CAPITOLO 4 Il Recupero degli stabilimenti industriali

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CAPITOLO 4

Il Recupero degli stabilimenti industriali

Risalente al 1904, l’edifico della ex Pirelli rientra nella tutela dei Beni Culturali, quindi da ristrutturare e salvaguardare. La disciplina urbanistica prevede il mantenimento delle forme originarie e una destinazione per servizi ad uso pubblico, anche se, come scritto in precedenza, in passato sono state presentate proposte poco orientate al recupero del complesso, in parte demolito, in parte in grave stato di abbandono.

Il concorso cui facciamo riferimento prevede al suo interno lo sviluppo del Polo Archivistico Livornese oltre ad attività collaterali di carattere culturale e aggregativo. Queste funzioni necessitano di una sede definitiva ma anche adeguata alle più recenti innovazioni in tema di conservazione e divulgazione del libro e del materiale archivistico.

Il progetto di recupero quindi oltre a proporre una risoluzione strutturale rispondente alle esigenze funzionali necessarie ad ospitare le nuove sedi, mira a salvaguardare una testimonianza significativa di “archeologia industriale”, nell’ottica della valorizzazione di una importante area della città. La tutela dei monumenti industriali, infatti, non sembra poter differire dalla tutela integrata, fra monumenti e ambiente, metodologia propria dei moderni criteri di restauro. L’obbiettivo è quindi la salvaguardia della memoria storica e la riqualificazione del complesso come polo trainante di riqualificazione anche dell’area circostante.

La scelta di questa destinazione d’uso non è un caso: edifici industriali dismessi infatti ben si prestano ad essere adeguati per forme e funzioni a nuovi usi, offrendo un’immagine di contemporaneità senza perdere la memoria del luogo e del passato. Gli ampi spazi interni, anche piuttosto alti, consentono una buona flessibilità e la creazione di soppalchi e mezzanini. I requisiti dell’illuminazione naturale sono ottimi e è possibile modificare le facciate o le coperture e installare scale, ascensori e impianti sia internamente sia esternamente all’edificio senza compromettere la struttura.

Alcuni problemi possono derivare dallo stato di degrado delle strutture esistenti e dalla necessità di protezione dal fuoco dei componenti strutturali interni, che rischiano di stravolgere l’immagine interna del capannone industriale, con rivestimenti talvolta rigonfi che alterano la pulizia formale delle strutture metalliche. Inoltre va prevista una adeguata coibentazione termica e acustica di facciate e coperture.

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4.1 Nascita e sviluppo dell’architettura industriale

L’architettura industriale inizia a diffondersi dalla seconda metà del ‘700, con l’innescarsi della Rivoluzione Industriale. Dapprima in Gran Bretagna, nel 1800, poi estendendosi progressivamente nell’Europa settentrionale, in particolare in Germania, Francia e in Belgio nella regione carbonifera della Ruhr, l’industrializzazione lascia importanti testimonianze sul territorio; si caratterizzano non solo i luoghi dei processi produttivi, ma interi paesaggi vengono segnati dai processi industriali.

4.1.1 Evoluzione del tipo edilizio nell’industria

Soprattutto per quanto riguarda la prima industrializzazione avvenuta nel nord Italia, il tipo edilizio originario di riferimento è quello della cascina.

I luoghi un tempo deputati ad attività agricola diventano i primi in cui ha inizio lo sviluppo di attività seriali, cioè produzioni di tipo ripetuto e programmato per fasi. All’inizio le nuove attività industriali si sviluppano nei locali dove si svolgevano le attività agricole stesse come l’aia, i granai, le stalle.

Il settore tessile è quello che rappresenta meglio questo passaggio: soprattutto la lavorazione della cotone e della lana raggiunsero presto i livelli della grande industria e nacque quindi la necessità di creare strutture produttive in grado di accogliere migliaia di lavoratori.

Nella pria metà del XIX secolo nascono i primi insediamenti industriali che, anche se sedi di nuova edificazione, riprendono i canoni degli edifici rurali esistenti.

I nuovi spazi vengono progettati in stretta relazione con la distribuzione e la collocazione di macchine, percorsi e materiali, per rispondere quindi alle esigenze richieste, più che durare nel tempo. Sono caratterizzati da:

- grandi aperture sulle facciate;

- notevole sviluppo in altezza (talvolta più piani); - alte ciminiere;

- coperture con falde inclinate con aperture per l’illuminazione zenitale; - grandi spazi planimetrici;

- solai di notevole luce.

Si instaura quindi una certa ripetitività modulare della struttura portante. Le prime costruzioni erano in legno, la maglia strutturale dei pilastri era di circa 3x3 metri; solo successivamente si introduce l’uso di pilastri in metallo che permettevano quindi di

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sostenere luci maggiori, con maglie strutturali fino a 6x6 metri. Le pareti erano sottili e unicamente di tamponamento e i pavimenti erano in legno; elevato era quindi il rischio incendi.

Struttura portante lignea dei primi edifici industriali.

Immagine tratta dagli approfondimenti Dalla Cascina alla Fabbrica e Il villaggio e il quartiere operaio, del Professor Giorgio Croatto, Corso di Architettura Tecnica II, A.A. 2009/2010.

Le nuove esigenze imposte dallo sviluppo industriale portano a nuove sperimentazioni architettoniche e impiantistiche, nuove forme, nuovi accorgimenti e nuove tecnologie che favoriscono la nascita del nuovo tipo edilizio:

- tempi di costruzione ridotti; - costi di costruzione limitati;

- flessibilità, per essere adattabile alle nuove esigenze del produrre; - sicurezza antincendio e sul lavoro.

