di tutto ciò che poteva rendere la vita del principe piena di piaceri sensuali. Il re, spinto da amore paterno, desiderando che il figlio diventasse re piuttosto che un Buddha illuminato, gli creò intorno un'atmosfera tale da non procurargli occasioni per intrattenersi in idee filosofiche elevate.

E per assicurarsi che i pensieri del principe non potessero mai rivolgersi in quella direzione, dette ordine che nessun servitore o amico gli parlasse mai della vecchiaia, della malattia o della morte.

Dovevano comportarsi con lui come se in questo mondo non vi fosse mai nulla di spiacevole. I servitori e i paggi che cominciavano a invecchiare, a indebolirsi o ammalarsi, venivano subito sostituiti.

Ovunque vi erano musiche, danze e allegre feste per tenerlo completamente soggiogato al mondo dei piaceri sensuali.

La grande rinuncia

Passarono i giorni, i mesi e gli anni, e i piaceri sensuali cominciarono a divenire piuttosto

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monotoni per il giovane Siddhattha. Le energie mentali pure, che conservava in sé dalle precedenti vite per raggiungere il grande fine della liberazione, risorsero spontaneamente. Talvolta, quando i sensi perdevano il controllo sulla mente, il suo sé interiore si faceva strada in lui e conduceva la mente a uno stato di purezza e serenità, rafforzato dalla concentrazione. Iniziò la guerra dei nervi. La cosa più importante per lui fu trovare una via d'uscita dalla sensualità e dalla passione. Voleva sapere che cosa esisteva oltre le mura del palazzo, che egli non aveva mai lasciato. Desiderava conoscere la natura come realmente è, e non come gli veniva presentata, per cui decise di vedere il parco reale che si esten deva oltre le mura del palazzo. Durante il tragitto, a dispetto delle precauzioni prese dal re affinché dalla via sparissero tutte le cose spiacevoli, vide proprio, durante la prima passeggiata, un vecchio piegato dagli anni. In seguito vide un malato che stava morendo e infine si imbatté in un cadavere.

L'ultima volta incontrò un monaco. Tutto ciò portò la sua mente a pensieri molto profondi che cambiarono completamente il suo atteggiamento mentale. Ogni impurità lasciò la sua mente che si ricongiunse alle sue stesse forze mentali conservate nel saòkhára loka (piano delle energie mentali).

Allora la sua mente si liberò da tutti gli impedimenti, divenne tranquilla, pura e forte. E tutto ciò accadde la notte in cui sua moglie mise al mondo un figlio, un nuovo vincolo che avrebbe potuto legarlo ancora di più.

Egli comunque era immune da qualsiasi cosa che tentasse di sconvolgere l'equilibrio della sua mente.

La virtù della determinazione gli aprì la strada verso

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la risoluzione che lo portò a decidere di trovare una via per sfuggire alla nascita, alla vecchiaia, alla sofferenza e alla morte. Era mezzanotte quando prese la solenne decisione. Chiese al suo aiutante Channa di tener pronto il suo cavallo Khanthaka e, dopo uno sguardo di commiato alla moglie e al figlio neonato, il principe Siddhattha ruppe ogni legame con la famiglia e con il mondo e fece la grande rinuncia. Cavalcò attraverso la città e guadò il fiume Anoma per non ritornare se non quando fosse stata compiuta la sua missione.

La ricerca della verità

Dopo la grande rinuncia, il principe Siddhattha, con l'abito dell'asceta itinerante e con in mano la ciotola delle elemosine, andò in cerca di un maestro.

Si mise sotto la guida spirituale di due famosi insegnanti, i bramini Ajara e Udaka. Ajara dava troppa importanza alla fede nel átman (anima) e insegnava che l'anima raggiungeva la perfetta libertà quando riusciva a sciogliersi dalle limitazioni materiali. Ma questo non soddisfece il principe.

Allora andò da Udaka, che dava troppa importanza agli effetti del kamma e alla trasmigrazione delle anime. Nessuno dei due riusciva a liberarsi dal concetto di 'anima' e il principe asceta capì che c'era qualcos'altro da sapere. Li lasciò per cercare da solo la via che lo avrebbe portato all'emancipazione. Nel frattempo naturalmente aveva imparato tutti gli stadi della più alta concentrazione ed era diventato esperto nell'esercizio di poteri soprannaturali, inclusa la capacità di conoscere gli avvenimenti del

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passato e del futuro. Erano avvenimenti del campo mondano e non interessavano molto il principe asceta, il cui scopo era quello di sfuggire a questo campo mondano della nascita, sofferenza e morte.

Più tardi fu raggiunto da altri cinque asceti, uno dei quali si chiamava Kondañña, l'astrologo chiromante che aveva previsto, nel quinto giorno dalla sua nascita, che egli sarebbe diventato un Buddha.

Questi asceti lo servirono per i sei anni in cui egli si impegnò in digiuni e meditazione, assoggettandosi a varie forme di dura austerità e disciplina, fino a ridursi praticamente a uno scheletro. Un giorno persino svenne a causa della grande debolezza.

Ripresosi, decise di cambiare metodo e di seguire una via meno austera, più equilibrata, e verificò che la via che conduceva all'illuminazione cominciava ad apparire più chiara.

Raggiungimento della buddhità

Fu alla vigilia del Vesákha (che corrisponde al giorno di luna piena del nostro mese di maggio), proprio 2563 anni fa, che il principe Siddhattha sedette a gambe incrociate sotto l'albero della bodhi sulla riva del fiume Neranjará nella foresta di Uruvela (vicino all'odierna Bodhgaya) con la ferma decisione di non alzarsi da quella posizione per nessuna ragione, fino a quando non avesse raggiunto la verità e l'illuminazione, anche se ciò avesse significato la perdita della sua vita. Stava avvicinandosi il grande evento. Il principe asceta fece appello a tutta la sua energia mentale per arrivare a quella acutezza mentale che è così essenziale alla scoperta della

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verità. Ma questa volta verificò che non gli era facile come un tempo mantenere la mente equilibrata.

Non solo vi erano le forze dei piani inferiori combinate con quelle dei piani superiori, tutt'intorno a lui, ma anche interferenze abbastanza forti da far vacillare, di tanto in tanto, l'equilibrio della mente. Era insolita anche la resistenza delle masse impenetrabili delle forze contro la radiazione luminosa da lui generalmente emanata. Forse questo accadeva perché aveva lanciato l'ultima sfida per il raggiungimento della buddhità; e Mara, il supremo maestro delle forze del male, stava in agguato dietro le quinte.

