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A tutto ciò si aggiungeva la necessità di non venir meno a una tradizione

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Academic year: 2021

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Conclusioni

Attraverso le storie di emigrazione raccontate nella seconda parte della tesi è possibile studiare le forme e le finalità della continuità professionale e capire perché tale condizione si sia manifestata in modo frequente solo in alcuni mestieri. Dalle fonti orali e visive utilizzate per queste biografie emerge come il comportamento dei migranti in possesso di particolari conoscenze o abilità potesse essere determinato non solo dalle condizioni economiche e sociali presenti nei luoghi di arrivo, ma anche e soprattutto dalle loro stesse capacità, considerazione che necessita di un ulteriore approfondimento condotto mediante un’analisi comparativa delle informazioni raccolte.

Iniziamo dalla vita di Ivo Agostini: viene spontaneo chiedersi se quest’ultimo si sarebbe trasferito in Brasile se non fosse stato figlio di un figurinaio, domanda a cui non è possibile dare una risposta per ovvie ragioni. Si deve considerare, però, che nel progetto dell’artigiano appariva una serie di fattori a favore della necessità di partire quasi sempre assente nelle storie dei migranti contadini, che rendono la sua lunga esperienza di lavoro molto più complessa da analizzare rispetto a quanto accadeva di consueto.

Il fattore economico era presente e da questo punto di vista il nostro non si diversificava dalla massa dei partenti, intenzionati ad abbandonare una realtà di montagna limitata e affascinati dalle notizie che giungevano dai Paesi di arrivo, dove parenti e conoscenti mostravano un tenore di vita accattivante. A tale proposito nel testo sono citate le foto inviate a Ivo dal padre Pietro e dal fratello Giuseppe Agricolo in cui i mittenti dimostravano di vivere in un luogo della terra sensibilmente migliore a livello economico rispetto ai paesi della Media Valle del Serchio e della Garfagnana.

A tutto ciò si aggiungeva la necessità di non venir meno a una tradizione

professionale solidamente radicata nel gruppo familiare, che aveva impegnato

nella lavorazione del gesso tutti i membri maschi, attività preferibilmente svolta

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in emigrazione per le maggiori opportunità di guadagno offerte dallo sviluppo del centro e nord Europa e dei Paesi del continente americano. Ivo, per orgoglio individuale più che per necessità economica, non voleva limitare la sua esperienza lavorativa al mestiere di agricoltore; come i suoi predecessori doveva portare un contribuito significativo all’arte della fabbricazione della figurina, ritenuta dalla popolazione del paese di Coreglia un’occupazione di gran lunga migliore rispetto all’agricoltura.

A questo punto si inserisce nell’analisi della sua esperienza di vita all’estero un ultimo fattore: la possibilità, di cui fu cosciente fin dalla partenza, di avere nel luogo di destinazione uno specifico posto di lavoro, che comportava una posizione sociale e un ritorno economico sicuri, ed era anche da questo punto di vista che l’emigrazione in generale dei figurinai (anche di coloro che, come Agostini, dovevano apprendere la professione in terra straniera) si diversificava dall’emigrazione della maggioranza della popolazione di origine rurale.

Quest’ultima affrontava il suo destino lontano dalla patria senza prevedere che tipo di mestiere sarebbe riuscita a fare, quali sarebbero state le sue effettive condizioni di vita e, in particolare, se il suo sacrificio avrebbe portato un ritorno economico soddisfacente (risultato che non sempre i partenti che costituivano la manodopera generica riuscivano a conseguire).

Ivo giudicava l’emigrazione principalmente in relazione alla continuità professionale e, di conseguenza, era inevitabile che la sua esperienza in Brasile, con il trascorrere del tempo e i cambiamenti nella gestione del laboratorio e nella selezione delle opere da fabbricare, proseguisse fino al momento in cui l’artigiano avesse ritenuto di aver raggiunto i risultati quantitativi e qualitativi che si era prefissato fin dai primi anni trascorsi all’estero.

