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1. La storia di Pianosa dalle origini al 1997

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1. La storia di Pianosa dalle origini al 1997

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Seppur le prime tracce della presenza dell’uomo sull’isola di Pianosa sono riconducibili all’era neolitica (5.000 a.C.), in più di un periodo storico questa è rimasta disabitata oppure veniva popolata solo stagionalmente da agricoltori e pescatori elbani e, comunque, spesso ha condiviso il suo destino con quello della vicina isola d’Elba. Entrambe infatti durante i secoli furono contese fra i principali avversari presenti nel Mediterraneo in quanto considerate approdi strategicamente importanti per il controllo delle rotte commerciali.

Come appena detto, i primi resti della presenza umana sull’isola risalgono al 5.000 a.C. in quanto in quel periodo si verificò la “neolitizzazione” dell’area tirrenica. All’epoca la navigazione era a vista e perciò Pianosa si presume che fosse divenuta un importante approdo intermedio sulla rotta che collegava la terraferma con la Sardegna e la Corsica. Sulla base di ciò e dei ritrovamenti, la popolazione che vi risiedeva doveva partecipare già attivamente ai commerci di importanti materie prime, anche se i segni più importanti testimonianti l’importanza di Pianosa come porto naturale di attracco e sosta per le rotte tirreniche e mediterranee, sono del Mesolitico e del Neolitico (6.000 – 3.000 a.C.). Sulla base dei ritrovamenti i luoghi maggiormente interessati dalle attività umane erano sulla costa dell’isola o nella sua prossimità, mentre nell’interno non si riscontrano tracce significative di insediamenti. Va tuttavia detto che ciò potrebbe anche essere dovuto al profondo sfruttamento agricolo che l’isola ha subito negli ultimi 150 anni: probabili resti potrebbero essere andati distrutti nel corso dei vari dissodamenti, indispensabili per rendere la terra coltivabile e fruttifera. Tutto ciò è ritenuto sufficiente per affermare che vi fosse presente una popolazione numerosa.

Durante l’età del bronzo (4.000 – 2.000 a.C.) tuttavia l’arte della navigazione fece progressi e conseguentemente le rotte commerciali non si appoggiarono più alle piccole isole dell’Arcipelago Toscano. Nonostante ciò Pianosa continuò ad essere frequentata, perdendo però il suo ruolo di scalo intermedio per le grandi isole.

Tale situazione andò avanti per i secoli successivi, i quali furono sicuramente difficili per gli abitanti di Pianosa, sempre che ve ne fossero, in quanto tutte le isole, soprattutto le piccole, erano nelle mani di predoni di ogni razza ed etnia. Ciò si protrasse finché nel 67 a.C. Roma decise di liberare i mari dai predoni. Sotto la guida di Gneo Pompeo fu istituita una potente flotta con lo scopo di garantire i commerci, soprattutto con l’Africa.

1 Tale capitolo, salvo dove specificamente indicato, è liberamente tratto da P. Piga – F.A. Foresi, L’isola

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6 Gneo Pompeo affidò a Lucio Gellio il Mar Ligure, la Sardegna e la Corsica, con l’incarico di attaccare i pirati in mare e distruggere i loro accampamenti in terra.

Nel I sec. Plinio il Vecchio e nel V sec. Marziano Capella definiscono “Planasia (nome latino di Pianosa) ingannatrice dei naviganti, a causa della sua conformazione piatta, che impediva di notte ai naviganti di essere avvistata in tempo; ma è soprattutto Tacito a nominarla spesso a proposito di Augusto. Le prime notizie documentate risalgono all’epoca del secondo Triumvirato (43 – 34 a.C.) quando Sesto Pompeo (nemico del Triumvirato) invase la maggior parte delle isole italiane, allora importanti per la produzione di grano, impedendo i rifornimenti alla terraferma. Nel 36 a.C. Vipsanio Agrippa, futuro genero di Ottaviano, sconfisse Pompeo in due battaglie navali, ottenendo che la Sardegna, la Corsica, la Sicilia e l’Arcipelago Toscano tornassero in possesso di Roma.

Nel 27 a.C. Ottaviano ottenne dal Senato il titolo di Augustus e nel 19 a.C. il potere consolare a vita. Di lì a poco inizierà forse il periodo più florido e importante di Pianosa. Ottaviano Augusto infatti aveva adottato il nipote Agrippa, figlio di Giulia e di Vipsanio Agrippa, col chiaro intento di affidargli la successione al trono di Roma. Ma Livia Drusilla, seconda moglie di Augusto, al fine di far diventare imperatore il figlio Tiberio Nerone, riuscì a persuadere l’anziano marito che Agrippa Postumo fosse pericoloso alla stabilità dell’Impero, che così nel 6 – 7 a.C. fu esiliato a Pianosa. L’esilio di Agrippa sull’isola fu comunque addolcito da una piccola corte di amici e familiari e Ottaviano stesso volle sincerarsi di persona delle buone condizioni di vita del nipote prediletto, recandosi segretamente a Pianosa. Non appena Augusto morì però Tiberio divenne Imperatore ed il suo primo atto, nel 14 d.C., fu quello di mandare un centurione a Pianosa, il quale uccise Agrippa. La storia scritta, raccontataci come detto da Tacito, qui si interrompe quasi bruscamente.

