2. La Repubblica Popolare Cinese: La cesura di fine anni Settanta inizi anni Ottanta

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2. La Repubblica Popolare Cinese: La cesura di fine anni Settanta inizi

anni Ottanta

2.1. La Trasformazione economica della fine del Ventesimo secolo

Il 9 settembre 1976 sancì senza dubbio la chiusura di un’epoca. La morte di Mao Zedong diede inizio ad una lotta per la successione che vide contrapporsi i moderati, guidati da Deng Xiaoping, alla ''Banda dei quattro'', i fedeli ortodossi alla parola del Grande Timoniere capeggiati dalla vedova di Mao, Jiang Qing. Da questa contesa ne uscì vincitore il leader del primo campo, Deng Xiaoping che, insieme al nuovo Primo Ministro Hua Kuo-feng, sancì l'avvio di una nuova visione della Cina1. Nell’agosto 1977 durante l'undicesimo Congresso del Partito Comunista Cinese, Deng Xiaoping venne nominato Vicepresidente del partito2 e più tardi, nel 1981, divenne altresì Presidente della Commissione Militare Centrale dello Stato3, posizione che gli avrebbe assicurato il controllo politico dell’Esercito di Liberazione Popolare Cinese.

Gli anni successivi testimonieranno un progressivo rafforzamento della sua posizione egemone nell’ambito del gruppo dirigente cinese. La sua fu una linea di modernizzazione economica verso l’interno e di cauta apertura verso l’esterno. «Gli scambi con l'estero sono monopolio dello Stato, esercitato da una decina di società di emanazione del ministero per il Commercio con l'estero, specializzate per settore4».

Tale figura può essere considerata come il grande spartiacque della storia contemporanea cinese, ha saputo operare una ''Demaoizzazione soft'', fermo restando che il pensiero di Mao Zedong rappresentava, e rappresenta tuttora, il faro guida della politica interna ed esterna della Repubblica Popolare Cinese.

1 L. Tomba, Storia della Repubblica popolare cinese, Milano, Bruno Mondadori, 2002, p.141. 2 I. C. Y. Hsü, China without Mao, New York, Oxford University Press, 1990, p. 33.

3 Ivi, pp. 141-142. 4

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«Il suo ricordo divenne rapidamente un'icona, cui la nuova dirigenza avrebbe dedicato la stessa devozione che si deve a un antenato scomparso, pur modificandone radicalmente la linea di governo5».

Deng Xiaoping aprì gradualmente le frontiere del Paese, mentre nel contempo continuò a mantenere una decisiva presenza dello Stato nell’economia e nella politica. Le politiche da lui attuate erano volte a rinforzare il Partito Comunista Cinese e a renderlo più abile nel mantenere la propria posizione di leadership all’interno della società cinese. «Dall'inizio degli anni Cinquanta alla fine degli anni Settanta la Cina mette in atto una politica il cui obiettivo principale è l'autarchia e l'indipendenza economica6».

Il leader dei moderati cominciò ad attuare una trasformazione strutturale totale senza precedenti proprio sul finire degli anni Settanta. Il quadro delle riforme fu dominato dai concetti della ristrutturazione e della modernizzazione dell'apparato statale del Paese, nonché della sua economia. Deng Xiaoping portò avanti essenzialmente due elementi: l’introduzione dell’economia cinese al capitalismo ed una riorganizzazione completa dei quattro settori nevralgici dell’apparato statale cinese, ossia il settore agricolo, quello industriale, il settore della difesa ed il comparto scientifico e tecnologico7.

Nel corso del Terzo plenum dell’undicesimo Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, svoltosi nel dicembre 1978, si concretizzò il ''pragmatismo reale'' di Deng Xiaoping, sebbene la retorica ufficiale rimanesse risolutamente ancorata al maoismo8.

Le tematiche principali discusse nel corso del Plenum ruotavano attorno: alle modalità attraverso le quali correggere le sperequazioni economiche e riformare la gestione ultra centralizzata dell’economia del paese; allo sviluppo di forme di cooperazione economica con i paesi economicamente avanzati; al miglioramento nei campi della scienza e dell'istruzione come supporto per la modernizzazione; e, non meno importante, alla riforma dell'economia agricola9.

La nuova dirigenza cinese, contraddistinta da idee meno radicali circa la politica economica, stabilì un'agenda che si concretizzò nell’avvio di quel programma riformista noto come ''Quattro modernizzazioni'' o ''Riforma e Apertura''. Queste

5 L. Tomba, op. cit., p.142. 6

F. Lemoine, op. cit., p.95.

7 S. L. Shirk, The Political Logic of Economic Reform in China, Oxford, University of California

Press, 1993, p.38.

8 I. C. Y. Hsü, op.cit., p.168. 9

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Riforme si inseriscono nel solco tracciato dal Premier Zhou Enlai, allorché nel 1964 annunciò la riforma dei quattro settori summenzionati e poi interrotta dalla Rivoluzione culturale, la vasta campagna di epurazione avviata dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese nel 196610.

Vi erano considerevoli problematiche che attanagliavano la Cina di quel periodo, tra le quali la persistente e dilagante povertà, nonché l’improduttività del settore industriale, data la mancanza di tecnologia moderna e la presenza di tecniche e procedure di lavoro inadeguate11. Il programma di sviluppo economico fu incentrato sull’introduzione di elementi di mercato e venne realizzato con un'ampia pianificazione centrale.

Le riforme furono applicate gradualmente, in maniera tale da evitare che potessero comportare gravi ripercussioni sulla tenuta del regime a partito unico, sulla struttura politica cinese. Il cambiamento ebbe inizio dapprima nelle aree rurali e, solo in un secondo momento, dopo averne sperimentato gli effetti in queste aree, venne esteso alle aree urbane. Pertanto, il settore agricolo fu il primo ad essere interessato dalla ristrutturazione, dal momento che il Paese era ancora fortemente improntato su quest'ambito. « Nel 1978 l'agricoltura occupa l'80% della popolazione attiva, contribuisce per un terzo al reddito nazionale e, direttamente o indirettamente, alla metà dei proventi derivanti dalle esportazioni12».

Il basso rendimento di questa strategia economica rendeva arduo soddisfare le esigenze della Nazione e del mercato. Si trattava di una problematica riconducibile principalmente alle tradizionali tecniche di coltivazione, le quali non permettevano l’ottimizzazione delle risorse. A ciò si sommava la forte pressione demografica.

All’inizio del 1979 vennero divulgati due documenti di grande interesse: «la Decisione su alcune questioni concernenti l’accelerazione dello sviluppo agricolo e le Regolamentazioni sul lavoro delle comuni popolari rurali13».

Questi atti delineavano la volontà di trasformare il sistema agricolo cercando di inserirlo nel circuito para capitalista. Il fine era rilanciare la produzione, che aveva subito un forte rallentamento durante gli anni Sessanta, nonostante l'aumento degli

10 R. Garnaut, L. Song, C. Fang, China's 40 Years of Reform and Development:1978-2018,

Australia, Australian National University Press, 2018, p. 93.

11 A. Fiori, op. cit., pp. 191-196. 12 F. Lemoine, op. cit., p. 21.

13 S. G. Powell, Agricultural Reform in China: From communes to commodity economy,

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investimenti in questo settore14, e modernizzare l’agricoltura. Ciò venne realizzato grazie all’introduzione del ''sistema di responsabilità familiare'', il quale mirava allo smantellamento delle comuni popolari a favore di un sistema semi privatistico di gestione della terra. Le famiglie contadine firmavano i contratti con le organizzazioni collettive, proprietarie della terra, e si concedeva ai nuclei familiari la responsabilità degli appezzamenti con possibilità di gestire i propri profitti e una parte della propria produzione, ovvero sulla base della grandezza del nucleo familiare o del numero di lavoratori abili nella famiglia, la terra di proprietà collettiva venne ripartita tra le singole famiglie contadine. In cambio, si chiedeva ai lavoratori agricoli di depositare una parte del raccolto alle agenzie del Governo, ad un prezzo più basso rispetto a quello di mercato15.

Dal punto di vista dei contadini, l'SFR rappresentava innanzitutto la fine dell'incertezza economica che essi associavano alla distribuzione collettiva del reddito Nel sistema collettivo, infatti, il reddito individuale non dipendeva esclusivamente dal proprio lavoro, ma anche da quello, non controllabile, degli altri membri della squadra, nonché dagli imprevedibili cambiamenti nelle politiche del governo, sia al livello centrale che a quello locale16.

