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CAPITOLO 3 TIPOLOGIE DI GHIACCIAIE NELL’ALTA TOSCANA TRA LE PROVINCE DI PISTOIA, PISA E FIRENZE

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CAPITOLO 3

TIPOLOGIE DI GHIACCIAIE

NELL’ALTA TOSCANA TRA

LE PROVINCE DI PISTOIA,

PISA E FIRENZE

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3.1 L’APPENNINO TOSCANO. LE GHIACCIAIE NELL’ALTA VALLE DEL RENO

3.1.1 IL COMPARTO DELLA GHIACCIAIA DELLA MADONNINA, ESEMPIO DI GHIACCIAIA COMMERCIALE.

La produzione toscana di ghiaccio naturale era assai fiorente nella zona della Montagna Pistoiese. Questo territorio è situato fra la pianura fiorentina, la pianura emiliana e la costa versiliese, ha un’altitudine media di circa 800 mt s.l.m. ed è caratterizzato da un’abbondante presenza di acqua grazie al fiume Reno, che nasce proprio in queste montagne. Le condizioni morfologiche e climatiche della valle situata nel tratto appenninico fra Le Piastre e Pracchia, in particolare sono molto speciali: essa è infatti caratterizzata da un fondovalle relativamente spazioso e semi pianeggiante nel cui fondo scorre il fiume, da una scarsa insolazione e da una contemporanea apertura ai venti freddi del Nord e protetta da quelli caldi del Tirreno. Tali caratteristiche rendono questa zona una tra le più fredde d’Italia e perciò adatta alla produzione del ghiaccio naturale. Il comparto della Madonnina è il primo che si incontra percorrendo l’attuale strada statale Modenese da Le Piastre verso Pracchia, ed è composto da tre ghiacciaie a struttura tronco-conica, una ghiacciaia di forma rettangolare, due bacini per l’acqua (uno in riva destra e uno in riva sinistra del fiume) e da una gora di alimentazione (Carta 3.1). Col termine comparto viene intesa un’area in cui sono presenti più ghiacciaie unite

Carta 3.1. Alta Valle del Reno, Le Piastre (PT), Comparto della Madonnina. a) ghiacciaia della Madonnina; b) ghiacciaia La Madonnina 2; c) ghiacciaia minore a sezione tronco-conica; d) ghiacciaia minore rettangolare.

Le Piastre

Pracchia Strada Statale Modenese

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tra loro dal sistema di distribuzione delle acque e dal collegamento con la strada.

Il comparto mostra tutte le strutture del processo produttivo necessarie per realizzare e conservare il ghiaccio naturale, e prende il nome dall’unica delle tre ghiacciaie a pianta circolare a sezione tronco-conica ancora interamente conservata (Fig. 3.1).

Secondo la tipologia proposta nel ca-pitolo precedente, l’intero comparto rientra tra le strutture costruite su ini-ziativa di privati per ottenere fonte di guadagno, che potremmo definire come una ghiacciaia commerciale strutturata con bacini di produzione del ghiaccio e luoghi per lo stoccaggio del prodotto. Tutto è interamente costruito con materiali locali facilmente reperibili, quali pietra, legno e paglia, elemento quest’ultimo che contribuiva ad abbassare i costi di lavorazione.

La costruzione principale del comparto è quella che volta la spalle all’attuale strada statale, ed è la ghiacciaia della Madonnina. L’edificio, costruito sulla riva del bacino di raccolta dell’acqua, presenta una planimetria circolare a sezione tronco-conica con un diametro di circa 10-12 metri; la muratura a secco con blocchi di pietra accuratamente sbozzati, dove lo spessore delle mura arriva in certi punti a tre metri, è ulteriormente rafforzata all’esterno da contrafforti in pietra. Ha tre ingressi posti ad altezze differenti: una volta finito di riempire il livello più basso utilizzando la porta posta a livello del bacino, ci si serviva dell’apertura mediana e così via fino a riempire l’edificio, mentre dall’ultima porta si iniziava il prelievo dei blocchi. La copertura è di paglia a forma di cono retta da un’ossatura lignea.