Durante la residenza di Agrippa Postumo l’isola vide nascere un centro abitato di notevole importanza. Dove oggi si trova la diramazione Agrippa sembra che all’epoca vi fosse la villa principale dell’esiliato e resti romani, e non solo, sono rimasti sparsi su tutto il territorio ed anche in mare, il quale conserva ancora inalterati carichi di navi o resti delle stesse. L’urbanistica, allora come ora, si sviluppava principalmente dalla darsena di Augusto fino ai bagni di Agrippa.

Sull’isola inoltre si trovano molti pozzi, alcuni dei quali di probabile origine romana ma utilizzati fino ai giorni nostri, e la fonte della Botte, detta anche “lavanderia vecchia”. Quest’ultima si trova quasi a livello del mare e da essa sgorgava, prima copiosa, acqua

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7 purissima. Tale sorgente spontanea era conosciuta sicuramente da tutti i marinai di ogni epoca, tant’è che per accedervi dal sommo della costa fu anticamente scavato, intagliandolo nel tufo, un camminamento e sul mare fu costruita un’antica e rudimentale banchina. Mentre fino a pochi anni fa la sorgente si era praticamente prosciugata, soprattutto a causa del forte consumo idrico dovuto all’attività carceraria, oggi il livello della falda è risalito e la fonte è tornata attiva. Nel 2009 però è crollata la volta della grotta che ospitava la sorgente, rendendola non più facilmente accessibile.

Proseguendo con la storia dell’isola, seppur non vi siano altre successive fonti scritte di epoca romana, la presenza delle catacombe ci indica che Pianosa veniva abitata anche in epoca successiva. Dalle ricerche finora svolte è stato scoperto che questo antico cimitero si sviluppa su due livelli e che si estende sotto gran parte dell’abitato e sotto una collinetta per circa tre ettari e mezzo. Una parte della catacomba contiene i sepolcri, un’altra fu probabilmente allargata in seguito, demolendo le pareti di alcune gallerie per creare un ambiente dove fosse possibile la riunione di più persone e la celebrazione di riti. Da alcuni frammenti ceramici è possibile affermare che la catacomba è databile non oltre il IV sec. d.C. e che conteneva più di 500 sepolture. La presenza di una così numerosa comunità di defunti fa pensare, senza purtroppo averne prove documentali, che vi fosse un’altrettanto popolosa comunità di vivi.

Poco dopo l’ufficializzazione della fede cristiana su alcune isole toscane sbarcarono uomini poi eletti santi, alla ricerca di un luogo isolato, adatto alla meditazione. Per Pianosa iniziava invece il periodo più oscuro e sconosciuto della sua storia. La caduta dell’Impero romano e il conseguente dominio dei barbari sembrano non aver interessato l’Isola, che infatti rimase probabilmente del tutto, o quasi, disabitata, come la vicina Elba.

Nell’874 l’Impero permise a Pisa di avere in affidamento la difesa delle isole toscane in seguito a una vittoria della città contro i Saraceni nelle acque dell’Arcipelago. Tale concessione divenne vera e propria sovranità pochi anni dopo il 1000. La protezione di Pisa, visti il suo interessamento e la sua supremazia sul mar Tirreno, dava quelle minime garanzie che permettevano di poter vivere a Pianosa. Sono probabilmente di quel periodo le prime vere costruzioni erette dopo l’epoca di Agrippa Postumo: un castello, una torre e poche case, situate nella zona dell’attuale porto. Sembra che le prime opere di fortificazione di Pianosa furono opera dei Pisani, che dal 1088 iniziarono gli scontri coi genovesi. Proprio grazie a questi scontri attorno al XII – XIII sec. il nome di Pianosa ricompare con una certa frequenza nelle cronache municipali delle due

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8 Repubbliche Marinare, che se ne contesero il dominio per la notevole posizione strategica nell’ambito del commercio nell’alto Tirreno. In questo conflitto gli abitanti di Pianosa presero spesso la decisione di preferire Pisa a Genova, probabilmente perché Pisa stipulò due trattati di pace (il primo con Mico Saracino, nel 1230, ed il secondo col Re di Tunisi, nel 1265) nei quali si faceva espressamente riferimento a Pianosa, che con le altre isole dell’arcipelago toscano, la Sardegna e la Corsica, doveva essere esclusa dagli attacchi dei barbareschi. È evidente infatti che i pianosini, temendo i pirati saraceni, preferissero l’appoggio di Pisa, che aveva da sempre difeso l’isola, riedificandone le difese dopo ogni incursione ligure. Dopo una breve tregua tra le Repubbliche marinare tuttavia nel 1282 i pisani furono sconfitti dai liguri, che nel 1283 conquistarono nuovamente Pianosa con la scusa che i suoi abitanti esercitavano la pirateria. Vennero così distrutte le nuove torri edificate dai pisani, depredato ed incendiato l’abitato e condotti a Genova come prigionieri 150 abitanti.

Nell’anno 1300 fu stipulato un accordo col quale Pianosa veniva riassegnata a Pisa, ma con la promessa di lasciare l’Isola incolta e disabitata. A tal fine nessuna nave armata sarebbe dovuta entrare per 25 anni e i pozzi dell’isola furono riempiti con sassi e chiusi da pesanti lastre di pietra. L’accordo del 1300 tuttavia non fu praticamente mai osservato e nel 1328 l’imperatore Ludovico IV rinnovò alla città di Pisa le concessioni in feudo di molti castelli, e fra l’altro le isole d’Elba, Capraia, Gorgona, Pianosa, Giglio, Corsica e Sardegna.