Tuttavia il principe, lentamente ma sicuramente, si aprì la strada, spalleggiato anche dalle forze mentali delle virtù, che inevitabilmente ritornavano a lui al momento opportuno. Rivolgendosi a tutti i brahma e a tutti i deva che erano stati i testimoni del compimento delle sue dieci grandi perfezioni, li pregò di unirsi a lui nella lotta per la supremazia.

Appena ebbe compiuto ciò, l'associazione con le pure forze mentali trascendentali dei brahma e dei deva ebbe effetti salutari. Quelle spesse masse di forze che gli erano sembrate impenetrabili, si frantumarono e vennero spazzate via una volta per tutte dal perfezionamento del controllo sulla mente.

Avendo superato tutti gli impedimenti, il principe riuscì a riprendere il suo grande potere di concentrazione e a condurre la mente a uno stato di totale purezza, tranquillità ed equanimità.

Gradualmente crebbe in lui la consapevolezza della vera visione profonda. La soluzione dei problemi vitali che aveva affrontato gli apparve molto chiara.

Così come, attraverso la meditazione introspettiva

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sulle realtà della natura all'interno di sé, gli apparve chiaro che non esiste alcuna sostanzialità nel corpo umano, come invece potrebbe sembrare, ma che esso non è che la somma di innumerevoli milioni di kalápa, ognuno dei quali è la 46656 parte di una particella di polvere sulla ruota di un carro in estate.

Procedendo nell'investigazione, egli scoprì che questi kalápa non sono altro che materia in costante cambiamento, in continuo flusso. Allo stesso modo la mente non è che la rappresentazione delle forze mentali (creative) che escono e delle forze mentali (create) che entrano continuamente nel sistema dell'individuo in un flusso eterno.

Buddha poi proclamò che gli si era aperto l'occhio della saggezza quando aveva cominciato a superare il concetto di sostanzialità del proprio Io.

Attraverso la lente della concentrazione aveva visto i kalápa che rispondevano alla legge di anicca (impermanenza) e altro non erano che processi in continuo mutamento. Liberandosi da ciò che i buddhisti chiamano l'apparente verità, arrivò alla comprensione della vera natura delle forze, in altre parole all'ultima verità. Di conseguenza comprese il perpetuo mutamento della materia e della mente in se stesso (anicca), e quindi come conseguenza la verità della sofferenza di questa condizione impermanente (dukkha). Fu allora che il suo egocentrismo si dissolse e raggiunse lo stadio al di là della sofferenza, l'estinzione della sofferenza, in cui non vi è più traccia di attaccamento al sé. La materia e la mente gli apparvero come vuoti fenomeni che continuano a scorrere per sempre, dentro gli schemi della legge di causa ed effetto e della legge della Genesi Condizionata. E così raggiunse la verità.

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All'alba del giorno di Vesakha si svilupparono le qualità in embrione nel Buddha e divenne una persona completamente illuminata.

In verità il principe Siddhattha divenne il Buddha, il Risvegliato, l'Illuminato, l'Onnisciente.

Fu risvegliato in modo tale che tutti gli altri, al suo confronto, sembrano immersi in un sonno profondo. Egli era illuminato in modo tale che al confronto gli altri uomini inciampavano e brancolavano nel buio. Egli conobbe in modo che al confronto la conoscenza degli uomini che sanno non è che una forma di ignoranza.

Signore e signori, ho preso fin troppo del vostro tempo oggi. Vi ringrazio per avermi ascoltato pazientemente e ringrazio anche il clero della chiesa che mi ha dato il permesso di rivolgervi queste parole.

Seconda conferenza

(30 settembre 1951)

La volta scorsa ho tracciato a grandi linee la vita del nostro maestro, il Buddha, fino al momento in cui ha raggiunto la buddhità. Oggi vi parlerò invece dei suoi insegnamenti. Gli insegnamenti buddhisti sono conservati in ciò che noi chiamiamo il Tipiþaka, diviso in tre parti: Sutta (discorsi), Vinaya (regole di disciplina per i monaci) e Abhidhamma (in- segnamenti filosofici). Il Tipiþaka è in pali e sono parecchi volumi, per cui un bravo studioso di pali impiegherebbe molti mesi solamente per leggerli.

Propongo quindi di limitarmi oggi all'essenziale, cioè alle verità fondamentali del Buddhismo.

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Prima che il Buddha decidesse di assumersi il compito di diffondere il Dhamma, egli rimase in silenziosa meditazione per quarantanove giorni, di cui sette sotto l'albero della bodhi, e una settimana alla volta in altri sei luoghi vicini, godendo della pace del supremo nibbána e contemporaneamente andando sempre più in profondità con la sua analisi fino a raggiungere i più delicati problemi delle ultime realtà. Completamente padrone della legge di paþþhána (legge delle relazioni), che stabilisce gli infiniti modi in cui persino i vari momenti di pensiero sono in relazione tra loro, emersero dal suo corpo brillanti raggi in sei colori, che formarono intorno alla sua testa un alone di sei raggi colorati.

Durante questo periodo di quarantanove giorni rimase totalmente senza cibo, cosa che noi non potremmo mai sopportare. La ragione è che, durante tutto questo periodo, egli si mantenne su un piano mentale distinto dal piano fisico in cui generalmente risiede l'uomo. Non è il cibo materiale che sostiene la materia sottile e il continuum della vita degli esseri posti nei mondi materiali sottili dei brahma e dei deva, ma lo stato di estasi che sorge dalla profonda meditazione. Così accadde anche al Buddha che, durante quel lungo periodo, dimorò sul piano mentale piuttosto che su quello fisico.

Dagli esperimenti e ricerche condotte in questo campo, siamo fermamente convinti che un uomo di un tale altissimo sviluppo intellettuale e mentale, quale il Buddha, ha questa possibilità.