Come per il figurinaio, anche nel caso di Gigi Guadagnucci l’emigrazione

rappresentava il mezzo attraverso il quale poter conseguire l’avanzamento

professionale che in patria probabilmente non avrebbe mai raggiunto. Ma se per

il primo vivere all’estero consentì la crescita economica e il potenziamento delle

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competenze tecniche nel proprio settore di produzione, il contatto con la stimolante società parigina portò lo scultore emigrante a una maggiore formazione culturale, indispensabile per andare oltre le semplici abilità artigianali, rendendolo un artista capace di esprimersi attraverso la lavorazione del marmo. Alla base di esperienze tra loro tanto distanti non ci furono solo competenze e interessi diversi in ambito professionale, ma anche realtà sociali e culturali opposte nelle località di arrivo. Da una parte Agostini restò legato al mondo dell’artigianato del gesso della Media Valle trasferito in Brasile dai figurinai lucchesi al fine di raggiungere maggiori risultati; Guadagnucci, invece, in Francia venne a contatto degli ambienti di maggiore risonanza a livello internazionale per la politica e l’arte.

Queste considerazioni permettono di rivalutare il peso delle condizioni socio- culturali della comunità ospitante nel determinare il destino degli italiani all’estero, malgrado rimangano predominanti le abilità e gli interessi personali:

anche se alla loro partenza Agostini e Guadagnucci avevano una preparazione culturale simile, non si deve dimenticare che il primo non aveva le capacità e l’iniziativa che hanno condotto l’altro a raggiungere un’elevata forma di arte.

Ambedue prevedevano nel loro progetto migratorio di realizzare importanti aspirazioni, che furono appagate in modo diverso in base alle specifiche abilità, anche se possiamo individuare interessi simili tra lo scultore e il figurinaio, presenti in altri casi di lavoro all’estero citati nella prima parte della tesi, a dimostrazione di come queste finalità, particolari rispetto al comportamento della massa, caratterizzassero la continuità professionale.

Francesco Mungai emigrando a Villa Regina poté sviluppare l’attività di

rivenditore ortofrutticolo già svolta dai suoi genitori; i librai e le barsane del

lunigianese per dare dignità maggiore al proprio mestiere spesso finivano per

dedicarsi al commercio al minuto o all’ingrosso con un ampliamento dei propri

orizzonti professionali; gli intellettuali impiegati in ambito tecnico e scientifico

come Veltroni e Baracchi desideravano investire nell’emigrazione le proprie

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conoscenze. In tutti questi casi si nota una sorta di orgoglio professionale, che nel determinare le decisioni del migrante ha pari e, a volte, superiore valore degli interessi economici che muovono la massa.

I migranti non disposti a cambiare un mestiere estremamente faticoso ereditato nel luogo di origine con altre occupazioni meno impegnative, almeno che queste ultime consentissero un consistente miglioramento del tenore di vita, provano come molti toscani emigrati all’estero preferissero preservare una specifica professionalità. Pensiamo ai sacrifici compiuti da taglialegna, boscaioli, minatori e carbonai: tali migranti, malgrado tutte le difficoltà che dovevano affrontare, pur di rimanere legati a un lavoro verso cui ritenevano di avere particolari competenze, non cercavano alternative che, come i mestieri di operaio o di bracciante agricolo, avrebbero permesso con minore fatica di avere ritorni economici simili a quanto già ricevevano, ma avrebbero tolto loro la dignità professionale. Diverso era il comportamento della massa, impegnata in mestieri generici e disposta a cambiarli come aveva anche una minima speranza, spesso disillusa, di poter migliorare la propria condizione. Le ventitré occupazioni per gli italiani negli Stati Uniti citate nel capitolo iniziale, certamente in maggioranza erano impieghi che il migrante svolgeva per breve tempo, preferendo alla continuità cambiare spesso datore di lavoro.

Semplici operai e in generale italiani all’estero che costituivano la manodopera

non specializzata in vari settori difficilmente riuscivano a compiere un

avanzamento sociale e a raggiungere un tenore di vita più elevato, essendo

molto più frequente il miglioramento presso i partenti in possesso di una

particolare professionalità. Uno dei pochissimi casi testimoniati nel materiale

iconografico del “Museo della Gente di Toscana” riguarda Leandro Rossi,

originario di Ponticello nel comune di Filattiera, che negli anni cinquanta

lavorava come metalmeccanico in un’azienda elvetica. Dieci anni dopo le foto lo

ritraggono impiegato in un ristorante, sempre in Svizzera, dove faceva il maitre

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di sala, un lavoro di responsabilità che gli aveva consentito quell’avanzamento sociale ed economico che desiderava.