Il castello di Pianosa era circondato da forti mura e si trovava tra l’attuale porto e la darsena di Augusto, non avendo perciò una grande estensione. I pianosini dell’epoca probabilmente erano soldati, navigatori o pirati ma, stando ai documenti storici, vi erano anche contadini, allevatori e apicoltori. Si può affermare tuttavia che questi non fossero una comunità stabile, perlomeno di più generazioni.

Nel 1399 la storia di Pianosa subisce una svolta importante. Per la somma di 200.000 fiorini d’oro la famiglia Appiani vendette Pisa e parte del suo territorio a Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano, e con il ricavato si ritirò a Piombino, dando inizio alla storia del piccolo Principato, in cui era inclusa anche Pianosa. Nonostante la pirateria (non solo africana, ma anche spagnola e francese) continuasse a farla da padrona, tale avvenimento portò ad un periodo tranquillo per l’isola piatta, tant’è che secondo fonti scritte nel XVI sec. Pianosa si trovava in condizioni floride.

Durante il Cinquecento lo stato di Piombino dovette allearsi col regno di Spagna per proteggere la sua indipendenza. Tale espansionismo spagnolo tuttavia allarmò il re di

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9 Francia Francesco I (1515 – 1547), che si alleò col Sultanato contro l’imperatore, Carlo V re di Spagna. In seguito a questa alleanza il corsaro algerino Barbarossa, insieme ad altri, infestò le coste italiane e spagnole. A Pianosa si trova una caletta, chiamata cala dei Turchi, il cui nome sembra sia dovuto ad uno scontro del 1519 nel quale i pirati turchi furono sconfitti dai genovesi. L’incursione piratesca più famosa e cruenta si verificò tuttavia a Pianosa nel 1553, ad opera di una flotta gallo – turca, la quale si avvicinò a Pianosa e la rase al suolo. I turchi fecero circa 200 prigionieri, i quali in precedenza si dedicavano alla coltivazione del grano, dell’orzo, della vite e dei molti olivi presenti, all’allevamento e alla pesca. In pratica era una comunità a tutti gli effetti, almeno per l’epoca. A seguito di questo triste avvenimento Pianosa non ebbe praticamente più popolazione stabile e divenne un insidioso rifugio per le navi corsare, le quali potevano agevolmente interrompere i traffici marittimi. Nonostante ciò i pochi pianosini superstiti chiesero al duca Cosimo dei Medici, senza successo, di fortificare nuovamente la loro isola, al fine di potervi fare ritorno.

Nonostante fosse difficilmente difendibile e quindi abitabile, Pianosa fu spesso richiesta agli Appiani da parte di altri Signori dell’epoca, ottenendo però sempre dei dinieghi. L’Isola inoltre viveva quasi con distacco tutti i cambiamenti che videro protagonisti i suoi dominatori tra il 1586 e il 1681, in quanto non vi erano più pianosini. Se infatti qualcuno vi si fermava per riposarsi o per nascondersi, questi erano i pirati di ogni origine, i quali rendevano la navigazione intorno alle sue coste estremamente pericolosa. In questo periodo il principato di Piombino non si preoccupava affatto di difenderla, tanto che nel 1673 fu concessa in subaffitto ad un nobile genovese. Questa soluzione non portò alcun risultato, ma spinse i principi piombinesi a proseguire per questa strada, che portava evidenti vantaggi al piccolo Principato. A tal fine negli anni 1702 e 1703 furono commissionate delle relazioni riportanti l’effettivo stato dell’isola, sia da un punto di vista difensivo che per un eventuale sfruttamento agrario. Da queste risultò che l’Isola era priva di popolazione residente, ma non totalmente abbandonata. Gli elbani di Campo, S. Piero e Marciana infatti vi si recavano frequentemente per coltivarla (con ogni tipo di albero, con le vigne e, soprattutto, sfruttando i numerosi olivi già presenti), essendo ricca di acqua, di terra fertile e di aria purissima. Inoltre, grazie all’abbondanza ittica, vi andavano anche i pescatori, i quali a più riprese nel golfo della Botte si dedicarono alla pesca con le tonnare. Pianosa tuttavia era terra di nessuno, del tutto priva di regole, tant’è che gli elbani spesso ne bruciarono i boschi per aumentare i terreni disponibili. Oltre a prevederne una regolamentazione, era inoltre ritenuto dai

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10 relatori strettamente indispensabile preoccuparsi della difesa dell’Isola e dei suoi abitanti, i quali venivano spesso catturati e fatti schiavi. Essendo l’Isola ritenuta inaccessibile per grande parte delle sue coste e per l’altezza che queste avevano sul mare, si riteneva che a tal fine fosse sufficiente rifortificare il paese, dove resistevano ancora parte delle antiche mura e la torre era in buono stato, anche se era spoglia di tutti gli armamenti.