La rivoluzione della tecnica costruttiva introdotta nei ponti metallici e diffusa grazie alla manualistica, passa all’edilizia attraverso la fabbrica: l’impiego del ferro si sostituisce a quello del legno, dapprima con colonne in ghisa per i collegamenti verticali, poi anche con travi forgiate al posto di quelle in legno per gli orizzontamenti, riducendo così il rischio incendi. Inoltre con la diffusione del metallo, la cui produzione con stampo non richiede la manodopera, si abbattono i costi e inizia l’architettura seriale standardizzata. Il modo di costruire si fa codificato, cioè va a coincidere con un modello ripetuto grazie al sempre più diffuso uso dei manuali e alle esposizioni universali; contemporaneamente si assiste al lento declino delle culture costruttive locali e alla crisi del tipo edilizio spontaneizzato.

Dalle esigenze di sicurezza nascono nuovi accorgimenti quali: - aperture sull’esterno;

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- scale antincendio non a terra, anti ladro.

Introduzione di nuove tecniche costruttive e accorgimenti per la sicurezza antincendio: - pilastri in ferro e solai in latero-cemento

- scale antincendio esterne.

Immagine tratta dagli approfondimenti Dalla Cascina alla Fabbrica e Il villaggio e il quartiere operaio, del Professor Giorgio Croatto, Corso di Architettura Tecnica II, A.A. 2009/2010.

Anche gli usuali particolari architettonici e decorativi, simbolo di ricchezza e richiamo alle origini nobiliari dei padroni della fabbrica, sono spesso funzionali: l’uso dei mattoni rossi per incorniciare le aperture è dettato non solo da ragioni simboliche ma soprattutto perché i mattoni sono meno costosi della pietra che andrebbe lavorata.

Nella seconda metà dell’800 nascono quindi gli edifici industriali di seconda generazione:

- sviluppo orizzontale; - tetti a shed;

- colonnine in ghisa.

Sviluppo orizzontale e illuminazione zenitale.

Immagine tratta dagli approfondimenti Dalla Cascina alla Fabbrica e Il villaggio e il quartiere operaio, del Professor Giorgio Croatto, Corso di Architettura Tecnica II, A.A. 2009/2010.

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97 4.1.2 Nascita del villaggio operaio

Le scoperte in campo tecnologico resero possibile il boom industriale in Inghilterra prima che nelle altre nazioni grazie alle felici condizioni socio-politiche e all’innescarsi di un ciclo positivo che portò all’aumento di richiesta del prodotto e alla conseguente e ulteriore crescita della produzione. Tutto questo era possibile grazie alla costruzione delle fabbriche, all’interno delle quali i macchinari potevano essere utilizzati al meglio, e che andarono a inserirsi nelle città, dove cioè potevano trovare manodopera a buon mercato. Nell’ottica del maggior guadagno possibile si lavorava cercando di sfruttare al massimo non solo l’ambiente e le materie prima ma anche la manodopera stessa: l’inquinamento ottocentesco era andato a modificare in maniera già irreversibile il paesaggio soprattutto in prossimità dei corsi d’acqua o delle zone ricche di materie prime e fonti di energia, utili al processo industriale; anche gli ambienti delle fabbriche stesse risultavano profondamente insalubri e i ritmi di lavoro erano massacranti. Ci furono quindi delle gravissime conseguenze dal punto di vista sociale e ambientale. Nella prima metà dell’Ottocento non fu riservata alcuna attenzione ai processi di trasformazione della città, tantomeno nella costruzione delle abitazioni atte ad accogliere le masse operaie: vecchi quartieri vennero convertiti in slums e ci fu la realizzazione di nuovi alloggi costruiti con materiali scadenti a fini speculativi con lo scopo di fornire con la minor spesa possibile il numero maggiore di unità abitative. Gli

slums erano caratterizzati da un generale sovraffollamento dato che l’aumento della

popolazione nella città aveva fatto aumentare i prezzi dei terreni delle aree urbane, e da condizioni igieniche disperate, in quanto i servizi igienico-sanitari (bagni, fognature, illuminazione e ventilazione) erano considerati accessori inutilmente costosi.

Architettonicamente le case della massa operaia erano andate ad assumere caratteristiche diverse paese per paese ma, fossero esse a più piani (Parigi, Berlino, Genova, Edimburgo), a due piani con un massimo di quattro o sei locali (Londra, Chicago), in legno e verandate (New England), a schiera in mattoni (Baltimora), le caratteristiche comuni erano: la totale assenza di una progettazione programmata, la mancanza di un adeguata illuminazione e ventilazione dei locali, e l’inesistenza di attrezzature igieniche. Dal punto di vista urbanistico si andavano quindi a costituire un numero sempre maggiore di aree riservate esclusivamente alle classi lavoratrici e caratterizzate da un’edilizia a dir poco scadente in contrapposizione alle pulite abitazioni dei quartieri signorili.

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Nonostante l’assenza di piani urbanistici l’ampliamento dei centri abitati, anche in questo primo periodo di industrializzazione, avvenne nella maggior parte delle città europee e in tutte quelle americane, secondo una pianta reticolare a maglie rettangolari: i lotti rettangolari e allungati che caratterizzavano i sobborghi industriali potevano essere sfruttati per funzioni abitative o industriali ed erano facilmente frazionabili per essere venduti. Si trattava di una scelta puramente economica e funzionale, una standardizzazione che dal prodotto era passata all’edilizia: strade tutte uguali, lotti tutti uguali, rigorose planimetrie.