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Un esempio di dignità professionale anche in difficili ambienti di lavoro viene dato da Valentino Simonelli, minatore che in un’intervista

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dichiarava di essere orgoglioso di aver resistito alle dure condizioni degli impianti di estrazione prima francesi e poi belgi, rivelando una volontà che non avevano tutti gli emigranti intenzionati a impiegarsi nel suo mestiere. L’intervistato raccontava che alcuni scendevano nel sottosuolo per risalire pochi minuti dopo, perché spaventati dalle difficoltà di un lavoro fisicamente stressante condotto al buio.

L’impresa compiuta all’estero di cui il lunigianese andava maggiormente fiero era essere riuscito a lavorare nella peggiore miniera della zona di Mons, la dix- neuvième midi; una volta superata questa difficile prova, si era ritenuti tra i minatori più abili e, quindi, in grado di lavorare in qualsiasi impianto di estrazione dell’area geografica limitrofa.

Tornando ai due emigranti di cui sono state ricostruite le biografie, un altro aspetto che li accomunava era la possibilità di poter iniziare il proprio lavoro all’estero fin dall’arrivo, grazie ai contatti stabiliti con i familiari partiti in precedenza. Come Agostini, anche Guadagnucci aveva la certezza di andare a svolgere il mestiere di artigiano scultore nei mesi antecedenti al viaggio, ricollegandosi a una professione largamente diffusa nel luogo di origine; questa certezza gli consentì di evitare il primo periodo di inserimento lavorativo e favorì una veloce integrazione nel luogo di destinazione.

La facilità nell’adeguarsi alle condizioni di vita delle comunità estere per gli emigranti in possesso di una professionalità è ravvisabile anche in altri casi citati nei capitoli della prima parte (basti pensare ai toscani di Villa Regina, che inseriti in un contesto agricolo simile a quello della montagna pistoiese per quanto riguardava le tecniche di lavoro della terra, poterono subito adoperarsi

614 La storia di Leandro Rossi si può ricostruire attraverso le fonti visive catalogate con i codici 334, 335, 336, 337, 338, 339, 340 e 341 (MEGT). Il termine maitre in lingua francese indica il capocameriere, che ha il compito di controllare la preparazione della sala e assicurare la qualità del servizio.

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per rendere i territori colonizzati abitabili e coltivabili, o ai venditori ambulanti di vario genere che partivano con la merce che avrebbero commerciato nel luogo di arrivo). Una volta intrapresa la propria attività queste persone, però, non ambivano a un livello di integrazione maggiore se non era indispensabile al potenziamento quantitativo e qualitativo della loro produzione. È significativo l’esempio dei figli di Agostini che, malgrado si sentissero brasiliani a tutti gli effetti, educati dai genitori secondo le proprie abitudini non rinnegarono mai le origini della loro famiglia, comportamento che invece era spesso assunto dai figli di lavoratori generici che, una volta conseguito un titolo di studio all’estero, evitavano di manifestare pubblicamente la loro italianità.

Nell’esperienza di Guadagnucci torna la necessità di finalizzare l’inserimento sociale all’obiettivo di raggiungere la professionalità di artista, per poi godere dei privilegi previsti da un tenore di vita accattivante, ma il nostro non ebbe mai il desiderio di acquisire i caratteri popolari della cultura francese.

Tali esempi confermano come solitamente i partenti in possesso di abilità manuali o specifiche conoscenze avvertissero in modo minore rispetto alla massa la necessità di un’integrazione completa. Nel loro comportamento si nota una dignità non solo professionale, ma anche culturale, dovuta a una posizione sociale che dipendeva unicamente dalle condizioni economiche del luogo di arrivo, di conseguenza libera dai condizionamenti delle comunità estere che non potevano determinare il destino lavorativo di tali emigranti, già scelto prima della loro partenza. Logicamente la dignità professionale e culturale era molto più elevata nei mestieri che prevedevano sbocchi occupazionali migliori, come nel caso degli intellettuali o dei coloni e dei venditori ambulanti più fortunati che riuscivano a estendere la loro attività.

