GIOVANNI PASCOLI VITA

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GIOVANNI PASCOLI (1855-1912) VITA

1855 nasce a San Mauro di Romagna (Forlì)

1867 uccisione del padre - giorno di San Lorenzo, X Agosto 1867; circostanze non chiare

1868 muoiono una sorella e pochi giorni dopo la madre 1871 muore il fratello Luigi

1876 muore il fratello Giocomo, unico sostegno economico; perciò Pascoli sospende lo studio.

1879 arrestato, carcere tre mesi, per aver partecipato a una manifestazione socialista – si distacca dall'attivismo politico

1882 laurea in letteratura greca; è professore di Latino e Greco a Matera 1884 trasferito al liceo di Massa; lo raggiungono le sorelle Ida e Maria

Chiama le sorelle Ida e Maria a vivere con sé → per la creazione del nido

1892 vince prima medaglia d'oro per poesia latina in concorso a Amsterdam (poi ne vincerà tante altre)

1895 viene nominato professore di Greco e Latino all'Università di Bologna 1895 la sorella Ida si sposa.

Pascoli prende in affitto la casa di Castelvecchio di Barga, in Garfagnana.

Trascorre lunghi periodi con Maria.

1897-1903 Università di Messina. Poi Università di Pisa.

1905 succede a Carducci nella cattedra di Letteratura Italiana all'Univ. di Bologna.

1911 vicino ideologia nazionalista, appoggia la guerra in Libia (a favore di impresa coloniale in Libia – aveva paura di emigrazione, lo sviluppo minacciava l'esistenza tranquilla dell'uomo)

1912 muore a Bologna. Fu sepolto a Castelvecchio di Barga.

2 eventi fondamentali:

-1867 uccisione del padre - giorno di San Lorenzo, X Agosto 1867 -1895 restauro e acquisto casa di Castelvecchio in Garfagnana; ma

perdita di Ida che si sposa.

Altri lutti: -1868 morì la sorella Margherita di tifo -dopo pochi giorni morì la madre -1876 muore il fratello Giacomo

1879 manifestazioni socialisti, prigione per 3 mesi OPERE

Le prime poesie sono in opuscoli nuziali e riviste

1891,1° ed. di Myricae, per nozze, liriche prima apparse in riviste (sono 22 poesie) 1892-94 2° e 3° ed. di Myricae

1897 Pubblica Il fanciullino – 4° ed. Myricae 1897 Poemetti

1900 5° ed. di Myricae (edizione quasi definitiva; 150 poesie divise in 15 sezioni) 1903 Canti di Castelvecchio

1904 Primi poemetti

e anche Poemi conviviali (lessico tecnicizzato e per pochi, lessico dell'erudizione) - sfondo epico e mitico; rievoca il mondo antico greco e romano; tema: il destino umano;

1906 Odi e Inni (tentativi di poesia civile)

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traduzioni 1909 Nuovi poemetti

1911 Pubblica i Poemi italici e l'ultima edizione di Myricae

1915 esce, postuma (cioè dopo la sua morte), la raccolta di poesia latine Carmina CONCETTI BASE e POETICA

La semplicità della poesia è solo apparente.

La scelta di Pascoli, di un lirismo del quotidiano, con tono medio e non alto, per raccontare la semplicità della natura, nasconde altro.

-UMILTÀ DI MYRICAE - L'epigrafe all'inizio della raccolta recita: «arbusta iuvant humilesque tamericae» (cioè «piacciono gli arbusti e le umili tamerici»), è una citazione delle Bucoliche di Virgilio. Si parla di umiltà, umiltà del tono, attraverso componimenti brevi e frammentari. Come fossero illuminazioni.

Si parla perciò anche di “impressionismo”.

-LO SPERIMENTALISMO LINGUISTICO

-Novenario. Si predilige come misura dei versi il novenario, una tipologia di verso non centrale nella poesia italiana.

-Misure e schemi canonici sono interrotti da cesure e una punteggiatura fitta.

-Sono presenti pochi verbi e molti nomi.

-Il primato del sostantivo sul verbo è un tratto impressionistico. Ecco perché è necessario un lessico preciso. Ecco perché Pascoli punta sul suono, il fonosimbolismo dà spazio al suono.

Quindi Myricae diventa un'opera decisiva per il linguaggio del Novecento.

-Lingue speciali (del settore, di determinate professioni) si mischiano all'onomatopea (i suoni puri). Il vocabolario spcialistico di flora e fauna, il nome degli attrezzi da lavoro, parole cioè che erano escluse dalla poesia, ora vi accedono.

-Con l'onomatopea si riproducono suoni anche non verbali, il verso degli animali («chiù»)

Solo la poesia è strumento di conoscenza del mondo, la scienza non spiega l'ignoto, concetto caro a simbolisti francesi → poeta come “veggente” capace di esplorare l'ignoto.

Poesia allusiva → il poeta in quanto veggente può dare voce al fanciullino.

La poesia di meraviglia e stupore – il poeta vede il mondo con gli occhi del bambino Il poeta cerca le relazioni sottili delle cose

la poesia come strumento per conoscere il mondo e la realtà ripiegamento in se stesso, verso interiorità

→ Ricerca di spazio nascosto –per proteggerlo dalla tragedia familiare avvenuta nell'infanzia

-cerca di rinchiudersi in un “nido”

-TEMI :

Oggetti comuni in Pascoli divengono poetici.

Temi: -la natura è la protagonista.

-tema della morte (quella del padre su tutte, che investe e trasforma la natura stessa)

dolore per morte di familiari (padre)

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-tema dell'infanzia e del “nido”, come mancanza e come protezione dal male -tema del ricordo dei cari defunti → esaltazione del “nido”, affetti familiari

→ si collega al tema della malvagità degli uomini -celebra una natura buona

-il mistero del cosmo → che provoca anche paura -i miti del mondo classico che infondono sicurezza

il linguaggio è evocativo, musicale → con analogie, onomatopee, fonosimbolismo Sono elementi che influenzano il Novecento:

-la tendenza a poesia intima

-lo stile impressionista, immagini immediate

-il rifiuto di un linguaggio solenne → verso un linguaggio quotidiano La metafora del “fanciullino”.

-Natura irrazionale e intuitiva della poesia. Il poeta è quel fanciullino presente «in un cantuccio dell'anima» di ognuno di noi, un fanciullino che rimane piccolo anche quando noi invecchiamo. Esso arriva alla verità non attraverso il ragionamento, ma in modo intuitivo, irrazionale, guardando le cose con stupore, come fosse la prima volta, «ci trasporti nell'abisso della verità». Infatti si dice che i bambini siano la voce della verità.

-L'analogia nella poesia. Gli occhi del fanciullo scoprono «nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose».

-La poesia non è invenzione ma svelamento, scoperta. Perché sta in un

«particolare» di quelle cose che solo il poeta sa vedere.