Fu al compimento del cinquantesimo giorno dalla sua illuminazione, che si alzò da quella lunga immersione nella meditazione. Non era né stanco né debole, ma dato che non era più nel piano mentale,

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cominciò a sentire desiderio di nutrirsi. In quel periodo, due commercianti stranieri stavano attraversando la foresta di Uruvela con parecchi carri carichi di mercanzie. Un deva della foresta, loro parente in una vita precedente, li avvertì di approfittare dell'occasione per rendere omaggio al Buddha completamente illuminato, che era appena uscito dalla meditazione. Così i due commercianti arrivarono al luogo dove il Buddha era seduto, cir- condato da un alone a sei colori. Essi non resistettero a quella vista, gli si prostrarono davanti in adorazione e più tardi gli offrirono, per il suo primo pasto, dei dolci fatti di riso e miele. Egli acconsentì ad accettarli come i suoi primi discepoli laici. Gli chiesero poi di ricevere un simbolo davanti al quale esprimere la propria devozione, e così il Buddha donò otto capelli presi dalla sua testa. Sarete sorpresi di sapere che quei due commercianti erano Tapussa e Bhallika di Okkalapa, l'odierna Rangoon, capitale della Birmania, dove ora voi siete. E il famoso Shwedagon, che voi tutti probabilmente avete visitato, è la pagoda in cui furono racchiusi come reliquie gli otto capelli del Buddha, per ordine dello stesso re di Okkalapa 2563 anni fa. La pagoda è giunta fino a oggi, conservata e più volte rinnovata dai successivi re e devoti buddhisti. Sfortunatamente però, i due commercianti di Okkalapa, che ebbero il privilegio di diventare i primi discepoli laici del Buddha, lo divennero solo per fede, senza aver realmente messo in pratica il suo insegnamento, che avrebbe potuto liberarli dalla sofferenza e dalla morte. La fede è indubbiamente un requisito preliminare, ma ciò che realmente conta è praticare l'insegnamento. Infatti il Buddha aveva detto:

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"Ognuno di voi deve percorrere il cammino; i Buddha indicano solo la strada".

Gli insegnamenti del Buddha

Il Buddhismo non è una religione, secondo il significato che di religione dà il dizionario, poiché non è centrato su un Dio come nel caso delle altre religioni. A rigor di termini, il Buddhismo è un sistema filosofico coordinato da un codice morale, che riguarda sia il livello fisico che mentale. La meta da raggiungere è l'estinzione della sofferenza e della morte. Le Quattro Nobili Verità insegnate dal Buddha nel suo primo sermone conosciuto come Dhamma Cakka Pavattana Sutta (discorso che mette in moto la Ruota del Dhamma) formano la base su cui poggia questo sistema filosofico. Infatti le prime tre nobili verità espongono la filosofia del Buddha, mentre la quarta (cioè il Nobile Ottuplice Sentiero, che è un codice di moralità unito alla filosofia) serve da strumento per giungere alla meta. Questo primo sermone fu tenuto per i cinque asceti, condotti da Koòdañña, che furono i primi compagni del Buddha nella ricerca della verità. Koòdañña fu il suo primo discepolo a divenire un arahant (cioè colui che si è liberato da tutti i condizionamenti). Le Quattro Nobili Verità sono:

1. Dukkha sacca: la verità della sofferenza;

2. Samudaya sacca: la verità dell'origine della sofferenza;

3. Nirodha sacca: la verità della fine della sofferenza;

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4. Magga sacca: la verità del sentiero che conduce alla fine della sofferenza.

Per arrivare a comprendere perfettamente i concetti fondamentali della filosofia buddhista, si dà molta importanza alla necessità della comprensione della verità della sofferenza. Per esporre questo punto, il Buddha affrontò il problema da due differenti angolazioni. Per prima cosa, attraverso il

ragionamento, portò i suoi discepoli a comprendere che la vita è una lotta, che la vita è sofferenza; la nascita è sofferenza; la vecchiaia è sofferenza; la malattia è sofferenza; la morte è sofferenza. Ma la sensualità ha una tale influenza, una tale forza per l'essere umano che questi normalmente tende a dimenticare se stesso, a dimenticare qual'e'il prezzo da pagare. Soffermatevi un momento a pensare che cos'è la vita prenatale, e come, fin dal momento della nascita, il neonato debba lottare per sopravvivere; quale preparazione debba avere per poter affrontare la vita; quali lotte debba sostenere fino al suo ultimo respiro.

Potete quindi ben immaginare cos'è la vita. La vita è davvero sofferenza. Più ci si attacca al proprio Io, maggiore è la sofferenza. In effetti i dolori e le sofferenze a cui si deve sottostare spesso vengono dimenticati a favore di momentanei piaceri sensuali, che sono però come velocissimi sprazzi di luce nel buio. Se non fosse per l'illusione che lo trattiene lontano dalla verità, l'uomo sicuramente si aprirebbe la strada verso l'emancipazione dalla ruota della vita, sofferenza e morte.

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La sofferenza e la sua origine

Secondariamente il Buddha fece sapere ai suoi discepoli che il corpo umano è formato da kalápa (unità atomiche) che muoiono il momento stesso che nascono. Ogni kalápa è una massa formata dai seguenti elementi-natura:

1. Paþhavi, estensione (terra).

2. Ápo, coesione (acqua).

3. Tejo, radiazione (caldo e freddo).

4. Váyo, movimento (aria).

5. Vanno, colore.

6. Gandho, odore.

7. Raso, gusto.

8. Ojá, essenza nutritiva.

I primi quattro sono le qualità materiali essenziali predominanti in un kalápa. Gli altri quattro sono semplici attributi che sussistono e nascono in conseguenza dei precedenti. Il kalápa è la particella più piccola esistente sul piano fisico.

Soltanto quando gli otto elementi-natura (che hanno solo una caratteristica di comportamento) sono insieme si forma l'entità di un kalápa. In altre parole, la coesistenza di questi otto elementi-natura e il loro comportamento formano una massa che nel Buddhismo è conosciuta come kalápa. Secondo il Buddha, questi kalápa sono in uno stato di perenne cambiamento e flusso continuo. Non sono che correnti di energie, come la luce di una candela o di una lampadina. Il corpo, come noi lo chiamiamo, non è un'entità come sembra essere, ma una coesistenza di flusso di materia e forza vitale. A un normale osservatore, un pezzo di ferro sembra

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immobile. Ma lo scienziato sa che è composto di elettroni, tutti in uno stato di perpetuo cambiamento e flusso continuo. Se è questa la realtà di un pezzo di ferro, come sarà dunque l'organismo di un essere vivente, per esempio di un uomo? I cambiamenti che si succedono nel corpo umano sono ancora più violenti. Eppure l'uomo sente le scosse vibratorie dentro di sé? Lo scienziato che sa che tutto è in uno stato di continuo cambiamento e flusso, sente che il suo stesso corpo non è che energia e vibrazioni?

Quale sarebbe la ripercussione sull'atteggiamento mentale dell'uomo che introspettivamente vedesse che il suo corpo non è che energia e vibrazioni? Per dissetarsi basta bere un bicchiere d'acqua da un pozzo in un villaggio qualsiasi. Supponendo però che uno abbia gli occhi potenti come un microscopio, esiterebbe certamente a bere quella stessa acqua in cui vede i microbi ingranditi. Ugualmente, quando uno giunge alla comprensione del cambiamento perpetuo che avviene in lui stesso (anicca o impermanenza) giungerà necessariamente anche alla comprensione, come conseguenza, della verità della sofferenza, a seguito dell'acuta sensazione di radiazione, vibrazione e frizione delle particelle atomiche all'interno di se stesso. Indubbiamente la vita è sofferenza, sia dentro che fuori, sia nelle apparenze che nella realtà ultima.