Recentemente è stato reso noto un documento secondo il quale tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo, in base a un censimento, sull’Isola vi erano 499 persone. In base ai resoconti dell’epoca si capisce che in realtà questo numero così elevato di persone era sicuramente costituito da elbani che casualmente si trovavano a Pianosa per qualche raccolto e che non possono definirsi ivi residenti. A conferma di ciò si riporta che nel 1712 i Ludovisi (nuovi signori di Piombino dal 1634) permisero agli elbani di coltivare Pianosa e in un documento di pochi anni dopo si legge degli utili che il principato di Piombino ottenne a seguito dell’attività agricola e della raccolta del sale sull’Isola, oltre che del pagamento di un piccolo affitto versato dagli elbani.

Del periodo successivo poco sappiamo di Pianosa, se non delle condizioni di affitto che i Principi di Piombino richiedevano ad eventuali affittuari o delle offerte che questi ultimi proponevano ai primi. Seppur infatti questa fosse descritta come luogo bellissimo, fruttifero e importante per il controllo della navigazione in quello specchio di mare, l’Isola continuava ad essere abbandonata. Un documento del 1757 ci rivela inoltre che passare coi bastimenti da Pianosa poteva significare contrarre malattie contagiose, portate dai pirati che la frequentavano, a conferma di come l’Isola fosse ancora nota come ricovero di essi. Nonostante ciò portasse chi vi si recasse a finire spesso in schiavitù, gli elbani non rinunciarono ad andare sull’isola, tant’è che nel giugno 1783 una ventina di contadini e allevatori che si trovavano là chiesero addirittura al vescovo di Massa Marittima che venisse loro assegnato un cappellano, seppur per un periodo limitato (dalla semina alla stabbiatura). Forse erano molto più di venti gli elbani che periodicamente andavano a Pianosa.

Nel 1790 poi il principe di Piombino diede l’incarico a un abitante di Campo di sua fiducia di visitare Pianosa e di compilare un rapporto dettagliato sulla situazione e sullo stato dell’isola. Questo emissario incontrò circa 100 agricoltori non stabilmente residenti sull’Isola (vi si recavano solo al momento del raccolto delle varie piantagioni), una decina di pescatori napoletani, la cui presenza era anch’essa temporanea, e 25 pastori con circa tremila pecore. Inoltre relazionò che le navi che approdavano venivano

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11 ancorate nella baia di San Giovanni e che la tassa di ancoraggio consisteva in un paolo ad albero, unica entrata fiscale della comunità pianosina. L’inviato trovò anche alcune saline produttive e una grande quantità di legna da ardere e concluse il suo rapporto con la considerazione che l’Isola era una proprietà da mantenere e incrementare, purché ogni contadino fosse fornito di armi, al fine di tenere lontani i pirati algerini.

Alla fine del XVIII secolo la vicina isola d’Elba era divisa in tre Stati: il granducato di Toscana governava Portoferraio, il regno di Napoli controllava Longone e il restante territorio era controllato dagli inglesi, poi sostituiti dai napoletani a partire dal 1797. Nel Marzo 1801 il re di Napoli cedette i territori del principato alla Francia e il 27 Agosto 1802 Napoleone stabilì che Elba, Capraia, Pianosa, Palmaiola e Montecristo fossero annesse alla repubblica francese. Per la prima volta un territorio così esiguo, ma sempre frazionato tra le potenze europee, si trovava sotto una stessa amministrazione, avendo il privilegio di un deputato al corpo legislativo francese. In base ad un riassetto amministrativo del 1803 Pianosa fu assegnata alla giurisdizione della municipalità di S. Piero in Campo. Il 18 Marzo 1805 poi Napoleone affidò Piombino, l’Elba e Pianosa alla sorella Elisa (futura granduchessa di Toscana) e finalmente nel 1806 l’isola piatta venne fortificata e munita di soldati e cannoni. Tuttavia tale ricostruzione di Pianosa durò poco perché nel 1810 gli inglesi la distrussero nuovamente, demolendo anche la torre d’avvistamento che da secoli dominava il porticciolo e di cui non rimane traccia. Dopo tale avvenimento l’isola rimase nuovamente deserta.

In seguito alla disastrosa campagna di Russia, che vide la sconfitta di Napoleone e l’arrivo degli Alleati a Parigi nel 1814, l’Imperatore fu costretto ad abdicare e fu esiliato all’isola d’Elba. In questo periodo Napoleone si recò due volte a Pianosa e, sotto la sua direzione, iniziarono le prime opere di ricostruzione e venne posta, a difesa del porto, una batteria di sei cannoni e 33 militari, alloggianti nella casermetta ricostruita allo scopo. Napoleone fece anche costruire alcuni piccoli edifici con materiali di riporto ed esentò dal pagamento di alcuni balzelli gli operai che si recavano a Pianosa per eseguire i lavori da lui ordinati, il tutto al fine di facilitare l’insediamento di coloni. Inoltre avrebbe voluto dare a Pianosa un ordinamento militare, civile e religioso (nominò un comandante dell’Isola, un comandante del presidio, un ufficiale del genio, un magazziniere, un deputato di sanità, un medico e un cappellano). Sua intenzione era infatti quella di stabilire a Pianosa 40 famiglie. Sull’Isola furono inviati anche alcuni reclusi al fine di sfoltire il carcere di Portoferraio. Napoleone stesso sorvegliava il buon

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12 andamento dei lavori a Pianosa, che tuttavia si interruppero bruscamente quando egli lasciò l’Elba il 26 Febbraio 1815.