-Le umili cose. Canta le umili cose, canta l'umile fatica delle lavandare, il tuono, il lampo, il cantare degli uccelli. La tematica delle piccole cose è legata al mondo contadino e campagnolo da cui Pascoli proveniva e a cui è rimasto legato.

-Il simbolismo. Gli oggetti percepiti dal fanciullo-poeta sono separati, oggetti isolati, svincolati dal contesto. Ecco perché divengono altro, un simbolo. Ecco che “l'aratro dimenticato” diventa simbolo dell'animo del poeta.

Tende al simbolo perché la realtà che tale poesia tende a rappresentare è mistero, il mistero che non può essere capito, il mistero del cosmo. € però un simbolismo provinciale, non europeo, non è il simbolismo francese così esplosivo.

-la poesia è pura perché il fanciullo non capisce di politica.

-la poesia ha una funzione consolatrice.

-è un'ideologia conservatrice, perché vuole proteggere, vuole la certezza, dopo i numerosi lutti familiari, dopo le incertezze emotive e anche economiche vissute in passato. Perciò anche lo sviluppo capitalistico appariva come un mostro da cui proteggersi. C'era in Pascoli paura per eventi che avrebbero travolto l'umanità, la paura del cambiamento. L'incubo delle bufere del tempo, porta Pascoli a chiudersi nel nido domestico, nelle umili cose della campagna.

Il Nido

-il “nido” diventa un mito. Il mito del nido, della casa, della famiglia.

Il morboso attaccamento psicologico alle sorelle, la sensualità censurata, la solitudine degli affetti, la donna vista come madre o come sorella (per la mancanza della madre morta quando lui era bambino).

Cercando il nido cerca la sicurezza. La storia ha solo distrutto il nido, gli ha ucciso il

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padre.

Tutto l'orizzonte di Pascoli regredisce all'infanzia, alla memoria degli affetti familiari, alla loro tenerezza, alla loro perdita dolorosa, al mondo delle umili cose della natura buona, il quotidiano che è controllabile, l'abitudine della tranquillità che non ha mai avuto.

-Mistero. Le piccole cose, l'albero, il fiore, parlano alle stelle, allo spazio, con pari dignità poetica, tutto riflette il mistero dell'esistenza, che Pascoli poeta cerca di guardare con gli occhi del fanciullo, gli occhi di chi si può stupire: la poesia diventa scoperta del mondo, non una qualunque, ma la prima scoperta, la prima volta, quella del bambino.

NELLA NATURA «MADRE DOLCISSIMA» (dice la prefazione)

-RIVOLUZIONE ESPRESSIVA. E in tutto questo c'è anche la rivoluzione espressiva.

L'analogia, la sinestesia, il fonosimbolismo, i continui enjambement, la poesia usata come canto musicale.

POESIA -)”Myricae”

-Esempi di poesie: Novembre (1891); Lavandare (1894); Temporale (1894);

L'assiuolo (idea 1894-96); X Agosto (1896);

-varietà di metri, novenari

-termini precisi → per cogliere l'infinito (è insegnamento del simbolismo, Verlaine) -”democrazia linguistica” → apre la poesia a termini estranei alla tradiz.)

-linguaggio fonosimbolico (Contini) evoca le cose, onomatopea → suono simbolico

→ la realtà carica di significati misteriosi

→ cogliere gli aspetti nascosti e inafferrabili -natura madre dolcissima

-impressionismo

-motivo del nido familiare distrutto → infanzia All'interno di ogni uomo vive un “FANCIULLINO”

poesia classica specchio dell'infanzia dell'umanità – dava voce a fanciullino – compiti di educazione civile e morale

poeta dà voce al fanciullino

fuggire presente → regredire verso passato prenatale

stupore, sorpresa, meraviglia, gioco, creare collegamenti tra le cose scoprire le corrispondenze (Baudelaire)

-) “Canti di Castelvecchio” 1903

Es. Nebbia (1899); La mia sera (1900); Il Gelsomino Notturno (1901);

confronta la natura di Castelvecchio → (dove ha ricostruito un nido) con il tornare di ricordi che riattivano l'inquietudine → due mondi

componimenti più ampi e non illuminazioni (poeti simbolisti) come in Myricae Chiude con La cavallina storna e la sezione Ritorno a San Mauro

→ ritorno a luoghi dell'infanzia, mondo perduto che tenta di resuscitare

La lingua poetica come “lingua morta” capace di mettere in contatto con mondo dei morti → ecco suo impegno per la poesia latina

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CARATTERI STILISTICI DI PASCOLI CHE HANNO EFFETTI SULLA POESIA DEL NOVECENTO.

-Uso della PARATTASSI: significa accostamento delle proposizioni, senza uso di nessi logici o congiunzioni. Gli oggetti vengono accostati e così vengono create reti di analogie e di significati nascosti. Corrisponde alla concezione di Pascoli in cui nell'universo ogni cosa restituisce la metafora della vita e del suo miracolo.

-Il TEMPO verbale: si passa da un presente di un tempo sospeso, una situazione atemporale; e si arriva al tempo del passato, quello del ricordo, della memoria come rivelazione.

-ANALOGIA E SINESTESIA. Sono centrali le trame di analogie in cui si muovono le sue poesie. Ne L'assiuolo, il canto del rapace è insieme canto di vita e di morte. Ne Il gelsomino notturno, il fiore che si dischiude nella notte e si chiude all'alba è apertura alla fecondità della prima notte degli sposi e ritorno alla morte nella sua chiusura.

La sinestesia, figura retorica che avvicina sensi diversi, porta tali sensazioni a rafforzarsi e porta a significati ulteriori, nascosti nella coscienza. Ne L'assiuolo, i

«soffi di lampi» avvicina la sensazione tattile (soffi) a quella visiva (lampi) e crea un ulteriore livello di significato che è interiore.

Le parole sono trama di una RETE DI ANALOGIE CHE È IL MONDO, le parole trovano o sono le «CORRISPONDENZE» di quei segreti che guidano la poesia di Baudelaire.

Le parole di taglio impressionistico si legano forse alle «illuminazioni» improvvise di cui e con cui scrive anche Rimbaud.

-L'ONOMATOPEA, l'elemento pregrammaticale, come lo ha definito Contini, è lo spunto che guida il lettore nel viaggio (ad esempio ne L'assiuolo). Si deve considerare che in quel periodo, l'onomatopea era una grande innovazione, quasi scandalosa, poeticamente parlando. E grazie all'onomatopea si introduce anche la potenza del suono come mezzo per descrivere la realtà. E si arriva al FONOSIMBOLISMO, il suono cioè che diventa simbolo di qualcosa, di un sentimento, di un concetto, di un oggetto, di una realtà altra. Il suono aggiunge significato al significato, il suono descrive. E arriverà a creare la musica poetica tipica di Pascoli.

