Hegel – L’Assoluto come Spirito dalla Prefazione della Fenomenologia dello Spirito, dai §§17-8, 20-1, 25

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Hegel – L’Assoluto come Spirito

dalla Prefazione della Fenomenologia dello Spirito, dai §§17-8, 20-1, 25

Secondo il mio modo di vedere, che dovrà giustificarsi soltanto attraverso l’esposizione del sistema stesso, tutto dipende dall’intendere e dall’esprimere il vero non tanto come sostanza, bensì propriamente come soggetto. …

La sostanza viva è l’essere che è veramente Soggetto, o, ciò che è poi lo stesso, è l’essere che è veramente reale, ma soltanto in quanto la sostanza è il movimento del porre-se-stessa, o la mediazione del divenir-altro-da-sé con se stessa. Come soggetto essa è pura e semplice negatività, ed è, proprio per ciò, lo sdoppiamento del semplice, o la duplicazione opponente, la quale, a sua volta, è la negazione di questa diversità indifferente e della sua opposizione;

soltanto questa ricostituentesi eguaglianza o la riflessione entro l’esser-altro in se stesso – non un’unità originaria come tale, né un’unità immediata come tale – è il vero. È il divenire di se stesso, il circolo che presuppone come proprio scopo la propria fine e la ha come proprio inizio, e che solo mediante l’attuazione e la propria fine è reale.

Il vero è l’intero. Ma l’intero è soltanto l’essenza che si completa mediante il suo sviluppo.

Dell’Assoluto si deve dire che esso è essenzialmente risultato, che solo alla fine è ciò che è in verità: e proprio in ciò consiste la sua natura, nell’essere realtà, soggetto o divenire-se-stesso.

Per quanto possa sembrare contraddittorio che l’Assoluto sia da concepire essenzialmente come risultato, basta tuttavia riflettere alquanto per rendersi capaci di questa parvenza di contraddizione. L’inizio, il principio o l’Assoluto, come inizialmente e immediatamente viene enunciato, è soltanto l’universale. Se io dico: “tutti gli animali”, queste parole non potranno mai valere come una zoologia; con altrettanto evidenza balza agli occhi che le parole: “divino”,

“assoluto”, “eterno”, ecc. non esprimono ciò che qui è contenuto; e tali parole, in effetti, non esprimono che l’intuizione, intesa come l’immediato. Ciò che è più di tali parole, e sia pure il passaggio a una sola proposizione, contiene un divenire-altro che deve venire ripreso, ossia una mediazione. Della mediazione, per altro, si ha un sacro orrore, come se, quando non ci si limiti ad affermare che essa non è niente di assoluto e non si trova nell’Assoluto, si debba rinunziare alla conoscenza assoluta.

Ma, in effetti, quel sacro orrore deriva dall’ignoranza della natura della mediazione della stessa conoscenza assoluta. Infatti, la mediazione non è altro che l’eguaglianza-con-sé che si muove, non è che la riflessione in se stessa, il momento dell’Io esistente-per-sé, la pura negatività, o, abbassata alla sua pura astrazione, il semplice divenire. L’Io o il divenire in generale, questo atto del mediare, in virtù della sua semplicità è appunto l’immediatezza che è in via di divenire, nonché l’immediato stesso. Si disconosce quindi la ragione, quando la riflessione, esclusa dal vero, non viene accolta come momento positivo dell’Assoluto. È la riflessione che eleva a risultato il vero, ma che anche toglie questa opposizione verso il suo divenire; giacché il divenire è altrettanto semplice e quindi non diverso da quella forma del vero, la quale fa sì che esso, nel suo risultato, si mostri semplice; esso è, per meglio dire, l’essere ritornato nella semplicità. – Se indubbiamente l’embrione è in sé uomo, non lo è tuttavia per sé;

per sé lo è soltanto come ragione spiegata, fattasi ciò che essa è in sé. Questa è in primo luogo la sua realtà. Ma tale risultato è esso stesso semplice immediatezza; esso è infatti la libertà autocosciente, che riposa in se stessa e che, invece di accantonare l’opposizione per lasciarsela dietro, si è riconciliata con essa. …

Che il vero sia reale solo come sistema, o che la sostanza sia essenzialmente Soggetto, ciò è espresso in quella rappresentazione che enuncia l’Assoluto come Spirito – elevatissimo concetto appartenente all’età moderna e alla sua religione. Soltanto lo spirituale è il reale; esso è l’essenza o ciò che-è-in-sé – è ciò che si relaziona e ha determinatezza, l’essere-altro e l’essere-per-sé – e, in tale determinatezza, e nel suo essere fuori di sé, resta entro se stesso, ossia esso è in-sé-e-per-sé.