In base agli accordi stipulati fra le potenze vincitrici durante il congresso di Vienna, l’Elba e le isole limitrofe vennero inglobate nel granducato di Toscana, sotto il cui dominio rimasero fino al 27 aprile 1859. Il governo toscano ultimò i lavori avviati da Napoleone su Pianosa e vi insediò una guarnigione di 40 guardiacoste, che si avvicendavano ogni mese. I primi battaglioni furono tutti elbani e il loro comandante assolveva anche al compito dell’ufficiale di sanità, a quel tempo mancante.

In questo periodo l’interesse per l’Isola e per i notevoli proventi che se ne sarebbero potuti ricavare sfruttandola prevalentemente come pascolo è provato dalle numerose richieste di affitto da parte di privati. Le condizioni di vivibilità di Pianosa erano infatti notevolmente migliorate in quanto il governo fiorentino offriva sicurezza e soprattutto non si parlava quasi più del pericolo barbaresco. Il Granducato tuttavia respinse sempre qualsiasi proposta, ritenendo che le offerte dei richiedenti fossero inadeguate o che non dessero sufficienti garanzie, e nel 1821 decise di impiantarvi uno stabilimento penitenziario. È stato detto che le condizioni di vita migliorarono, ma ancora non vi erano case accoglienti e le grotte e le catacombe erano ancora le strutture che offrivano il riparo migliore.

In questo periodo, “il Granduca, vedendo che molti erano gli elbani di S. Piero e S. Ilario a venire a Pianosa, per gli usi chiese un affitto che nel totale raggiunse le 1.400 Lire toscane.”2

Alla prima metà del XIX secolo risale anche l’impresa tentata da Attilio Zuccagni-Orlandini, geografo granducale e uno dei massimi conoscitori di Pianosa, il quale predispose un progetto secondo il quale era possibile tentare un esperimento di ripopolazione e coltivazione dell’Isola, che ottenne anche il parere favorevole dell’accademia dei Georgofili. A tal fine costituì una società col console prussiano a Livorno, Carlo Stichling, e riuscì ad ottenere l’Isola in affitto a condizioni vantaggiose. Nel porre in atto quest’operazione il governo toscano non tenne conto degli usi civici concessi poco prima agli elbani, che rimasero così in un limbo.3 Attorno al 1835 iniziarono così i lavori di riedificazione e di recupero delle abitazioni, vedendo anche la

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Tale capoverso è tratto da: M. Mazzoli – A. Riparbelli – G. Monaci, Ricerca storico-giuridica per

l’accertamento dell’esistenza degli usi civici nel territorio del comune di Campo nell’Elba, Regione

Toscana, dipartimento agricoltura e foreste, 1997, pag. 156

3 L’informazione riportata in questa frase è tratta da: M. Mazzoli – A. Riparbelli – G. Monaci, Ricerca

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13 presenza di residenti stabili sull’Isola. Tuttavia al 1842 a Pianosa non era cambiato quasi niente, anche perché nel frattempo la società anzidetta era fallita e nel 1841 il conte Schaffgotsch, ministro prussiano a Firenze, acquistò le quote del console livornese. Dopo aver restaurato le abitazioni civili e le fortificazioni, si tentò di innestare gli olivi e si importarono tutti i tipi di animali da allevamento. Nel 1842 era in progetto il cimitero e nel 1846 fu benedetta la chiesa di S. Gaudenzio. Nel 1845 i circa 170 abitanti erano quasi tutti intenti all’agricoltura, alla pastorizia e alla pesca e vivevano prevalentemente ancora nelle grotte. Di questi, 34 dimoravano stabilmente sull’Isola, degli altri una parte vi si fermava per 5 mesi e molti per pochi giorni, durante la mietitura. Il cappellano non aveva ancora preso dimora nella nuova chiesa; solo il medico chirurgo e pochi altri avevano un’abitazione, e poche erano le case coloniche e le stalle. Nel 1846 nel registro della chiesa vennero riportate quattro nascite, la prima morte registrata, mentre il primo matrimonio è stato del 1848. Sono questi i segni inequivocabili della rinascita dell’isola. Nonostante questi dati anche l’impresa del conte Schaffgotsch non ebbe successo e terminò verso la metà del 1850, quando Pianosa venne acquistata dal Demanio.

In quel periodo si deve segnalare inoltre che, nel 1840, si ebbe quella che per Pianosa fu l’ultima incursione piratesca, nella quale gli isolani riuscirono a respingere due imbarcazioni europee e che è da ascriversi come un caso isolato in quel periodo. Sempre nel 1840 iniziarono sporadici collegamenti marittimi tra Livorno e le isole e nel 1847 iniziarono le prime gite programmate tra Livorno e le isole dell’Arcipelago. Pianosa era collegata mensilmente con l’Elba e Livorno e, solo saltuariamente, anche con Giglio e S. Stefano. Si dovrà aspettare fino al 1861 per avere i primi veri collegamenti periodici, ma è certo che Pianosa non era più un posto pericoloso, con il rischio di quarantena, ma anzi un luogo turistico.