-L'INDETERMINATEZZA. Pascoli non è allegorico. Infatti Pascoli rifiuta una poetica naturalistica (e realistica) e rifiuta l'allegoria (infatti, parafrasando un suo commento, “la poesia non deve essere spiegata”). Si appropria di Leopardi, la

“poetica del vago e dell'indefinito” (Zibaldone), non bisogna evocae i suoni della natura ma lasciarli in una non determinazione. Per Pascoli invece si vuole definire con concretezza questi elementi (e in questo si distanzia da Leopardi). In questo senso si avvicina al Naturalismo del periodo, ma non è naturalistico. Presenta una poesia che lavora sul piano della coscienza, dell'irrazionale. Ecco che arriva alla musica e alla pittura dentro la sua poesia, ecco la modernità della poesia pascoliana. Fonda la musica e la pittura dentro la sua poesia.

Pascoli, come nota Mario Pazzaglia, in contrasto con al nostra tendenza letteraria di ascendenza petrarchesca, dà cittadinanza poetica a tutti gli aspetti della realtà, dal mandorlo al melo, ma nello stesso tempo li sfuma, li confonde, per rendere il paesaggio e il tempo più indeterminato e misterioso.

Pascoli non riduce le cose a un significato allegorico e filosofico nascosto e superiore, crede piuttosto che tutto sia unito e insondabile, e che la poesia diventi il modo per conoscere l'autenticità della realtà, altrimenti incomprensibile.

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-)“NOVEMBRE” (Myricae, 1891)

Metro: quartine di 3 endecasillabi e 1 quinario finale. Rime alternate ABAb Poesia presente fin dalla prima edizione.

Tema: Paesaggio autunnale e tema funebre.

Rappresenta l'estate di San Martino, detta anche “l'estate dei morti”

Novembre

Gemmea l’aria, il sole così chiaro che tu ricerchi gli albicocchi in fiore, e del prunalbo l’odorino amaro senti nel cuore...

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante di nere trame segnano il sereno,

e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate, odi lontano, da giardini ed orti, di foglie un cader fragile. È l’estate, fredda, dei morti.

La costruzione del paesaggio e del clima:

1° strofa: illusione primavera 2° strofa: realtà dell'autunno

3° strofa: «estate, / fredda, dei morti.»

Viene descritto un paesaggio naturale tra vista, suono e olfatto (sinestesia del v.3

«odorino amaro») dove l'uomo è assente.

v.4 «senti nel cuore» → dichiara che un paesaggio interiore (1° strofa) si confronta con quello esterno autunnale (2° strofa).

Questo passaggio è preparato dall'aggettivo «amaro» (v.3) che prepara la desolazione autunnale della 2° strofa, e dall'avversativa «Ma» (v. 5) con cui inizia la 2° strofa e attraverso la quale si passa dal chiarore primaverile (1°strofa) allo scuro atutunnale (2° strofa).

Gli aspetti tristi della natura: «secco è il pruno», «stecchite piante» (v.5); «nere trame» (v. 6); «vuoto il cielo» (v. 7); «cavo […] terreno» (v.7-8).

Nella quartina finale entra l'elemento sonoro «silenzio», «odi lontano», il «cader fragile» delle foglie.

Il paesaggio della natura diventa una proiezione della morte, attraverso il verso finale.

Il finale della poesia termina con l'ossimoro «estate / fredda», a segnalare l'antitesi primavera/autunno, vita/morte che disegna la poesia.

Allitterazione: “c” v.1-2-4; “s”, “p” nel v.4-5; fricativa “f”, “fr” v. 11-12;

Dettagli collegati da una sintassi paratattica (costituita quasi sempre solo sui segni di punteggiatura) ed ellittica (cioè caratterizzata dalla mancanza di elementi della frase, in questo caso la mancanza dei verbi).

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-) LAVANDARE (Myricae, 1894)

Metro:Madrigale – composto da 2 terzine e 1 quartina di endecasillabi schema ABA CBC DEDE

Lavandare

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero resta un aratro senza buoi, che pare dimenticato, tra il vapor leggiero.

E cadenzato dalla gora viene lo sciabordare delle lavandare con tonfi spessi e lunghe cantilene.

Il vento soffia e nevica la frasca, e tu non torni ancora al tuo paese!

Quando partisti, come son rimasta!

Come l'aratro in mezzo alla maggese.

È una scena di campagna, sono immagini e suoni.

1° terzina: un campo, la nebbia, un aratro

2° terzina: si percepisce solo il rumore (i panni battuti dalle lavandaie nel canale e il loro canto)

3° la quartina: riporta il testo di quel canto delle lavandaie.

Si nota l'impressionismo di Pascoli. Si costruisce il quadro per tocchi, per piccoli dettagli che si aggiungono (il campo, l'aratro nella nebbia, i rumori nel canale, il canto). «Nel campo mezzo grigio e mezzo nero», al v. 1, si descrive il campo arato e quella zona non ancora arata e quindi nera. C'è un «aratro senza buoi», un aratro solo, senza nemmeno gli animali, nessun umano, l'oggetto solo nel campo (Pascoli solo nella sua vita, il padre lasciato solo a morire nella strada?), un aratro «che pare / dimenticato», ad aumentare il senso di solitudine, e immerso nel «vapor leggiero» (v.3) cioè nella nebbia, immagine che rende tutto ancora più sospeso.

Poi arriva il ritmo (v. 4), «cadenzato», «dalla gora», cioè dal canale, «viene», non usa “arriva”, ma “viene” per sottolineare la forza di quel movimento di suono, viene

«lo sciabordare delle lavandare» e si ascolta il suono, “sciabordare” è onomatopeico dei colpi delle lavandaie, e fonosimbolico è anche «lavandare / con tonfi spessi» (v.

6).

Fonosimbolismo è anche il v. 7, «il vento soffia e nevica la frasca», l'allitterazione di

“s”, “f” rende il vento che si muove tra gli alberi.

E continua al v. 8 «e tu non torni ancora al tuo paese! / quando partisti, come son rimasta!», forse richiama la figura del Pascoli bambino che si è sentito abbandonato, forse di nuovo il padre lasciato morire in strada, «come l'aratro in mezzo alla maggese», (“maggese” è un campo lavorato a maggio, e poi lasciato riposare e non seminato fino a novembre o più) nell'ultimo verso, riemerge la solitudine, e si chiude in modo circolare la poesia, richiamando l'aratro del primo verso.

“Lavandare” è una poesia in cui emerge l'attenzione alle umili cose e al mondo contadino tipica di Pascoli. Addirittura viene trascritto un canto popolare. Ciò porta ad immergere ancora di più il lettore nel mondo contadino, come un documento.

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-) TEMPORALE (terza edizione di Myricae, 1894)

Metro: ballata di settenari, con ripresa di un solo verso (a) e una stanza con schema bcbcca.