Gli agricoltori fissavano un dato livello di produzione da raggiungere e se lo avessero oltrepassato, sarebbero stati dignitosamente ricompensati. Essi avevano la possibilità di vendere sul mercato libero o allo Stato ogni eccedenza rispetto alla quota stabilita dal Governo, ma potevano anche scegliere di trattenerla per il proprio consumo. Pertanto, si mirava ad offrire un forte incentivo all’aumento della produttività, azione che avrebbe accresciuto il reddito familiare ripercuotendosi sui consumi. L'aumento della produttività si sarebbe dovuto avere attraverso la meccanizzazione, dunque l'acquisizione di mezzi all'avanguardia, l'elettrificazione, l'irrigazione ed un ricorso maggiore all'utilizzo di fertilizzanti chimici17.

La modernizzazione agricola era vitale per il successo delle Quattro modernizzazioni. Il sistema venne introdotto compiendo dapprima degli esperimenti in piccole proporzioni, che ne attestassero o meno l’efficacia, e

14 AA. VV., China 2020, Development, Challenges in the New Century, fonte The world Bank,

1997, p.9.

15

M. G. Longo, Contadini, mercati e riforme. La piccola produzione di merci in Cina(1842-1996), Milano, Franco Angeli, 1998, p.141.

16 Ivi, p.146.

17 T. DuBois, H. Li, Agricultural Reform and Rural Transformation in China since 1949, Leiden,

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mediante meccanismi intermedi che facilitassero la transizione verso un sistema di mercato riducendo al minimo i costi sociali, che altrimenti si sarebbero riverberati sulla tenuta politica del Paese. In poco tempo, il sistema si sarebbe diffuso all’intero Paese18

.

Sul volgere del 1980, il Governo cinese decise poi di accrescere le possibilità di commercio privato. La mossa seguente sarebbe stata quella di aumentare l'entità dei terreni assegnati ai contadini come appezzamenti privati19.

I successi riscontrati dalle riforme nel settore agricolo, che nel periodo 1978-1984 portò la produzione totale di grano aumentata del 33.6 per cento20, stimolarono il Governo cinese ad assumere dei provvedimenti anche nel comparto industriale. Ebbe così inizio la seconda fase dello sviluppo economico cinese, che si colloca nell'arco temporale che va dal 1984 al 1988. Si propese per lo sviluppo, oltre che dell'industria pesante, anche di quella leggera.

La finalità di questa seconda riforma era promuovere la produttività del comparto industriale, stimolando una competitività fino ad allora resa inesistente dallo Stato a carattere fortemente dirigista. Si mirava a modulare un sistema in cui l'industria fosse svincolata dall'ingerenza dell'amministrazione statale cinese.

Per la prima volta, grazie ai risparmi accumulati e all'aumento dell'offerta di lavoro a fini non agricoli, si assistette ad un massiccio trasferimento di forza lavoro dalle aree rurali verso quelle urbane, dando vita a fenomeni di urbanizzazione ed antropizzazioni delle città cinesi21. Il governo della Repubblica Popolare Cinese, al fine di acquisire le moderne tecniche produttive, mandò molti studenti a studiare all'estero22. Le imprese statali conseguirono uno spazio di autonomia e di responsabilità finanziaria: «esse ricevono il diritto di conservare una parte dei loro utili, con i quali possono così finanziare alcuni investimenti correnti e premi di produzione per i loro salariati23».

In sostanza si riprodusse nelle industrie, ciò che era stato compiuto nelle campagne. Fino a quell'istante, le industrie erano state esclusivamente appannaggio dello Stato. L'attenzione adesso si focalizzò sulle richieste che

18 X. Liu, W. Zhang, China's Three Decades of Economic Reforms, Abingdon, Routledge, 2010,

p.7.

19 S. G. Powell, op. cit., p.24. 20

B. Alpermann, Politics and Markets in Rural China, Abingdon, Routledge, 2011, p. 94.

21 K. Otsuka, D. Liu, N. Murakami, Industrial Reform in China: Past Performance and Future

Prospects, New York, Oxford University Press, 1998, p.11.

22 I. C. Y. Hsü, op. cit., pp.105. 23

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provenivano dal mercato, queste avrebbero guidato le scelte produttive ed impegnato gli imprenditori ad ampliare la competitività e la produzione24.

Le trasformazioni intraprese durante gli anni Ottanta, cominciarono a rendere note molte incoerenze proprie delle imprese di proprietà statale, mostrando negli anni successivi quanto bassa fosse la loro produttività rispetto alle altre imprese cui era stato concesso di prendere determinate decisioni in merito alla produzione, alle strategie di vendita e agli investimenti tramite la conservazione parziale degli utili che avevano prodotto25. Numerosi fattori penalizzavano la categoria delle aziende di proprietà statale, tra i quali dover adempiere ancora a funzioni di protezione sociale dei loro impiegati, nonché l'utilizzo di tecnologie obsolete26. Una svolta degna di nota avverrà allorché, durante il quindicesimo congresso del Partito Comunista Cinese, verrà affermata la volontà di disimpegno dello Stato dalla proprietà delle imprese, e soltanto in una serie di settori nevralgici lo Stato cinese avrebbe conservato un ruolo dominante27.

Di grande interesse furono anche le iniziative di apertura verso l'esterno.

Gli scambi con l'estero durante il periodo maoista furono ridotti, vincolati dalle capacità di esportazione del Paese, e la maggior parte delle importazioni era incentrata sul forte bisogno di derrate alimentari, sospinto dal problema della fame, mentre per quanto attiene alle acquisizioni di impianti e tecnologie occidentali queste avevano carattere episodico.

L'apertura messa in atto nell'era post-maoista mirava ad un duplice obiettivo: attirare un flusso di capitali stranieri e promuovere gli scambi con l'estero allo scopo di accelerare la crescita e la modernizzazione dell'economia della Repubblica Popolare Cinese.

Fino al suo ingresso nell'Organizzazione Mondiale del Commercio, la Cina comunista condusse una politica selettiva in campo commerciale e rispetto agli investimenti esteri diretti. La Repubblica Popolare Cinese ha cercato di attrarre flussi di investimenti diretti che avrebbero permesso di collegare le importazioni con i trasferimenti di tecnologia e l'ottenimento di metodi di gestione moderni28.

24 Ivi, p.33. 25

G. C. Chow, China's Economic Transformation, John Wiley & Sons, 2015, p.46.

26 F. Lemoine, op. cit., 33. 27 Ivi, p. 35.

28 N. R. Lardy, Foreign Trade and Economic Reform in China, Cambridge, Cambridge University

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Tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta si assisterà ad una politica della porta aperta da parte del Governo cinese, quest'ultimo istituirà quattro zone economiche speciali(ZES) posizionate direttamente sulla costa delle regioni del Guandong e del Fujian, intese ad attirare gli stranieri, che avessero avuto intenzione di investire nel Paese asiatico, mediante trattamenti preferenziali. Successivamente queste condizioni saranno ampliate all'insieme delle zone costiere29.

Pertanto, furono create quattro zone specifiche industriali, dove le imprese estere avrebbero avuto la possibilità di edificare impianti produttivi, utilizzando manodopera cinese a basso costo, per realizzare prodotti destinati all'esportazione30.

L'apertura verso l'estero e l'introduzione del libero mercato costituirono il fulcro del disegno politico di Deng Xiaoping teso a fornire al proprio Paese gli elementi necessari per una crescita economica sostenuta. La scelta di aprire la Repubblica Popolare Cinese al mondo discendeva dall'esigenza di ottenere progressi per l'economia cinese, andando a colmare un divario a livello industriale che solamente una considerevole importazione di tecnologia dall'estero avrebbe potuto chiudere in tempi rapidi31.

Durante questa fase la Cina cominciò a suscitare l'interesse di importanti multinazionali attratte dalle potenzialità di questo nuovo enorme mercato, divenendo presto il principale destinatario di investimenti esteri diretti32.

Le trasformazioni economiche sfociarono nella creazione di un settore di società private che operavano secondo la logica del mercato.