Il carattere commerciale di questo comparto, portava all’esigenza di avere in caso di una sovrapproduzione di ghiaccio, una ghiacciaia minore esterna, priva di copertura, visto

Figura 3.1. Alta Valle del Reno, Le Piastre (PT), ghiacciaia della Madonnina.

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l’uso non costante, solo in caso di mancanza di spazio nella ghiacciaia principale (carta 3.1d). Nonostante fosse di riserva, quest’ultima ha tutte le caratteristiche tecniche che presentano le strutture per la conservazione del ghiaccio coperte. Si presenta di forma rettangolare (16 metri di lunghezza per 8 di larghezza), parzialmente interrata, con una profondità di 4 metri ed una muratura spessa 60 cm, per un volume di quasi 500 m³. Il basamento è costituito da un fondo in battuto di pietra dove ben cinque canali di scolo delle acque di scioglimento, confluiscono in un pozzetto da cui poi l’acqua si reimmetteva nel Reno. In uno di questi canali confluivano anche le acque di scolo della ghiacciaia della Madonnina, posta proprio sopra a questa. Il ghiaccio depositato all’interno veniva conservato coperto da uno spesso strato di foglie (Fig 3.2).

Delle altre due ghiacciaie minori del comparto della Madonnina rimangono poche tracce (Fig. 3.3), poiché al momento del recupero e intervento di restauro versavano in uno avanzato stato di degrado e ormai quasi completamente interrate. Tuttavia i resti conservati, nonché la documentazione fotografica dell’epoca, permettono di ricostruire idealmente come dovevano apparire: una era situata sulla riva sinistra del bacino principale di produzione, mentre l’altra (più piccola) sulla riva destra del secondo bacino, entrambe protette dai raggi solari dal fitto bosco che le circonda. Queste due ghiacciaie dovevano avere una capienza inferiore rispetto a quella della Madonnina, ma

Figura 3.2. Alta Valle del Reno, Comparto della Madonnina (PT). Resti della ghiacciaia minore di riserva.

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come quest’ultima erano a pianta circolare e a sezione tronco-conica con tetto in paglia a forma di cono (carta 3.1 b-c).

Prospiciente a questo edificio adibito alla conservazione troviamo quindi il bacino di produzione poco profondo e con bordi di terra: questi ultimo non erano in muratura, perché, a differenza delle ghiacciaie di alta montagna, in estate esso veniva adibito a pascolo, grazie al sistema idraulico a cielo aperto che permetteva di non captare l’acqua dal fiume chiudendo l’imbocco. Si noti come anche in questo caso, questa attività si inerisca perfettamente all’interno dell’economia rurale, andando ad occupare quei periodi dell’anno in cui le attività agricole erano ferme e l’attività pastorale si svolgeva all’interno della stalla.

Sul corso del Reno si costruivano delle steccaie, o briglie, cioè delle piccole dighe che, ostacolando il fiume, innalzavano il livello delle acque, permettendo ad esse di defluire parzialmente attraverso una calla, ovvero uno sbarramento mobile che regolava il flusso dell’acqua all’interno di un piccolo canale, chiamato gora. La gora convogliava le acque verso il bacino di produzione, dove l’acqua veniva lasciata congelare grazie alla rigidità del clima che da novembre a febbraio, in poche notti, consentiva di congelare

una lastra spessa alcune decine di centimetri. Una volta ottenuta una lastra di ghiaccio

grande quanto il lago, questa veniva spezzata in pezzi più piccoli grazie all’uso di Figura 3.3.Alta Valle del Reno, Comparto della Madonnina (PT). Resti della

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diversi utensili e tirata in prossimità della bocca della ghiacciaia e poi all’interno dell’edificio.