Un quadro di un paesaggio, è visivo, votato agli effetti di luce mentre si avvicina un temporale.

Temporale

Un bubbolìo lontano...

Rosseggia l'orizzonte, come affocato, a mare:

nero di pece, a monte, stracci di nubi chiare:

tra il nero un casolare:

un'ala di gabbiano.

«Un bubbolio lontano» (v. 1) è onomatopeico, il rumore del tuono, “b”, “u”, “o”.

l'orizzonte diventa rosso come fuoco nel mare; dietro, dove sono le montagne c'è un nero, nero come la pece;

«stracci di nubi chiare» (v. 5) come fossero fili grossi e confusi che dipingono il chiaro nel nero di fondo, sfilacciate come stracci, è decisamente un quadro impressionista, creato da analogie.

C'è al verso 6, «tra il nero un casolare», l'effetto della macchia bianca, dove si nasconde una casa (forse un richiamo del nido?), che diventa nell'ultimo verso

«un'ala di gabbiano», come una pennellata bianca nel nero del temporale.

Sono pochi i versi, ma la punteggiatura molto particolare, li lega, come se ogni figura nascesse dalla precedente, le virgole e soprattutto i due punti (:) a fine verso, che fa entrare il verso successivo nel verso precedente.

La distinzione/divisione è soltanto tra il primo verso (che è la rappresentazione di un suono) e la ballata successiva, dal verso 2, in cui la poesia diventa fondata su elementi visivi. Il rumore del tuono apre il diegno visivo. Di solito arriva prima il lampo e poi il suono. Qui è l'opposto, perchè si sente il gorgoglio del tuono che si avvicina.

L'uomo è quasi del tutto assente. È richiamato solo dal casolare nel penultimo verso.

È certamente uno degli esempi più riusciti dell'impressionismo di Pascoli: brevità, i dettagli del paesaggio come tratti sovrapposti di un pennello. Sembra una poesia pittorica.

Tanti sono i nomi, soltanto un verbo nell'intera poesia («Rosseggia» al verso 2).

Numerose ellissi (cioè assenza di verbi e parole che indicano connessioni logiche), asindeto (cioè assenza di congiunzioni come “e”, sostituite dai segni di punteggiatura). Si ottiene una successione di metafore e analogie dirette, immediate, che rendono il quadro.

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-) L'ASSIUOLO

Metro: 3 strofe di novenari a rima alternata (ABABCDC) più il ritornello monosillabo chiù che rima col sesto verso di ogni strofa.

L'assiuolo è un rapace notturno, predatore, simile alla civetta, che emette un suono partcolarmente lamentoso. In Toscana è chiamato Chiù. Chiù è nella poesia anche il grido onomatopeico dell'assiuolo. Che è poi il motivo conduttore dell'intero componimento, un motivo che penetra a partire dal paesaggio per entrare dentro all'intimità del poeta e delle cose.

Un paesaggio ipnotico che viene interrotto ogni volta con il chiù.

L'onomatopea, l'elemento pregrammaticale, come lo ha definito Contini, è la miccia per portarci nel viaggio.

L'ideazione è avvenita tra 1894-96. Forse Pascoli si ispirato alla sua casa di Livorno o a quella di Massa, è comunque un giardino familiare.

L'assiuolo

Dov’era la luna? ché il cielo notava in un’alba di perla, ed ergersi il mandorlo e il melo parevano a meglio vederla.

Venivano soffi di lampi da un nero di nubi laggiù;

veniva una voce dai campi:

chiù...

Le stelle lucevano rare

tra mezzo alla nebbia di latte:

sentivo il cullare del mare, sentivo un fru fru tra le fratte;

sentivo nel cuore un sussulto, com’eco d’un grido che fu.

Sonava lontano il singulto:

chiù...

Su tutte le lucide vette

tremava un sospiro di vento:

squassavano le cavallette finissimi sistri d’argento (tintinni a invisibili porte

che forse non s’aprono più?...);

e c’era quel pianto di morte...

chiù...

STROFA 1

[io] «Dove era la luna?» (v.1) la poesia inizia da una domanda e la domanda porta a non essere certi di qualcosa, l'incertezza delle risposte nella vita, l'incertezza della provenienza di quella luce. La domanda è il modo per suggerire che la luna non si vede, sebbene si percepisca la sua luce. In questo modo si crea, fin dall'inizio, una dimensione sospesa del paesaggio, che come si comprenderà, è un paesaggio

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esteriore che diviene interiore. La presenza sospesa della luna è forse una premonizione di qualcosa, l'idea dell'Aldilà le «invisibili porte» del v. 21.

Poi «il cielo / notava», un cielo che nuotava (al passato, non al presente, perché è il tempo del ricordo), nuotava come fosse una persona. Una personificazione che ci porta forse ai tempi dell'infanzia o a un tempo desiderato dove si possa nuotare liberi e leggeri. La personificazione continua nel v. 3-4, sono gli alberi ad essere persone che guardano, «ed ergersi il mandorlo e il melo / parevano a meglio vederla». Loro che si ergevano alti, sembrava vedessero meglio la luna che il poeta non riesce a vedere, loro alberi, che erano bagnati meglio dalla luce, ho scritto

“bagnati” per rimanere nel tema del mare, del nuotare.

Già in questi primi versi è introdotta la dimensione dell'alto-basso, cielo-terra, che accompagnerà il lettore per tutta la poesia, sino ad arrivare ad una dimensione che va oltre cielo e terra, una dimensione oltre le «porte» (v. 21), oltre la vita, nella morte.

Il colore della luce è tenue, al verso 2, è «un'alba di perla», una luce delicata, una luce che in seguito, al v. 9-10 cambierà, facendosi più rarefatta.

La sinestesia (che mischia i sensi, tattile e visivo) «soffi di lampi» (v. 5), ci porta al

«nero di nubi laggiù». Non scrive “nubi nere”, ma «nero di nubi», inverte aggettivo e sostantivo, l'aggettivo “nero” diventa il sostantivo. È come se Pascoli preferisse descrivere la sensazione piuttosto che ll'oggetto. In questo modo lascia il colpo di colore, la pennellata e, creando una analogia, trasferisce il disegno su un altro piano e dipinge più mistero nella scena. Inoltre aggiunge la parola «laggiù» e introduce una dimensione spaziale indefinita, usando una tecnica tipica dei simbolisti (lo spazio non definito).

La strofa termina con “veniva una voce dai campi / chiù...», entra per la prima volta il motivo del canto lamentoso dell'assiuolo, un suono che è onomatopeico, “chiù”, un suono che si trasformerà in un crescendo emotivo, nel corso della poesia, e che ora è una “voce dai campi”, quindi lontana ma non troppo.