Pertanto, le riforme poste in atto condussero alla costituzione di una nuova struttura economica, definita quale ''economia socialista di mercato'', ossia un sistema di mercato controllato dallo Stato. Deng Xiaoping rassicurò tutti coloro che temevano che la open door policy potesse rappresentare un'erosione capitalistica del socialismo sottolineando che l'economia cinese sarebbe rimasta

29 R. Garnaut, L. Song, C. Fang, op.cit., p.6.

30D. W. Chang, China Under Deng Xiaoping: Political and Economic Reform, New York,

Palgrave Macmillan, 1988, p.190.

31China's Economy and Foreign Trade, 1979-1981, fonte U.S. Department of Commerce,

International Trade Administration, 1982, p. 12-13.

32 M. Y. M. Kau, Susan H. Marsh, M. Y.M. Kau, China in the Era of Deng Xiaoping: A Decade of

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socialista e che lo Stato avrebbe mantenuto la proprietà dei mezzi di produzione e di tutte le strutture economiche di base33.

Pertanto, si è passati da un sistema di pianificazione economica di tipo maoista ad un riadattamento di questa pianificazione alle leggi del mercato internazionale secondo una ''coloritura cinese''. Tuttavia, ad un'apertura al mercato non ne corrispose una in senso politico, ovvero non si intraprese un processo di democratizzazione, e questo unicamente per il fatto che non era prevista, e non è lo è ancora ad oggi, un'apertura in tale senso, dal momento che la guida del Partito Comunista Cinese, primo dei quattro punti cardinali alla base della Costituzione della Repubblica Popolare Cinese del 1982, non può essere oggetto di revisione, poiché costituisce la fonte di stabilità dello Stato. Si ritiene che il Partito guida, alla cui base sta l'ideologia marxista-leninista-maoista, sia la chiave dell'unitarietà e della coesione dello Stato cinese.

Di conseguenza, la Cina comunista si avviò al benessere, ma senza una parallela democratizzazione, e ciò fu reso ben chiaro dagli eventi di piazza Tian'anmen. Il movimento di riforma avviato da Deng Xiaoping sembrerà per un momento arrestarsi, allorché il governo nel 1988 deciderà di sospendere le riforme per affrontare il problema dell'inflazione, a ciò si sommeranno anche motivazioni politiche, a seguito della crisi del giugno 1989, giungendo sino a mettere in dubbio il periodo di riforme34. Tuttavia, le trasformazioni intraprese negli anni precedenti paleseranno l'impossibilità di un ritorno al passato, come affermerà Deng Xiaoping durante il suo viaggio nella regione del Guandong « egli mise in chiaro che se le riforme si fossero bloccate il partito non avrebbe potuto affrontare eventuali altri episodi simili a quelli dell'8935». In aggiunta a ciò, il collasso dell'Unione Sovietica e del comunismo sul volgere del 1991, assestò un duro colpo ai conservatori in seno al Governo cinese e alla loro linea di politica economica36. Durante questo periodo il settore primario e quello secondario si svilupperanno in parallelo e si registrerà, per la prima volta, un'equiparazione dei livelli di produttività tra i due settori.

Una tappa fondamentale è rappresentata dall'ottobre 1992, quando nel corso del quattordicesimo Congresso del Partito Comunista Cinese venne decretata la piena

33

I. C. Y. Hsü, op. cit., p.170.

34 F. Lemoine, op. cit., p. 27. 35 A. Fiori, op. cit., p.200.

36 M. E. Marti, China and the Legacy of Deng Xiaoping: From Communist revolution to Capitalist

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affermazione della linea dell''economia socialista di mercato, ovvero dell'assimilazione di elementi di mercato nell'economia pianificata37.

«La funzione regolativa del mercato ne usciva rinforzata, a scapito della funzione di pianificazione dello Stato38». Di conseguenza, si affermò la non incompatibilità dell'economia di mercato con il socialismo 39.

La liberalizzazione dei prezzi è facilitata dal calo dell'inflazione, e alla fine del 1992 i prezzi amministrati rimangono applicati solo ad una percentuale minima(meno del 20%) del commercio all'ingrosso e al dettaglio. Le iniziative di riforma si moltiplicano40.

L'anno seguente il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, dette un rinnovato input alla riforma delle aziende di proprietà statale, le quali in ogni caso sopravvissero alla ristrutturazione economica di questi anni, e programmò la differenziazione delle forme di proprietà. Le imprese private poterono accrescere i propri flussi di cassa ed innovarsi investendo su nuova capacità produttiva41. Intanto, nel marzo 1993 Jiang Zemin, già segretario del Partito Popolare Cinese, diveniva Presidente della Repubblica Popolare Cinese42.

La pianificazione ha perduto posizioni anche sul versante della politica commerciale, nel corso di questi anni si assistette ad un incremento delle imprese abilitate ad effettuare scambi con l'estero, a scapito dello Stato. Il commercio estero cinese si presentava segmentato: il regime delle importazioni era frammentato, poiché venivano mantenuti i diritti doganali sui prodotti importati e destinati meramente ad uso interno, mentre erano esentati dai dazi doganali i beni importati destinati alla trasformazione o all'assemblaggio per l'esportazione. Erano esonerati dai diritti doganali anche macchinari importati dalle aziende a capitale straniero. Ciò consentiva di proteggere il mercato interno, restringendo la liberalizzazione dell'accesso al proprio mercato, e nel contempo di incentivare l'industria esportatrice43. Si avviava in questa fase una fortissima crescita del PIL e la RPC mantenne un alto tasso di crescita anche nel periodo della Crisi

37X. Wu, Miracolo cinese. I trent'anni che hanno cambiato il mondo, Milano, Francesco Brioschi,

2008, p. 85.

38A. Fiori, op. cit., p.200.

39H. J. Waters, China's Economic Development Strategies for the 21st Century, Westport, Quorum

Books, 1997, p.2.

40

F. Lemoine, op. cit., p.28.

41M. E. Marti, op. cit., pp. 38-39.

42H. Liu, H. Y. Liu, Cina: storia, società e tradizioni, arte e cultura, religione e filosofia, Bologna,

Pendragon, 2000, p. 55.

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Finanziaria Asiatica44, a questa crescita economica si accompagnava una ripresa sotto il profilo del prestigio internazionale che trovò il suo punto massimo nel luglio 1997, allorché Hong Kong da colonia britannica, qual'era stata sino a quel momento, tornò come d'accordo, sotto la sovranità cinese45. Sapientemente, la classe dirigente cinese conferì a Hong Kong uno statuto speciale, affinché potesse mantenere immutato il suo status di centro di intense transazioni monetarie e mobiliari, conferito successivamente anche a Macao una volta tornato nel 1999 alla madrepatria, dotando tali zone di un'amministrazione speciale con un proprio Governo, un proprio Parlamento e una propria moneta sulla base del principio ''Un paese due sistemi''46.

In seguito alla scomparsa di Deng Xiaoping, avvenuta nel 1997, Jiang Zemin seguì la strada intrapresa dal suo predecessore e cercò di dare nuovo slancio all'economia. Tuttavia, «l'intreccio tra crescita economica e capacità del partito di promuoverla stava creando delle macroscopiche differenze nel tessuto sociale del paese47», al fine di rimediare a tale degenerazione, il Segretario generale del Partito Comunista Cinese, nel 2000 lanciò la teoria della ''Triplice rappresentatività'', in cui si sostiene che il Partito guida ha sempre rappresentato le tre forze motrici della società cinese, ossia le forze produttive più avanzate, la cultura più avanzata e gli interessi della maggioranza del Popolo cinese.

«Questa teoria mira quindi a legittimare la posizione del partito, proprio perché il partito ''rappresenta'' tutti, quindi anche gli ''elementi avanzati'', cioè i capitalisti48».

L'exploit della crescita economica cinese si registrò tra il 1991 e il 1996, malgrado le crisi che travolsero i mercati finanziari e l'economia degli altri Paesi asiatici, crisi scoppiata in Thailandia e successivamente propagatasi, l'economia cinese ha mostrato una stabilità inaspettata49.

Nel corso del 1997 prendeva avvio la quinta fase dello sviluppo economico, ancora in atto, contraddistinta da una sempre maggiore apertura economica della

44

S. Yao, Economic Growth, Income Distribution and Poverty Reduction in Contemporary China, Abingdon, RoutledgeCurzon, 2005, p.10.

45 G.A. Postiglione, J. T. H. Tang, Hong Kong's reunion with China: The Global Dimensions,

Abingdon, Routledge, 1997, p.3.

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Ivi, pp. 3-4.