Sul fondo del bacino si trovava un condotto di uscita delle acque, che funzionava da scolo per il flusso costante di acqua sotto la lastra di ghiaccio che si andava formando ed impedire, quindi, che tutta la lastra si attaccasse ai bordi del bacino. Oggi il bacino di servizio della ghiacciaia della Madonnina si presenta in cemento, perché sul finire del XIX secolo, una legge sull’igiene obbligava i produttori ed i commercianti a sottostare a rigide norme igienico-sanitarie, attuate già all’interno dei primi stabilimenti industriali per la produzione del ghiaccio.

Inoltre, la presenza di importanti vie di comunicazione conferì alla montagna pistoiese un ruolo di primaria importanza come produttrice e fornitrice di ghiaccio naturale in tutta la penisola italiana. L’attività era iniziata dopo la costruzione della via Ximenes-Giardini (1761) voluta dal Granduca di Toscana Pietro Leopoldo I di Lorena e del Duca di Modena Francesco III, proprio per facilitare meglio la comunicazione tra il versante toscano (Pistoia, Prato e Firenze) e quello emiliano attraverso il Passo dell’Abetone. Questa via permise così di avvicinare la montagna, luogo di produzione, alla pianura, luogo del consumo. Ulteriore slancio alla produzione venne dato sempre da Leopoldo I, quando nel 1776 abrogò la legge emanata un secolo prima che impediva alle città di Pisa, Livorno e Firenze di acquistare ghiaccio e costruire nuove ghiacciaie oltre a quelle

già presenti1, dando in questa maniera via libera all’attività di commercio del ghiaccio.

Con l’Unità d’Italia (1861) poi, che determinò l’abolizione di molte barriere doganali, si ebbe un vero incremento di questa attività lavorativa.

Anche il successivo nascere della ferrovia Porrettana (1870) contribuì a far accrescere questa produzione, poiché l’apertura di questa linea pose la valle del Reno al centro dell’asse transappenninico delle grandi vie di comunicazione nazionali. I barrocci non dovevano più passare per la salita de Le Piastre, bastava raggiungere Pracchia e scaricare il ghiaccio sui vagoni del treno, permettendo rapidi collegamenti. Un insieme quindi di fatti ed eventi portarono questa attività economica a strutturarsi come

un’attività di tipo preindustriale che richiese la costruzione di ghiacciaie più grandi,

costringendo a passare dalla tipologia di ghiacciaia circolare a sezione tronco-conica ai

vaticani, dei veri e propri edifici seminterrati di forma rettangolare con tetti in legno o

1 Legge del 16 dicembre del 1679 dello Stato Toscano, Bando di proibizione dell’introdurre diaccio e Neve in Pisa, e Livorno, del fabbricare conserve e diacciaie e di riporre e conservare nelle già fabbricate.

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paglia sorretti da pilastri lignei, che erano presenti sul territorio dal ponte di Bionzana fino a Pracchia. La pressione della crescente richiesta di ghiaccio richiese una manodopera sempre più specializzata e un’organizzazione del lavoro sempre più strutturata, portando, intorno agli anni ’20 del secolo scorso, alla costruzione di una fabbrica del ghiaccio artificiale. Questa struttura, situata poco più a valle di Pracchia in località Setteponti, venne realizzata nel tentativo di conciliare la tradizione con la modernità, e permise di protrarre la produzione del ghiaccio fino agli anni della Seconda

Guerra Mondiale2. Per ovviare al problema dell’inquinamento delle acque e dell’igiene,

si cominciò ad utilizzare l’acqua del fiume Reno non più come liquido da congelare ma come forza motrice di una turbina la cui energia serviva per congelare artificialmente l’acqua potabile. Tuttavia, a causa della presenza di fabbriche di ghiaccio artificiale in città, e dunque con la conseguente convenienza di produrre e vendere sul luogo del consumo, le circa settanta ghiacciaie poste lungo il fiume Reno vennero progressivamente abbandonate.

In questo territorio è dunque ancora possibile ritrovare tracce archeologiche di tutte le strutture necessarie alla produzione e alla conservazione del ghiaccio, le quali dal 2012 sono state recuperate, valorizzate e tornate ad essere fruibili ai turisti grazie al sistema di Ecomuseo (come illustrato in Appendice).