Come risultato di questo tipo di espansione urbanistica, avvenuto senza alcuna considerazione per l’essere umano, in assenza di strutture igienico-sanitarie, fognature e manutenzione, unitamente alla condizione di completo sfruttamento del proletariato, si verificò la diffusione di diverse epidemie e il conseguente aumento di mortalità all’interno della classe operaia. Al fenomeno di espansione che caratterizzò questo prima fase della Rivoluzione Industriale, seguì quindi una contrazione dovuta all’alta incidenza di malattie, tanto da sollecitare in Inghilterra nella seconda metà dell’Ottocento, la riforma sanitaria e le prime legislazioni urbanistiche relativamente alla costruzione di servizi quali fognature, raccolta dei rifiuti, fornitura idrica, realizzazione e manutenzione delle strade appannaggio delle autorità locali.

Dopo questa battuta d’arresto, molti imprenditori saranno fautori e finanziatori dei primi villaggi operai dotati di attrezzature collettive, scuole e servizi. Alcuni teorici,

economisti e imprenditori inglesi (Owen, Howard1, eccetera), contrappongono alla città

industriale del loro tempo, caratterizzata da una forte congestione, inquinamento e dagli

slums, una città verde e dei sobborghi, esterni al vecchio centro congestionato:

industrie, abitazioni, servizi (commerciali, amministrativi e relativi all’istruzione) e verde (in forma di parchi pubblici o giardini privati), organizzati in equilibrio, all’interno di un nuova area confinata.

In questa seconda fase si assiste alla nascita del villaggio operaio. Secondo alcuni studiosi la prima idea di casa operaia si ha quando nel 1810 un società mineraria franco-belga provvede alla costruzione delle case per i propri operai. Il villaggio operaio si può quindi considerare come una sorta di appendici della fabbrica, uno strumento a supporto della produzione.

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Robert Owen: imprenditore e uomo politico (Newtown, 1771-1858). Ebenezer Howard: urbanista (Londra, 1850-1928).

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Fabbrica e villaggio operaio di Crespi d’Adda.

Immagine tratta dagli approfondimenti Dalla Cascina alla Fabbrica e Il villaggio e il quartiere operaio, del Professor Giorgio Croatto, Corso di Architettura Tecnica II, A.A. 2009/2010.

Generalmente questi villaggi vengono realizzati dallo stesso proprietario dell’industria con il duplice scopo di dare alloggi vicini al luogo di lavoro e far restare l’operaio il più possibile legato alla sua attività: complessi residenziali comunque dotati di un minimo di comfort con lo scopo di mantenere sotto controllo le tensioni all’interno del proletariato. Il villaggio si arricchisce inoltre di altri servizi utili alla vita quotidiana e edifici pubblici, presentendo quindi vincoli e necessità che vanno oltre il semplice abitare. Le case, gli asili, le scuole, sono si al servizio dei residenti ma soprattutto a supporto della produzione ed hanno l’unico fine di tenere i lavoratori legati alla fabbrica; gli abitanti sono inglobati fin dalle fasi di progettazione del villaggio, in schemi prefissati, così che l’organizzazione della vita quotidiana rispecchiasse i ritmi ripetitivi del lavoro: si formano vere e proprie comunità precostituite.

Al loro interno, la casa, diventa un bene di durata limitata legato all’attività industriale e in evoluzione con essa: si prevede per questa una vita di 50 anni, la stessa della fabbrica; tutto il villaggio infatti esiste solo in relazione alla fabbrica.

C’è bisogno di case a buon mercato, risanate, confortevoli; la manualistica dell’epoca riporta i tre requisiti fondamentali:

- salubrità, alloggi e quartieri ventilati, spaziosi, asciutti; - igienicità;

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I materiali e le tecniche usate per la costruzione sono quelle della manualistica dell’epoca e quindi sono le stesse che vengono impiegate nell’edificio industriale. I villaggi nel primo periodo sono per lo più degli alloggi, costituiti da case-caserme pluriplano (come scritto in precedenza); lo strato sociale è omogeneo e si parla di quartiere operaio. Pur essendo le case-caserme le più economiche, queste si diffondono per lo più nei vecchi centri dove è maggiore il costo del terreno, mentre per i nuovi insediamenti si prediligono altri e studiati tipi edilizi date le diverse esigenze degli abitanti. Le abitazioni cominciano a diversificarsi a seconda della gerarchia che il lavoratore che via abita occupa all’interno della fabbrica e sono caratterizzate quindi dalla stessa disomogeneità sociale:

- villino mono o bifamiliare; - case a schiera;

- case a blocco (non più di quattro alloggi); - case in linea;

- case-caserme.

Tipologie abitative nel villaggio operaio di Crespi d’Adda.

Immagine tratta dagli approfondimenti Dalla Cascina alla Fabbrica e Il villaggio e il quartiere operaio, del Professor Giorgio Croatto, Corso di Architettura Tecnica II, A.A. 2009/2010.

Crespi d’Adda case operaie del primo periodo

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101 4.1.3 Valori simbolici delle architetture industriali

I fabbricati dove si svolgono queste attività, con il tempo non più solo luogo di produzione e contenitore di macchine di lavoro, diventano anche testimonianza del potere economico della famiglia che le possiede, del luogo dove si è instaurata l’attività; la fabbrica diviene il nuovo santuario, la nuova cattedrale.

C’è quindi la necessità di nobilitare queste nuove architetture attraverso tipi storici già consolidati come chiese, castelli, palazzi signorili. Nonostante questo, alla ricchezza decorativa esterna, corrispondono rigorosità interna e flessibilità tipologica, sempre caratteristiche di questi manufatti.

Ricchezza decorativa esterna delle nuove fabbriche.

Immagine tratta dagli approfondimenti Dalla Cascina alla Fabbrica e Il villaggio e il quartiere operaio, del Professor Giorgio Croatto, Corso di Architettura Tecnica II, A.A. 2009/2010.