47 A. Fiori, op. cit., p. 201. 48 Ibidem.

49 China's Economy and the Asian financial crisis, fonte East Asian Institute National University

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Cina al capitale internazionale. In questa fase furono siglati svariati accordi internazionali, tra i quali si annovera un accordo doganale con il Giappone, che mirava a ridurre le tariffe tra i due Paesi50.

Il Paese asiatico sottoscriveva altresì un'intesa commerciale con gli Stati Uniti, ponendo le premesse per la sua adesione in seno all'Organizzazione Mondiale del Commercio51.

La decisione di aderire al GATT/WTO risale già a Deng Xiaoping, poi fu Jiang Zemin a portare avanti il negoziato. Come espresse Jiang Zemin in suo discorso del 2001 inerente l'adesione della Repubblica Popolare Cinese nella WTO,

entrare a far parte della WTO è una decisione strategica presa dal governo cinese in virtù della globalizzazione economica ed è in linea con la politica di riforme e di apertura della Cina e con l'obiettivo di costruire un sistema economico di mercato socialista52.

Tale scelta rispondeva alla necessità di acquisire un riconoscimento dal punto di vista internazionale e, soprattutto, rappresentava uno stimolo per la politica economica interna. L'adesione alla WTO avrebbe comportato un'espansione delle opportunità per le istituzioni finanziarie straniere di operare nella Repubblica Popolare Cinese, e ciò era visto dalla dirigenza cinese come una fonte di concorrenza che avrebbe potuto migliorare la capacità delle istituzioni nazionali di allocare le risorse per usi ad alta produttività, contribuendo pertanto ad una maggiore efficienza economica e ad una crescita più sostenibile, creando così una forte economia cinese ed in tal senso rafforzare lo stato cinese53»

I vincoli assunti dalla Repubblica Popolare Cinese sono stati uno strumento per irrobustire e far avanzare il processo di riforma, trionfando sulle resistenze interne. Le disposizioni dell'accordo tra Cina e l'Organizzazione Mondiale del Commercio avevano per argomento, da una parte la riduzione delle barriere, tariffarie e non, alle importazioni, dall'altra l'apertura del mercato dei servizi agli investimenti esteri diretti, benché in alcuni compartimenti la partecipazione estera

50A. Goldstein, Rising to the challenge: China's Grand Strategy and International Security,

Stanford, Stanford University Press, 2005, pp. 163-166.

51 J. Wong, M. Yinhua, L. Qi, Sino-Us Trade Accord and China's Accession to the World Trade

Organization, fonte East Asian Institute National University of Singapore, in Contemporary China

Series, 2000, n. 27, pp. 9-10.

52 K. Flower, Cina, Milano, Morellini, 2003, p. 139.

53N. R. Lardy, Integrating China into the Global Economy, Washington, The Brookings

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al capitale sarà limitata54.«La Cina si è impegnata a ridurre il livello medio delle sue tariffe doganali dal 17% del 2000 a meno del 10% nel 200555».

L'ingresso della Cina nell'Organizzazione Mondiale del Commercio, avvenuto l'11 settembre 2001, è di fondamentale importanza, poiché è entrato a far parte della WTO un Paese del tutto atipico, con potenzialità infinite, rispetto ai parametri macroeconomici internazionali, un Paese che non è vincolato a regole specifiche capitalistiche, ma è soggetto soltanto a proprie regole interne.

Numerosi obiettivi sono stati raggiunti dalla Cina comunista nell'Organizzazione di Ginevra. In primo luogo, la dirigenza cinese ha salvaguardato la propria autorità, cercando di ridimensionare la posizione di Taiwan in questa Organizzazione. Gli Stati che avessero voluto intrattenere buone relazione con Pechino avrebbero dovuto interrompere, o almeno attenuare, i legami con Taipei. Secondariamente, la Cina ha raggiunto la diversificazione dei mercati.

In terzo luogo, essa ha potuto stabilire un ruolo di leadership sui Paesi in via di sviluppo. Pechino, laddove possibile, ha tentato di affermarsi quale eventuale mediatore tra Paesi in via di sviluppo e Paesi industrializzati56.

«Un ultimo obiettivo, perseguito in sede di WTO, è stato quello di sfruttare quest'opportunità per proiettare un'immagine internazionale positiva e rassicurante57». Al contrario di quanti temessero un rovesciamento dei principi alla base dell'Organizzazione di Ginevra, una volta che la Cina ne entrò a far parte, quest'ultima adottò un atteggiamento moderato accogliendo le procedure della WTO.

Questa condotta si inserisce in una strategia propria della dirigenza cinese volta a ridurre le tensioni, i timori e la diffidenza che esternamente viene percepita a causa della sua prodigiosa crescita. In questo senso, si può interpretare anche la partecipazione del Paese asiatico in seno ad altre importanti sedi multilaterali58. Il sistema cinese è senza dubbio caratterizzato dalla flessibilità, è un struttura in grado di importare elementi estranei alla cultura autoctona innestandoli su radici domestiche e che potremmo definire un sistema ''a doppio binario'', ibrido, da un

54 F. Lemoine, op. cit., pp.47-50. 55

Ivi, pp.49-50.

56 N. R. Lardy, op. cit., pp16-21.

57 P. Rosa, Stato, società e politica estera cinese in Cina, fonte sito web

https://journals.openedition.org/qds/842

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lato capitalista, dall'altro para-statale, poiché sussistono numerosi elementi di pianificazione, nonostante la riduzione del settore statale nell'economia.

In questo sistema atipico difatti convivono imprese private, fortemente orientate alla concorrenza, ed enormi aziende di Stato, intrappolate in un modello gestionale rispondente più al potere politico che non alla logica economica e che lo Stato protegge dal fallimento59. Al momento, il Governo centrale cinese controlla i settori vitali dell'economia: l'energia, le banche, le telecomunicazioni e le miniere. Innegabilmente, si può sostenere che le forze propulsive dello sviluppo economico cinese sono state due, oltre che la capacità peculiare propria della Cina di adattamento alle diverse sfide e ai diversi ostacoli che la realtà le ha posto nel corso del tempo. In primo luogo, l'apertura nei confronti del resto del mondo, sia al commercio internazionale sia agli investimenti esteri diretti; ed in secondo luogo, questo esteso e graduale sistema di riforme strutturali, che ha gettato le basi per la comparsa di un sistema produttivo essenzialmente privato che ha affiancato l'industria di stato.

Le immense trasformazioni intraprese all'epoca di Deng Xiaoping hanno permesso una crescita rimarchevole dei fattori produttivi, capitale e lavoro, gli investimenti hanno conquistato quote ingenti; inoltre la produttività del lavoro, nel corso del nuovo millennio, è salita vicino al 5% grazie alla specializzazione del lavoro, assicurata per merito dell'innalzamento del livello d'istruzione, e all'accrescimento della disponibilità di capitali60.

L'apertura al resto del mondo ha reso possibile alla Repubblica Popolare Cinese di superare i suoi vincoli tecnologici, economici e finanziari. L'abilità della classe dirigente cinese, « non più soggetta a forti restrizioni ideologiche e molto concreta nello stabilire le nuove strategie di sviluppo economico61», è stata innanzitutto quella di comprendere che un sistema come quello pianificato, che per definizione non persegue profitto, non può generare una crescita importante ed è incapace di perseguire innovazione, la quale è necessaria per un Paese, quale la Cina, che mira ad uno sviluppo economico sostanzioso. In seguito, il governo centrale è stato in grado di attuare, sapientemente, in modo pragmatico e graduale, una transizione da un sistema economico pianificato ad un sistema di mercato, facendo coincidere le riforme e le aperture con la tenuta del sistema politico, dunque senza procedere

59 M. Y. M. Kau, S. H. Marsh, op. cit., pp. 3-13. 60 A. Fiori, op. cit., p.201.

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ad un parallelo processo di democratizzazione, salvaguardando l'interesse dello stato, della collettività che risiede nell'economia. Quest'ultima, sulla base del pensiero marxista-leninista, è la struttura attorno alla quale tutto il resto gravita, ed in questo senso la dirigenza del Partito Comunista Cinese tiene conto dell'evoluzione mondiale, degli orientamenti del mercato, conformandosi in modo pragmatico ai mutamenti, alle esigenze della crescita economica62. Ad ogni modo, affinché si possa sostenere una crescita economica stabile e dinamica è indispensabile adottare una politica statale puntuale e qualificata, al fine di affrontare efficacemente i mutamenti delle variabili economiche e gli eventuali fenomeni di ''surriscaldamento'', come l'inflazione63. Lo stesso Hu Jintao dichiarò l'importanza di preservare un ruolo di preminenza alla pianificazione statale nei confronti delle forze del mercato.