2

L’ultima raccolta di ghiaccio e conservazione nell’adiacente ghiacciaia della Madonnina è stata svolta nell’inverno del 1946/47.L’ultima ghiacciaiola fu Ermella Corsini che ebbe come clienti i soldati ameri-cani della V Armata (1944/46); possedeva una rimessa anche a Pistoia, accanto alla chiesa di San Gio-vanni Fuorcivitas dietro l’ex Caffè Valiani.

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3.2 GHIACCIAIE DI PIANURA

3.2.1 LA GHIACCIAIA DI PISA.

Se generalmente gli studi di archeologia della produzione partono dall’osservazione dei resti di impianti produttivi presenti nel territorio, per lo studio del sito di produzione e conservazione del ghiaccio naturale di Pisa non è stato possibile fare lo stesso. Pertanto questa ricerca, avente lo scopo di collocare e identificare tipologicamente e strutturalmente la o le, come vedremo poi, ghiacciaia/e della città, si è dovuta basare soprattutto su ricerche di archivio, svolgendo confronti con le realtà ancora visibili nel territorio dell’Alta Toscana tra le province di Pistoia e Firenze, e da qui sviluppare considerazioni.

Per capire meglio come e perché la città di Pisa, a differenza delle altre città di pianura, fosse dotata di ghiacciaia/e non solo adibite alla conservazione ma dotate anche di bacini per la produzione del ghiaccio, si deve guardare per un momento l’assetto idrografico che caratterizza l’area pisana. Il territorio pisano è caratterizzato infatti da un complesso e mutevole sistema idro-geo-morfologico che da sempre ha condizionato lo sviluppo urbano ed economico della città. Più nel dettaglio, l’area di interesse per il lavoro di tesi, è quella ubicata immediatamente all’esterno e a ridosso delle mura cittadine, nel tratto a Nord compreso fra Porta San Zeno a Est, e l’attuale Porta di San Ranierino a Ovest,. In questa zona un tempo lambita dal fiume Auser, dovevano infatti essere presenti inizialmente solo le strutture adibite alla conservazione, mentre in una fase successiva anche le strutture per la produzione del ghiaccio naturale.

Nel Cinquecento, con il governo granducale Pisa mutò profondamente il suo aspetto, vi fu una ripresa economica ed assunse un ruolo importante come seconda città dello stato toscano. Iniziarono i lavori per l’ammodernamento delle difese urbane di Pisa, ormai inadeguate alle nuove tecniche di assalto basate sull’impiego di armi da fuoco, incluso l’attuale bastione del Parlascio. Inoltre, a seguito della realizzazione del Canale di Ripafratta nel 1564, vi fu un cambiamento anche del sistema idrico nella pianura a Nord di Pisa, poiché l’Auser si trasformò in un esile corso d’acqua divenendo un fossato a difesa della città. La riorganizzazione interessò anche gli aspetti amministrativi, poiché il Ducato di Firenze divenne l’entità di riferimento per tutti i poteri locali, e per tutti gli aspetti legati alla produzione e al commercio delle risorse. In particolare, la produzione,

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conservazione e vendita del ghiaccio naturale nel Ducato di Firenze prima e nel Granducato di Toscana poi era già regolamentata da leggi che garantivano il monopolio di questa redditizia attività al granduca, la cui gestione era annualmente assegnata ad un concessionario risultante vincitore di una gara d’appalto.

Il primo documento che cita con certezza l’esistenza se non del bacino produttivo, almeno di una struttura per la conservazione del ghiaccio risale al 1590, quando un certo Lorenzo di Luca Tinghi fece richiesta al Granduca di poter acquistare non le ghiacciaie « ma la terra tra il fosso et le mura di Pisa concesse da S.A. a piacimento

fuora de’ bastioni.. et far così buon’aria alla città..»3; tuttavia ciò non gli viene concesso, visto che la risposta a tale richiesta fu che «... no abbia la proprietà del frutto

ma solamente possi usufruttare la terra». Ciò era evidentemente dovuto al fatto che il

commercio del ghiaccio costituiva un buon introito alle casse del Granducato.