Dal 1858 la storia di Pianosa vide accadere un fatto che la cambiò per sempre: l’ultimo granduca di Toscana, Leopoldo II d’Austria, vi istituì la Colonia penale agricola e approvò l’invio sull’Isola, sotto forma di esperimento, di 12 minori corrigendi, provenienti dalle carceri di Firenze. I detenuti che li seguirono erano invece condannati al carcere, alla casa di forza (tale condanna prevedeva che fossero rinchiusi, ma senza sbarre, e che fossero forzati ad eseguire mansioni lavorative decise dallo Stato all’interno dei confini carcerari) ed all’ergastolo a tempo, e tutti erano destinati a occuparsi dei lavori nei campi. L’Isola accolse così i suoi nuovi abitanti ed in poco tempo, anche grazie all’aiuto di operai liberi, furono costruite le strutture atte alla

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14 ricezione di altre persone. Sempre nell’ambito di questa rivoluzione, dal 1860 venne vietato l’approdo sull’Isola senza il consenso del Direttore. Tale divieto è sopravvissuto al carcere e persiste tuttora grazie al Parco.

Nel 1861, anno della proclamazione dell’unità d’Italia, mentre il totale dei reclusi ammontava a 149, l’Isola perse il suo parziale isolamento perché iniziarono i collegamenti del servizio postale dell’arcipelago toscano e Pianosa fu collegata settimanalmente con Livorno.

All’inizio la Colonia penale e l’azienda agricola erano due realtà distinte e separate: Pianosa era infatti amministrata dalla Direzione dei regi possessi della Toscana che, rappresentata sul posto da un agente, richiedeva giornalmente alla Direzione dello stabilimento penale i detenuti-lavoratori occorrenti per le coltivazioni. Dal 1863 poi questa situazione cambiò e tutte le amministrazioni presenti sull’Isola furono poste all’esclusiva dipendenza del Ministero dell’interno, il quale con un apposito decreto approvò regolamento e norme per la Colonia penale di Pianosa. L’anno seguente si terminò un edificio capace di ospitare 350 carcerati, ma già nel 1872 si preferì dividere l’isola in diversi centri di produzione agricola, detti ‘poderi’, dislocando così i reclusi in piccole comunità. In quegli anni Pianosa venne quasi completamente edificata, arrivando ad assumere, a grandi linee, l’aspetto attuale. Venne infatti costruito, oltre alle case, alle caserme e alle prigioni, il faro (che permise di rendere Pianosa non più un pericolo per i naviganti) e fu anche scavato un pozzo di forma quadrata con scala interna (la quale permetteva la discesa fino al fondo). Un terzo dei detenuti erano addetti alla costruzione delle case e ad essi erano affiancati alcuni civili, fra i quali anche ex detenuti, che, scontata la pena, avevano preferito rimanere sull’isola a lavorare. Pianosa deve molto ai suoi primi due direttori in quanto furono essi che progettarono e misero in atto gli edifici più vecchi, l’urbanistica e l’impostazione della colonia stessa.

Nel 1874, quindici anni dopo la legge Casati (che prevedeva l’istruzione elementare obbligatoria e gratuita per almeno due anni), venne aperta a Pianosa anche la scuola elementare, di cui primo maestro fu il parroco dell’Isola.

Attorno al 1880 il numero dei reclusi era salito a 960 e, sempre in quell’anno, venne inaugurata la nuova cantina. Bisogna sottolineare che se si ebbero questi risultati fu soprattutto dovuto al fatto che la Colonia penale di Pianosa era nata per essere un carcere premio, al quale si accedeva solo se era stata già scontata almeno metà della pena e con buona condotta.

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15 Nel frattempo nelle carceri italiane dell’epoca poco si parlava di diritti umani dei detenuti, della qualità della vita, del lavoro all’aperto e in comune e, soprattutto, del problema delle malattie infettive. In quegli anni era ancora aperto il dibattito su quali fossero le condizioni ideali alla cura della tubercolosi. Siccome la maggior parte degli studiosi riteneva che l’aria di mare potesse aiutare a combattere quella malattia, a partire dal 1884 a Pianosa furono trasferiti dalle carceri di tutta Italia i detenuti che ne erano affetti, i quali si unirono così ad altri già presenti sull’Isola. Gli ammalati furono ospitati nell’ospedale dell’Isola, che per l’occasione venne chiamato tubercolosario. Era una sistemazione provvisoria in quanto nel 1907 venne inaugurato sull’isola il primo sanatorio criminale italiano, un ospedale ben attrezzato per la cura delle malattie polmonari che rimase attivo fino al 1965. A regime il trattamento dei detenuti ammalati avveniva in tre strutture ben separate: il Preventorio, dove erano accolti i supposti malati per le prime visite; il Sanatorio; il Convalescenziario, dove i detenuti guariti trascorrevano un periodo di convalescenza e, nel frattempo, venivano occupati nei lavori nei campi. Dal 1860 al 1946 circa 2.350 detenuti morirono a Pianosa e molti furono quelli trattati nelle sue strutture ospedaliere.

Sebbene nel 1894 fu istituito il nuovo comune di Campo nell’Elba, Pianosa appartenne ad esso praticamente solo formalmente, in quanto le problematiche dell’Isola erano talmente particolari che poco su di lei influì quell’amministrazione comunale.