Quando però dico che la vita è sofferenza, seguendo gli insegnamenti del Buddha, per piacere non andatevene subito con l'idea che, se le cose stanno veramente così, la vita è così triste che non vale la pena viverla, e che il concetto buddhista della sofferenza è un concetto terribile che non vi permetterà di avere una vita ragionevolmente felice.

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Che cos'è la felicità? Sebbene la scienza abbia fatto molti progressi nel campo materiale, la gente del mondo è più felice di prima? Possono talvolta lasciarsi andare ai piaceri sensuali, ma nella profondità dei loro cuori non sono certo felici per quello che è già accaduto, per ciò che sta accadendo e per quello che accadrà nel futuro. E perché questo?

Perché l'uomo, anche se ha il dominio sulla materia, non è riuscito ad averlo anche sulla propria mente.

Il piacere che nasce dalla sensualità è niente se paragonato all'estasi che nasce dalla pace interiore della mente che si può raggiungere con la meditazione buddhista. I piaceri dei sensi sono preceduti e seguiti da difficoltà e dolori, come nel caso di colui che trova piacere nel grattarsi le zone del corpo che prudono, mentre invece l'estasi o la pace interiore non ha niente di negativo o di doloroso né prima né dopo. É difficile per voi, immersi nel mondo dei sensi, capire cosa è veramente la pace interiore. Ma io so che anche voi potete sperimentarne la gioia e darne una valutazione comparativa. Quindi non vi è da temere che il Buddhismo vi insegni qualcosa che vi renda tristi attraverso l'incubo della sofferenza. Al contrario, credetemi, vi darà un porto in cui rifugiarvi fuori dalle normali condizioni di vita, che sarà per voi come un fiore di loto immerso in un bacino di acqua cristallina e limpida lontano dal selvaggio ambiente circostante. Vi darà quella pace interiore che vi persuaderà che non soltanto state superando i problemi quotidiani della vita, ma che lentamente e sicuramente state procedendo oltre i limiti della vita, della sofferenza e della morte.

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L'origine della sofferenza

Qual è allora l'origine della sofferenza? Il Buddha insegnò che la sua origine va cercata nella bramosia (taòhá). Una volta piantato il seme del desiderio, esso si sviluppa in avidità e si moltiplica creando bramosia e cupidigia per il potere e per i guadagni materiali. L'uomo che ha gettato e coltivato questo seme diviene schiavo di queste brame e automaticamente si sottopone a uno strenuo sforzo, sia fisico che mentale, per stare al passo con loro fino al momento della morte. Il risultato finale sarà sicuramente l'accumulazione delle forze mentali negative generate dalle sue stesse azioni, dalle sue parole e pensieri, che sono tutti motivati dal desiderio (lobha) e dall'ira (dosa), presenti in lui. Da un punto di vista filosofico, l'origine della sofferenza interiore sono le forze mentali in azione (saòkhára) che reagiscono man mano nella persona che le produce, e che sono anche responsabili del flusso della mente e della materia.

Il cammino che conduce all' estinzione della sofferenza

Qual è allora il sentiero che conduce all'estinzione della sofferenza? Non è altro che il Nobile Ottuplice Sentiero insegnato dal Buddha nel suo primo sermone. Questo Ottuplice Sentiero è diviso in tre parti principali, cioè sìla, samádhi e paññá.

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Sìla (precetti morali) divisa in tre parti: giusta parola, giusta azione, giusti mezzi di sussistenza.

Samádhi (concentrazione della mente) divisa in tre parti: giusto sforzo, giusta consapevolezza, giusta concentrazione.

Paññá (saggezza, comprensione profonda) divisa in due parti: giusto pensiero, giusta comprensione.

I tre aspetti di sìla sono la giusta parola, con cui si intende parole che dicano la verità, che siano benefiche, che non siano mai false o maligne; la giusta azione, con cui si intende l'osservanza delle fondamentali regole morali che si oppongono all'uccidere, al rubare, all'avere uno scorretto comportamento sessuale, al consumare sostanze inebrianti; il procurarsi i giusti mezzi di sussistenza, con cui si intende il guadagnarsi la vita con mezzi che non procurino sofferenza agli altri esseri (come ad esempio la tratta degli schiavi o la produzione di armi o il traffico di stupefacenti e di altri tipi di droghe). Questi punti rappresentano generalmente il codice di moralità come esposto originariamente dal Buddha nel suo primo sermone. Più tardi però egli vi aggiunse dei codici per i monaci e per i discepoli laici. È inutile che vi elenchi le regole monastiche, ma vi parlerò invece del codice morale, cioè dei cinque precetti richiesti a un laico buddhista, che sono:

1. Pánátipátá: astenersi dall'uccidere qualsiasi essere vivente. (Per ogni essere la vita è la cosa più preziosa e, prescrivendo ciò, Buddha estese la sua compassione a tutti gli esseri).

2. Adinnádáná: astenersi dal prendere ciò che non è offerto. (Questo precetto serve da controllo contro eventuali desideri di possesso).

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3. Kámesu-Micchácára: astenersi da un comportamento sessuale scorretto. (Il desiderio sessuale è latente nell'uomo ed è irresistibile per quasi tutti. Per regolare e disciplinare questo desiderio è stato proibito dal Buddha l'indulgere in uno scorretto comportamento sessuale, e cioè al di fuori di quello praticato con il proprio sposo o sposa).

4. Musávádá: astenersi dal mentire. (Questo precetto è stato dato per arrivare, attraverso la parola, all'essenza della verità).

5. Surámeraya: astenersi da qualsiasi tipo di sostanza inebriante. (L'ebbrezza fa perdere all'uomo la lucidità mentale e il potere di ragionamento, così essenziale alla comprensione della verità).

Questi precetti servono per controllare le azioni e le parole e per servire da base a samádhi (concentrazione della mente).

La concentrazione mentale

Signore e signori, arriviamo ora all'aspetto mentale del Buddhismo che sicuramente sarà di grande interesse per voi: il secondo stadio del Nobile Ottuplice Sentiero, cioè samádhi, che comprende il giusto sforzo, la giusta consapevolezza, la giusta concentrazione.