I vertici del regime comunista cinese aspirano a migliorare il sistema economico, a garantire una crescita elevata che miri anche a colmare, oltre agli squilibri regionali, il sempre più profondo gap tra ricchi e poveri. Il 10% della popolazione rurale rimane ancora in condizioni di estrema povertà e aumenta vertiginosamente la cosiddetta popolazione fluttuante composta da lavoratori costretti a emigrare periodicamente dalle campagne alle città per ottenere un'occupazione64.

Pertanto, una crescita economica sostenuta è funzionale anche all'assorbimento del settore rurale, della manodopera eccedente nelle campagne, nonché della disoccupazione urbana. Un fattore di instabilità è rappresentato dala disoccupazione e, soprattutto, dalle migrazioni interne, cioè quegli spostamenti massicci dalle campagne verso le città che potrebbero essere potenzialmente destabilizzanti, andando a creare squilibri sociali non facilmente arrestabili, se non controllati. Nelle zone più povere del Paese si riscontra un'escalation preoccupante di contestazioni e sommosse, nelle aree rurali si osservano sempre più spesso episodi di violenza e si assiste ad un forte aumento della criminalità65. Nell'undicesimo Piano Quinquennale (2006-2010), la classe dirigente cinese ha dichiarato, tra le altre cose, l'esigenza di focalizzare l'impegno sull'equità sociale,

62 M. Goldman, R. MacFarquhar, The Paradox of China's Post-Mao reforms, London, Harvard

University, 1999, pp. 3-7.

63 A. Fiori, op. cit., p.206. 64 Ivi, p.204.

65 M. Zhang, China's Poor Regions: Rural-Urban Migration, Poverty, Economic Reform and

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sulla riduzione delle disuguaglianze di reddito e sulla necessità di smorzare il crescente dislivello sia a livello regionale sia tra le differenti classi sociali66. Di conseguenza, un rallentamento della crescita economica equivarrebbe ad incapacità di elargire benefici alla popolazione, innescando fenomeni di protesta che porrebbero in difficoltà la leadership comunista cinese. Fino a che verrà assicurata la crescita economica, ci sarà dunque stabilità sociale e finché ci sarà stabilità sociale il sistema autoritario a partito unico non sarà messo in discussione. «Riforma, sviluppo e stabilità sono gli unici modi di salvare il socialismo in Cina, giacché senza innovazione non c'è sviluppo, senza sviluppo non si può mantenere la stabilità sociale67». Pertanto la legittimità a governare del Partito Comunista Cinese proviene dal successo economico, dunque dalle riforme capitalistiche.

Dal 1979 la Repubblica Popolare Cinese fece propria una strategia di sviluppo, ispirata dall'esperienza dei ''Dragoni'' asiatici, improntata sulla creazione di capacità di esportazione nelle industrie leggere al fine di finanziare lo sviluppo dei settori più capitalistici68. Ciò le consentì di sviluppare «industrie esportatrici, dipendenti dagli approvvigionamenti e dai mercati esterni, dalle tecnologie e dai capitali stranieri69».

Il capitalismo cinese è orientato all'esportazione, la produzione è diretta a soddisfare essenzialmente l'esportazione ed il consumo interno, quest'ultimo fondamentale per la crescita e per la tenuta del sistema. Il nuovo obiettivo cinese è far crescere i salari e indirizzare sempre più l'economia cinese verso il consumo interno.

«L'ultimo piano quinquennale (2016-2020) ha stabilito che l'incremento annuale del PIL non dovrà scendere sotto il 6.5 per cento. Se la promessa sarà mantenuta, rispetto al 2010 il PIL pro capite cinese nel 2020 sarà raddoppiato70».

Dunque, per quanto abbiamo sostenuto sino ad ora, affinché la Repubblica Popolare Cinese possa continuare la sua ascesa economica, si pone l'esigenza di mantenere un rapporto neutrale con la Comunità internazionale.

66 A. Fiori, op. cit., p.204.

67 M. Costa, I caratteri fondamentali dell'ascesa economica cinese, fonte sito web:

http://www.cese-m.eu/cesem/2014/12/i-caratteri-fondamentali-dellascesa-economica-cinese/

68 F. Lemoine, op. cit., p.95. 69 Ivi, p.102.

70A. Bradanini, Oltre la Grande Muraglia: Uno sguardo sulla Cina che non ti aspetti,

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3. La Nuova Grande Strategia Cinese

3.1. La Politica estera e di sicurezza della Repubblica Popolare Cinese

Per poter comprendere meglio le motivazioni che si nascondono dietro il comportamento strategico della Repubblica Popolare Cinese è necessario identificare ed analizzare i fattori principali che hanno determinato, e determinano tutt'oggi, la Grande Strategia della Cina.

La Repubblica Popolare Cinese, dalla sua fondazione, il 1 Ottobre 1949, nacque con delle questioni insolute di geopolitica, con dei territori da liberare, primo fra tutti l'isola di Taiwan dove, all'indomani della Guerra Civile conclusasi con la vittoria dei comunisti guidati da Mao Tzetung, si rifugiarono i nazionalisti del Kuomintang, dando origine alla ''Questione di Taiwan''71.

Il Grande Timoniere si assicurò fin da subito il controllo del Tibet, inglobandolo nel territorio della Repubblica Popolare Cinese nel 1950, e dello Xinjiang Uygur per preservarne il ruolo di cuscinetti strategici a presidio del nucleo geopolitico del paese adagiato sulla costa orientale72. Al pari della Repubblica di Cina, la Repubblica Popolare Cinese asseriva, e asserisce, la sua sovranità, oltre che sull'Isola di Taiwan, su arcipelaghi e spazi marittimi della regione: nel Mar Cinese Orientale rivendicando la sovranità sulle isole Diaoyu/Senkaku, contese con il vicino Giappone, e nel Mar Cinese Meridionale affermava i diritti sulla quasi totalità delle acque, ricomprese entro una linea cosiddetta a nove tratti, oggetto di contestazioni da parte degli altri Stati asiatici coinvolti nelle controversie, ovvero le Filippine, la Malaysia, il Brunei, il Vietnam, nonché l'isola di Taiwan73.

La leadership cinese oggi parla di territori cinesi ''persi'' e di restituire il Mare cinese meridionale alla''terra madre'', di farlo ritornare un lago cinese, come ai tempi della dinastia dei Ming. Si parla di reintegrazione irredentista dei territori persi a Nord, a Est e ad Ovest, per proteggere lo ''spazio vitale'' del paese. Tale programma prevede l'aumento

71

M. Meisner, Mao's China and After: A History of the People's Republic, New York, The Free Press, 1999, p.50.

72 Ivi, pp. 64-66.

73 É. Mottet, F. Lasserre, B. Courmont, Géopolitique de la mer de Chine méridionale: Eaux

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18 delle spese militari e l'acquisizione di armamenti sofisticati74. Tale è anche la motivazione per cui le Forze armate cinesi assumeranno la denominazione di ''Esercito di Liberazione Popolare''. «Dottrina politica e dottrina militare si servono degli stessi termini, cioè degli stessi principi e l'una è in funzione dell'altra75». L'Esercito di Liberazione Popolare Cinese era in origine, ed è ancora oggi, estremamente politicizzato, così come inequivocabile era, e rimane, la militarizzazione del Partito Comunista Cinese, al punto dal rendere ostica qualsivoglia analisi differenziata tra sfera militare e sfera politica76.

Dal 1949 la politica estera della Repubblica Popolare Cinese venne gestita meramente da una persona, il Grande Timoniere, il quale la legò indissolubilmente alla politica interna. Basti notare la finalità del Grande balzo in avanti, avviato dal 1958, ossia modernizzare la Cina comunista superando «i suoi vincoli sociali, tecnici, economici e finanziari per poter bruciare le tappe della trasformazione del paese 77 » e renderla così una potenza regionale ed internazionale al pari delle potenze occidentali e dell'Unione Sovietica. Le aspirazioni del Grande balzo in avanti, proclamate durante l'ottavo Congresso del Partito Comunista Cinese, contemplavano infatti di colmare il gap con l'Inghilterra nella produzione di acciaio in quindici anni.