Da un censimento della popolazione residente del 1909 risulta che all’epoca sull’Isola abitassero all’incirca 140 persone libere (tutte impiegate nel funzionamento del carcere, come le forze dell’ordine, o nel servizio di collegamento marittimo) e 800 detenuti. Pianosa fu toccata solo marginalmente dalla grande guerra. Attorno al 1920, per soddisfare le necessità dovute all’aumento di circa 500 unità tra la popolazione detenuta, furono effettuate parecchie opere volte all’aumento della produttività agricola. Durante il periodo fascista Pianosa non vide molto mutare il suo vivere quotidiano, anche perché là era sempre esistito un regime gerarchico dato dalla presenza della Casa penale. All’inizio del 1932 fu trasferito a Pianosa Sandro Pertini, futuro Presidente della repubblica. Detenuto per motivi politici, si lamentava di un regolamento carcerario assai duro e del Direttore dell’epoca; rimase sull’Isola per due anni. In quegli anni a Pianosa abitavano circa 60 famiglie di civili e più di 1.000 detenuti, la maggior parte dei quali malati.

Nel 1938 venne istallato sull’Isola il primo motore diesel per la produzione di energia elettrica che inizialmente era in uso solo per la Colonia penale e, solo dopo più di un

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16 anno, fu utilizzato anche per i civili. Tale centrale è stata attiva fino ai primi anni ’90, quando l’Isola venne collegata all’Elba e alla rete nazionale mediante un cavo sottomarino. Nel 1939 fu persino costruito un piccolo aeroporto nella parte sud dell’Isola.

Grazie all’energia elettrica i pianosini poterono vivere i primi anni del secondo conflitto mondiale, ascoltando per radio le notizie dai vari fronti, che al momento erano lontani. Nel settembre 1943 l’Elba venne tuttavia investita dai paracadutisti nazisti e poco dopo a Pianosa sbarcarono uomini e materiali, iniziando nove mesi di occupazione col presidio di circa 30 soldati. Il 19 marzo 1944 una piccola pattuglia di truppe franco-coloniali, provenienti dalla Corsica, sbarcava sull’Isola e, dopo un breve scontro, si allontanò portando via come ostaggi 42 agenti di custodia, probabilmente scambiati per fascisti. Un mese dopo un bombardiere alleato sganciò alcune bombe e fra queste una colpì l’edificio della direzione del carcere, uccidendo sei persone. Il 16 giugno infine i tedeschi che si trovavano sull’Isola, dopo aver distrutto il semaforo della Marina, la abbandonarono per raggiungere i loro commilitoni in combattimento all’Elba. Quando i reparti alleati giunsero a Pianosa non poterono così far altro che accertare la ritirata dei tedeschi e, senza colpo ferire, tornare all’Elba a combattere.

Col finire delle ostilità Pianosa tornò alla sua funzione di luogo di reclusione e di pena e l’amministrazione carceraria cercò di provvedere alle necessità di tutti i presenti, cercando di alleviare i disagi anche della popolazione civile. Le navi di linea dell’Arcipelago durante il conflitto furono tutte distrutte e nell’immediato dopoguerra i regolari collegamenti con l’Elba e con l’Italia furono mantenuti grazie a piccoli bastimenti privati. Tale situazione fu comunque provvisoria perché già tra il 1945 e il 1946 ripresero a navigare i nuovi piroscafi della società di Navigazione Toscana (l’attuale Toremar). In quel periodo, oltre agli agenti di custodia, sull’isola erano presenti una stazione dei carabinieri (fino agli anni ’60) e un distaccamento della guardia di finanza (fino agli inizi degli anni ’70), con compiti anche di delegazione di spiaggia.

Evento significativo per la vita dei pianosini fu l’inaugurazione nel 1951 del CRAL (circolo ricreativo aziendale lavoratori), anche se in realtà il forte Teglia già da tempo era luogo di ritrovo con bar, tavolini per giocare a carte, biliardo e cinematografo. Ma gli anni ’50 sono importanti nella storia di Pianosa per un ben più significativo avvenimento: su richiesta del Direttore del carcere, dall’ospedale Gemelli di Roma arrivò a Pianosa un giovane dottore con l’arduo compito di debellare la tubercolosi.

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17 Anche se i primi farmaci per la cura di questa malattia risalivano all’immediato dopoguerra, poco si era fatto in tal senso sull’Isola e perciò bastò somministrare tali medicinali per debellarla.

Nei primi anni ’60 venne poi il momento di dotare di acqua corrente tutte le abitazioni private dell’Isola. Nonostante alcune difficoltà legate ai disagi di vivere su un’isola, la vita a Pianosa era tranquilla, salvo quando, raramente, si verificavano tentativi di evasione.

Dopo molti anni di assenza, a partire dal 1970 ritornarono a Pianosa studiosi e professori universitari, con lo scopo di conoscerne l’ambiente (soprattutto marino) e di valorizzarne i reperti archeologici. Tale fermento si sarebbe poi concretizzato nella prima proposta di creazione di un parco naturale. Dopo un lungo silenzio da parte delle autorità competenti a riguardo, solo nel 1979 si arrivò all’istituzione di una riserva marina, la quale tuttavia fu attuata solo sulla carta perché per preservare l’ambiente era già sufficiente, in fin dei conti, la presenza del carcere e delle sue limitazioni.