Al contrario, le esperienze nel Nord Italia della famiglia Mastorci ricostruite

nell’ultimo capitolo, provano come fosse difficile per la donna emigrata

dedicarsi a un mestiere caratterizzato dalla continuità, anche di fronte a lavori

che venivano praticati per consuetudine decennale o persino secolare nei luoghi

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di origine, e come le risultasse altrettanto arduo investire il denaro guadagnato e le conoscenze culturali acquisite per migliorare la propria condizione di vita.

Tali limiti sono particolarmente evidenti nella storia di Antonietta, dedita per un breve periodo alla professione di balia, un’occupazione circoscritta nel tempo o tanto meno lo era il mestiere della balia di latte, che terminava nel momento in cui il bambino veniva slattato. Malgrado ciò, le giovani madri che nutrivano i figli altrui compivano un’esperienza accattivante, capace di spingerle a rifiutare la mentalità tradizionale imposta dal marito e dagli altri parenti, anche se poi quasi sempre venivano meno le possibilità per mettere in pratica le nuove abitudini culturali una volta che, terminato l’allattamento, i datori di lavoro non avevano più bisogno di riservare loro degli agi.

Nel caso di Antonietta il rifiuto delle proprie origini, invece, è totalmente assente; addirittura la balia sia nella prima che nella seconda emigrazione mise immediatamente in chiaro con le madri dei suoi piccoli assistiti di non voler assolutamente cambiare il proprio stile di vita e la figlia Andreina durante una recente intervista ha immediatamente manifestato un senso di pudore quando le è stato chiesto di affrontare l’argomento, per poi spiegare che la madre quando tornava dal baliatico riprendeva subito ad attendere agli impegni nei campi.

Antonietta ha continuato a lavorare come contadina fino alla terza età, cessando la sua attività solo nel momento in cui le sono mancate le forze per lavorare nello stesso modo assiduo di un uomo.

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Eppure anche a Monzone, paese in passato noto specialmente a Genova per il latte delle sue puerpere ritenuto di elevato valore nutritivo, non è pensabile che tutte le donne emigrate per il baliatico al ritorno avessero evitato di manifestare insofferenza per i limiti economici e culturali della società rurale di montagna e fu proprio il comportamento di Antonietta a farlo capire, quando affermò, appena giunta nel luogo di arrivo, di non voler cambiare le sue abitudini.

616 Nell’archivio della famiglia Mastorci sono conservate due foto degli anni settanta di Antonietta con il suo asino: nella prima, mentre l’animale sta trasportando un carico di fieno, la sua padrona si ferma per prendere in braccio un bambino incontrato lungo il tragitto; nella seconda la Mastorci si fa ritrarre davanti all’ingresso della

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Avrebbe evitato, infatti, di mettere subito in chiaro la sua posizione se non fosse stata a conoscenza di quanto poteva apparire accattivante il modo di vivere delle famiglie benestanti. Una volta tornata nel luogo di origine spesso la balia palesò disapprovazione nei confronti di ragazze monzonesi che, lavorando come donne di servizio con un discreto guadagno, avevano speso tutti i loro soldi per provare i piaceri offerti dalle grandi città senza preoccuparsi delle loro famiglie.

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La stessa determinazione nel non lasciarsi affascinare in modo eccessivo dalle agiatezze della vita alto borghese torna nelle figlie, spinte dalle necessità della crisi postbellica a piegarsi ancora nubili al ruolo ingrato di domestica. Lo prova il comportamento di Andreina in casa Mazzola, nel momento in cui decise di abbandonare il servizio perché non si sentiva ancora pronta a lavorare per una famiglia con un tenore di vita tanto elevato: se avesse voluto continuare a godere in piccola parte del benessere dei suoi signori non si sarebbe ritirata, rischiando di finire in una famiglia con minori possibilità economiche.