Il pensiero e la figura di Mao Tzetung restituirono alla Cina la dignità che aveva perduto durante il ''Secolo di vergogna e di umiliazioni'' corrispondente ai cento anni di dominazione straniera iniziati con la Prima Guerra dell'oppio(1839-1842), che affossarono quell'ordine naturale che per secoli aveva retto il Paese.

Mao sfruttò la politica estera quale strumento di mobilitazione interna nell'ambito della cosiddetta Rivoluzione continua, una rivoluzione perenne e costante, per dare corpo a quel sentimento di rivalsa interno verso tutto ciò che è esterno, soverchiando l'immagine del vecchio mondo cinese, sottomesso e schiavizzato dall'Imperialismo occidentale. Il Grande Timoniere era certo che la Cina sarebbe risorta e, mai più, sarebbe stata sottomessa da una cultura barbara, come accadde durante il periodo imperialista e nazionalista.

74 C. Bulfoni, Tradizione e innovazione nella civiltà cinese:atti, Milano, Franco Angeli, 2002,

p.280.

75 AA.VV., Fra l'orso e la tigre. Dottrina , strategia e politica militare cinese, Milano, Franco

Angeli, 1972, p.271.

76 Ibidem. 77

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Una volta consolidato il potere all'interno del Paese, «il Partito comunista si trovò alle prese con le necessità della ricostruzione e con il bisogno di trovare un alleato esterno forte, che consentisse di rompere l'accerchiamento del paese78».

Nel panorama internazionale, che preludeva alla Guerra Fredda, la politica estera cinese si indirizzò verso l'unico potenziale alleato, l'Unione Sovietica79.

Pechino e Mosca attraversarono una prima fase, definita di amicizia, suggellata dall'intesa strategica incarnata dal Trattato di Amicizia, Alleanza e Mutua assistenza del gennaio 1950, inteso a legare i due Stati comunisti80.

Fino al 1960 Mosca fu il principale fornitore di tecnologie, formazione, modelli economici, industriali e organizzativi della nuova Cina. Ciò consentirà, in parte, alla Repubblica Popolare Cinese di superare la sua condizione sottosviluppata e di raggiungere il tanto agognato obiettivo di una rapida e sviluppata industrializzazione tramite la costruzione di grandi complessi industriali, grazie all'afflusso degli aiuti sovietici81.

Nei primi anni di vita della nuova Repubblica, le decisioni e le politiche intraprese dalla dirigenza del Partito Comunista Cinese furono ampiamente condizionate dallo scenario internazionale, come dimostrò l'intervento di Mao Zedong nella Guerra di Corea del giugno 1950, a sostegno delle truppe di Pyongyang. Tale ingerenza cinese fu motivata soprattutto dalla minaccia del Generale MacArthur di estendere la Guerra al confine con la Manciuria, ad ogni modo tale partecipazione estese la Guerra Fredda anche al quadro asiatico, e più di ogni altra cosa, pose Pechino nell'impossibilità di portare a termine la tanto agognata riunificazione nazionale riconquistando Taiwan, a causa della presenza della settima flotta statunitense posta nello stretto tra la costa orientale cinese e l'isola di Taiwan82. Da quel momento, Taipei potrà avvalersi della protezione militare statunitense, situazione che le consentirà di mantenere la propria autonomia politica, nonché il seggio della Cina in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, almeno fino al 197183. La dimostrazione dell'importanza del cambiamento avvenuto nello stretto si avrà allorché, all'indomani dei bombardamenti attuati sull'isola di Quemoy da parte dei comunisti della

78 L. Tomba, op. cit., p.22. 79 I. C. Y. Hsü, op.cit., p.188. 80

A. D. Low, The Sino- Soviet Dispute: An Analysis of the Polemics, London, Associated University Presses, 1976, pp. 56-57.

81 Ibidem.

82 A. Lawrence, China's Foreign Relations since 1949, Abingdon, Routledge, 2005, pp. 17-18. 83

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Repubblica Popolare Cinese, che diede luogo alla prima crisi dello stretto di Taiwan, l'Amministrazione Eisenhower stipulerà il 2 Dicembre 1954 un Trattato di mutua assistenza e di sicurezza con Taipei, con il quale gli Stati Uniti si impegneranno formalmente a proteggere Taiwan84.

In questa prima fase di amicizia il collante della relazione sino-sovietica provenne dalla comune aderenza all'ideologia marxista-leninista, nonché dalla medesima avversione nei confronti degli Stati Uniti85.

«L'Unione Sovietica era stato il primo paese a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese, ma ciò non significava che fosse disposta a trattarla come un partner di eguale livello86».

Questa scarsa fiducia reciproca verrà ulteriormente meno a seguito della morte di Stalin e del successivo processo di destalinizzazione avviato dal nuovo leader sovietico Nikita Kruscev nel corso del ventesimo Congresso del PCUS del febbraio 1956, prima causa del dissidio. Questo processo verrà visto agli occhi dei membri del Partito Comunista Cinese come qualcosa di sconcertante, accusando di revisionismo il leader sovietico87.

La Repubblica Popolare Cinese e l'Unione Sovietica furono in competizione su almeno quattro fondamentali settori della dottrina e della politica: Il primo era rappresentato dalla lotta ideologica, e andava dalle opinioni di Mao sui rapporti tra i partiti comunisti alle dispute sulla forma più adatta di organizzazione socialista dell'agricoltura, o ai rischi che potevano essere adeguatamente assunti per sostenere le guerre di liberazione nazionale88.

Il secondo settore era costituito dalla leadership del mondo comunista, Mao in questo campo si era ritrovato a preservare i diritti dei partiti comunisti nazionali di fronte ai propositi accentratrici di Mosca, per poi arrivare, specialmente dopo il processo di destalinizzazione, a rivendicare la guida del comunismo mondiale89. Qui, ci ricolleghiamo al terzo fattore, inerente la politica da adottare verso i Paesi del terzo mondo e i programmi di diffusione del socialismo90.

84 J. Smith, La guerra fredda. 1945-1991, Bologna, il Mulino, 2000, p.221. 85 A. Low, op. cit., p. 56.

86 A. Fiori, op. cit., p.93. 87

H. Y. Li, T. P. Bernstein, China Learns from the Soviet Union, 1949-Present, Maryland, Lexington Books, pp.28-29.

88 AA.VV., Fra l'orso e la tigre..., op. cit., p.154. 89 Ivi, pp. 154-155.

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Il Terzo mondo diverrà terra di confronto e di conquista tra i due Stati comunisti che si contenderanno l'amicizia dei Paesi sottosviluppati.

La Repubblica Popolare Cinese, dapprima con la partecipazione alla Conferenza di Ginevra del 1954 e poi alla Conferenza dei Paesi Afro-Asiatici di Bandung del 1955, introdurrà una svolta in politica estera più pacifica e più decisa91 ed abbraccerà una politica imperniata sul supporto ai movimenti di liberazione nazionale, portando il suo esempio come Nazione che si è liberata dal giogo coloniale occidentale, ed esporterà il suo modello rivoluzionario di paese agricolo non industrializzato che ben si adattava ai Paesi sottosviluppati, soprattutto africani e latino americani92.

L'ultimo settore di competizione riguardò la linea politica da impiegare nei riguardi del mondo capitalista, guidato dagli Stati Uniti. Relativamente a ciò, la classe dirigente cinese affermava «che la potenza distruttiva delle armi moderne non deve indebolire lo slancio morale e politico con cui viene portata avanti la causa marxista-leninista93». Nel momento in cui il leader sovietico Nikita Chruscev adottò, dal 1956, la nuova politica di coesistenza pacifica con il blocco occidentale, la dirigenza cinese percepì di essere rimasta l'unica nella contrapposizione al capitalismo.

Questa competizione sino-sovietica divenne, in seguito, conflitto aperto su numerosi temi fondamentali, tra i quali si pose, sul volgere degli anni Cinquanta, la rottura dell'accordo sulla cooperazione nucleare in campo militare, causata dal rigetto opposto da Mosca a Pechino nel rilasciargli il know-how necessario all'acquisizione della bomba atomica94. Nel 1959, i sovietici, nel timore che i vicini comunisti trascinassero l'URSS in un scontro con gli USA, ridussero in modo consistente gli aiuti militari al Paese asiatico e nel 1960 richiamarono tutti i tecnici sovietici abbandonando la Cina in uno stato critico95, specialmente in un momento di notevole sforzo economico, quale stava attraversando allora la RPC, dopo il varo del nuovo piano di sviluppo economico, il quale contribuì ad

91

J. Friedman, Shadow Cold War: The Sino-Soviet Competition for the Third World, The University of North Carolina, 2015, p. 27.