In un successivo documento risalente al 1614 compare una relazione dettagliata di tutti gli interventi necessari per adeguare quella terra tra il fosso e le mura, citati nel documento del 1590, ad uso di bacini per la produzione di ghiaccio da poter stoccare nelle già presenti ghiacciaie. Già grazie a tali documenti si riesce a definire l’area, agli inizi del XVII secolo, destinata alla produzione del ghiaccio, e si può dedurre che doveva essere presente un solo edificio per la conservazione del prodotto. Si legge infatti di quelle terre « del bastione alla Porta a Lucca e della diacciaja e terre che sono

da detto Bastione e dalla Porta a Lucca sino al bastione di S. Zeno», anche se

purtroppo non ci è dato sapere come e dove fosse precisamente collocata la ghiacciaia. Sappiamo però, dell’esistenza di una seconda ghiacciaia edificata nel 1635 e voluta da Francesco de’ Medici. Venne realizzata per la conservazione del ghiaccio prodotto da neve, in seguito ad un’annata eccezionale per le precipitazioni nevose in montagna, poiché le temperature miti registrate in pianura in quel periodo avevano causato poca

produzione di ghiaccio in pianura4.poichè questa ghiacciaia fu edificata sotto la

dominazione fiorentina, e poiché a Firenze esistevano già delle ghiacciaie con forme specifiche (vedi paragrafo successivo), si può supporre che questa seconda ghiacciaia di Pisa doveva essere a forma di capanna, con un tetto in paglia, un forte richiamo quindi alle ghiacciaie fiorentine, poste a ridosso della cerchia muraria.

3

A.S.P. Fiumi e Fossi 103, 24 gennaio 1590, c.20.

4 Errico, Montanelli, Produzione, conservazione e commercio del ghiaccio fra il XVI e il XIX nel territorio di Collesalvetti, ed. Debatte O. S.r.l., pag.51

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Non conosciamo l’esatta posizione di nessuna delle due strutture adibite a conservazione, sebbene nella cartografia d’epoca Sei-Settecentesca è possibile verificare che l’attuale zona di Porta a Lucca viene indicata col toponimo Alle

Diacciaje. La prima pianta nella quale viene fornito un rilievo abbastanza esauriente

della città è la Pianta Scorzi del 1655, dove all’interno del bastione sono disegnati cinque cerchietti che potrebbero rappresentare le conserve per il ghiaccio, mentre sempre due risultano essere i bacini di produzione. Questi ultimi erano entrambi di forma trapezoidale: il primo bacino era detto diacciaja grande, ed era ubicato immediatamente a destra del bastione uscendo da Porta a Lucca, il secondo invece, era di dimensioni inferiori, era detto la diacciaina ed era ubicato sul terreno a sinistra di Porta a Lucca, a ridosso delle mura e sempre all’interno del fosso dei bastioni (carta 3.2).

Carta 3.2. Pianta Scorzi, particolare della pianta di Pisa della seconda metà del XVII sec., conservata al Museo nazio-nale di San Matteo, Pisa. A) Nella pianta sono rappresentati i due pelaghi (m) con la dicitura in legenda la diacciaja e suoi laghi. B) Ingrandimento del bastione del Parlascio, con le cinque ghiacciaie al suo interno. (da E.Tolaini, Le mura di Pisa, Pisa 1988, tav. 38)

A

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I bacini di produzione, dovevano essere alimentati, almeno fino alla fine del Settecento, dall’acqua del fossato delle fortificazioni, cioè dall’Auser, ma nel 1780 quest’ultimo venne interrato, ed il sistema iniziò ad essere alimentato da un fosso, detto appunto

fosso delle diacciaje, che prendeva acqua dal Fosso dei Mulini5 per mezzo di una cateratta posta in via Pratale.