STROFA 2

Si apre la 2° strofa con la nuova luce della scena. È cambiata: «Le stelle lucevano rare / tra mezzo la nebbia di latte:». Le stelle erano poche, la “nebbia di latte” fa il resto. Se al verso 2 avevamo “un'alba di perle”, leggera ma presente, qui, al verso 9, abbiamo l'analogia “nebbia di latte”, densa, che impedisce alla luce di espandersi, anzi, è una luce che si dilata e rende la scena ancor più sospesa e misteriosa, come se si stesse preparando qualcosa.

Il segno di punteggiatura, il punto e virgola “;” a chiusura del verso 10, apre la scena su una serie di anafore. Abbiamo un climax ascendente, che porta la tensione a crescere, dal verso 11 al verso 13: «sentivo il cullare del mare / sentivo un fru fru tra le fratte / sentivo nel cuore un sussulto», il sentimento aumenta sino a scoppiare, da una carezza del mare, che ha il sapore di una ninna nanna, si passa allo scuotere dei rami, fino ad arrivare al sussulto del cuore, un colpo che spaventa o comunque arriva intenso. Da notare che in questi tre versi si hanno diverse forme sonore: nel «cullare del mare» si ha una rima interna che rende ancora di più l'idea del movimento del mare e del cullare materno, il mare diventa una madre attraverso una personificazione; «un fru fru tra le fratte» rende come onomatopea il rumore fra i cespugli attraverso l'allitterazione di “fr” e “t” mischiate alle vocali; nel verso «sentivo nel cuore un sussulto», l'allitterazione si gioca tra le “s” presenti e l'unica “c” che blocca il suono e porta all'oscurità delle vocali finali “u”, “o” chiuse

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dalla “lt” di “sussulto”.

Questi suoni è come se continuassero nel verso successivo, nell'eco che troviamo al verso 14, «com'eco d'un grido che fu», il sussulto continua; l'apostrofo che lega le parole, come fossero una sola parola, una solo eco, aprono il tempo del racconto;

non è un tempo al presente, ma al passato, poiché è un tempo interiore, il tempo del ricordo.

Infatti «Sonava lontano il singulto: / chiù...», suonava, mentre la voce del verso 7

«veniva», la tensione aumenta. Ed è «lontano», ancora una dimensione spaziale indefinita. Prima era “una voce” (v.7), ora diventa un «singulto», cioè un singhiozzo soffocato, che non vuole uscire, così esce soltanto il verso dell'assiuolo, «chiù», che chiude la scena.

STROFA 3

La scena finale, la terza strofa, si apre con la solita luce, che però è ristretta, il fuoco è soltanto sugli alberi. Al verso 17, «Su tutte le lucide vette» indica che gli alberi erano i soli soggetti alla luce della luna, il resto era coperto dal buio. Come una persona «tremava un sospiro di vento:» (v.18), un momento che poi passa, provvisorio; è presente anche il fonosimbolismo prodotto da “tr” e “sosp” che creano il tremore del poeta, di qualcuno di indistinto.

Dal verso 17-20 «sospiro», «squassavano le cavallette», «finissimi sistri d'argento», rendono onomatopeicamente il frinire delle cavallette, soprattutto attraverso l'allitterazione di “s”, “t”, “r”.

Al verso 19 si passa alla dimensione del mito. La rete di analogie è ovunque. Il rumore delle cavallette, attraverso l'analogia, viene affiancato a quello dei “finissimi sistri d'argento». Pascoli non scrive “era come”, ma togliendo la possibile similitudine, identifica il rumore delle cavallette e lo strumento musicale, che a sua volta è legato alle cerimonie funebri, richiamando, sempre per analogia, il senso della fine.

Le ali degli insetti creano lo stesso suono dei sistri, gli strumenti musicali con i quali i sacerdoti Egizi celebravano i riti per Iside e combattevano la morte. Infatti al verso 21, troviamo «(tintinni a invisibili porte / che forse non s'aprono più?...)». “Tintinni”

è onomatopeico dei suoni delle porte. Sono porte invisibili, che comunicano con un'altra dimensione che non è terrestre, è l'Aldilà. Sono però porte che non si aprono, sono chiuse, a segnalare che sono porte verso il luogo da cui non si torna.

Il verso è però una domanda (v. 22), a cui seguono i tre puntini di sospensione, perché si deve rimanere sul piano dell'incertezza, di un luogo e una dimensione in cui gli umani non hanno risposte. Il tutto è tenuto tra due parentesi tonde, come se fosse davvero una dimensione altra, divisa dal resto.

In un manoscritto di una redazione precedente alla poesia L'assiuolo, Pascoli annota, in riferimento al verso 21: «Sì, ma allora non è più la poesia, ma la spiegazione della poesia», e anziché scrivere “tarda cicala” (presente prima), scrive

“tintinni a invisibili porte” (che è la versione successiva e finale). Si può notare come la poesia divenga meno chiara e più misteriosa. La poesia per Pascoli può evocare un mondo ma è un mondo che non è conoscibile coi mezzi razionali.

Così si arriva alla chiusura, al verso 23, «e c'era quel pianto di morte... / chiù...». Il principale climax ascendente della poesia così si compie: il “chiù” prima era “una voce dai campi” (v. 7), poi «il silngulto» (v. 15), ed ora «quel pianto di morte» (v.

23), la tensione drammatica arriva all'apice. E Pascoli scrive “una” (v. 7), poi “il” (v.

15), poi “quel” (v. 23) a rendere tutto sempre più a fuoco con precisione,

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diminuisce la luce, ma il suono aumenta di intensità e nitidezza. Il “pianto di morte”

non è un pianto qualsiasi è “quel”, che lui ha ben preciso in mente, per lui è forse quello del padre, dei suoi lutti, ma è anche “quello” che ognuno di noi porta nel mistero di se stesso.

La verso dell'assiuolo c'è questa sorta di “coro” che tutti gli altri oggetti-soggetti creano, come fossero un riflesso.

La spazio è lo spazio dell'indeterminato, dove il paesaggio reale diventa irreale e poi interiore e quindi senza confini. È anche un paesaggio che diventa mito e soprattutto ricordo. Un paesaggio rituale, di un rito magico, che permette di parlare con l'Aldilà.

La natura, attraverso il verso dell'assiuolo, ricorda così all'uomo il suo essere mortale. Poi, come succede nella vita, la vita si ferma di blocco, in un attimo, e arriva il monosillabo finale “chiù”, con la sua fermata secca, senza altro, solo i tre punti di sospensione, a simboleggiare il “non sapere” misterioso che non conosciamo.

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-) X AGOSTO (da Myricae, pubblicata su rivista nel 1896)

Metro: quartine di decasillabi e novenari, alternati con schema ABAB.

Inserita nella raccolta della quarta edizione (1897)

È inserita nella sezione Elegie (come segnala il titolo contiene componimenti poetici di argomento e tono tristi). Sono testi che rievocano i lutti familiari.