Il giusto sforzo è un prerequisito per la giusta consapevolezza. A meno che non si faccia un deciso sforzo per restringere l'ampiezza dei pensieri della propria mente vagabonda e instabile, non ci si può aspettare di avere quell'attenzione mentale che a sua volta ci aiuterà, attraverso la giusta concentrazione,

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ad arrivare a uno stato di acutezza ed equanimità. È a questo punto che la mente si libera da tutti gli ostacoli ed è tranquilla e pura, illuminata sia esteriormente che interiormente. Una mente siffatta diventa potente e luminosa. All'esterno viene rappresentata come una luce, che è appunto un riflesso mentale, con una luminosità che varia per gradi, da quella di una stella a quella del sole. In poche parole, questa luce, riflessa davanti all'occhio della mente nella più completa oscurità, è una manifestazione della purezza, della tranquillità e della serenità della mente. Gli induisti lavorano molto per arrivare a questo punto, e cioè per andare dalla luce al vuoto e viceversa. Il Nuovo Testa- mento, in Matteo, parla di un "corpo pieno di luce".

Sappiamo anche di molti preti cattolici che meditano regolarmente per avere questa luce miracolosa. Anche il santo Corano dà preminenza alla "manifestazione della luce divina".

Questo riflesso mentale di luce denota la purità intema della mente, e la purezza della mente forma l'essenza della vita spirituale, sia buddhista, che induista, cristiana o musulmana. In effetti la purezza della mente è il più grande comun denominatore di ogni religione. L'amore, che solo può unire l'umanità, deve essere perfetto e non lo può essere se non in una mente assolutamente pura. Una mente equilibrata è necessaria per equilibrare le menti incostanti degli altri. Diceva il Buddha:

"Come un arciere raddrizza la sua freccia, così il saggio raddrizza il suo pensiero instabile e oscillante, che è così difficile da controllare, così

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difficile da trattenere". Esercitare la mente è altrettanto importante che esercitare il corpo. Allo- ra perché non esercitare la mente e renderla pura e forte, in modo da poter godere della pace interiore?

Progredirete verso la conoscenza della verità solo quando la pace interiore comincerà a permeare la mente.

La nostra esperienza ha dimostrato che, con una guida adatta, questa pace interiore e purezza della mente possono essere raggiunte da tutti, indipendentemente dalla loro religione o credenza, purché abbiano sincerità d'intenti e siano disposti a seguire completamente la guida per il periodo di prova. Quando, attraverso la pratica continua, si raggiunge il completo dominio della propria mente, si potrà entrare in stati di concentrazione e assorbimento chiamati jhána, con i quali si possono anche ottenere poteri sovrannaturali. Tuttavia, questa pratica che sviluppa poteri sovrannaturali non era incoraggiata dal Buddha, che tendeva a svi- luppare la concentrazione con il solo obiettivo di ottenere una mente pura e forte, essenziale al raggiungimento della verità.

Nel Buddhismo vi sono quaranta metodi di concentrazione, di cui il principale è ánápána, cioè la concentrazione sul respiro che entra e che esce dalle narici, il metodo seguito da tutti i Buddha.

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La saggezza

Signore e signori, parlerò ora dell'aspetto filosofico del Buddhismo che comprende il terzo stadio del Nobile Ottuplice Sentiero, vale a dire paññá, saggezza, che comprende il giusto pensiero e la giusta comprensione. La giusta comprensione della verità è lo scopo e l'obiettivo del Buddhismo. Il giusto pensiero è lo studio analitico della mente e della materia, sia dentro che fuori, per arrivare al raggiungimento della verità. Avete sentito nominare náma e rúpa (mente e materia) molte volte, e ora vi spiego cosa sono. Náma, la mente, è così chiamata per la tendenza che ha di inclinarsi verso gli oggetti dei sensi. Rúpa, la materia, è così chiamata a causa dell'impermanenza dovuta al cambiamento continuo. Le parole che più si avvicinano come significato sono 'mente' e 'materia'. Dico che 'si avvicinano' perché non ne sono la traduzione esatta.

Náma in effetti comprende: coscienza (viññána), sensazione (vedano), percezione (saññá), reazioni o energie della volizione (saòkhára). Questi fattori, insieme a rúpa, lo stato materiale, formano ciò che noi chiamiamo pañcakhandha, o cinque aggregati. È in questi cinque aggregati che il Buddha riassunse tutti i fenomeni dell'esistenza sia fisici che mentali (che in realtà non sono che un flusso di mente e materia coesistenti, ma che per l'uomo normale formano la sua personalità, il suo Io).

Con il giusto pensiero il discepolo che nel frattempo ha sviluppato le potenti lenti della concentrazione, punta la sua attenzione su se stesso e con la meditazione introspettiva fa uno studio

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analitico della natura, prima della materia, poi della mente e delle caratteristiche mentali. Egli sente (e a volte anche vede) i kalápa nel loro vero stato. Egli comincia cosi a realizzare che náma e rúpa, la mente e la materia, sono in un cambiamento continuo, impermanenti ed effimeri. E man mano che cresce la sua capacità di concentrazione, egli vedrà in modo sempre più vivido la natura delle forze che sono in lui. Non potrà più sottrarsi all'impressione che i cinque aggregati non sono altro che sofferenza al- l'interno della legge di causa ed effetto. Alla fine raggiungerà la convinzione che tutto è sofferenza, sia all'interno che all'esterno, e che non esiste alcun Io.

Comincia allora a desiderare uno stato al di là della sofferenza. Essendo finalmente uscito dalla sofferenza, egli passerà dallo stato mondano a uno sovramondano ed entrerà nella corrente di sotápañña, il primo dei quattro stadi degli ariya (persone nobili). Sarà allora libero dall'errato concetto dell'esistenza di un Io, dai dubbi sul cammino della liberazione e dall'attaccamento a riti e cerimonie. Il secondo stadio è quello di sakadágámì, in cui la bramosia dei sensi e la malevolenza saranno molto attenuati. Quando si arriva al terzo stadio di anágámi ogni tipo di passione o ira sarà cessato. Lo stato di arahant, di persona completamente liberata, è lo scopo finale. Ogni nobile persona può sperimentare cosa sia il nibbána, nella sua vita, ogni volta che lo voglia, entrando nello stadio fruitivo di sotápañña, e negli altri stadi, che gli daranno la pace nibbanica interiore. Questa pace interiore identificata col nibbána non ha confronti perché è al di là del mondo sensoriale.