Possiamo dunque escludere l’esistenza di un’unica ghiacciaia a Pisa, e possiamo escludere con certezza che più ghiacciaie si ergevano a ridosso delle mura interrate nel fossato e con copertura in paglia, (come le ghiacciaie presenti a Firenze nello stesso periodo). A Pisa per conservare il ghiaccio, si utilizzavano gli ambienti interni del bastione (Fig. 3.3). Alla metà del Seicento infatti, il baluardo di Porta a Lucca, appartenente al progetto di fortificazioni volute da Cosimo de Medici alla metà del XVI secolo, superato dalle nuove tecniche difensive, venne adibito a conserva per il ghiaccio. La struttura e l’ambiente interno dell’edificio si presentavano particolarmente favorevoli al mantenimento del prodotto stivato. Il sistema con camini (Fig. 3.4) in uso per la ventilazione degli spazi interni al baluardo, ben si adattava per impedire all’aria umida di condensarsi, assicurando così una evaporazione più veloce della superficie ghiacciata con la conseguente azione refrigerante, favorevole alla conservazione del ghiaccio (un sistema di ventilazione semplice che richiama i badgir iraniani).

5 Il fosso è ancora possibile scorgerlo poiché scorre ancora visibile tra le attuali via Battelli e via S. Marta;

arriva in Piazza delle Gondole tramite un’apertura sotterranea nelle mura medievali e da qui il suo corso prosegue ancora visibile fino all’altezza di Via Garibaldi, per poi proseguire interrato fino ad immettersi nell’Arno in corrispondenza del Ponte della Fortezza.

Figura 3.3. Pisa, Via del Brennero, Piatta-forma del Parlascio.

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Inoltre possiamo notare come i cinque camini tutt’ora visibili, coincidano in numero con i cinque cerchietti disegnati sulla Pianta Scorzi (carta 3.2), pur non coincidendo nelle posizioni: questo dipende dal fatto che la pianta non rispecchia totalmente la realtà, poiché manca di elementi topografici già documentati in planimetrie antecedenti ad essa e dunque non riportati.

Ad oggi non è possibile entrare all’interno del Bastione, acquistato dal Comune di Pisa nel 2012, poiché oggetto di un programma di riqualificazione con l’obbiettivo di legarlo

al Progetto Mura. Tuttavia, M. G. Bevilacqua6 ci fornisce un’esaustiva descrizione degli

ambienti interni del Bastione adibiti alla conservazione per il ghiaccio. Questi presentavano una copertura in mattoni con volte a botte, spessa 40 cm a sostegno di ogni volta vennero realizzati due archi di mattoni che poggiavano su piedritti, anch’essi in mattoni e addossati alle pareti dei vani; il collegamento tra una ambiente e l’altro doveva avvenire tramite corridoi.

Una visione chiara e completa delle ghiacciaie di Pisa viene fornita in un contratto di

appalto del 17807, che contiene una descrizione minuziosa dell’intero sito. In questo

contratto compaiono nuovamente in numero di cinque le ghiacciaie, ribadendo il loro uso conservativo, e per ognuna ne viene riporta la struttura, la forma, la capacità e la collocazione. Si trova scritto inoltre che le ghiacciaie sono tutte contenute da muri, fatto

6 M.G. Bevilacqua, Le Mura di Pisa. Fortificazioni e modificazioni dal XII al XIX secolo, Pisa, ed. ETS,

2010.

7

Il contratto è riportato interamente in Errico, Montanelli, Produzione, conservazione e commercio del

ghiaccio fra il XVI e XIX secolo nel territorio di Collesalvetti, Comune di Collesalvetti, ed. Debatte O.

S.r.l., pag. 52 e sgg.

Figura 3.4. Pisa, Piatta-forma del Parlascio, ca-mini di ventilazione degli spazi interni al baluardo. Il calcestruzzo armato risale ad un progetto di restauro degli anni ’90 rimasto incompiuto.

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che va nuovamente ad avvalorare l’utilizzo degli ambienti del bastione. Viene indicato anche un portico ad uso magazzino per gli attrezzi, che si doveva trovare a ridosso delle mura e coperto con un tetto, del quale vengono riportate le misure: lungo 8,70, largo 4,06 mt e alto 2,90 mt.