Testo tedesco

Vorrede I.2a §17-

17. Es kömmt nach meiner Einsicht, welche sich durch die Darstellung des Systems selbst rechtfertigen muß, alles darauf an, das Wahre nicht als Substanz, sondern ebensosehr als Subjekt aufzufassen und auszudrücken. …

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18. Die lebendige Substanz ist ferner das Sein, welches in Wahrheit Subjekt, oder, was dasselbe heißt, welches in Wahrheit wirklich ist, nur insofern sie die Bewegung des Sich-selbst- setzens, oder die Vermittlung des Sich-anders-werdens mit sich selbst ist. Sie ist als Subjekt die reine einfache Negativität, eben dadurch die Entzweiung des Einfachen, oder die entgegensetzende Verdopplung, welche wieder die Negation dieser gleichgültigen Verschiedenheit und ihres Gegensatzes ist; nur diese sich wiederherstellende Gleichheit oder die Reflexion im Anderssein in sich selbst—nicht eine ursprüngliche Einheit als solche, oder unmittelbare als solche, ist das Wahre. Es ist das Werden seiner selbst, der Kreis, der sein Ende als seinen Zweck voraussetzt und zum Anfange hat, und nur durch die Ausführung und sein Ende wirklich ist. …

20. Das Wahre ist das Ganze. Das Ganze aber ist nur das durch seine Entwicklung sich vollendende Wesen. Es ist von dem Absoluten zu sagen, daß es wesentlich Resultat, daß es erst am Ende das ist, was es in Wahrheit ist; und hierin eben besteht seine Natur, Wirkliches, Subjekt, oder Sich-selbst-werden, zu sein. So widersprechend es scheinen mag, daß das Absolute wesentlich als Resultat zu begreifen sei, so stellt doch eine geringe Überlegung diesen Schein von Widerspruch zurecht. Der Anfang, das Prinzip, oder das Absolute, wie es zuerst und unmittelbar ausgesprochen wird, ist nur das Allgemeine. Sowenig, wenn ich sage: alle Tiere, dies Wort für eine Zoologie gelten kann, ebenso fällt es auf, daß die Worte des Göttlichen, Absoluten, Ewigen u.s.w. das nicht aussprechen, was darin enthalten ist;—und nur solche Worte drücken in der Tat die Anschauung als das Unmittelbare aus. Was mehr ist, als ein solches Wort, der Übergang auch nur zu einem Satze, ist ein Anderswerden, das zurückgenommen werden muß, ist eine Vermittlung. Diese aber ist das, was perhorresziert wird, als ob dadurch, daß mehr aus ihr gemacht wird denn nur dies, daß sie nichts Absolutes und im Absoluten gar nicht sei, die absolute Erkenntnis aufgegeben wäre.

21. Dies Perhorreszieren stammt aber in der Tat aus der Unbekanntschaft mit der Natur der Vermittlung und des absoluten Erkennens selbst. Denn die Vermittlung ist nichts anders als die sich bewegende Sichselbstgleichheit, oder sie ist die Reflexion in sich selbst, das Moment des fürsichseienden ich, die reine Negativität oder das einfache Werden. Das Ich, oder das Werden überhaupt, dieses Vermitteln ist um seiner Einfachheit willen eben die werdende Unmittelbarkeit und das Unmittelbare selbst.—Es ist daher ein Verkennen der Vernunft, wenn die Reflexion aus dem Wahren ausgeschlossen und nicht als positives Moment des Absoluten erfaßt wird. Sie ist es, die das Wahre zum Resultate macht, aber diesen Gegensatz gegen sein Werden ebenso aufhebt, denn dies Werden ist ebenso einfach und daher von der Form des Wahren, im Resultate sich als einfach zu zeigen, nicht verschieden; es ist vielmehr eben dies Zurückgegangensein in die Einfachheit.—Wenn der Embryo wohl an sich Mensch ist, so ist er es aber nicht für sich; für sich ist er es nur als gebildete Vernunft, die sich zu dem gemacht hat, was sie an sich ist. Dies erst ist ihre Wirklichkeit. Aber dies Resultat ist selbst einfache Unmittelbarkeit, denn es ist die selbstbewußte Freiheit, die in sich selbst ruht, und den Gegensatz nicht auf die Seite gebracht hat und ihn da liegen läßt, sondern mit ihm versöhnt ist.

25. Daß das Wahre nur als System wirklich, oder daß die Substanz wesentlich Subjekt ist, ist in der Vorstellung ausgedrückt, welche das Absolute als Geist ausspricht,—der erhabenste Begriff, und der der neuern Zeit und ihrer Religion angehört. Das Geistige allein ist das Wirkliche; es ist das Wesen oder An-sich-seiende,—das sich Verhaltende oder Bestimmte, das Anderssein und Für-sich-sein—und in dieser Bestimmtheit oder seinem Außer-sich-sein in sich selbst Bleibende;—oder es ist an und für sich.

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