X Agosto

San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto

nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:

l’uccisero: cadde tra spini:

ella aveva nel becco un insetto:

la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende quel verme a quel cielo lontano;

e il suo nido è nell’ombra, che attende, che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:

l’uccisero: disse: Perdono;

e restò negli aperti occhi un grido:

portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,

lo aspettano, aspettano in vano:

egli immobile, attonito, addita le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale,

oh! d’un pianto di stelle lo inondi quest’atomo opaco del Male!

È la notte del 10 agosto, San Lorenzo, la notte delle stelle cadenti. Le stelle assomigliano a un pianto. Secondo la tradizione popolare, le stelle cadenti nella notte del 10 agosto sono le lacrime di San Lorenzo.

La poesia è esemplare di un tema caro a Pascoli, quello dei lutti familiari, tema che percorre Myricae insieme a quello della campagna.

Centro è il lutto per l'assassinio del padre in un agguato il 10 agosto 1867 (un omicidio in cui né gli esecutori né il mandante furono catturati).

Esiste una introduzione (1° strofa) e una conclusione (6° strofa).

All'interno c'è il racconto di quell'assassinio. Un racconto costruito sul parallelismo di due storie: l'uccisione di una rondine da parte di un uomo (strofa 2 e 3), e

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l'uccisione di un uomo per mano di altri uomini (strofa 4 e 5). L'uomo di cui scrive Pascoli è appunto suo padre, mai nominato.

Il mondo della natura e quello degli uomini prima è in parallelo e poi si mischia.

Al verso 5, troviamo «Ritornava una rondine al tetto», mentre al verso 13 «un uomo tornava al suo nido», la rondine va al “tetto”, l'uomo nel “nido”, scambiando natura e umanità. La parola “nido” è peraltro una parola chiave per Pascoli, una parola che sottointende quelle di famiglia e di casa: tutto ciò che Pascoli ha sempre desiderato e mai realmente ottenuto.

Tali assassinii sono il risultato di due gesti di violenza gratuita. Accadono nella Terra, «atomo opaco del Male!», come la definisce Pascoli nell'ultimo verso (v. 24).

E la Terra è tale perché è vissuta dall'uomo, e il Male dipende dall'uomo.

Strofa 1

Una parafrasi potrebbe essere la seguente. Il poeta parla forse a San Lorenzo, forse a se stesso, forse al destino. “San Lorenzo, so perché attraverso l’aria tranquilla (c'è quindi un'immagine di calma) così tante stelle splendono e cadono, nel cielo che pare rotondo («concavo cielo», v.4), con il loro cadere sembrano un grande pianto (v.3) che fa luce e attraversa quello stesso cielo.

Strofa 2-3

Una rondine tornava verso il tetto (anziché il nido), rendendo la rondine umana.

L'uccisero e lei «cadde tra spini», come Gesù, come San Lorenzo. Dettaglio: «ella aveva nel becco un insetto», stava perciò tornando a casa per dare il cibo ai piccoli, come il padre di Pascoli tornava a casa la sera del suo assassinio, i rondinini sono rimasti senza cibo, il Pascoli bambino rimase senza sostegno economico. «Ora è là come in croce», nuovamente si personifica e si mitizza la rondine con vesti umane e religiose, quasi sacre. Il verme è teso verso «quel cielo lontano» (v.10), il cielo è la natura ma è anche Dio, che è lontano, come se non si interessasse alle vicende.

Quel nido «è nell'ombra, che attende / che pigola sempre più piano» (v. 11-12), il nido è nascosto, la luce diminuisce, a rendere la vita che abbandona la rondine (e il padre), pigola più piano, sta morendo, e forse pigolano più piano anche i rondinini che non avranno la cena e rischieranno di morire anch'essi.

Strofa 4-5

Oltre alla rondine, «Anceh un uomo tornava al suo nido» (non “casa” ma “nido”, a rendere la dimensione ambigua in cui uomo e rondine si fondono e confondono).

Al verso 14 troviamo «l'uccisero», la forma è la stessa del verso 6 («l'uccisero») a marcare il parallelismo. Disse «Perdono». A chi? A Dio? Ai figli che sarebbero rimasti soli? Al suo assassino? E negli occhi, che rimasero aperti, restò un grido, un grido negli occhi, un'analogia forte, violenta, per rendere il male dell'azione, «e restò negli aperti occhi un grido». Immagine resa ancora più forte perché l'uomo

«portava due bambole in dono», non aveva denaro, aveva due bambole, per i suoi figli, un innocente regalo. Se prima la rondine aveva il cibo, ora l'uomo ha un regalo, simbolo del bene che vuole ai figli.

«Ora là, nella casa romita», “là” lontana ma non molto, nella casa solitaria, per la sua morte, in cui la famiglia rimarrà senza il padre, senza la guida, «lo aspettano, aspettano in vano». “Lo aspettano, aspettano” è ripetuto due volte, per rendere il tempo che passa, “aspetta e aspetta”, invano, inutilmente. Poiché il padre è

«immobile», «attonito», sorpreso, senza tono, senza più vita. L'ultima azione che

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compie è segnare col dito le bambole e il cielo (verso 19-20, «addita / le bambole al cielo lontano»). Crea un triangolo tra ciò che doveva essere e ciò che non sarà, le bambole che dovevano arrivare a casa e che rimarrano lì, mentre in quel dito c'è la domanda di Pascoli figlio: perché? Perché il cielo, cioè Dio, è lontano, cioè disinteressato e non lo ha impedito? Perché è così. Infatti non c'è una domanda ma una affermazione, un fatto.

Strofa 6

Conclude con «E tu Cielo, dall'alto dei mondi» (v. 21). Se all'inizio era San Lorenzo, ora parla all'universo. Quei mondi sono «sereni» cioè indifferenti a quel male.

Questo mondo «d'un pianto di stelle lo inondi», l'immagine finale è questa cascata di stelle cadenti nella notte di San Lorenzo, come se il cielo piangesse, è il pianto di Pascoli, ma anche quello della Terra, del pianeta, che risulta «quest'atomo opaco del Male!», una realtà che se confrontata con l'universo è piccolissima, un atomo, non chiaro, ma opaco, perché nella vita non c'è chiarezza, lo ha imparato da piccino, c'è piuttosto una grande presenza di Male, perché nel mondo c'è l'uomo che gratuitamente compie azioni violente (e uccide la rondine e uccide l'uomo, il padre).

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LA PREFAZIONE AI CANTI DI CASTELVECCHIO

La presenza della morte è essenziale per comprendere la poesia pascoliana.

I Canti di Castelvecchio sono ambientati a Castelvecchio di Barga, dove Pascoli aveva tentato di ricostruire il “nido” mai avuto dall'infanzia, costruirlo con la sorella Maria.

I Canti sono dedicati alla memoria della madre, a segnalare ancor di più questo tentativo di ricostruzione. Nella Prefazione infatti scrive: «Crescano e fioriscano intorno all’antica tomba della mia giovane madre queste myricae [...] autunnali».