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Signore e signori, ancora un'ultima parola: ho parlato solo degli aspetti fondamentali del Buddhismo, ma con il poco tempo che avevo a disposizione spero di aver fatto del mio meglio. Se vorrete raggiungere quello stadio di purezza mentale con una luce di fronte a voi, o arrivare a piacimento a uno stadio di assorbimento mentale, stadi che sono all'interno dei confini della vostra religione, o arrivare a fare esperienza della pace interiore del nibbána, sarò lieto di offrirvi qualsiasi aiuto desiderate. Esprimo nuovamente la mia gratitudine per il vostro paziente ascolto.

Terza conferenza

(14 ottobre 1951)

La mia esposizione su "Che cosa è il Buddhismo" non sarà completa senza un cenno, seppur breve, alla Legge della Genesi Condizionata (paþicca samuppáda) e alla legge di paþþhána (legge di relazione, o di causa ed effetto). Forse ricorderete che nella mia prima conferenza, ho parlato brevemente di come il Principe Siddhattha, l'asceta pellegrino, realizzò la verità e divenne Buddha.

Il Risvegliato, l'Illuminato, l'Onnisciente. Egli era risvegliato in modo tale che tutti gli altri, al confronto, sembravano immersi in un sonno pro- fondo. Egli era illuminato in modo tale che al confronto gli altri uomini inciampavano e brancolavano nel buio. Egli conobbe in modo tale

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che al confronto la conoscenza degli uomini che sanno non è che una forma d'ignoranza.

Tutte le religioni pretendono di indicare la via verso la verità. Nel Buddhismo, chiunque non abbia raggiunto la verità (cioè le Quattro Nobili Verità) vive nell'ignoranza. È questa ignoranza la responsabile della creazione delle forze mentali (saòkhára) che regolano il processo vitale (viññáóa) in tutti gli esseri senzienti, processo che prosegue in una nuova vita. E in correlazione, automaticamente, appaiono náma e rúpa (mente e materia). Queste, a loro volta, si sviluppano a formare un veicolo, o corpo, con le sue basi sensoriali (saláyatana). Queste basi sensoriali fanno sorgere il contatto (phassa); e il contatto tra queste e gli oggetti dei sensi fa Sórgere le impressioni sensoriali (sensazioni fisiche o vedaná) che hanno come effetto di far nascere il desiderio (taòha) seguito subito dall'attaccamento o dall'aggrapparsi al desiderio (upádána), che è la causa del divenire (bhava) o esistenza, con la conseguenza della nascita, vecchiaia, malattia, morte, ansietà, tormento, dolore, eccetera, stati che denotano tutti la sofferenza. In questo modo il Buddha risali' ll'origine del dolore, posta nell'ignoranza.

Il Buddha così parlò:

L'ignoranza è all'origine delle energie mentali;

Le energie mentali sono all'origine del processo vitale;

Il processo vitale è all'origine di mente e materia;

La mente e la materia sono all'origine delle basi sensoriali;

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Le basi sensoriali sono all'origine del contatto;

Il contatto all'origine delle sensazioni;

Le sensazioni all'origine del desiderio;

Il desiderio all'origine dell'attaccamento;

L'attaccamento all'origine del divenire (esistenza);

Il divenire (esistenza) all'origine della nascita;

La nascita all'origine della vecchiaia, della malattia, della morte, dell'ansietà, del tormento, del dolore, eccetera (che sono tutte sofferenze).

Questa catena di relazioni è chiamata la Legge della Genesi Condizionata. Quindi la radice di tutto ciò è l'ignoranza o avijjá, cioè l'ignoranza della verità.

È vero che superficialmente sembra che sia il desi- derio a originare la sofferenza. É così facile da capire.

Quando volete qualcosa, sorge il desiderio e allora dovete darvi da fare per ottenere ciò che desiderate o soffrirete. Ma non basta. Il Buddha ha anche detto:

"I cinque aggregati, che non sono altro che mente e materia, sono anch'essi sofferenza". La verità della sofferenza nel Buddhismo è completa solo quando si vedono mente e materia come realmente sono (sia internamente che esternamente) e non come sembrano essere.

La verità della sofferenza quindi è qualcosa che va sperimentata prima di poterla capire. Per esempio, tutti sappiamo a livello scientifico che ogni cosa esistente non è che vibrazione causata dal movimento turbinoso di un numero infinito di elettroni. Ma quanti di noi riescono a convincersi che anche il nostro corpo è soggetto alla stessa legge?

Perché quindi non provare a percepirla come

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realmente è, all'interno del vostro corpo? Per questo scopo occorre andare al di là dei propri condizionamenti fisici. Si deve sviluppare una energia mentale abbastanza potente da vedere le cose come realmente sono. Con un potere mentale ben sviluppato, si può vedere meglio che con il più sofisticato e moderno strumento scientifico. Perché non si dovrebbe poter vedere ciò che sta realmente accadendo in se stessi, vedere cioè questi atomi, questi elettroni che si muovono continuamente senza arrivare a una fine? Certamente non è facile.

In realtà questa sofferenza interiore non è che la conseguenza dell'acuta conoscenza della sensazione della vibrazione, radiazione e frizione delle particelle atomiche. Questa conoscenza può essere ottenuta attraverso il processo di meditazione introspettiva chiamata vipassána, con l'aiuto delle potenti lenti di samádhi, concentrazione. Non conoscere questa verità è ignoranza. Conoscere questa verità nella sua ultima realtà significa distruggere alle radici la causa della sofferenza, cioè l'ignoranza, e insieme a essa i vari anelli della catena della Genesi Condizionata che termina con ciò che noi chiamiamo 'vita', con le sue caratteristiche di vecchiaia, malattia, ansietà, tormento, dolore, eccetera.

Tutto ciò per quanto riguarda la Legge della Genesi Condizionata e la causa profonda della sofferenza.

La legge causale di relazione

Trattiamo ora la legge causale di relazione, così come è esposta dal Buddha nella legge di Paþþhána

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dell'Abhidhamma Piþaka. Durante l'analisi di questa legge, che il Buddha fece durante i quarantanove giorni di continua meditazione dopo la sua illuminazione, sei raggi colorati emersero dalla sua persona. Vi sono cinque volumi di circa 500 pagine in pali su questo delicato argomento. Ve ne darò solo alcuni cenni.

Ci sono ventiquattro tipi di relazioni su cui si basano nel Buddhismo i principi fondamentali della legge di causa ed effetto. Essi sono:

Condizione, Oggetto, Dominio, Vicinanza, Vicinanza Immediata, Coesistenza, Reciprocità, Dipendenza, Condizione Sufficiente, Antecedenza, Conseguenza, Successione, Azione, Effetto, Sostegno, Controllo, Estasi, Sentiero, Associazione, Dissociazione, Presenza, Assenza, Sospensione, Continuazione.