Ecco che fioriscono anche nelle fabbriche le decorazioni simbolo di ricchezza e nobiltà: - prospetti elaborati e decorati con vetrate, merlature, cornici di mattoni rossi intorno a porte e finestre; viene così ribadita l’importanza dell’industria nel nuovo contesto socio-economico;

- la torre merlata, simbolo del potere medioevale, viene ripresa per decorare i fabbricati o gli alloggi dei dirigenti, veri e propri castelli, come quelli dei nobili del passato, nettamente distinti e separati dal resto dell’abitato;

- la torre dell’orologio, caratterizza l’ingresso principale della fabbrica e comunque è in posizione ben visibile; la sua funzione è quella di scandire il ritmo della vita e del lavoro sia nella fabbrica che nel villaggio fuori asservito alla produzione; simbolo quindi di lavoro e precisione;

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- ma l’elemento più importante è la ciminiera, molto alta e riccamente decorata, è visibile da lontano; è un elemento nuovo, come nuovo è il potere economico che ha risollevato la città e la periferia.

Esempi di ciminiera.

Immagine tratta dagli approfondimenti Dalla Cascina alla Fabbrica e Il villaggio e il quartiere operaio, del Professor Giorgio Croatto, Corso di Architettura Tecnica II, A.A. 2009/2010.

Si può parlare quindi di un vero e proprio nuovo tipo edilizio: la ciminiera.

Questi elementi venivano costruiti per lo smaltimento dei fumi delle caldaie, quindi come camini, ma anche per l’evacuazione delle eventuali esalazioni prodotte nelle fasi lavorative; erano di modesta altezza, a pianta squadrata, con un’unica canna fumaria senza camera d’aria, come i camini delle residenze.

Con la manualistica però si ha la rapida diffusione di nuove tecniche costruttive: in cemento armato, diffuso perché più leggero, o in lamiera di ferro con camicia interna in mattoni o materiale refrattario per sopportare le alte temperature. Si diffondono camini a doppia canna, la cui stabilità era assicurata da costole radiali, e nuove sezioni, non più quadrate ma tronco-coniche che permettevano:

- maggiori altezze;

- maggior resistenza al ribaltamento sotto l’azione del vento; - minor raffreddamento dei gas di scarico;

- minor degrado del rivestimento esterno e del condotto interno.

Di pari passo si avevano però elevati costi di realizzazione data la forma speciale dei mattoni e degli elementi costruttivi, e il rischio di inclinazione per il rapido indurimento della calce sul lato esposto al sole.

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103 4.1.4 Tecniche costruttive nell’edilizia industriale nella prima metà del Novecento

Le strutture degli impianti industriali, oggi, come ieri, possono organizzarsi o come un fabbricato a più piani quindi in verticale, oppure come un fabbricato ad un solo piano,

con organizzazione estesa in senso orizzontale2.

La soluzione di tipo verticale risulta economicamente più vantaggiosa: l’elevato costo del terreno e di costruzione è attutito dal un maggiore sfruttamento dell’area costruita e dal risparmio sulle strutture di fondazioni e sulla copertura, che insistono su un’area minore rispetto ai fabbricati caratterizzati da uno sviluppo orizzontale. Inoltre c’è una maggiore economia anche relativamente al riscaldamento dell’intero edificio dato dalla minor estensione delle tubazioni e delle superfici di caldaia.

Di contro esistono difficoltà nella corretta illuminazione dei locali, soprattutto nei corpi di fabbrica larghi, in quanto non si può godere dell’illuminazione dall’alto ma si deve contare solo su quella laterale diretta che impone, peraltro, la ricerca di schermature per il sole. Inoltre nelle industrie pesanti i sovraccarichi possono essere molto elevati e il danno in caso di crollo di un piano sull’altro, rispetto al sistema espansivo, sarebbe ovviamente maggiore. Relativamente ai pericoli di incendio gli edifici a più piani presentano maggiori difficoltà di isolamento e di evacuazione del personale. Un altro svantaggio è il vincolo dato dalla pianta, infatti negli edifici a sviluppo verticale gli spazi planimetrici dei vari piani devono necessariamente ripetersi per la presenza degli appoggi.

Nei fabbricati di questo tipo (a sviluppo intensivo, ovvero verticale), trovano quindi più facilmente ubicazione le lavorazioni leggere, così come i magazzini di materiale leggero e, non meno importanti, gli edifici amministrativi.

La soluzione distesa orizzontalmente invece presenta indiscutibili vantaggi di flessibilità dell’impianto: il vincolo di pianta è meno sofferto e si rendono facilmente attuabili ampliamenti e varianti; c’è la possibilità di creare ambienti di grandi dimensioni, dotati di una buona illuminazione naturale indiretta, facili a essere ampliati e meno vulnerabili rispetto ai pericoli di incendio ed esplosione, parallelamente sono anche più facili in relazione all’evacuazione e al salvataggio del personale. D’altra parte questa soluzione ha svantaggi economici dovuti alla necessità di ampie aree di terreno, alla lunghezza dei percorsi di materiali e uomini nel processo produttivo e maggiori spese per l’installazione e l’esercizio dell’impianto di riscaldamento.

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Analisi tratta da “MELISArmando (1953), Gli edifici per le industrie, S. Lattes & C. Editori, Torino.”, studi condotti su edifici industriali soprattutto del dopoguerra dal professor Melis del Politecnico di Torino.

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Per questi motivi questo tipo di soluzione, è adottata in caso di impianti particolarmente soggetti a rischio di incendio o scoppio, che impiegano macchinari che producono scosse ripetute o violente o che hanno peso elevato o dimensioni particolarmente ingombranti.