Queste esperienze di vita presso le famiglie dell’aristocrazia e della ricca borghesia di inizio Novecento, se da una parte confermano come potenzialmente la donna lontano dal luogo di origine avesse di solito gli strumenti per variare le sue abitudini e rendersi indipendente, d’altro canto rivelano anche che tale passaggio era difficile da compiere e non solo, come si potrebbe essere spinti a pensare, per gli ideali trasmessi da una società cattolica e tradizionale che doveva mantenere una struttura immobile. Nelle scelte prese dalle Mastorci si nota qualcosa di più: emerge la necessità di non tradire la comunità di appartenenza attraverso l’avanzamento culturale e la liberalizzazione degli atteggiamenti e non per paura che al ritorno le emigranti potessero subire una sorta di vendetta o punizione, ma semplicemente perché in loro non era abbastanza forte il desiderio di ribellarsi alle gerarchie familiari. Queste ultime venivano accettate da Antonietta e dalle figlie semplicemente come elementi fondanti del mondo di cui facevano parte. Il processo di emancipazione della

617 La signora Andreina, durante le interviste rilasciate a Monzone, ha sostenuto di non ricordare in quale

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donna dalla società rurale è stato rallentato anche da questi comportamenti, che rivelano come nell’emigrazione femminile raggiungere l’autonomia economica e l’apertura a nuovi modelli di vita fosse meno predominante di quanto si sia supposto in passato, conquiste che venivano spesso conseguite attraverso un bagaglio di esperienze maturato di generazione in generazione.

Nelle Mastorci si ravvisa una sorta di realismo che, considerando le condizioni in cui si erano trovate nel luogo di arrivo, diviene una forma di saggezza da parte delle interessate, in grado di capire che, per quanto desiderabili, lo stile di vita e i privilegi dei loro datori di lavoro non erano concessi alle persone originarie dei paesi della montagna toscana.

La numerosità dei rimpatri femminili a livello regionale, a volte anche di circa la metà delle partenze nei primi decenni del Novecento, lascia intuire che il comportamento manifestato dalle donne della famiglia monzonese non era affatto un’eccezione, in caso contrario la maggior parte delle emigranti avrebbe preferito rimanere nel luogo di arrivo, specialmente se non legate da vincoli matrimoniali, per poter mettere in pratica con maggiore facilità le nuove abitudini acquisite presso le comunità urbanizzate. Il legame con i congiunti, anche se la ragazza era nubile, era una delle componenti che determinavano il suo ritorno insieme alle condizioni di lavoro particolarmente faticose e umilianti (come accadeva per le donne inserite nella produzione industriale), a meno che i rapporti familiari non fossero sofferti: era il caso della già citata testimonianza di una balia feltrina, che ammetteva “…sopportai otto anni di tirannia di casa, poi dissi a mio suocero basta di lavorare per lui.”.

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Nel 1915 ci furono 1594 partenze per gli Stati Uniti dalla Toscana:

considerando che di solito sul totale degli espatri la percentuale dell’emigrazione

femminile si aggirava sul venti per cento, per l’anno preso a modello si può

calcolare che all’incirca siano partite 300 donne (ma si tratta di un valore molto

approssimato), mentre sono tornate 171, più o meno la metà delle partenze. Fu

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l’ultimo anno che offrì un esempio significativo del fenomeno storico prima della Grande Guerra. Le partenze ripresero a lievitare nei primi anni venti, ma tra il 1923 e il 1925 aumentarono costantemente anche i rimpatri sia maschili che femminili; il primo anno, su un totale di 2058 esodi e su un valore approssimato di circa 400 partenze femminili si ebbero 154 donne che tornarono. È interessante notare che, mentre per le partenze non è pensabile supporre per l’emigrazione di mogli e ragazze nubili una percentuale maggiore di circa un sesto del totale, il rapporto tra i rientri maschili, che furono 313, e quelli femminili non fu meno di un mezzo a favore dei primi. Nel 1924 le donne di ritorno aumentarono raggiungendo quota 208 e l’anno successivo 410, mentre le partenze totali subirono una drastica riduzione di circa la metà dovuta ai provvedimenti per limitare l’emigrazione varati dal regime: i dati furono 1086 esodi nel 1924 e 973 nel 1925.

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619 I dati sono stati presi da Annuario statistico dell’emigrazione italiana, cit., in particolare dalle tabelle degli

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