Vi spiegherò ora la correlazione tra la condizione (hetu) e l'azione (kamma), e l'effetto prodotto dalle loro cause.

Hetu è la condizione della mente che è presente a ogni cosciente momento di ogni kamma (azione sia fisica che vocale o mentale). Ogni azione produce una condizione della mente che è morale, immorale o neutra. É ciò che nel Buddhismo chiamiamo kusala dhamma, akusala dhamma e avyákata dhamma.

Questi dhamma sono solo energie che insieme formano l'universo delle energie mentali. Le energie morali sono energie positive generate da azioni, parole e pensieri, motivate da buone volizioni quali l'elemosina, la beneficenza, la devozione, la purificazione della mente, eccetera. Le energie immorali sono energie negative generate da azioni, parole e pensieri, motivate dal desiderio, dall'avidità,

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dalla bramosia, dall'ira, dall'odio, dall'insoddisfazione, dall'illusione, eccetera. Le energie neutre non sono né morali né immorali. È ciò che capita a un arahant, una persona illuminata, che si è liberato da ogni traccia di ignoranza. In lui, il contatto di un oggetto con le basi dei sensi non produce alcuna sensazione fisica, come non possono esserci impressioni sull'acqua che scorrendo cambia continuamente. Per lui, l'intera struttura del corpo non è che una massa in perpetuo movimento e quindi tutte le sensazioni scorrono automaticamente insieme alla massa.

I differenti piani di esistenza

Ora cercherò di esporvi la relazione tra le energie morali e immorali generate dalle azioni condizionate e i piani di esistenza.

I piani di esistenza di arúpa e rúpa brahma sono al di là della sensualità. Amore supremo, compassione suprema, gioia suprema per i successi e la grandezza altrui, e suprema equanimità sono le quattro qualità di una mente che genera energie mentali trascendentalmente pure, luminose, estremamente piacevoli, chiare e fresche, energie che si trovano nei più alti piani dell'esistenza. È per questo che in tali piani la materia è estremamente sottile e non c'è altro che radiosità; e i veicoli e i corpi dei brahma non possono essere identificati con la materia, ma solo con raggi e luminosità.

I piani sensuali comprendono: i piani degli esseri celesti, il mondo umano, i piani delle forme inferiori di esistenza.

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Nei piani degli esseri celesti tutte le azioni, le parole e i pensieri buoni e meritori, che hanno una traccia di desiderio per un futuro benessere, creano energie morali mentali che sono considerevolmente pure, luminose, piacevoli e leggere. Quindi questi esseri celesti hanno corpi astrali, più o meno sottili, luminosi e colorati a seconda dei piani a cui appar- tengono. Generalmente vivono in una armonia paradisiaca finché le loro energie morali mentali non si esauriscono, facendoli ritornare poi a piani inferiori di esistenza.

Nei piani delle più basse forme di esistenza tutte le azioni, parole e pensieri malevoli, cattivi, negativi, creano energie mentali che per natura sono impure, oscure, infuocate, pesanti e dure. Queste energie si trovano nel più basso dei quattro piani di esistenza, l'inferno, dove la materia è dura, rozza, spiacevole e calda. Gli esseri destinati a queste forme inferiori di esistenza, eccetto quelli nella categoria degli animali, sono invisibili al normale occhio umano ma visibili a quelli che hanno sviluppato samádhi al massimo, assicurandosi così l'occhio divino. Qui predomina la sofferenza, sia fisica che mentale. È esattamente l'opposto di ciò che capita nei piani degli esseri celesti.

Il mondo umano infine è a metà strada tra paradiso e inferno. Sperimentiamo sia il piacere che il dolore, con un'intensità variabile che dipende dal nostro kamma passato. Da qui possiamo, sviluppando le nostre caratteristiche mentali, fare affluire ai piani superiori le nostre forze mentali. Ed è anche da qui che possiamo scendere fino alla massima depravazione ed entrare in contatto con le energie dell'ordine inferiore. Qui non vi è la stessa

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costanza che negli altri piani. Un giorno si può essere santi, un giorno diventare delinquenti. Si può essere ricchi oggi e poi divenire poveri. Le vicissitudini dell'esistenza sono qui molto rilevanti.

Non vi è uomo che sia stabile, non vi è famiglia o comunità che sia stabile, non vi è nazione che sia stabile. Tutto è soggetto alla legge del kamma. Dato che questo kamma proviene dalla mente che è sempre in cambiamento, anche gli effetti del kamma devono necessariamente essere mutevoli.

Fino a che l'uomo avrà in sé impurità, se, quando muore, è in contatto con le energie dei più bassi piani di esistenza, a causa delle impurità accumulate nella mente, l'esistenza seguente sarà automaticamente in questo piano inferiore, quasi a ripagare, si potrebbe dire, il suo debito verso le energie mentali venute da qui. Invece se, al momento della morte, il suo atteggiamento mentale è indirizzato verso le energie del mondo umano, la prossima esistenza sarà nuovamente nel mondo umano. E ancora, se all'ultimo istante della sua vita la mente è occupata con i ricordi delle sue buone azioni, la prossima esistenza probabilmente sarà nel mondo celeste per godere delle energie mentali provenienti da quel piano. Si va nel mondo dei brahma se all'ultimo momento la mente non ha tracce di sensualità ma è pura e tranquilla. È così che nel Buddhismo il kamma gioca un suo ruolo con precisione matematica.

L'impatto dell'insegnamento del

Buddha

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Questi sono i principali insegnamenti del Buddha. L'impatto che questi insegnamenti possono avere sull'individuo, dipende da come uno li considera. Non solo l'individuo, ma anche le famiglie, le comunità, la gente tutta. Abbiamo buddhisti che credono e buddhisti che praticano. E c'è anche un'altra categoria di buddhisti, quelli etichettati come buddhisti per nascita. Però solo i buddhisti che praticano possono essere certi di un cambiamento mentale ed esteriore. Essi seguono i cinque precetti e sono i seguaci degli insegnamenti del Buddha. Se tutti i buddhisti della Birmania praticassero non ci sarebbero queste continue lotte interne come ora. C'è però un altro fattore di disturbo: le necessità fisiche. Uno deve avere il minimo per soddisfare le esigenze primarie della vita. Per chi non lo possiede, la vita diventa più preziosa che per altri, e spesso la tendenza è quella di venir meno alla disciplina, sia religiosa che statale, per salvaguardare se stesso o altri che dipendono da lui.