92 J. Eiseman, E. Heginbotham, D. Mitchell, China and the Developing World: Beijing's Strategy

for the Twenty-first Century, New York, M. E. Sharpe, 2007, p. 31.

93

.AA.VV., Fra l'orso e la tigre..., op. cit., p. 155.

94 Z. Shen, Y. Xia, Mao and the Sino-Soviet Partnership, 1945-1959: A new history, Maryland,

Lexington Books, 2015, p. 224.

95 G. E. Valori, La via della Cina: Passato, presente e futuro di un gigante della storia, Milano,

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avvelenare i rapporti, poiché alla strategia classica di pianificazione economica centralizzata, Pechino contrapponeva un modello basato su un ampio decentramento produttivo, sostenuto da una vasta mobilitazione politico-sociale96. Ma fu verso la fine degli anni Sessanta che le tensioni raggiunsero ormai un punto critico, sino a sfociare in scontro aperto a causa di questioni confinarie irrisolte, nel confine nord-orientale della Cina con l'Unione Sovietica lungo i fiumi Amur e Ussuri97. All'inizio del 1970 un'escalation del confronto militare era giudicata possibile, ciò nonostante nessuna delle due parti si spinse mai nel provocare una guerra totale, poiché ciò avrebbe comportato ad entrambe costi troppo ingenti in termini fisici, economici e politici ed in secondo luogo avrebbe fatto venire meno ogni elemento di coesione al mondo socialista98. «Qualora non sia possibile evitare confronti militari, il grave colpo che questi infliggerebbero al principio dell'unità socialista, potrebbe costituire un fattore inibitorio99». In aggiunta a questo, nell'eventualità di una guerra sino-sovietica, sarebbe stato difficile da ambo le parti pensare di porvi fine in maniera accettabile. Da una parte sarebbe stato troppo difficile portare a termine e, nell'eventualità di un successo, mantenere un'occupazione del territorio cinese; dall'altra se Pechino avesse lanciato un attacco all'Unione Sovietica quasi certamente sarebbe stata oggetto di un attacco nucleare. Il tutto sarebbe potuto andare a beneficio di un unico attore, gli Stati Uniti100.

La politica nazionale nel corso dell'epoca maoista risultò fortemente plasmata dall'ideologia politico-militare di Mao Zedong e dai concetti militari da lui elaborati durante gli anni della Guerra Civile contro i nazionalisti di Chiang Kai-shek101, in particolare degne di nota furono due dottrine maoiste: quella per la difesa della madrepatria e quella della guerra rivoluzionaria102.

Mao Zedong era convinto che ''la guerra fosse politica con spargimento di sangue'', di conseguenza secondo la sua opinione la natura della guerra era politica e si trovava ad essere indissolubilmente connessa alla storia dei popoli e avrebbe

96 L. Tomba, op. cit., p.72. 97

J. T. Myers, J. Domes, M. D. Yeh, Chinese politics: Ninth Party Congress(1969) to the death of

Mao(1976), Columbia, University of South Carolina, 1989, p. 40.

98 B. He, P. Ho, T. Tsou, China in Crisis, Volume 2: China's Policies in Asia and America's

Alternatives, Chicago, The University of Chicago, 1968, p.189.

99

AA.VV., Fra l'orso e la tigre..., op. cit., p. 156.

100Ivi, pp. 157-158.

101M. Gurtov, B. M. Hwang, China's Security: The New Roles of the Military, Boulder, Lynne

Rienner, Publishers, 1998, p. 94.

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avuto fine soltanto allorché lo sviluppo della società umana avrebbe posto fine alle classi e agli Stati103.

La prima dottrina maoista aveva carattere difensivo e rappresentava un tentativo di garantire la migliore difesa contro una gamma di possibili attacchi. Il primo tipo di aggressione prefigurato contro la madrepatria era un attacco improvviso con missili nucleari a lunga gittata, sostenuto da un'imponente invasione con l'impiego di armi atomiche e convenzionali104. L'evoluzione di questa dottrina era motivata dai cambiamenti degli ambienti politico-strategici in Cina, ma alcuni principi chiave della dottrina, quali il primato della politica, la preminenza del popolo sulle armi e i ruoli multipli dell'Esercito di Liberazione Popolare, rimasero105.

Fino alla fine degli anni Settanta, la dirigenza del Partito Comunista Cinese nutriva un giudizio molto negativo sulla situazione internazionale, Pechino era invasa dal senso di minaccia imminente da parte del vicino sovietico106 e dalla convinzione che una terza guerra mondiale fosse ormai prossima, in cui la Cina sarebbe stata trascinata dalle superpotenze in un quadro di progressivo inasprimento del contrasto cino-sovietico, e quindi con la sempre minore possibilità di fare affidamento sull'Unione Sovietica per la difesa del territorio cinese. Di fronte a tali timori, il Governo cinese ritenne essenziale creare una base industriale autosufficiente nelle aree più isolate del Paese dalle quali poter guidare la resistenza armata nell'eventualità di un'occupazione straniera107. La dottrina militare era improntata al principio di «combattere presto, combattere in grande, combattere una guerra nucleare»108.

La seconda dottrina elaborata da Mao Tzetung traeva un'influenza decisiva dalla lunga esperienza militare del Partito Comunista Cinese, fondato nel 1921, ed ebbe, specialmente dal 1958, il proposito di offrire un modello ai rivoluzionari di tutti i Paesi delle aree sottosviluppate del mondo. La grande espansione della dottrina rivoluzionaria maoista e la promozione di ''guerre popolari''

103 D. Wilson, Mao Tse-Tung in the Scales of History, Cambridge, Cambridge University Press,

1978, p. 126.

104 AA. VV., Fra l'orso e la tigre..., op. cit., pp. 120-122. 105 M. Gurtov, B. M. Hwang, op. cit., p. 94.

106 J. R. Lilley, D. L. Shambaugh, China's Military Faces the Future, Abingdon, Routledge, 2015,

p. 45.

107 S. Dossi, Rotte cinesi. Teatri marittimi e dottrina militare, Milano, Università Bocconi, 2014,

p.7.

108 C. Bulfoni, S. Pozzi, Atti del XIII Convegno dell'Associazione italiana studi cinesi, Milano,

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rappresentavano gli strumenti principali attraverso cui la Cina comunista cercava di esportare la propria influenza. Questa dottrina era costituita da un insieme di elementi: dalle operazioni militari, alle direttive politiche, economiche e psicologiche, intimamente connesse tra di loro, alle quali venivano associate la strategia, la tattica e la tecnica militari109.

Queste due dottrine raffiguravano la fiducia che il Grande Timoniere riponeva nella mobilitazione, data la natura politica della guerra, che comportava il bisogno per una mobilitazione politica a tutti i livelli, e nell'indottrinamento delle masse. La certezza che l'uomo, non le armi, fosse l'elemento risolutivo in una guerra110. Dal 1974 Mao Zedong adotterà una visione geopolitica definita ''la Teoria dei Tre Mondi'', con la quale il mondo essenzialmente verrà diviso in tre entità diverse: Nel primo mondo venivano riportati gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, in competizione per lo sfruttamento del mondo. Quest'ultimo veniva interpretato alla stregua di una lotta continua tra le due superpotenze.

Nel secondo mondo venivano fatte rientrare le forze alleate alle due superpotenze, quindi i Paesi industrializzati che appartenevano ai due blocchi.

Il terzo mondo era costituito dai Paesi non allineati, ossia dai Paesi sottosviluppati che non intendevano allinearsi né con gli Stati Uniti né con l'Unione Sovietica111. Quest'ultimo sarebbe stato il campo in cui la Cina comunista si sarebbe misurata per far divenire questi Paesi un terzo polo di riferimento, dove la leadership sarebbe spettata alla Repubblica Popolare Cinese. Questa è stata la teoria che ha gestito la politica estera cinese sino alla morte di Mao Tzetung nel 1976.

Il passaggio dagli anni Settanta agli anni Ottanta segnò una fase cruciale nella storia della Repubblica Popolare Cinese, sul piano interno quanto su quello esterno, tanto che gli storici cinesi sono soliti ricondurre a questi anni le origini dell'odierna politica estera cinese112.