E ancora: «Mettano queste poesie i loro rosei calicetti […] intorno alla memoria di mia madre, di mia madre che fu così umile, e pur così forte, sebbene al dolore non sapesse resistere se non poco più d’un anno. Io sento che a lei devo la mia abitudine contemplativa, cioè, qual ch’ella sia, la mia attitudine poetica». Qui lega poesia e contemplazione.

E poi: «E qui, devo chiedere perdono, anche questa volta, di ricordare il delitto che mi privò di padre e madre e, via via, dei fratelli maggiori, e d’ogni felicità e serenità nella vita? No: questa volta non chiedo perdono. Io devo (il lettore comprende) io devo fare quel che faccio. Altri uomini, rimasti impuniti e ignoti, vollero che un uomo non solo innocente ma virtuoso, sublime di lealtà e bontà, e la sua famiglia, morisse. E io non voglio. Non voglio che sian morti».

Ma soprattutto la prefazione ai Canti di Castelvecchio, inizia così:

«E su la tomba di mia madre rimangano questi altri canti!... Canti d’uccelli, anche questi: di pettirossi, di capinere, di cardellini, d’allodole, [...] di rondini e rondini e rondini che tornano e che vanno e che restano. Troppi? Facciano il nido, covino, cantino, volino, amino almen qui, intorno a un sepolcro, poiché la crudele stupidità degli uomini li ha ormai aboliti dalle campagne [..] E sono anche qui campane e campani e campanelle e campanelli che suonano a gioia, a gloria, a messa, a morto; specialmente a morto. Troppo? Troppa questa morte? Ma la vita, senza il pensier della morte, senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio».

-) NEBBIA (Canti di Castelvecchio, 1899)

Pubblicata su rivista e dalla prima edizione nei Canti.

Metro: in ciascuna delle 5 strofe sono presenti 4 novenari, intervellati da un ternario al 4° verso e da un senario nel 6° verso di chiusura strofa.

Il primo verso («Nascondi le cose lontane») è ripetuto all'inizio di ogni strofa.

Lo schema è ABCbCa

È un'invocazione alla nebbia e alla siepe che è intorno all'orto, affinché proteggano il poeta da ciò che fuori lo attira, col rischio di toglierlo dalla tranquillità sicura del nido. Ha la cadenza di una preghiera.

Interessante il rapporto tra chiuso e aperto. Il poeta è all'interno. Oltre la siepe c'è il pianto delle cose. Ma non è una minaccia, piuttosto qualcosa che potrebbe appassionarlo. La nebbia è invocata perché impedisca la vista, verso qualcosa che potrebbe essere interessante per il poeta, rinunciando alla sicurezza del nido.

Chiaro che la «siepe» del verso 9, richiama la memoria della siepe dell'Infinito di Leopardi. Ma in Leopardi la siepe era ostacolo, in Pascoli è protezione.

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-) LA MIA SERA (Canti di Castelvecchio, composta nel 1900, ma pubblicata nel 1903)

La sera è una metafora: la conclusione serena della vita dell'uomo.

Metro: 5 strofe di otto versi, sette novenari e un senario.

Schema ABABCDCd

LA MIA SERA - G. Pascoli

Il giorno fu pieno di lampi; = la vita piena di cose dolorose

ma ora verranno le stelle, = ora, nella vecchiaia, arriveranno i sogni le tacite stelle. Nei campi = le stelle silenziose, che guardano

c'è un breve gre gre di ranelle. = onomatopea, allitterazione “r”

Le tremule foglie dei pioppi = foglie che tremano come persone trascorre una gioia leggiera. = trascorre, scorre attraverso

Nel giorno, che lampi! che scoppi!

Che pace, la sera!

Si devono aprire le stelle = aprire le stelle, fare luce, aprire la vita nel cielo sì tenero e vivo.

Là, presso le allegre ranelle, = ritornano le rane del v.4

singhiozza monotono un rivo. = il fiumiciattolo diventa una persona Di tutto quel cupo tumulto,

di tutta quell'aspra bufera, = che era nella vita, nel giorno

non resta che un dolce singulto = è ossimoro: unisce dolce e singhiozzo nell'umida sera.

E', quella infinita tempesta, = una tempesta che sembrava non finire finita in un rivo canoro.

Dei fulmini fragili restano

cirri di porpora e d'oro. = ora dei fulmini rimangono le nuvole d'oro O stanco dolore, riposa! = e dice al dolore di riposare, il poeta è stanco La nube nel giorno più nera

fu quella che vedo più rosa = la nube da nera è rosa, è cambiata nell'ultima sera.

Che voli di rondini intorno! = il tema delle rondini (“X agosto”) ritorna Che gridi nell'aria serena! = “negli occhi un grido” presenti in “X agosto”

La fame del povero giorno

prolunga la garrula cena. = garrula = piena di gridi di festa La parte, sì piccola, i nidi = la parola-chiave “nidi” appare nel giorno non l'ebbero intera.

Né io... che voli, che gridi, = “Né io...” è la prova delll'autobiografia mia limpida sera!

Don ... Don ... E mi dicono, Dormi!

mi cantano, Dormi! sussurrano, Dormi! bisbigliano, Dormi!

là, voci di tenebra azzurra … = i rintocchi delle campane arrivano dal cielo Mi sembrano canti di culla,

che fanno ch'io torni com'era ...

sentivo mia madre ... poi nulla ...

sul far della sera

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Coincidenza è che nel 1899-1900, mentre Pascoli scrive La mia sera, Freud scrive la sua Interpretazione dei sogni.

Interessante se si considera la poesia un luogo che scava l'intimità del poeta, e in cui trova maggiore pace con i lutti della sua vita.

Molti critici hanno visto punti di contatto con La quiete dopo la tempesta di Leopardi, è un tema che si potrebbe approfondire ma non qui. Pascoli descrive la pace serale dopo un giorno tormentato da un temporale. Ciò viene messo in parallelo con la sua vita e le sue vicende autobiografiche (cioè i lutti subiti).

La parola “giorno” apre la poesia (v.1). Così come la parola “sera” la finirà (v.40).

L'opposizione fra giorno e sera è simbolo delle due fasi della vita dell'uomo, in primis di Pascoli stesso: i lutti dell'adolescenza e dell'età adulta contrapposti alla serenità della vecchiaia.

La parola “giorno” si ripete più volte, come la parola “sera” che è anche parola- chiave della poesia, non a caso è parola-rima che chiude ogni strofa e cambia valenza nel proseguire la lettura della poesia stessa.

Nel verso 31 col «Né io..» Pascoli sottolinea al lettore che sta parlando della sua vita, il parallelismo tra vita e atmosfera è effettivo.