La cosa più importante è generare sempre energie mentali pure e buone per combattere le energie mentali cattive che dominano l'umanità. Ma non è affatto facile. Non ci si può elevare al livello della purezza mentale senza l'aiuto di un maestro. Se vogliamo avere un potere effettivo per combattere le forze negative, dobbiamo lavorare seguendo il Dhamma. La scienza moderna ci ha dato un regalo discutibile, la bomba atomica, il più splendido e nello stesso tempo il più terrorizzante prodotto dell'intelligenza umana. Ma l'uomo sta usando l'intelligenza nella giusta maniera? Sta creando forze mentali buone o cattive, secondo lo spirito del

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Buddhismo? È la nostra volontà che decide come e verso quale obiettivo usare l'intelligenza. Invece di usare l'intelligenza solo per la conquista dell'energia atomica nella materia, perché non la usiamo anche per la conquista dell'energia atomica all'interno di noi? Questo ci darebbe la pace interiore e ci permetterebbe di dividerla con gli altri. In tal caso irradieremmo energie mentali talmente pure e potenti da poter contrattaccare con successo le forze maligne che ci circondano. Come la luce di una semplice candela ha il potere di dissipare le tenebre in una stanza, cosi' la luce che si sviluppa in un singolo individuo può aiutare a disperdere l'oscurità in molti altri. Immaginare che si possa fare del 'bene' con mezzi 'cattivi' è un'illusione, un incubo.

L'unica soluzione è il cambiamento dell' atteggiamento mentale dell'uomo attraverso la religione come codice di condotta, una norma di vita morale. Ciò di cui abbiamo bisogno è il dominio sulla mente e non solo quello sulla materia.

Nel Buddhismo distinguiamo tra loka dhátu e dhamma dhátu, in cui dhátu esprime gli elementi naturali o le energie. Loka dhátu è la materia (con i suoi elementi naturali) all'interno del piano fisico.

Dhamma dhátu invece comprende la mente, i contenuti mentali e alcuni aspetti degli elementi naturali che non sono sul piano fisico ma su quello mentale. La scienza moderna si occupa di ciò che noi chiamiamo loka dhátu, la materia, che è la base per dhamma dhátu sul piano mentale. Ancora un gradino e arriviamo al piano mentale; non con le scoperte della scienza moderna, ma attraverso la conoscenza in pratica dell'insegnamento del Buddha.

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H. A. Overstreet, autore di La mente matura (W.

W. Norton, New York), è ottimista riguardo a quello che sarà il futuro delle menti mature. Egli scrive:

La conoscenza caratteristica del nostro secolo è psicologica. Anche le più clamorose scoperte della fisica e della chimica sono in effetti applicazioni di metodi di ricerca già conosciuti. Eppure l'atteggia- mento verso la natura umana e le esperienze umane, così come si è sviluppato oggi, è nuovo.

Questo atteggiamento non avrebbe potuto manifestarsi prima. Ci sono voluti lunghi periodi di preparazione per il suo avvento. La fisiologia doveva svilupparsi completamente, poiché la persona psicologica è anche fisiologica. La sua mente, tra le altre cose, è materia fatta di tessuto cerebrale, di nervi, di ghiandole, di organi, di tatto, odorato e vista. Fu solo circa settanta anni fa che la fisiologia giunse a essere abbastanza avanzata da permettere le ricerche in campo psicofisico, come nei laboratori del famoso psicologo tedesco William Wundt. Ma prima della fisiologia aveva dovuto svilupparsi un'altra scienza: la biologia. Dato che il cervello, i nervi, le ghiandole e tutto il resto sono coinvolti in tutti i processi, la scienza delle cellule viventi aveva dovuto essere abbastanza avanzata per permettere alla fisiologia di emergere.

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Ma prima della biologia aveva dovuto affermarsi la chimica; e prima della chimica la fisica; e prima della fisica la matematica. Quindi si può dire che la preparazione sia cominciata secoli fa. In breve, vi è per la scienza un orologio che ne regola i ritmi.

Ogni branca della scienza deve aspettare che suoni la sua ora. Oggi, finalmente, l'orologio della scienza ha suonato l'ora della psicologia e cominciano nuovi chiarimenti.

A dire il vero gli interessi che l'ultima delle scienze esplora sono antichi; è l'accuratezza della ricerca che è nuova. C'è una specie di ferrea logica che la controlla. Ogni scienza deve attendere, per maturare, che la scienza precedente prepari tutti i dati e i mezzi adatti. L'orologio della scienza ha suonato una nuova ora: una nuova visione profonda comincia a essere al nostro servizio.

E per avere una nuova profonda visione nelle realtà della natura umana bisogna studiare il Buddha Dhamma, la scienza della mente e della materia, bisogna sperimentare in pratica le verità delle leggi naturali attraverso l'insegnamento del Buddha. Nel Buddhismo vi sono tutte le cure per le malattie mentali che angustiano l'umanità. Sono le cattive energie della mente (passate e presenti) a essere responsabili per la situazione in cui si trova il mondo. Dovunque vi è insoddisfazione e l'insoddisfazione crea cattivi sentimenti. I cattivi sentimenti creano l'odio. L'odio crea l'inimicizia.

L'inimicizia crea la guerra. La guerra crea i nemici. I nemici creano la guerra e così via. Si è entrati in un

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circolo vizioso. Perché? Perché manca un adeguato controllo sulla mente.

Cos'è l'uomo? In fondo l'uomo è la personificazione delle energie mentali. Cos'è la materia? La materia non è altro che energie mentali materializzate, un effetto della reazione delle forze morali (positive) e immorali (negative). Il Buddha ha detto che il mondo è fatto dalla mente, quindi la mente predomina su tutto. Studiamo quindi la mente e le sue caratteristiche peculiari in modo da risolvere i problemi che il mondo oggi sta affrontando. Il campo della ricerca pratica nel Buddhismo è molto vasto. I buddhisti della Birmania saranno sempre lieti di accogliere chiunque voglia beneficiare della loro esperienza.

Signore e signori, ho cercato di darvi il meglio di quello che so sul Buddhismo e sarò felice di dare a ogni persona interessata ogni ulteriore spiegazione di cui possa avere bisogno. Vi ringrazio per essere intervenuti e aver mostrato tanto interesse alle mie conferenze. E ringrazio ancora anche il clero della chiesa che mi ha ospitato.

Questo scritto e' presente nel libro U Ba Khin - Il tempo della meditazione Vipassana e' arrivato - Ubaldini editore - A cura di Pierluigi Confalonieri.

Revisionato da Biblioteca Vipassana Agosto 2016

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