Sempre in quegli anni venne riattivata la pista di atterraggio per piccoli aerei (originariamente costruita nel 1939 e distrutta durante il secondo conflitto mondiale) e fu costruito il pontile di attracco della nave di linea, situato sotto il forte Teglia e tuttora presente. Inoltre, grazie alla sua elezione nel consiglio comunale di Campo nell’Elba, il Direttore di allora riuscì a far asfaltare la via principale del paese.

Il biennio 1974-75 fu particolarmente funesto per l’Isola in quanto fu assassinato il sopra citato Direttore del carcere e, ancor prima, tre detenuti riuscirono a fuggire; inoltre l’anno seguente morì, in circostanze misteriose, un agente di custodia e, il mese seguente, anche un ispettore della Direzione regionale degli istituti di pena giunto a Pianosa per indagare su questi strani eventi; a complicare la situazione di questo periodo si aggiunse anche l’uccisione di un tedesco che, non comprendendo le intimidazioni di alt degli agenti, con la propria imbarcazione si avvicinò troppo all’isola e venne colpito da una raffica di mitra. Inoltre poco dopo scoppiò il caso dei ‘balletti rosa’, in cui giovani prostitute, ufficialmente giunte all’isola per colloqui coi detenuti, si scoprì che intrattenevano detenuti e non.

La fine degli anni Settanta, ricordata in Italia per i gravi avvenimenti dovuti al fenomeno del terrorismo, vide mutare anche il clima dell’Isola. A Pianosa nel 1977 furono infatti condotti alcuni fra i massimi esponenti delle Brigate rosse, a cui seguirono alcuni noti camorristi. Per volere del generale Dalla Chiesa inoltre la diramazione Agrippa (l’ex Sanatorio) fu trasformata in carcere di massima sicurezza, capace di

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18 ospitare 250 detenuti. Intorno a questa venne fatta terra bruciata delle precedenti colture, sparendo così anche la vecchia pineta che dava refrigerio ai tubercolotici. Nel 1979 venne portato a termine anche il nuovo muro di cinta in cemento armato, il quale servì a dividere in maniera netta il paese dalla zona carceraria.

Nel 1982 il Piano energetico nazionale individuò inoltre Pianosa come probabile sito di una centrale termonucleare da 2.000 MW, mettendone così in grave pericolo l’ambiente, già messo a dura prova dalla presenza carceraria che, negli anni Ottanta, raggiunse il suo apice. A causa della maggior presenza umana sull’Isola infatti sorsero nuove abitazioni e si segnala che, nella primavera del 1989, vivevano a Pianosa 500 agenti e 1.000 detenuti.

Nel 1990 l’ENEL sostituì la centrale a gasolio, con i suoi due rumorosissimi motori, con due cavi che ancora oggi la collegano all’isola d’Elba, e da qui alla rete elettrica nazionale.4

Sempre nel 1989 tuttavia si cominciò a prospettare l’ipotesi di chiusura del carcere e la restituzione di Pianosa alle competenti autorità civili. In previsione di questa possibilità il numero dei reclusi venne drasticamente ridotto ed inoltre cessarono le varie attività svolte da essi. A conferma di ciò nel 1992 gli agenti erano 92 e i detenuti 100 e vigeva un sistema di sicurezza attenuata, attraverso il quale i carcerati godevano della semilibertà e non avevano più l’obbligo dell’uniforme. Sebbene vi fosse questa volontà, in quegli anni non esisteva nulla di ufficiale per un eventuale rilancio di Pianosa: il Parco nazionale dell’arcipelago toscano, nato nel 1988, non la comprendeva ancora, neanche nella perimetrazione provvisoria.

Nel persistere di questa situazione di stallo ed in seguito alla nuova emergenza dettata dalle stragi mafiose del 1992, il Governo decise così l’immediata riapertura del carcere di massima sicurezza sull’Isola, relegandovi i detenuti per reati di tipo mafioso. Fu così che nel luglio del 1992 atterrarono in un campo di calcio di Pianosa 7 elicotteri, portando i primi detenuti speciali. Questa nuova situazione trasformò Pianosa in una fortezza inaccessibile e al suo interno la sezione Agrippa era a sua volta separata dal resto dell’Isola. Pianosa veniva vigilata giorno e notte dalle forze dell’ordine e furono istituiti rigidissimi divieti di sorvolo e di navigazione nelle acque circostanti.

Tale emergenza si protrasse per un lustro e, una volta terminata, si ricominciò a parlare di chiusura del carcere. Con il 1997 terminarono anche le grandi spese e gli sprechi

4 Fonte: articolo pubblicato sul quotidiano locale Il Tirreno il 20.06.2000 che ricordava il decennale

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19 dell’amministrazione pubblica. La ristrutturazione della caserma Bombardi, eseguita con un finanziamento da 60 miliardi di Lire stanziati per Pianosa e per l’Asinara, fu conclusa proprio quell’anno, quando già dal 1996 si sapeva che il carcere sarebbe stato smantellato. Con lo stesso finanziamento fu costruito anche il depuratore, il quale doveva entrare in funzione appena fatte le fognature. Queste però, pur essendo l’unica opera indispensabile anche in assenza del carcere e pur essendo già stanziato il finanziamento ad esse destinato, non furono eseguite perché l’allora sindaco di Campo nell’Elba non dette il benestare.

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