Dal punto di vista fonosimbolico si rivela uno dei testi pascoliani più importanti: i novenari e i senari sono fitti di richiami fonici alla pioggia che batte e scroscia (la frequenza di “p”, “l”, “r”, come ai vv. 5-6: «Le tremule foglie dei pioppi | trascorre una gioia leggiera»); mentre l'antitesi tra l’imperversare del temporale e il momento sereno della sera è riprodotto sulla pagina con l’alternanza di “u” (tipica vocale dal suono chiuso e cupo), con “i”, “a” (vocali che invece sono “chiare” ed aperte).

Mettiamo in parallelo gli ultimi due versi di ciascuna strofa:

versi 7-8: «Nel giorno, che lampi! Che scoppi! / Che pace, la sera!»;

versi 15-16: «non resta che un dolce singulto / nell'umida sera.»;

versi 23-24: «fu quella che vedo più rosa / nell'ultima sera.»

versi 31-31: «Né io... e che voli, che gridi / mia limpida sera!»;

versi 39-40: «sentivo mia madre... poi nulla... / sul far della sera.»

Si noti come dai «lampi» e «scoppi» si passi poi all'ossimoro «dolce singulto» (un dolce singhiozzo che rimane dalla tempesta), e poi si arrivi alla «nube nel giorno più nera» (v. 22) che diviene «rosa», nel corso del tempo, «nell'ultima sera». Si nota un climax ascendente, poi sale con gioia, con «i gridi» (v. 31), dove la sera diventa

«limpida» (v. 32). Notiamo i senari di chiusura di ciascuna strofa: c'è un «Che pace, la sera!» (v.8), poi «nell'umida sera» (v.16), «nell'ultima sera» (v. 24), «mia limpida sera!» (v. 32) e infine, nell'ultimo verso, la pace del nulla, ritrovare la pace nella fine, «poi nulla / sul far della sera».

L'ultima strofa inizia con l'onomatopea «Don... Don...» che grazie all'allitterazione della “d” slitta alla parola «Dormi» (v. 33).

La parola “Dormi” è una anafora, infatti viene ripetuta in sequenza.

“Dormi” inizia un anticlimax (o climax discendente) nei versi da 33 a 35: «mi dicono», «mi cantano», «sussurrano», «bisbigliano».

E si arriva al verso 36, inizia con “là”, un luogo indistinto. Per continuare con la sinestesia (poiché unisce il senso dell'udito con quello della vista) e analogia «voci di tenebra azzurra», cioè i rintocchi delle campane. L'analogia (voci di tenebra)

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richiama il suono delle campane al funerale, le campane non si vedono, si possono soltanto ascoltare, le note si sentono provenire dal cielo, dall'aria, ecco che diventano «voci di tenebra azzurra».

Quelle note, quelle “voci” sono voci perché richiamano i ricordi lontani dell'infanzia, delle voci dell'infanzia, «Mi sembrano canti di culla» (v. 37), che lo fanno tornare bambino («che fanno ch'io torni com'era...»), infatti appare il ricordo della madre («sentivo mia madre... poi nulla»).

I «canti di culla» suggerisce che il poeta si sta addromentando, in questo modo si introduce il tema dell'inconscio, ecco che appare o riemerge, la madre, morta un anno dopo il padre.

La sequenza: «sussurrano», «azzurra», «culla», «nulla» a livello sonoro rinforza la regressione verso l'infanzia, una regressione che porta verso il nulla, verso la morte rassicurante, ua morte che è pace. Appare la madre e poi nulla, anche il ricordo scompare, come è scomparsa la madre. Si arriva dal nulla per poi nascere, si soffre, si trova la serenità sul far della sera, e si torna al nulla, in una ritrovata unità col mondo [io]. Il ritorno all'infanzia, l'infanzia ritrovata, è forse il ritrovarsi di Pascoli nella poesia (Pazzaglia).

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-) IL GELSOMINO NOTTURNO (Canti di Castelvecchio, composta nel 1901) Composta come dono nuziale di Pascoli all'amico Gabriele Briganti.

Metro: sei quartine di novenari a rima alternata ABAB Il gelsomino notturno

E s’aprono i fiori notturni, = i gelsomini si aprono nell’ora che penso ai miei cari. = nella sera

Sono apparse in mezzo ai viburni = fiori bianchi, la parola è scelta per suono cupo le farfalle crepuscolari. = farfalle che volano di sera (quindi funeree) Da un pezzo si tacquero i gridi: = i gridi sono i versi degli uccelli

là sola una casa bisbiglia. = là/sola/una casa indicano”solitudine”/ c'è voce bassa Sotto l’ali dormono i nidi, = “nidi” sta per “uccellini” (è metonimia) dormono come gli occhi sotto le ciglia. col capo chino sotto le ali, come gli occhi sotto le ciglia Dai calici aperti si esala = dai fiori si diffonde

l’odore di fragole rosse. = sinestesia (odore/rosso) segnala intensità e passione Splende un lume là nella sala. = si accende una luce nella sala

Nasce l’erba sopra le fosse. = e insieme nasce l'erba nelle tombe, la vita continua sopra le tombe; parallelo vita (v. 11) e morte (v. 12) Un’ape tardiva sussurra = un'ape in ritardo, trova le celle occupate e ronza trovando già prese le celle.

La Chioccetta per l’aia azzurra = Le Pleiadi nel cielo

va col suo pigolio di stelle. = una chioccia con i pulcini che sono le stelle Per tutta la notte s’esala = si espande il profumo del gelsomino

l’odore che passa col vento.

Passa il lume su per la scala; = la luce sale al piano sopra, c'è la camera da letto brilla al primo piano: s’è spento... = la luce si spegne, inizia la notte d'amore

È l’alba: si chiudono i petali = si arriva al mattino, tutto è successo.

un poco gualciti; si cova, = i petali (fiore o sposa?) sono sgualciti e si chiudono dentro l’urna molle e segreta, = è l'ovario del fiore e l'utero femminile

non so che felicità nuova. = la nascita del futuro bambino Nella scena notturna si svolgono due vicende in parallelo:

1) la fecondazione del fiore nella notte e

2) il rito nuziale della prima notte, con la fecondazione della sposa.

La poesia è costruita su una successione parattatica (accostamento senza connessioni) di immagini del mondo naturale e umano.

L'inizio al verso 1 è «E s'aprono i fiori notturni». Con la congiunzione “E” si prospetta che ci sia altro che è accaduto prima.

Il linguaggio è molto allusivo. L'analogia tra fecondazione del fiore e della sposa per dare una nuova vita, è ottenuta dal montaggio alternato delle scene, come fosse un film, passando continuamente dalla natura all'umano.

Dal v. 20 «s'è spento» al v. 21 «È l'alba» c'è il bianco del verso, la notte di amore è nella fantasia del lettore, non è descritta.

«si cova / dentro l’urna molle e segreta», c'è l'idea della fecondazione, della vita nuova, e insieme dell'urna (cioè della morte). Tutto finisce e ricomincia in un ciclo.

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