Dal punto di vista organizzativo gli impianti estensivi possono essere costruiti in serie chiusa o aperta:

- la prima vede la costruzione di un unico fabbricato, di dimensioni diverse, ma tale che tutti i percorsi del processo produttivo siano espletati all’interno di esso;

- la seconda prevede la costruzione di più fabbricati, comunque connessi tra di loro, disposti diversamente secondo le esigenze del processo produttivo, alla necessità di aree più o meno ampie, di accessi alla struttura e banchine di carico e scarico, all’eventuale presenza di binari.

I fabbricati si possono disporre in senso parallelo o perpendicolare rispetto alla direzione del materiale nel suo percorso lungo il processo produttivo; è possibile collegare file parallele con un edificio di testata e realizzare quindi una disposizione a U che si presta bene per lo sfruttamento di percorsi di arrivo e spedizione; la disposizione a L invece è utilizzata qualora ci sia da sfruttare al meglio un appezzamento di terreno di forma triangolare. Il sistema estensivo si presta agli edifici di forma basilicale, eventualmente a gallerie laterali più basse, per limitare le altezze rilevanti, necessarie per le macchine più ingombranti, alla sola navata centrale, con coperture, illuminazione e ventilazione che possono assumere le soluzioni più svariate.

Relativamente al sistema costruttivo delle fabbriche negli edifici realizzati nel Novecento, la muratura risulta difficilmente di natura portante ma semplicemente detiene ruolo di tamponamento, sia essa in mattoni, pietra o pietrame; per l’ossatura portante si individuano due sistemi principali:

- in acciaio, che a parità di sovraccarichi ha un ingombro minore, è di più facile demolizione ma da problemi relativamente alla resistenza al fuoco e alla trasmissione di vibrazioni e rumori;

- in cemento armato, consente larghe portare, elevati sovraccarichi e offre buona resistenza al fuoco; il peso però è piuttosto ingente, il costo elevato e la demolizione e lo smaltimento difficoltosi. Il cemento armato offre dei vantaggi nella costruzione dei sostegni verticali e degli orizzontamenti ordinari (oltre che delle fondazioni), associato

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all’utilizzo dell’acciaio e quindi di un’ossatura metallica relativamente alle coperture, così come negli orizzontamenti con portate eccezionali e nelle travate mobili.

Nei grandi fabbricati industriali si possono distinguere vari tipi di ossature:

- tipi con incavallature isostatiche (un appoggio fisso e uno mobile) portate da muri oppure, in caso di pareti troppo alte, appoggiate su pilastri metallici o in cemento armato così da evitare un eccessivo ingombro dei pilastri murari;

- tipi con incavallature incernierate sui piedritti, così da costituire un sistema staticamente simmetrico, vantaggioso nel contrastare le azioni orizzontali;

- tipi con incavallature solidali ai piedritti, così da costituire portali; questa soluzione è da preferire in caso di navate multiple o molto alte in confronto alla luce. In caso di portale in cemento armato, più usato, il vincolo alla base è costituito da un incastro, mentre per i portali in acciaio è da preferire la cerniera al piede.

Volendo generalizzare si può dire che, in genere, si trovano edifici in cemento armato, là dove siano necessari più piani, nei sili, nei magazzini (con elevati carichi), nei serbatoi, mentre l’acciaio è più utilizzato nei capannoni e nei locali dalle ampie luci e nelle strutture di sollevamento e trasporto; la costruzione in muratura è limitata ai corpi di fabbrica che si ritiene non presenteranno necessità di modifiche o ampliamenti, quindi agli edifici riservati all’amministrazione oppure a impianti quali centrali idro-elettriche e similari.

Solitamente la struttura portante di un edificio industriale è composta da maglie che si ripetono in maniera identica in piano e, eventualmente, nei piani superiori; le dimensioni della cella elementare della maglia strutturale sono legate alle esigenze della produzione dell’attività industriale svolta nell’edificio, quindi al tipo e alla dimensione dei macchinari necessari nonché al loro peso così come al peso dei materiali impiegati, che definiranno i sovraccarichi. Generalmente la forma geometrica adottata è quella rettangolare e con larga approssimazione si hanno interassi che oscillano tra i 4,00 e i 7,00 m per gli edifici multipiano, che arrivano fino a 10,00 m negli edifici a un solo piano in costruzioni non eccezionali; nei capannoni con grandi macchinari, nelle fonderie così come nelle fabbriche di carpenteria metallica pesante si arriva a coprire luci di 40-50,00 m.

La struttura della copertura che in passato era realizzata in legno, può essere metallica o mista (cemento armato e acciaio). Più frequentemente vengono utilizzate normali coperture a tegole: il getto in c.a. viene eseguito solo per la realizzazione dell’ossatura

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le cui travi inclinate vengono quindi usate come puntoni su cui appoggiare un’orditura di listelli a sostegno del manto di copertura. Si tratta di una soluzione di più facile realizzazione ma che impone, d’altro canto, la realizzazione di una maglia più stretta dovendo ravvicinare tra loro i puntoni in cemento armato costituenti l’ossatura portante. Altra soluzione vede l’utilizzo di travi accostate in laterizio armato o in tavelloni di laterizio, la cui superficie interna, a differenza della falda a tegole, non ha bisogno di soffittature ed è possibile quindi procedere direttamente all’intonacatura dell’intradosso del manto di copertura stesso, operazione necessaria per una buona riflessione all’interno della struttura della luce proveniente dalla falda trasparente.