A completare il quadro su Pisa di questa produzione sono le vedute prospettiche, in particolare l’incisione di Ranieri Grassi dei primi anni dell’Ottocento: la veduta pittoresca riproduce un ponticello con arco in pietra posto al di fuori della Porta del Parlascio nel luogo detto la «Ghiacciaja», probabilmente la stessa descritta nel contratto d’appalto del 1780 (Fig. 3.5). Il ponticello probabilmente doveva essere l’unico ancora rimasto visibile dei quattro ponti sull’Auser documentati dal Totti in un manoscritto risalente al 15938.

A conclusione, dobbiamo tener presente che sicuramente queste strutture per la produzione e la conservazione del ghiaccio naturale non dovevano essere le uniche nel

8 G.B. Totti nel manoscritto chiama inesattamente questi ponti «ponti d’Osari» cioè ponti sull’Ozzeri,

confondendo il corso d’acqua, poiché il corso passante è l’Auser e non l’Ozzeri. Riferisce che i ponti in questo tratto dovevano essere almeno quattro: la Torre di Santa Maria, Torre di S. Stefano, Porta del Parlascio (oggi chiusa) ed al Cantone di San Zeno, e che erano ancora visibili gli archi d’imposta in pietra. Tutto pare confermato nell’incisione dei primi dell’800 di Ranieri Grassi.

Figura 3.5. Ranieri Grassi, incisione tratta da un disegno di Francesco Giuliani. Veduta pittoresca dei primi ‘800 presa fuori dalla Porta a Lucca, nel luogo detto la “Ghiacciaja”. (da Errico, Montanelli, Produzione, conservazione e commercio del ghiaccio nel territorio di Collesalvetti)

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territorio pisano, erano presenti sicuramente altre ghiacciaie di piccole dimensioni ma solo ad uso del proprietario e solo adibite allo stoccaggio. Tuttavia Pisa si pone come unicum nel suo genere, poiché presenta tutte le strutture che caratterizzano un sito produttivo di ghiaccio naturale, sebbene sia in pianura e con climi miti rispetto alle zone appenniniche.

3.2.2 UN ESEMPIO DI GHIACCIAIA DA CONSERVAZIONE NELLA CITTÀ DI FIRENZE.

Le ghiacciaie nella città di Firenze furono molte fin da quando nel Cinquecento si diffuse la moda del bere freddo. Ogni villa signorile era dotata di una propria ghiacciaia, più o meno spaziosa, prevalentemente scavata nel terreno, per stoccare i blocchi destinati alla conservazione dei cibi freschi nei mesi più caldi. Per i Granduchi di Toscana, l’architetto Bernardo Buontalenti si trovò a dover studiare e progettare strutture per soddisfare questa necessità non solo per la città di Firenze ma anche per le residenze estive granducali di campagna. Questo primo tipo di ghiacciaie in realtà non possedevano strutture particolari, poiché nella loro semplicità architettonica erano molto simili a neviere, cioè semplici buche coperte da tetti conici in paglia: un esempio erano

le ghiacciaie progettate dal Buontalenti nel giardino di Palazzo Pitti9, l’attuale Giardino

di Boboli.

Tuttavia alcune di queste strutture cinquecentesche non mancavano di espedienti tecnici che caratterizzavano una ghiacciaia, come ad esempio una struttura in muratura a sezione tronco-conica, una copertura conica lignea anziché in paglia ed il pozzetto per lo scolo delle acque di scioglimento del ghiaccio conservato all’interno. Esempi di queste sono le quattro ghiacciaie cittadine sorte al bastione della Fortezza Vecchia, presso Porta alla Croce, Porta San Gallo e Porta a Pinti, quest’ultima però costruita alla metà del Seicento per opera di Alfonso Parigi. Si trattava di strutture in muratura interrate nei fossi, che fuoriuscivano da terra per l’ altezza di un uomo, collocate lungo le cortine delle mura della città più esposti ai venti freddi da nord-est. Poiché ricevevano frescura dall’ombra delle stesse cortine, esse riuscivano a mantenere una temperatura più fredda. Queste strutture erano di proprietà dello Stato che tramite appalti le dava in