Su quest'ultimo versante, durante i primi anni Ottanta, si affievolì la percezione di minaccia prossima, la nuova dirigenza cinese, meno ideologizzata, percepì un allentamento delle tensioni internazionali e cominciò a nutrire un maggiore ottimismo, tanto da portare Deng Xiaoping nel 1985 a dichiarare che la politica internazionale fosse ormai dominata dai due nuovi temi della pace e dello

109

AA.VV., Fra l'orso e la tigre..., op. cit., pp.130-133.

110 D. Wilson, op. cit., p. 127.

111X. Lu, The Rhetoric of Mao Zedong: Trasformating China and Its People, Columbia, University

of South Carolina Press, 2017.

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sviluppo. L'Unione Sovietica non veniva più percepita alla stregua di una minaccia imminente per la Cina comunista113.

Pertanto, la Repubblica Popolare Cinese all'inizio degli anni Ottanta ha cominciato a rielaborare la Grande Strategia realizzata nel decennio precedente114. Quest'ultima aveva condotto, per ragioni di realpolitik, ad un riavvicinamento agli Stati Uniti in funzione anti sovietica. Ciò diede l'avvio ad uno scongelamento politico degno di nota tra la Cina comunista ed il resto del mondo, numerosi furono difatti i Paesi che in quel decennio scelsero di riconoscere, quale unico legittimo Governo cinese, quello della Repubblica Popolare Cinese. Questo importante cambiamento raggiunse l'apice il 25 ottobre 1971, quando l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite si espresse positivamente circa l'inclusione della Repubblica Popolare Cinese come membro permanente dell'Organizzazione internazionale, a scapito della Repubblica di Cina115.

La Cina comunista, infine, poteva così prendere parte alla diplomazia internazionale. La dimostrazione che attestò il cambiamento avvenuto nella posizione internazionale del Paese fu la visita ufficiale da parte del Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon nella Repubblica Popolare Cinese, avvenuta nel febbraio 1972116. I due paesi, nonostante il permanere delle profonde differenze politico-ideologiche, provarono comunque a gestire le relazioni in alcuni ambiti al fine di affrontare il comune nemico sovietico.

In questo frangente, la politica estera di Pechino risultò segnata, tuttavia, anche da iniziative internazionali poco pacifiche, dettate dalla forte ostilità nutrita verso l'Unione Sovietica. Quest'astio condusse, per riflesso, la RPC nel 1979 ad invadere il Vietnam riunificato, alleato dell'URSS. Questa operazione mirava a far arretrare le truppe vietnamite dalla Cambogia, dove vi avevano instaurato un Governo fantoccio filo vietnamita. La Cina non poteva accettare di buon grado un potere nel Sudest asiatico nelle mani di un alleato di Mosca117.

113

M. D. Swaine, A. J. Tellis, Interpreting China's Grand Strategy: Past, Present and Future, Santa Monica, RAND, 2000, p.110-111.

114 S. Dossi, op. cit., p.24.

115The New China Policy: Its Impact on the United States and Asia, fonte U.S. Government

Printing Office Washington, 1972, p. 51.

116 C. Wang, The United States and China since World War II: A Brief History, Abingdon,

Routledge, 2015, p. 205.

117 L. Odgaard, Maritime Security between China and Southeast Asia: Conflict and Cooperation in

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Questa invasione ebbe scarsa riuscita, dal momento che la Cina fu costretta a ritirare progressivamente le proprie posizioni ed in ciò svolse un ruolo centrale la cattiva performance dell'Esercito di Liberazione Popolare. Le Forze armate cinesi erano allora un'organizzazione enorme e caotica decisamente obsoleta nell'equipaggiamento e ripiegata su una politica continentalista che assegnava la priorità al consolidamento del controllo sulle periferie continentali (Tibet, Xinjiang, Manciuria e Mongolia interna). Pertanto, i deficit rilevati nell'efficacia di combattimento dell'Esercito di Liberazione Popolare, palesatisi durante questa invasione, porteranno Deng Xiaoping negli anni Ottanta a realizzare la necessità di un rinnovamento dell'esercito, sia in termini tecnologici che dottrinali118. I cinesi continueranno in altri modi a colpire i vietnamiti nella penisola indocinese, ma degno di nota, in questo frangente, fu il cambiamento di posizione rispetto al passato: i diplomatici cinesi cominciarono ad asserire che i contingenti NATO rappresentavano un'importante contributo alla pace nel mondo119.

Durante il dodicesimo Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, svoltosi nel settembre 1982, la Grande Strategia, allora vigente, venne sostituita con la nuova politica estera indipendente per la pace, ossia venivano elaborati nuovi obiettivi di lungo periodo con gli annessi strumenti volti a raggiungerli. Inoltre, in questo consesso si sottolineò l'intenzione di voler regolare la rigida politica cinese anti-sovietica e, nel contempo, sviluppare relazioni diplomatiche con tutti i Paesi del mondo120. Ad oggi, tale Grande Strategia resta formalmente in vigore.

Deng Xiaoping in questa occasione sviluppò ulteriormente la Teoria dei Tre Mondi promuovendo il concetto di ''relazioni Nord-Sud ed Est-Ovest''.

Secondo il suo pensiero, la pace e lo sviluppo economico erano i due reali problemi che il mondo si trovava a dover affrontare, la prima coinvolgeva le relazioni Est-Ovest, mentre lo sviluppo economico atteneva al campo delle relazioni Nord-Sud. Egli in particolare auspicava all'instaurazione di un dialogo Nord-Sud e ad una cooperazione Sud-Sud121.

118 M. T. Fravel, Active Defense: China's Military Strategy since 1949, New Jersey, Princeton

University Press, 2019, pp. 163-164.

119 A. Fiori, op. cit., p.195.

120 S. Binhong, Political Economy of Globalization and China's options, Leiden, Koninklijke Brill

NV, 2018, p.186.

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I principi cardine alla base della nuova Grande Strategia sono: il principio dell'indipendenza e il principio della pace. Il primo consisteva nell'assumere un'equa distanza da Mosca e da Washington, pertanto veniva allentato l'allineamento degli anni precedenti con gli Stati Uniti, mentre si apriva la via alla distensione delle relazioni con l'Unione Sovietica, come si rese palese dal fatto che nel 1983 i due paesi intrattennero uno scambio di studenti per la prima volta dopo vent'anni.

Il secondo principio costituiva il vero obiettivo della rinnovata politica estera e di sicurezza, ovvero preservare un ambiente internazionale stabile, che consentisse alla Cina di concentrarsi sull'ambizioso programma di modernizzazione interna, avviato dalla nuova dirigenza cinese proprio in quegli anni. Le relazioni internazionali della RPC saranno soggette ad una forte alterazione proprio in concomitanza ed in funzione della priorità interna imperniata sullo sviluppo dell'economia e sulla modernizzazione totale dell'apparato statale cinese122. Emblematico in tal senso fu il Trattato stipulato con il Giappone, finalizzato a far affluire capitale da questo Paese, capitale focale per la modernizzazione economica della Repubblica Popolare Cinese. Questo trattato rappresentava un primo passo verso un riallacciamento dei rapporti sino-nipponici, avvelenati dall'occupazione della Cina ad opera dei giapponesi, se non altro di tipo economico123. Allo stesso modo, anche tra la Repubblica Popolare Cinese e l'Amministrazione statunitense il percorso avviatosi con la visita del Presidente Nixon nel 1972 giunse sino all'instaurazione di relazioni di tipo diplomatico nel gennaio 1979. A partire da questo momento, gli Stati Uniti cominciarono a munire la RPC di tecnologie avanzate di osservazione elettronica da collocare nella regione dello Xinjiang, con l'obiettivo di controllare gli esperimenti missilistici del rivale sovietico. Questa cooperazione militare, a partire dall'invasione sovietica dell'Afghanistan, si acuì comprendendo anche la fornitura di armamenti dagli Stati Uniti alla Cina comunista124. L'invasione sovietica del dicembre 1979, concepita in Occidente come un atto che attestava l'aggressività di Mosca, veniva interpretata diversamente a Pechino, quale segnale della sovra-estensione del potere sovietico.

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AA. VV., Foreign Policy in Comparative Perspective: Domestic and International influences in

State behavior, United States of America, CQ Press, 2013.

123L. Dittmer, China's Asia: Triangular Dynamics since the Cold War, Maryland, Rowman &

Littlefield, 2018, pp.111-112.

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