Le coperture si distinguono in due sistemi fondamentali: coperture illuminanti e coperture piene non illuminanti. Le coperture illuminanti permettono alla luce naturale di filtrare all’interno, per lo più vengono usate coperture a sega e coperture a lucernario: - La copertura a sega, comunemente conosciuta oggi come ‘a shed’, viene schematizzata con un triangolo la cui parete vetrata è inclinata di un angolo che può oscillare tra i 50° e i 90°. La parete vetrata era di preferenza esposta a nord ma, già dagli anni ’50, era possibile derogare da questa regola canonica utilizzando dei vetri sufficientemente opachi ma, al contempo, diffusori.

- Nel caso in cui si preveda l’inserimento in copertura di un elemento superiore a lanterna o l’apertura di lucernari nelle falde, siano esse piane o inclinate, si parla di coperture a lucernario, queste si differenziano dalle coperture a shed principalmente per motivi strutturali in quanto la lanterna ovvero il lucernario risulta un elemento indipendente dalla struttura di copertura.

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4.2 Abbandono e rinascita delle vecchie fabbriche

4.2.1 La nuova pianificazione territoriale e l’espansione urbanistica

Nel corso della storia l’uomo ha sempre preservato il patrimonio edilizio esistente, destinando vecchi edifici a nuovi usi cercando di mantenere la loro identità. Ma dalla metà del XX secolo il ritmo dello sviluppo economico è aumentato rapidamente rendendo questo processo più problematico.

Le politiche di pianificazione territoriale furono dirette a spostare industria e commercio dal centro della città verso aree suburbane, portando ad una separazione tra abitazione e lavoro e ad un abbandono dei vecchi siti. Non ci fu un ulteriore utilizzo degli edifici vuoti che erano stati privati delle loro funzioni, considerati solo un ostacolo sulla strada del nuovo sviluppo; l’eventuale richiesta di mantenerli, fu puramente in un contesto storico-conservativo dell’involucro esterno, con l’interno completamente rimodellato per le nuove esigenze.

L’espansione urbanistica del Novecento, ha fatto si che questi complessi, costruiti in origine in zone periferiche, si trovassero inglobati nel tessuto urbano sempre più in prossimità dei vecchi centri. Gli elevati prezzi dei terreni fornirono quindi un motivo per la loro demolizione: considerati ormai capitale inutilizzabile questi impianti vennero demoliti per lo sfruttamento più proficuo dei siti su cui sorgevano.

Dagli anni ’70 però si ha un cambiamento di tendenza. Si ha un forte esodo di imprese industriali e commerciali fuori dalle città, causato da vari motivi:

- le vecchie aree industriali si trovano sempre più congestionate nei centri urbani, per cui le imprese si trovano inserite nella struttura urbana senza spazio per espandersi; - certi commerci e processi produttivi sono incompatibili con l’inserimento nel centro cittadino e devono essere evitati danni agli abitanti e all’ambiente;

- la mancanza di ulteriori possibilità di sopravvivenza dell’attività e quindi la sua scomparsa;

- le talvolta troppo rigide restrizioni imposte dai regolamenti di conservazione per preservare la struttura dei vecchi edifici che si scontrano con l’inevitabile modernizzazione di una fabbrica che si vede costretta ad abbandonare quegli edifici per proseguire l’attività.

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Questo esodo lasciava dietro di se edifici vuoti e senza utilizzo e vede la nascita di una maggiore sensibilità verso gli edifici storici da parte non solo dei pianificatori e degli enti locali, ma soprattutto della popolazione tutta.

Fino a quegli anni erano principalmente le costruzioni monumentali classiche a essere conservate piuttosto che esempi di architettura industriale che non godevano del prestigio degli edifici di culto o di altri monumenti architettonici e che i vincoli economici orientavano alla demolizione. Ma il processo di ripensamento si indirizzò al mantenimento e al riuso dei fabbricati industriali, che ben si prestano ad un oculato uso a lungo termine. Da un concetto di recupero inteso come “monumentalizzazione”, si passa ad un desiderio di “rivitalizzazione” non solo dell’edificio quindi, ma dell’intera zona coinvolta.

Infatti, nonostante oramai in disuso e apparentemente superflui, questi edifici mantengono un forte impatto simbolico: in molti casi giocarono un ruolo importante nella vita economica e sociale della regione e la presenza di solito imponente genera ancora un senso di familiarità e rappresenta per gli abitanti locali un punto di identificazione con il quartiere.

Il mantenimento degli edifici di vecchie fabbriche, magazzini e officine non è quindi solo un problema storico conservativo ma di riqualificazione urbana e delle vita nei quartieri coinvolti.

Questa presa di coscienza da parte della comunità ha accelerato l’intero processo di conversione e adattamento di edifici esistenti per cui l’attenzione si spostò dall’espansione urbana e dai nuovi piani di sviluppo su larga scala, alla manutenzione e all’ampliamento di strutture insediative esistenti con piani di sviluppo e rinnovamento più limitati e accorti: una riuscita conversione e integrazione di edifici esistenti e dei loro nuovi utilizzi nel tessuto funzionale di paesi e città può avere un effetto positivo e stimolante sulla vita economica e sociale di un’area.

4.2.2 Il riutilizzo dell’architettura industriale

Negli interventi di recupero, anche nel più conservativo, l’organismo architettonico subisce profondi mutamenti spaziali e tecnologici. Nonostante ciò i caratteri originari che rendono quel luogo riconoscibile come archeologia industriale debbono essere conservati. È per questo che la nuova destinazione d’uso deve essere necessariamente compatibile con il codice genetico del sistema architettonico. L’architetto deve quindi essere capace di leggere il rapporto esistente tra i sistemi tipologico, costruttivo e

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spaziale, e le forme di utilizzo del fabbricato che nel tempo si sono susseguite. In definitiva se si vuole cambiare la destinazione d’uso dei manufatti industriali, se ne deve innanzitutto comprendere la vocazione. Recuperare un edificio industriale significa adattare materiali, processi ed impianti nuovi, ad un organismo architettonico che non deve perdere il suo carattere originario, senza però “negarsi una nuova vita”.