9

Purtroppo di queste ghiacciaie oggi si sono perse le tracce, poiché nel 1612 i Granduchi di Toscana chiesero a Gherardo Mechini di progettare nuove ghiacciaie di dimensioni maggiori. Sono poste in alto a destra rispetto all’anfiteatro ad occupare l’intera collina, si tratta di due ghiacciaie gemelle parzialmente interrate, a pianta circolare e coperte con cupole in mattoni a calotta emisferica, tutt’ora visitabili.

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gestione a singoli privati che a loro volta avevano l’onere, durante gli inverni poco freddi, di riempire le diacciaje acquistando interi barrocci di ghiaccio giunti in città dall’Appennino. Accanto alla vendita controllata però sorse un mercato clandestino, dove piccole famiglie si erano costruite una piccola ghiacciaia e autonomamente vendevano il prodotto, nonostante la presenza di una legge che proibiva di costruire nuove ghiacciaie nel raggio di sei miglia dalle porte e dalle mura della città di Firenze. Nel Settecento nasce a Firenze l’Azienda del Diaccio statale, con sede in Palazzo Pitti, che aveva il compito di controllare i depositi cittadini, di effettuare la vendita al

pubblico oltre che curare la manutenzione di queste strutture urbane10. Alle ghiacciaie

già citate, nel frattempo si erano aggiunte la ghiacciaia Cascine e la ghiacciaia di Porta a Prato. Per quasi tutto l’Ottocento tutte le ghiacciaie fiorentine funzionarono a pieno regime, costituendo un importante introito per le casse del Granducato: tale attività rimase immutata nei suoi aspetti essenziali fino a quando nel 1864 Firenze divenne capitale del neonato Regno d’Italia. In ben sei anni la città di Firenze vide cambiare profondamente il volto urbanistico, adeguandosi al nuovo importante ruolo, cancellando ogni segno dell’antico tessuto urbano: vennero così abbattute le mura e con esse sparirono anche tutte le strutture per la conservazione del ghiaccio.

Di questa attività oggi rimane traccia solo nella cartografia storica e nella toponomastica cittadina, come ad esempio Via delle ghiacciaie nei pressi della Stazione Centrale di S. M. Novella. Tuttavia

la ghiacciaia

all’interno del Parco delle Cascine lungo il Viale degli Olmi, è si-curamente la più cono-sciuta a Firenze, per-ché ben visibile come

edificio

particolar-mente bizzarro in que-sto conteque-sto (Fig. 3.1). Nata dal progetto di

10

Questo almeno fino a quando una Legge Leopoldina del 1776 abolì gli appalti delle ghiacciaie ai privati, e le ghiacciaie divennero tutte di proprietà dello Stato.

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Giuseppe Manetti nel 1796, è una ghiacciaia con curiosa forma di piccola piramide, alta non più di 10 metri alla sommità, in conci di pietra spesse, senza alcuna fonte di luce e situata in una posizione ombreggiata nel parco. La sua costruzione è stata voluta da Pietro Leopoldo di Lorena a cinque anni dall’ apertura alla cittadinanza del Parco delle Cascine. Diversamente da quanto si potrebbe pensare, il piccolo edificio non ha niente a

che fare né con l’ Egitto, né con sepolture di alcun tipo, il rimando formale alle

architetture dell'antico Egitto fa parte di un gusto orientaleggiante proprio dell'epoca. Nonostante la forma, si caratterizza per avere le stesse peculiarità delle strutture deputate alla sola conservazione del ghiaccio, con un deposito interrato di forma quadrata e un canale di scolo per l’acqua; è inoltre contraddistinta da delle nicchie ricavate nelle pareti, concepite per contenere gli alimenti al fresco e al riparo della copertura piramidale. La struttura portante è realizzata in mattoni ricoperti interamente in pietra serena.

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