Esempi di riutilizzo di edifici dismessi in Emilia Romagna.

Immagine tratta dagli approfondimenti Dalla Cascina alla Fabbrica e Il villaggio e il quartiere operaio, del Professor Giorgio Croatto, Corso di Architettura Tecnica II, A.A. 2009/2010.

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110 Vantaggi del riutilizzo

Uno dei vantaggi principali del riutilizzo e della conversione degli edifici di vecchie fabbriche e magazzini sono gli ampi spazi, spesso più di quanto non sia effettivamente richiesto dalle esigenze funzionali; la superficie deve essere quindi usata razionalmente e integrata nel tessuto urbano. Anche le superfici di piano continue offrono un maggior grado di libertà e flessibilità per gli usi proposti con la possibilità di incorporare funzioni anche diversificate nell’edificio. Inoltre la maggior altezza delle stanze permette un’ampia gamma di usi e l’inserimento di nuovi piani a seconda delle esigenze.

L’introduzione di nuove funzioni in uno stabilimento abbandonato è uno dei fattori principali per creare nuovi e necessari usi quali abitativi, lavorativi, culturali e del tempo libero. La base di un buon programma di conversione si può trovare solo con il riutilizzo razionale di vecchi edifici, prevedendo nuove funzioni che siano orientate a esigenze locali reali. Le costruzioni industriali possono essere riqualificate attraverso la destinazione a varie attività. Un edificio produttivo può divenire una residenza collettiva, come anche un albergo, un auditorium, una biblioteca, un museo, una nuova attività produttiva. In ogni caso le notevoli dimensioni del manufatto spesso obbligano a rivolgersi verso strutture ad uso collettivo o verso nuove sedi produttive.

Generalmente la maglia strutturale a scheletro tipica degli edifici industriali permette il loro riutilizzo senza troppi cambiamenti e senza restrizioni d’uso per cui la struttura primaria colonne, pavimenti, soffitti, richiederà di solito poco o nessun lavoro di conversione. Sarà tuttavia necessario:

- un progetto di restauro più o meno esteso della struttura; - nuovi servizi meccanici e impiantistici;

- l’adattamento degli interni con divisori…

La responsabilità dell’architetto sta nel mantenere l’aspetto globale inserendo al contempo tratti esteriori che richiamino la nuova funzione.

Importante è rispettare ed esaltare le strutture architettoniche dell’edificio: facciate decorate, colonne in stile, muri e tetti articolati e lavorati, interni eseguiti con grande maestria e abilità artistica. Questi e altri aspetti possono essere integrati nel nuovo progetto e in questo modo dettagli che sono stati ampiamente celati dal vecchio uso verranno riportati alla luce.

Anche le proprietà fisiche dei vecchi edifici rappresentano un aspetto positivo: costruiti per lo più con spessi muri di mattoni offrono un levato grado di isolamento

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termico e un buon isolamento acustico permettendo quindi un risparmio di energia e la capacità di ospitare usi che implicano anche alti livelli sonori. Inoltre i materiali usati nella costruzione sono per lo più naturali come i mattoni, il legno, la pietra e il vetro e aiutano così a creare un ambiente interno salutare.

Anche gli aspetti ecologici sono a favore del riutilizzo di edifici vuoti:

- innanzitutto si utilizzano meno materiali grezzi di quelli necessari in caso di nuove costruzioni e quindi viene ridotto l’impatto ambientale; il riuso da la possibilità di sfruttare in modo razionale materiali e risorse esistenti altrimenti andate distrutte e perdute;

- si ha una riduzione della quantità di detriti e materiali di scarto;

- non devono essere costruite strade, altre vie di accesso e servizi data l’ubicazione centrale di cui godono solitamente i vecchi edifici;

- laddove in tali siti esistano spazi aperti, si possono formare nuclei di oasi di verde in aree urbane centrali densamente sviluppate.

Svantaggi del riutilizzo

Le maggiori difficoltà della conversione sono intrinseche agli edifici stessi:

- le fabbriche sono complessi relativamente ampi e quindi problematici da inserire nel tessuto urbano;

- non è facile trovare un uso appropriato per queste vaste aree;

- è difficile risolvere i problemi che il quartiere affronta quando si rivalutano certi complessi; nuove e attraenti funzioni danno luogo di solito ad un aumento del volume di traffico nelle aree circostanti, quindi un maggior disturbo degli abitanti in termini di inquinamento, rumore, mancanza di parcheggi;

- talvolta il miglioramento della qualità abitativa di una zona, diventata improvvisamente attraente per altre classi sociali, a lungo termine può portare all’espulsione o distruzione dell’oggetto originario che si voleva proteggere con la rivalutazione dell’area.

Anche i regolamenti edilizi possono presentare grandi ostacoli; adattare fabbricati esistenti alle moderne leggi sugli edifici rende problematica la realizzazione e porta ad un aumento dei costi.

- Protezione antincendio; molti vecchi edifici industriali hanno una struttura di travi e colonne in ghisa che andrebbero rivestite per rispettare le norme antincendio, rendendo però l’intervento inaccettabile in termini storico-conservativi ed estetici. Studi sulla

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sicurezza antincendio permettono soluzioni alternative spesso accettate dagli enti con l’uso di rivestimenti protettivi isolanti e misure supplementari come l’installazione di allarmi aggiuntivi e ulteriori uscite di sicurezza.

- Isolamento termico e acustico; la legislazione relativa alla protezione delle emissioni può rappresentare un altro ostacolo importante alla introduzione di nuovi utilizzi come sale concerti, auditorium e simili; per proteggere dal rumore gli abitanti della zona possono rendersi necessari costosi isolamenti acustici.

- Spazi per parcheggi; il numero di parcheggi deve essere adeguato alle nuove funzioni e spesso non vi è nel sito sufficiente spazio; è necessaria la costruzione di garage sotterranei sotto l’edificio ma con grosse difficoltà sia di natura tecnica che finanziaria. - Presenza di piani di sviluppo territoriale che definiscono la densità edilizia; la maggior parte dei siti per cui è pianificati il riutilizzo giacciono nel cuore delle aree urbane e se il piano di riabilitazione del complesso eccede questi limiti, la conversione e il riutilizzo saranno fattibili solo se il piano di sviluppo territoriale può essere modificato.

Per molte città e paesi l’acquisizione di un vecchio sito industriale o commerciale presenta un grosso problema finanziario ma la ricerca di un partner privato rappresenta spesso la fine di tutti i tentativi di realizzare un progetto e troppo spesso gli interventi attuati hanno carattere episodico e dipendono da logiche legate al mercato immobiliare piuttosto che ad un progetto unitario.

- La frequente ubicazione centrale significa che il denaro richiesto eccede le risorse finanziarie della comunità. Gli enti locali e investitori privati, in vista di proficui futuri sfruttamenti, sono in grado di pagare prezzi più alti.

- L’incertezza sull’effettiva entità dei costi coinvolti, sia per mancanza di dati di riferimento disponibili per poter fare dei preventivi accurati, sia perché i problemi implicanti costi addizionali insorgono spesso a lavori di costruzione già iniziati.

- Una considerevole incertezza circa l’entità di eventuali sussidi o sovvenzioni a cui progetti di conversione possono accedere.

- I costi di post-costruzione, quali quelli di esercizio e manutenzione saranno certamente superiori rispetto a quelli per nuove costruzioni e anche l’aspetto del risparmio energetico può essere per i vecchi edifici meno vantaggioso.

- La presenza di inquinamento residuo; talvolta a causa dell’incuria passata il suolo e le acque sotterranee di molti siti industriali abbandonati sono pesantemente inquinati o contaminati e serve quindi un accurato esame del suolo rima dell’acquisto della proprietà.

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113 4.2.3 Esempi di riutilizzo

Officine nord germaniche di cardatura e filatura della lana Nordwolle 1984, Delmenhorst, Germania.

L’impianto era puramente funzionale al processo produttivo e si sviluppava su un sito di 20 ettari adiacente alla ferrovia:

- fabbricato centrale elettrica (edificio caldaia, sala macchina ciminiera), - capannoni di produzione (a shed monopiano di 5 ettari, moduli di 7,1x7,1m), - magazzini,

- serbatoio d’acqua a torre, - edifici amministrativi, - villa del direttore con parco, - foresteria,

- case per i lavoratori .

Tutti gli edifici vennero interamente costruiti in stile romanico.

Stile romanico della facciata ovest delle case a schiera (ex capannone a shed)

Immagine tratta da Alfred Fisher, Riuso. Esempi di nuova vita per vecchi edifici, BE-MA editrice, 1994, Milano.

Oggi, con gli architetti Stracke + Partner (1981), l’impianto è stato convertito in una zona residenziale. Il loro obbiettivo è stato quello di preservare l’immagine della struttura del vecchio capannone per materiali, tetto e dimensioni, integrando nuove funzioni:

- rete di accesso lungo la struttura a shed, con parcheggi pubblici, - sul perimetro case a schiera con parcheggi privati,

- all’interno case a corte,

- a sud una piazza su cui affacciano:

museo dell’industria (ex sala alternatore), centro di addestramento (ex sala macchine),

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servizi per il tempo libero (ex edificio caldaia),

attività commerciali e ristorante (ex edificio principale), - zone a verde.

La struttura interna degli edificio è stata mantenuta dopo la conversione: - colonne in ghisa

- travi in acciaio

Immagine tratta da Alfred Fisher, Riuso. Esempi di nuova vita per vecchi edifici, BE-MA editrice, 1994, Milano.

Capannoni per l’essicazione del tabacco, Viernheim, Germania.

Fino agli anni ‘20 il tabacco era coltivato estensivamente nell’area e sorsero numerosi di questi capannoni. Nel 1960 tuttavia l’ultima fabbrica di tabacco chiuse e rimase solo un certo numero di capannoni usati per lo più come garages e magazzini.

Stato dei capannoni prima dell’intervento.

Immagine tratta da Alfred Fisher, Riuso. Esempi di nuova vita per vecchi edifici, BE-MA editrice, 1994, Milano.

I due capannoni scelti per l’intervento sono disposti in sequenza e sono costituiti da: - possenti muri in pietra (fino a 55cm) con impianto regolare,

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- aperture sulle pareti per la ventilazione a mò di fessure, - tetti fortemente spioventi.

Pianta, prospetto e sezione dei capannoni oggetto dell’intervento.

Immagine tratta da Alfred Fisher, Riuso. Esempi di nuova vita per vecchi edifici, BE-MA editrice, 1994, Milano.

Alla fine degli anni 80 gli architetti Rittmannsperger, Kleebank e Partner GMBH, Darmstadt, riqualificano questo edificio come biblioteca comunale di Viernheim, (1987-1989).

Una nuova struttura indipendente in acciaio viene inserita all’interno dell’involucro esistente, in questo modo il sistema strutturale dell’edificio rimane intatto e gli spazi interni vissuti nella forma tradizionale, un pezzo di storia rimane vivo e leggibile; malgrado i grossi carichi la struttura in acciaio è snella e leggera e non contrasta con i materiali originari.

Struttura indipendente in acciaio inserita all’interno dell’involucro.

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